crediti deteriorati

NPL, questione di strategia e organizzazione

Oltre 1.400 cause in materia di NPL gestite nel solo 2020. E oltre tre mila cause di responsabilità professionale affidate dagli assicuratori nell’ultimo decennio, nel 60 per cento dei casi concluse senza costi per gli assicurati e gli assicuratori e con condanna della controparte.

Gattai, Minoli, Agostinelli & Partners advisor di MBCredit Solutions nell’acquisizione da Creval di 102 milioni di euro di Npl

Gattai, Minoli, Agostinelli & Partners ha assistito MBCredit Solutions, la società del Gruppo Mediobanca specializzata nell’acquisto e gestione di crediti non performing,  nella finalizzazione di un accordo per l’acquisto di crediti non performing di proprietà di Banca di Credito Valtellinese per un valore nominale complessivo di 102 milioni di euro.

Il portafoglio è composto da crediti non performing di tipo unsecured originati prevalentemente da clientela corporate e, per una parte minoritaria, da clientela privata.

Gattai, Minoli, Agostinelli & Partners ha assistito MBCredit Solutions con un team composto dal Partner Emanuela Campari Bernacchi e dall’Associate Salvatore Graziadei.

Freshfields al fianco di MBCredit Solutions nell’investimento in un portafoglio Npl

Freshfields ha assistito MBCredit Solutions nell’investimento in un portafoglio Npl.

Lo studio ha seguito il cliente in relazione all’acquisizione da un primario istituto finanziario, avvenuta nel contesto di una procedura competitiva, di un portafoglio di crediti non performing di origine bancaria derivanti da prestiti personali, carte di credito e scoperti di conto corrente.

Il portafoglio, composto da circa 16 mila posizioni, ha un valore complessivo nominale di 129 milioni di euro.

Il team Freshfields è stato guidato da Francesco Lombardo, partner responsabile della practice italiana di Financing and Capital markets, supportato dal senior associate Giuliano Marzi e dall’associate Claudia Cavalli.

Npl, oltre dieci miliardi congelati presso i tribunali

Massimiliano Bettoni, managing director dello studio legale Mabe & partners, parla delle criticità che sta affrontando il mercato dei crediti deteriorati, con l’attività dei tribunali attualmente bloccata.

“Oltre dieci miliardi di euro, in procinto di essere distribuiti, sono congelati presso i tribunali. Stiamo cercando di pressare gli organi delle procedure per sbloccare questa liquidità, che darebbe ossigeno ai servicer e alle banche che gestiscono questi portafogli. Nella cosiddetta “fase 1″ il riscontro era negativo, ora nelle ultime due settimane assistiamo al risveglio professionale da parte degli organi, quantomeno per mettersi nell’ottica di distribuire queste somme”.

Nasce Cherry Legal: un nuovo operatore sul mercato Npl’s

Cherry 106, intermediario finanziario attivo nell’acquisto, nella gestione e nell’incasso di crediti non-performing, partecipa alla costituzione di Cherry Legal srl, una società tra avvocati.

La nuova società svolgerà, soprattutto una volta passata la fase acuta dell’emergenza Covid-19, attività legali di recupero giudiziale dei crediti, assistenza in fase di due diligence per l’acquisto di portafogli di crediti non-performing ed eventuali attività legali di carattere stragiudiziale connesse al business model di Cherry 106.
Il coordinamento di Cherry Legal sarà affidato a Renata Castellan e Irene Pirelli Marti, socie della nuova iniziativa, che potranno contare anche sulla solida struttura di Cherry 106 composta da legali, collaboratori e specialisti nella gestione del credito oltre che sulla rete di consulenti sul territorio nazionale.
Cherry Legal consentirà di unire l’esperienza nell’acquisto e nella gestione del credito del team di Cherry 106 con competenze verticali in termini di legal collection. L’obiettivo é quello di individuare soluzioni gestionali innovative, con un significativo aumento nell’efficienza dei processi e di riduzione dei tempi di esecuzione degli incarichi.Le tre parole che accompagneranno la vita di questa nuova iniziativa sono: #soluzioni #veloci ed #efficaci.
Cherry Legal avrà sede legale a Milano e sede operativa a Padova.

Impatto Covid sugli Npl’s, operazioni da rinegoziare

Norman Pepe, partner di Italian Legal Services, parla degli effetti della crisi sulle operazioni che riguardano i crediti deteriorati: il rallentamento dell’attività di recupero e dell’attività di investimento.

“Rispetto alle operazioni già in essere, è probabile che si proceda a una rinegoziazione dei termini da parte delle parti coinvolte. Nelle cartolarizzazioni, per esempio, la banca vedrà un rallentamento dei recuperi. Questi minori incassi possono essere assorbiti da risorse di casse, ma mettendosi in un’ottica di lungo periodo, investitori mezzanini junior e finanziatori senior valuteranno modifiche contrattuali per riorganizzare i rapporti interni in modo da rendere l’operazione sostenibile”.

GOP con Zetland Capital Partners in una cartolarizzazione di crediti NPLs

Lo studio legale internazionale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners ha assistito Zetland Capital Partners, primario operatore nel settore dei distressed assets, quale investitore, in un’operazione di cartolarizzazione di un primo portafoglio di crediti deteriorati originati da un gruppo di banche cooperative ceduti alla società di cartolarizzazione Catullo SPV S.r.l., che ha emesso titoli “partly paid” per un importo massimo di euro 200 milioni.

L’operazione vede il coinvolgimento anche di una società veicolo d’appoggio (reoco) costituita secondo la legge sulla cartolarizzazione.

Per Gop, che ha agito come transaction counsel, hanno seguito l’operazione il partner Domenico Gentile coadiuvato da Andrea Zorzi e Daniele Verciani per gli aspetti di banking & finance, mentre il partner Fabio Chiarenza e la senior associate Francesca Staffieri hanno seguito gli aspetti tax.

Securitisation Services (Gruppo Banca Finint) ha agito nel ruolo di “master servicer” dell’operazione e svolto i vari ruoli operativi della cartolarizzazione e della reoco. Arranger dell’operazione è stata FISG, società specializzata nell’organizzazione di operazioni di finanza strutturata del gruppo Banca Finint.

Npl, arriva l’ordine dalla Ue: smaltimento a tappe forzate

L’Ue spinge per ridurre gli Npl a tappe forzate, fissando obiettivi molto ambiziosi, in particolare per le banche italiane. Questo vuol dire che molte procedono a cartolarizzare e rivendere ad attori specializzati i loro crediti in difficoltà. E se l’ammontare complessivo degli Npl europei viaggia intorno a 750 miliardi di euro, solo in Italia ce ne sono 266 da gestire. Lordi. Di questo enorme stock di sofferenze, pari al 13% del Pil italiano, 118 miliardi sono ancora iscritti nei bilanci delle banche, mentre dal 2015 a fine 2018 sono 155 i miliardi già stati ceduti a fondi, servicer, banche specializzate grazie soprattutto a operazioni di cessioni massive o a partnership strategiche.

Sette, infine, i miliardi che si stimano in parte recuperati e in parte “cancellati” in quanto non più esigibili (write-off on recovery) sui portafogli transati. Ed è il caso di ricordare che le esposizioni bancarie non performing, il cui totale è definito Npe, si articolano in: Npl (o bad loans) che costituiscono lo stato più grave del credito in sofferenza; Utp (unlikely to pay), situazioni di sofferenza con creditore ancora in bonis; e Past Due (ossia scaduto). Sta di fatto che si è venuta a creare una vera e propria industria della trasformazione del credito deteriorato. Secondo Roberto Russo, ad di Assiteca Sim, tutto questo «ha favorito l’evoluzione di un mercato secondario più trasparente e con un numero crescente di player interessati a questo tipo di business». Per Francesco Lombardo, partner dello studio legale Freshfields, «a oggi sicuramente è già stato fatto molto. E di certo è interessante capire in quale direzione la questione stia andando: se gli operatori preferiranno spostare questo grande ammontare di debiti dalle banche verso un mercato privato (veicoli di cartolarizzazione, ndr) o se invece saranno preferibili strutture di joint venture dove chi cede reinveste insieme a fondi stranieri specializzati nel mercato degli Npl. Non dimentichiamo che le operazioni di joint venture nel mondo del credito deteriorato hanno interessato i progetti più importanti, con un valore tra i 2 e i 10 miliardi di euro». Intanto si stimano transazioni per 50 miliardi lordi entro fine 2019, in flessione rispetto ai 66 miliardi lordi transati nel 2018. Sul totale, circa il 39% potrebbe essere scambiato sul mercato secondario con un balzo a due cifre rispetto l’anno appena trascorso, quando la percentuale delle transazioni sul mercato secondario si era fermata al 2%. Circa il 18% dei crediti deteriorati potrebbe essere coperto dalle garanzie statali su Npl (Gacs).

Incentivo Gacs
La Gacs ha rappresentato uno dei principali fattori di incentivazione alla riduzione degli stock di crediti non-performing a partire dal 2016, quando le banche italiane hanno dovuto intraprendere massicce cessioni di crediti Npl. Operazioni spesso del valore di diversi miliardi di euro, aventi l’obiettivo di ridurre gli stock che gravavano sui bilanci. Sono state strutturate operazioni e procedure di cessione caratterizzate da un numero enorme di esposizioni deteriorate e portafogli altamente eterogenei, in grado di poter incontrare la domanda di un circoscritto numero di soggetti, tipicamente investitori internazionali con elevatissime potenzialità economiche e obiettivi prevalentemente speculativi». «Le Gacs hanno di fatto trasformato il mercato italiano dei crediti deteriorati, dando supporto alle banche italiane nell’implementazione dei loro piani di pulizia dei bilanci per circa 50 miliardi di sofferenze lorde, un buon 44% sul mercato primario», ha aggiunto Lombardo. E dal 2016 a oggi ci sono state 18 transazioni dovute alla Gacs. Il valore delle senior tranche del mercato totale è stato di circa 12 miliardi di euro. Ma come stanno procedendo i rendimenti delle Gacs emesse dalle diverse banche? Non tutte le Gacs stanno sovraperformando, anzi alcune sono sotto la media. In ogni caso 8 su 16 emissioni sono sopra gli obiettivi previsti. «Il rinnovo fino al maggio 2021 del periodo di concessione della garanzia statale conferma l’importanza di questo strumento per le banche italiane che lo ritengono più vantaggioso rispetto ad altre modalità di dismissione delle sofferenze anche a dispetto delle recenti modifiche che hanno reso più oneroso il ricorso a questo tipo di protezione. Certo, non mancano le criticità», spiegano Catia Tomasetti e Antonio La Porta, partner di BonelliErede. E aggiungono: «le tempistiche medie per la strutturazione e realizzazione di cartolarizzazioni con Gacs sono significativamente più lunghe rispetto, ad esempio, alla cessione in blocco ad investitori specializzati e tale circostanza ha determinato una selezione tra le realtà bancarie più grandi e strutturate e quelle più piccole che non sono ancora nelle condizioni di poterlo utilizzare. I volumi significativi delle sofferenze cartolarizzate in una singola operazione garantita da Gacs richiede uno sforzo maggiore ai servicer con conseguente pressione sulle strutture coinvolte che, al contempo, sono già chiamate a rendere più efficienti i processi di recupero in un contesto normativo a volte non sempre adeguato alle esigenze degli operatori del settore».

Un po’ di numeri
E vediamo i dati complessivi. Tra il 2015 e il 2018 si è passati da 340 miliardi di Npe (non-performing exposures) a 180 e da 199 a 97 miliardi di Npl. «Accogliamo con favore la direttiva relativa ai gestori di crediti, agli acquirenti di crediti e al recupero delle garanzie reali che consentirebbe alle banche di affrontare in modo più efficiente il problema dei Npl migliorando le condizioni per vendere il credito a terzi e dando impulso allo sviluppo del secondary market che potrebbe contribuire in modo sostanziale all’ulteriore riduzione degli attuali stock di crediti deteriorati», dichiara Luigi Loggia, responsabile business development di Link Asset Services. Dunque, in sostanza, sono in molti interessati ad acquistare pacchetti di crediti deteriorati a prezzi interessanti, cercando di guadagnare sulla propria capacità di recupero sulle rispettive posizioni. «Allo stato attuale le banche europee, in ottemperanza a quanto previsto dalle Autorità di Vigilanza, sono costrette a svalutare totalmente un credito senza garanzie entro tre anni e un credito garantito da asset entro sette, rendendo quindi indispensabile il processo di riduzione degli stessi in quanto risulterebbero altrimenti insostenibili per i bilanci bancari. Questa tendenza dovrebbe proseguire nei prossimi anni, dato che il processo di aggiustamento delle coperture di alcune categorie di crediti deteriorati è tuttora molto lento», spiega Russo.

I nodi da sciogliere
Spiegano Catia Tomasetti e Antonio La Porta, partner di BonelliErede, «anche se molto è stato fatto in termini di accantonamenti grazie all’ottimo lavoro di Banca di Italia, spesso c’è ancora un gap tra il valore al quale le sofferenze sono registrate nei bilanci delle banche e il prezzo che gli acquirenti attivi in questo mercato sono disposti a offrire. È altrettanto indubbio che la cessione di questo tipo di attivi dalle banche ai soggetti che hanno investito in questo mercato ha spesso determinato un trasferimento di valore ai cessionari con oneri significativi che sono rimasti a carico dei cedenti. Ma il miglioramento della quantità e della qualità delle informazioni a disposizione degli operatori e l’evoluzione delle modalità di gestione e di recupero del credito stiano consentendo un progressivo avvicinamento tra domanda e offerta. Certo, c’è ancora molto da fare». Continuano: «oggi, ad esempio, l’attività di servicing non è ancora assoggettata a una regolamentazione specifica e armonizzata a livello europeo. A causa di tale circostanza, gli operatori specializzati che intendono consolidare la propria presenza in questo mercato, da un lato, non possono ancora fare affidamento su un quadro normativo chiaro e preciso e, dall’altro, non hanno la possibilità di svolgere la propria attività su base cross-border, con ricadute negative sulla concorrenza e sull’efficienza del mercato di riferimento. Pertanto è auspicabile che la normativa si armonizzi al più presto nella zona euro».

Il problema bancario in Italia
A seguito della crisi finanziaria globale e della successiva recessione abbiamo assistito all’emersione di livelli di Npl sempre più alti nei bilanci delle banche europee. «Tale circostanza ha avuto conseguenze estremamente negative per le banche italiane sotto forma di indebolimento patrimoniale, compressione degli utili e minore capacità di raccogliere nuove risorse sul mercato. L’ampia diffusione del fenomeno, inoltre, ha pregiudicato la capacità del sistema bancario italiano di erogare il credito alle famiglie e alle realtà produttive del nostro Paese. Abbiamo anche notato nelle piccole/medie banche una forte ritrosia alla dismissione degli Npl ma, per usare un esempio calzante per una banca, non dismettere gli Npl è come per un corridore cercare di correre con uno zaino pieno di pietre. Alla fine si ferma e non fa più il mestiere della banca, con gli ovvi impatti sull’economia. Tuttavia, nonostante questa ritrosia e questa necessaria evoluzione culturale, negli ultimi tre anni il volume lordo di Npl nel mercato italiano si è costantemente ridotto. Le novità regolamentari hanno però accelerato l’emersione di ulteriori posizioni problematiche nei bilanci degli enti creditizi, prime tra tutti i c.d. unlikely to pay. Tale circostanza sta imponendo alle banche, da un lato, di ripensare radicalmente i propri processi interni per rendere più efficiente la gestione di questo tipo di attivi e, dall’altro, di valutare e avviare ulteriori operazioni di de-risking mediante la dismissione di portafogli di importo anche significativo», spiegano Tomasetti e La Porta.

Uno sguardo all’economia reale
Potrebbe tutto questo avere un impatto virtuoso sull’economia reale e, di fatto, sulle pmi? Secondo gli avvocati di BonelliErede «ci si aspettava che l’azione intrapresa dalle banche volta a ridurre gli Npl all’interno dei propri bilanci in modo sistematico e sostenibile potesse apportare benefici all’economia reale. La dismissione di stock significativi di posizioni deteriorate, infatti, avrebbe dovuto alleggerire la pressione sulle banche e, di conseguenza, liberare risorse da utilizzare per fornire i mezzi finanziari necessari a sostenere il nostro sistema produttivo in maniera più incisiva. Purtroppo le cose stanno andando diversamente. La ripresa economica è stata fino a ora modesta. Lo smaltimento di Npl, inoltre, continua a essere ostacolato dalla mancanza di strumenti giuridici adeguati e dalla lentezza delle procedure di recupero. Le banche, infine, sono diventate sempre più selettive nella valutazione del merito creditizio dei potenziali debitori, anche alla luce delle recenti pressioni regolamentari. Ci sono però elementi che ci fanno sperare in un miglioramento della capacità delle banche di erogare credito a imprese e famiglie. Prima di tutto, la salute generale del sistema bancario italiano appare nettamente migliore rispetto a qualche anno fa. La nuova serie di aste T-Ltro annunciate dalla Bce e che saranno condotte a partire da settembre 2019 fino al marzo 2021 dovrebbero, inoltre, consentire alle banche di continuare ad avvalersi di condizioni di funding favorevoli anche in un contesto macroeconomico europeo estremamente sfidante».

L’auspicio
Andrea Baranes, presidente della Fondazione Finanza Etica dice: «questo della (s)vendita degli Npl è un tipico esempio di come le stesse normative spingano la finanza a essere sempre più staccata dalla realtà, arrivando a danneggiare l’economia di cui dovrebbe essere al servizio, e di un sistema di regole cucito su misura per i grandi gruppi bancari europei e lontanissimo dal modello italiano di Bcc e popolari presenti capillarmente sul territorio. Noi lavoriamo con tassi di sofferenza sui crediti nettamente inferiori alla media del sistema bancario. Anche per questo chiediamo che non si continui con un impianto normativo che spinge verso la “taglia unica” delle banche. Auspichiamo che anche su scala europea si considerino le specificità e la stessa esistenza di diversi modelli e sistemi bancari. Una sorta di “biodiversità bancaria” che andrebbe tutelata e incentivata, anche perché banche diverse rispondono a diverse esigenze della società e del mondo produttivo. Oggi questo non avviene».

 

di Francesca Vercesi

Come funzionano gli strumenti di cessione degli Npl

In tre anni le banche dovranno liberarsi di 60 miliardi
di crediti deteriorati. E le modalità migliori sono…

Nei prossimi tre anni i dieci principali istituti di credito smobilizzeranno 60 miliardi di euro di crediti deteriorati. Gli strumenti più utilizzati e che al momento stanno dando i migliori risultati sono la cessione di singole posizioni a investitori terzi tramite asta competitiva e la realizzazione di un’operazione di cartolarizzazione assistita da garanzia dello Stato per i titoli senior (Gacs).
[auth href=”https://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Ma come si struttura un’operazione di cessione del credito e qual è il ruolo dell’advisor legale? Lo hanno spiegato a Le Fonti Legal gli studi legali al momento più coinvolti dalle banche nelle operazioni di riduzione dei crediti deteriorati. Affermando che allo studio legale, nel corso dell’operazione, spetta la selezione dei dati da rendere disponibili nel processo di due diligence del portafoglio, il delineamento del processo di asta competitiva insieme al financial advisor, la predisposizione del contratto di cessione “base” proposto ai partecipanti all’asta e la successiva negoziazione del contratto di compravendita con l’aggiudicatario.

Giuseppe Sacchi Lodispoto
, partner di BonelliErede, sottolinea come, tra gli strumenti utilizzati per la cessione dei crediti, diverse banche abbiano, negli ultimi anni, «concluso accordo di partnership con operatori terzi e professionali, in base ai quali la banca: cede al proprio partner la propria piattaforma per la gestione dei crediti deteriorati, e si impegna ad affidare al proprio partner la gestione di una determinata percentuale delle proprie sofferenze attuali o future. Questi accordi, pur non riducendo le masse di crediti deteriorati, dovrebbero portare a una loro miglior gestione». Riguardo i vantaggi e le criticità degli strumenti di cessione degli Npl, secondo Sacchi Lodispoto «la cessione di singole posizioni o portafogli di posizioni permette, tra l’altro, alla banca di: uscire completamente dall’investimento, e cedere non solo i crediti in sofferenza, ma anche altre categorie di crediti deteriorati. La cartolarizzazione assistita da garanzia Gacs è una operazione più ambiziosa, limitata ai crediti in sofferenza, ma che permette di smobilizzare in una sola volta grandi masse di crediti deteriorati». «Il ruolo dello studio legale», continua il partner di BonelliErede, «è quello di assistere la banca, o l’acquirente, in tutte le fasi dell’operazione, sotto un profilo negoziale, regolamentare e fiscale; lo studio deve quindi avere tutte e tre queste competenze, nonché esperienza dei “precedenti” costituiti dalle pregresse operazioni di questo genere. Lo studio è coinvolto nella fase di strutturazione, di organizzazione dell’eventuale asta e di negoziazione con i diversi soggetti coinvolti nell’operazione».Secondo Stefano Sennhauser, senior partner di Allen & Overy, gli strumenti più utilizzati dalle banche per lo smobilizzo dei crediti deteriorati sono al momento due: «il primo, e maggiormente utilizzato, consiste nella vendita di portafogli a investitori professionali tramite aste competitive organizzate dalla banche e dagli advisor specializzati. Il secondo è quello della cartolarizzazione pubblica con il supporto della Gacs». Riguardo vantaggi e criticità degli strumenti, Sennhauser sottolinea che «la struttura normalmente scelta nella quasi totalità dei casi è l’acquisto del portafoglio di Npl tramite un veicolo di cartolarizzazione. Questa struttura presenta numerosi vantaggi, come previsto dalla Legge 130. I miglioramenti recentemente apportati alla legge si sono dimostrati utili. Nonostante alcune criticità ancora irrisolte, le ulteriori modifiche attualmente al vaglio del legislatore, dovrebbero incentivare ulteriormente l’uso di questo strumento». «Una banca ha diverse opzioni per lo smobilizzo dei portafogli di crediti deteriorati, quali ad esempio, la vendita one-to-one, il procedimento di asta competitiva e la cartolarizzazione con il supporto della Gacs», continua Sennhauser, «il fattore che accomuna queste diverse possibilità è sicuramente l’analisi preventiva ed approfondita del portafoglio da dismettere. Il ruolo dello studio legale è diverso a seconda della parte assistita: se assiste la banca cedente, lo studio dovrà prestare assistenza nel selezionare i dati da rendere disponibili nel processo di due diligence del portafoglio, nel delineare il processo di asta competitiva insieme al financial advisor, nella predisposizione del contratto di cessione “base” proposto ai partecipanti all’asta e nella successiva negoziazione del contratto di compravendita con l’aggiudicatario. Lo studio legale che assiste l’arranger invece dovrà strutturare l’operazione da un punto di vista legale ed assistere nell’eventuale finanziamento ponte». «Gli avvocati dell’acquirente», prosegue Sennhauser, «anche in caso di asta competitiva, dovranno invece assistere il proprio cliente nel processo di due diligence del portafoglio, nella formulazione dei termini dell’offerta, nella negoziazione dei contratti e infine nella definizione della struttura scelta per finanziare il prezzo d’acquisto, struttura da implementare in tempi rapidi se il cliente risulta aggiudicatario della gara. Ovviamente ci sono moltissime variabili a quanto esposto sopra. Ad esempio in caso di smobilizzo di un portafoglio di crediti immobiliari deteriorati, potrebbe essere opportuno implementare strutture di Reoco e ottimizzarne l’interazione con la cartolarizzazione».

Per Maria Elena Cannazza, partner di Lombardi Segni e associati, «gli strumenti utilizzati nella prassi di mercato per la riduzione dei crediti deteriorati sono tipicamente differenziati in funzione del diverso grado di “esternalizzazione” adottato dalla banca originator e, in particolare, possono essere ricondotti a due macro categorie a seconda che le relative posizioni restino di titolarità della banca originator o, in alternativa, siano “de-consolidate” tramite operazioni di “true sale”. Rientra nella prima categoria la gestione delle posizioni deteriorate realizzata dalla banca originator tramite funzioni di workout interne, tipicamente utilizzate con riguardo ai clienti di particolari dimensioni o settori e alle posizioni unlikely-to-pay per le quali l’obiettivo primario della banca originator è il ritorno in bonis. Laddove si tratti invece di posizioni “in sofferenza”, non è infrequente il ricorso da parte della banca originator a servicer esterni, specializzati nelle tradizionali attività di incasso e recupero del credito, di prassi realizzate con riguardo a portafogli di dimensioni e granularità tali da poter beneficiare di economie di scala». «I sistemi di gestione riconducibili a tale prima categoria», prosegue Cannazza, «possono essere vantaggiosi per la banca originator in quanto consentono riprese di valore e riduzione delle rettifiche degli asset, oltre a un potenziale miglioramento del set documentale e informativo delle posizioni gestite, in termini di disponibilità, grado di accuratezza e aggiornamento dei dati relativi alle posizioni gestite, nonché la sistematizzazione e informatizzazione dei dati.
Ne deriva, inoltre, un maggior grado di efficienza nella gestione delle posizioni e, in caso di successiva cessione, una possibile riduzione dei tempi di definizione delle trattative con i potenziali clienti e un pricing potenzialmente più alto in favore della banca cedente». «Presentano tuttavia taluni profili di criticità, connessi in primo luogo all’assorbimento di capitale regolamentare a fronte dei rischi sottesi alle posizioni deteriorate presenti nei bilanci della banca», spiega Cannazza, «la gestione “interna”, inoltre, coinvolge molte aree di operatività, richiedendo idonee competenze specialistiche, e comportano l’utilizzo di ingenti risorse umane e tecnologiche da parte della banca. Tali criticità, unitamente ai vantaggi connessi alle operazioni di “de-consolidamento”, inducono ad adottare strumenti di riduzione dei crediti deteriorati tramite operazioni di cessione».
Per quanto riguarda i vantaggi per la banca, «gli strumenti di cessione degli npl sono tipicamente riconducibili agli schemi di dismissione tramite true-sale nelle quali gli npl vengono trasferiti direttamente agli investitori finali o, in alternativa, a spv di cartolarizzazione o “bad bank”», afferma la partner di Lombardi Segni e associati, «i vantaggi per la banca tipicamente connessi a operazioni di cessione degli Npl  sono riconducibili, inter alia, all’alleggerimento dei requisiti di vigilanza prudenziale conseguenti al deconsolidamento degli npl a seguito dell’operazione di “true-sale”, nonché alla possibilità per la banca cedente di beneficiare di un miglioramento del coefficiente di liquidità e dei margini di redditività, con conseguenti vantaggi anche sul piano patrimoniale. Al contempo, le operazioni di disinvestimento comportano tuttavia un’immediata contabilizzazione di una perdita per la banca cedente corrispondente alla differenza negativa tra il valore di libro delle posizioni cedute e il prezzo pagato dal cessionario».

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Le banche italiane tra crisi e innovazione

Con l’aiuto delle numerose normative introdotte negli ultimi anni il sistema finanziario cerca di recuperare la fiducia dei propri clienti, puntando sul cambiamento e sulla ristrutturazione interna. Se ne è parlato alla tavola rotonda promossa da Le Fonti.

La crisi finanziaria degli ultimi anni ha messo in luce l’inadeguatezza degli strumenti di gestione e risoluzione delle crisi bancarie in molti Paesi dell’Ue: l’Italia, in particolar modo, ha dimostrato di trovarsi in forte difficoltà di fronte a strutture organizzative eccessivamente complesse.
[auth href=”https://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Le soluzioni intraprese sono state numerose: la crisi del 2007 ha dato inizio a un processo legislativo, proseguito in parallelo a un inasprimento della regolamentazione sul capitale delle banche, che ha portato all’entrata in vigore, il 1 gennaio del 2016, della Bank Recovery and Resolution Directive (Brrd). Questa normativa, detta anche «normativa sul bail in», fornisce alle autorità di risoluzione strumenti per pianificare la gestione delle crisi e intervenire prima della manifestazione delle stesse. Negli ultimi anni infatti la riduzione dei volumi di raccolta bancaria è stata intensa: numerosi clienti, timorosi di essere travolti dalla crisi, si sono allontanati da banche sempre più carenti in termini di possesso di capitale a causa di crediti deteriorati e mal gestiti. Per riconquistare la fiducia della clientela, che resta l’asset fondamentale per le banche, è necessario intraprendere due percorsi paralleli: da un lato sanare la carenza culturale e strutturale adottando strumenti di corporate strategy, dall’altro snellire e riorganizzare la tradizionale rete distributiva. Il mondo bancario, da questo punto di vista, è sicuramente in forte evoluzione, soprattutto grazie all’introduzione degli sportelli leggeri, ossia caratterizzati dall’impiego di un numero di dipendenti limitato e con un elevato grado di informatizzazione. Il quadro generale non è quindi negativo: le banche oggi, seppur chiamate a sottoporsi a uno sforzo massimo con risorse minime, guardano al futuro e cercano di adeguarsi al cambiamento sfruttandone i lati positivi. Della situazione delle banche insolventi e dei loro crediti deteriorati si è occupata la tavola rotonda organizzata da Legal dal titolo «Crisi delle banche e tutela del credito: prospettive e opportunità per il 2017», esaminando gli strumenti, le riforme e le manovre attuate e da attuare per l’anno in corso al fine di sanare la situazione di crisi e tutelare i risparmiatori. La tavola rotonda è stata moderata da Angela Maria Scullica, direttore responsabile delle testate economiche di Le Fonti, e ha visto la partecipazione di Piero Albertario di Studio Gattai, Minoli, Agostinelli & Partners – Studio Legale, di Matteo Bascelli di CBA Studio Legale e Tributario, di Marcello Maienza di Studio Legale RCC, di Alessandra Caputo di EY e di Luca Zitiello, di Zitiello Associati.

A livello comunitario una normativa importante è stata la Bank recovery and resolution directive (Brrd). Quali conseguenze ha avuto nel sistema bancario e come è stata accolta dai Paesi membri?
maienza La direttiva Brrd è entrata in vigore il 1 gennaio 2016 ma non è una normativa nata dal nulla: a parte il periodo di consultazione, è figlia di un processo legislativo che riguarda le banche e che prende spunto dalla crisi del 2007. Abbiamo assistito gradualmente a un inasprimento della regolamentazione sul capitale delle banche: mentre altri paesi come la Germania e la Spagna, lungimiranti, hanno anticipato l’entrata in vigore della Brrd andando a ripatrimonializzare le banche prima che questo modus operandi venisse biasimato dagli organi europei o addirittura vietato, in Italia c’era il mantra “il sistema bancario italiano è solido”. Il problema invece c’è, è grosso, ed è di difficile soluzione: e ne abbiamo preso coscienza troppo tardi. Quello che manca alle banche è il capitale, che viene assorbito da una grandissima quantità di crediti deteriorati, mal gestiti, mal curati. Le banche spesso non ne hanno neppure consapevolezza e quando provano a far qualcosa con i loro portafogli si rendono conto che mancano dati, informazioni e documenti. Sembra un po’ miope sia da parte del sistema bancario che della politica italiana dire oggi che non ce l’abbiamo fatta, mentre in realtà i segnali del fatto che bisognasse muoversi prima sono presenti e ben visibili da dieci anni. Tuttavia le banche italiane sono state, in questo periodo, troppo chiuse in se stesse e troppo sicure del fatto che il problema non riguardasse loro.

Si può quindi dire che c’è stato un problema di governance?
bascelli Nell’analisi delle cause che hanno provocato la crisi del sistema bancario l’attenzione si rivolge spesso al ruolo avuto e alle funzioni svolte dagli attori che per anni ne sono stati protagonisti. La presenza delle fondazioni bancarie nel sistema creditizio italiano ha spesso inciso in maniera rilevante nella gestione del credito, avendo esse tra gli obiettivi propri, come per le casse di risparmio, non tanto l’ottenimento della massima redditività, ma anche il perseguimento dell’utilità sociale, lo sviluppo locale e il sostegno economico attraverso l’utilizzo dei proventi del patrimonio, complici anche le esigenze di contrazione della spesa pubblica volute dalle politiche comunitarie che hanno imposto severi cost cutting in settori vitali per il Paese (infrastrutture, sanità, scuola e cultura, politiche sociali), alle quali le fondazioni, grazie ai loro statuti, hanno fatto in tali aree di investimento da contraltare sostituendosi al ruolo dello Stato centrale e degli enti locali. Sarebbe tuttavia miope, oltreché ingiusto, attribuire alle fondazioni le responsabilità della mancata evoluzione del sistema bancario italiano. Le maggiori colpe sono infatti da individuarsi altrove e, in particolare, nelle carenze strutturali ed organizzative di alcune aree cruciali del credito, ma anche nei ritardi con i quali sono state ammodernate parti importanti del contesto giuridico nazionale di riferimento.

Si può quindi affermare che c’è un obiettivo di riorganizzazione interno di tutto il sistema e non soltanto di risoluzione della crisi bancaria?
albertario Gli ultimi due anni sono stati contraddistinti non soltanto da una profonda crisi del sistema bancario italiano ma anche dall’entrata in vigore della riforma delle banche popolari.  Quest’ultima è avvenuta in un periodo poco felice del sistema bancario ma, ciononostante, le sue finalità erano, e restano, nobili. Quello che purtroppo il Governo non ha avuto il coraggio di fare è stato escludere, in quelle circostanze, il diritto di recesso: una simile decisione avrebbe potuto sollevare dubbi di legittimità costituzionale ma, a nostro avviso, altre soluzioni avrebbero potuto essere introdotte per evitare tale rischio.
Alla luce della facoltà concessa alle banche di limitare anche integralmente il diritto al rimborso delle azioni oggetto di recesso, è comunque ragionevole ritenere che gli azionisti receduti, rimasti insoddisfatti, promuovano azioni legali, tanto più qualora la Corte Costituzionale dovesse pronunciarsi a favore della incostituzionalità della norma in parola. Le trasformazioni già deliberate sono ormai un dato di fatto e al riparo da una possibile invalidità che possa comprometterne l’efficacia, ma il rischio di contezioso resta molto elevato, con la conseguenza, nel peggiore degli scenari, che banche popolari già trasformatesi in società per azioni si trovino a pagare un conto salato. Riallacciandomi al tema della corporate governance, soprattutto nel mondo delle banche popolari, la nota tematica dell’autoreferenzialità ha ostacolato il ricambio negli anni dei soggetti chiamati a rivestire incarichi di amministrazione e controllo. Oggi in molti consigli di amministrazione di banche italiane siedono esponenti aziendali privi della necessaria esperienza nel settore bancario. Sotto tale profilo credo che assisteremo nel tempo anche a interventi rilevanti da parte dell’Autorità di Vigilanza europea sul tema dei requisiti di professionalità degli esponenti aziendali: la governance delle banche ha talvolta frenato, in questi anni, l’innovazione della struttura interna del sistema bancario.
caputo Il fatto di aver recepito questa direttiva in così poco tempo non ha dato alle banche la possibilità di recepirla e acquisirla in maniera adeguata. Un lasso di tempo maggiore avrebbe infatti consentito di effettuare un maggiore scambio di informazioni all’interno delle banche stesse, che sarebbero state più preparate a quello a cui andavano incontro. Probabilmente l’aver negato per molto tempo i problemi del sistema bancario è stata una decisione adottata per tranquillizzare i piccoli investitori ma che alla lunga non si è rivelata né efficace né tanto meno vincente.

Adesso si parla molto di Atlante 2. Di cosa si tratta?
zitiello Non potendo attingere agli aiuti di Stato, il sistema bancario si è organizzato diversamente con sistemi privatistici, ossia con una Società di gestione del risparmio e creando un fondo che potesse partecipare alla capitalizzazione delle nuove banche o comunque della sottoscrizione del debito e l’acquisizione dei non performing loans. Così nasce il Fondo Atlante, subito impegnato su due banche la cui crisi è emersa a partire da marzo 2015: la Banca Popolare di Vicenza e la Veneto Banca. Queste banche riassumono bene in cosa consista la crisi del sistema bancario e dove affondino le sue radici, nonostante ci siano ancora una serie di processi e di accertamenti in corso da parte di tutta una serie di autorità. È proprio qui però che si vede la sostanziale difficoltà nel cercare di sanare situazioni oggettivamente troppo complesse per poter esser risolte in poco tempo. Gli azionisti hanno visti annullati i loro risparmi impegnati nella sottoscrizione delle azioni della banca: c’è stata una quasi totale diluizione quindi degli azionisti e, a catena, si è creato un grossissimo rischio di contenzioso tra tutta la platea degli azionisti e la banca stessa. Il rischio del contenzioso è così alto che può mettere in crisi la vita dell’intermediario stesso che potrebbe, in ragione della sua natura ed estensione, nonché dell’elevatissimo numero dei soggetti coinvolti, non essere in grado di sostenere. Il recente provvedimento “salva banche” del governo sulla possibile iniezione di liquidità di 20 miliardi, che tocca direttamente questi casi, potrebbe portare ad un conflitto di interessi all’interno dello stesso sistema bancario. Chi aveva investito nel Fondo Atlante non sarà contento di veder svalutato il suo investimento. Qualora Atlante 2 non avesse le risorse necessarie per intervenire, si verificherebbe una diluizione dei soggetti che avevano investito sopperendo all’intervento statale. L’esperienza quindi ci insegna che quando si è costretti a risolvere una questione in maniera tempestiva e istantanea, si rischia di individuare soluzioni inappaganti che possono peggiorare ulteriormente la situazione. Risolvere questo problema è estremamente complicato: va fatto con grande pazienza e soprattutto mantenendo una visione d’insieme.

È dunque corretto affermare, come qualcuno ha fatto, che questo ultimo decreto, il 237, non è giusto?
zitiello A ben veder il contenuto del decreto 237 è giusto, perché non disdice nessun principio delle Brrd, ma in realtà li applica. Dice che lo Stato può intervenire ma non può farlo nei confronti di aziende decotte. Deve essere quindi fatta una verifica preventiva per controllare che ci siano tutti i requisiti necessari alla iniezione di liquidità. Inoltre il decreto è da ritenere giusto perché prende in considerazione l’intervento sul capitale, sul debito e sui crediti. C’è inoltre un miglioramento rispetto all’intervento fatto sulle Banche dell’Italia Centrale: lì non c’è stato un intervento temporaneo, ma un’anticipazione del bail in. Il governo ha fatto quindi bene a fare questo provvedimento e a cercare di farlo funzionare, nonostante le numerose difficoltà.
maienza Secondo me le banche stanno perdendo l’asset più prezioso che hanno: la fiducia della loro clientela. Il risparmiatore è confuso, non riesce a capire quale sia la situazione attuale delle banche e in quale direzione vadano i decreti dello Stato. E non so come e quando la fiducia possa essere ripristinata. Le banche oggi devono essere snelle, efficienti e tempestive: invece ci sono troppi sportelli e troppi costi di gestione che, inevitabilmente, ricadono sul cliente.

L’intervento dello Stato potrebbe restituire al cliente la fiducia nelle banche?
bascelli Quanto alle carenze di natura strutturale (e culturale), è stato rilevato che la mancata adozione di strumenti di cosiddetta corporate strategy ha impedito una piena e tempestiva comprensione della scarsa qualità del credito erogato e delle criticità di relativo recupero. A tale aspetto cerca di fornire risposta la stessa Banca Centrale Europea che con il documento recante le “Linee guida per le banche sui crediti deteriorati (Npl)” del marzo di quest’anno, pur se con norme di carattere non vincolante, ha individuato un insieme di “migliori prassi” che ritiene utile indicare alle banche. Tra esse la comprensione del contesto operativo, sia interno che esterno, nella sua interezza che risulta fondamentale per l’elaborazione di una strategia per gli Npl che sia al tempo stesso ambiziosa e realistica. Per la Bce, infatti, la capacità di una banca di ottimizzare la gestione, e quindi conseguire la riduzione, degli Npl e delle garanzie escusse è influenzata da una serie di fattori interni fondamentali, da cui la necessità di un’autovalutazione esaustiva e realistica per definire la gravità della situazione e le misure da intraprendere internamente per porvi rimedio. La banca dovrebbe in particolare esaminare e comprendere appieno la propria capacità operativa fatta di procedure, strumenti, qualità dei dati, informatizzazione, personale e competenze professionali, processo decisionale e politiche interne. L’attuazione dei piani operativi per la gestione degli Npl dovrebbe quindi poggiare su politiche e procedure adeguate, con una chiara attribuzione delle competenze e strutture di governance idonee (incluse procedure di escalation). Bce arriva a suggerire che le banche dovrebbero chiaramente definire e documentare i ruoli, le responsabilità e le linee gerarchiche per l’attuazione della strategia per gli Npl; il personale e i dirigenti coinvolti nelle attività di recupero degli Npl dovrebbero essere dotati di chiari obiettivi e incentivi a livello individuale (o di gruppo) tesi al raggiungimento degli obiettivi convenuti.
albertario In questi ultimi anni abbiamo assistito a una riduzione massiva dei volumi di raccolta bancaria dovuta alla perdita di clienti che si sono allontanati dalle banche, nel timore di essere travolti dalla crisi che ha segnato il destino di alcune di esse.
Nel contempo abbiamo assistito a una massiva riduzione del numero degli sportelli e a una riorganizzazione della tradizionale rete distributiva mediante la creazione degli sportelli c.d. leggeri, ossia caratterizzati dall’impiego di un limitato numero di dipendenti e con un elevato grado di informatizzazione. Il mondo bancario è quindi in forte evoluzione.

Le bad bank si sono dimostrate uno strumento che ha funzionato? E cos’è accaduto invece per quanto riguarda i non performing loans?
caputo La visione che si ha oggi è futuristica, ma vanno potenziate le strategie interne per meglio individuare le diverse specie di crediti in sofferenza e gli stati degli stessi, il tipo di debitore, il tipo di garanzie. Più si è specifici nell’individuazione, più si riesce facilmente ad immetterli sul mercato in maniera ottimale. Ci si augura un miglioramento interno per tutti gli addetti ai lavori, in modo da avere una visione più precisa dell’insieme che possa essere utile al mondo del business dal punto di vista complessivo.
zitiello Quello che manca è sia la possibilità di creare dei pacchetti che siano facilmente negoziabili e non richiedano sforzi sovraumani che un mercato tale da far funzionare questi pacchetti. Evidentemente, fino a che non ci sarà un mercato, sarà una vana speranza quella di vedere l’efficienza dei prezzi. Probabilmente è più facile che in questo momento a essere favoriti siano gli acquirenti e non i venditori: è questo punto che dovrebbe essere alla base del cambiamento. Bisogna anche considerare, non per fare dello storicismo, che siamo di fronte ad una “tempesta perfetta”: queste crisi sono avvenute non a caso perché si sono verificate delle condizioni di mercato molto complesse e sfavorevoli che, oggettivamente, hanno messo sotto stress il sistema. La riflessione da fare è che ci troviamo nella situazione in cui le banche sono chiamate a fare il massimo sforzo con il minimo delle risorse, e questo aspetto non può essere sottovalutato. È da considerare che la governance delle banche è stata sì irrobustita, ma gli effetti concreti sono ancora da vedere. Sono entrate in vigore, nel corso di un anno cinque normative, tutte importantissime: per affrontare tutti i temi e fare su essi strategia, ci vorrebbe più tempo. Ogni normativa è infatti una sfida che prevede la preparazione di una strategia tale da potersi adeguare al cambiamento e poterne usufruirne al meglio: invece questi cambiamenti nella maggior parte dei casi non vengo analizzati dal punto di vista strategico e, quando si va in banca a spiegare questo tipo di normative, troppa poca è la partecipazione dell’alto management, che vive la regolamentazione come un ulteriore costo da sopportare o, addirittura, come un male necessario. Noi stessi da tecnici del mercato abbiamo numerose difficoltà a seguire le numerose novità, per cui è comprensibile che chi non si occupi di questo tutti i giorni non riesca a avere una visione complessiva. Altro punto da non sottovalutare è quello del budget: noi professionisti subiamo, stando sul mercato, i tagli di budget che gli intermediari fanno per riuscire a chiudere i bilanci. Questi tagli di budget hanno come diretta conseguenza una minore consulenza e una minore capacità di essere supportati nelle scelte strategiche: si crea dunque un circolo vizioso che sembra mettere a rischio un sano processo di riforma.
bascelli Anche le criticità di natura giuridica sono note alla Bce, la quale nelle già menzionate “Linee guida” evidenzia come il quadro normativo, regolamentare e giudiziario a livello nazionale, europeo e internazionale, ivi inclusi i profili di trattamento fiscale, influenza la strategia per gli Npl delle banche e la loro capacità di conseguirne la riduzione. Impedimenti di tipo legale o giudiziario ad azioni esecutive sulle garanzie incidono, ad esempio, sulla possibilità di una banca di adire le vie legale nei confronti dei debitori o di riscuotere attività a saldo di un debito, con ripercussioni anche sui costi di tali azioni esecutive nelle stime degli accantonamenti per perdite sui crediti. A tale riguardo, in Italia si stanno susseguendo interventi di ammodernamento del sistema legale di grande importanza, con riforme dirette a rendere maggiormente efficiente la tutela del credito. Con il “decreto banche” del giugno 2016 (L. 119/2016) è stata, ad esempio, introdotta un’organica disciplina relativa alla prima compiuta forma di garanzia non possessoria su beni mobili non registrati, (esistenti o anche futuri), a garanzia di crediti (presenti o, pure con riferimento a questi, futuri) e, con essa, al relativo “registro dei pegni non possessori”, nonché all’ulteriore forma di garanzia acquisibile dal creditore nell’ambito del finanziamento alle imprese, costituita dal trasferimento del bene immobile sospensivamente condizionato all’inadempimento del debitore (patto marciano). Il menzionato upgrade dell’ordinamento italiano appare ancor più concreto accennando appena, in questa sede, alle ulteriori novità normative apportate sempre dalla l. 119/2016 alla legge fallimentare, introducendo in essa modalità anche telematiche per la costituzione del comitato dei creditori, per lo svolgimento dell’udienza di discussione per l’esame dello stato passivo e per lo svolgimento dell’adunanza dei creditori nell’ambito delle proposte concordatarie concorrenti. Ma anche alle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile, allo stesso codice di procedura civile e al codice civile, in tema di disciplina dell’espropriazione forzata e nell’ambito della tutela giurisdizionale dei diritti. Tali interventi consentiranno all’Italia di scalare diverse postazioni nella classifica mondiale degli ordinamenti che contemplano un efficace sistema di getting credit, il cui difficoltoso rimborso pesa in maniera così ingente sui bilanci bancari. Anche grazie a tali interventi di natura “endogena” nel sistema dei diritti patrimoniali e di credito, le banche italiane potranno trovare nuove modalità di consolidamento sul mercato internazionale.
maienza Della bad bank ci sarebbe grande bisogno. L’esperienza fatta in passato, quella del Banco di Napoli, è stata positiva e chi aveva investito ha avuto un ritorno superiore alle aspettative, a dimostrazione del fatto che nel momento in cui un credito può essere lavorato con attenzione e con dedizione se ne può tirar fuori un flusso di cassa sicuramente superiore a quello che è il flusso di cassa che si riesce ad attualizzare vendendo il credito. Il problema è che sono pochi gli operatori che investono in crediti non performing e questi operatori, per loro natura, si aspettano ritorni a doppie cifre. Ma vi è il grosso tema dei tempi di recupero: a causa del sistema giudiziari italiano i tempi sono molti dilatati e questo le banche lo pagano in termini di prezzi. Sicuramente la possibilità di creare un veicolo, un soggetto che sia in grado di acquistare il non performing a un prezzo ragionevole e non speculativo metterà fuori gioco molti fondi.
Uno degli orientamenti che il governo vuole portare avanti è dividere le banche in commerciali e finanziarie. Quali potrebbero essere gli effetti?
zitiello Questo è un vecchio tema che viene fuori periodicamente in coincidenza delle crisi, che risale addirittura alle conseguenze adottate in seguito alla Crisi del ’29, quando si cominciò a pensare che sarebbe stato opportuno effettuare una divisione tra banche commerciali e banche finanziarie. Questo tema è una spia del provincialismo italiano: si dovrebbe capire che esiste un principio di despecializzazione delle banche e che ben 25 anni fa si è condiviso a livello europeo un principio di polifunzionalità delle banche. La polifunzionalità porta con sé enormi problematiche di conflitti di interessi davvero difficili da gestire: quando il conflitto di interessi è immanente non è infatti possibile riuscire a risolverlo. Il dibattito è positivo quindi solo se riportato nella sede competente giusta e rischia invece in questo modo di diventare solo populista e non risolutivo. È necessaria la consapevolezza che qualsiasi provvedimento si voglia adottare in futuro deve fare i conti con il passato ed è fondamentale un periodo di assorbimento. Se si volesse parlare davvero del conflitto di interessi, della despecializzazione e della separazione funzionale, questo porterebbe con sé anche la suddivisione del mercato sotto il profilo delle proprietà. In ogni caso si può spingere verso la disintermediazione bancaria del credito, basti fare l’esempio dei mini bond, che potrebbero essere una soluzione interessante per un sistema di finanziamento alternativo delle imprese. C’è però bisogno di individuare dei sistemi più efficaci per incentivare forme di risparmio in questo senso, in maniera analoga a quello del risparmio fiscale che era stato accordato ai fondi immobiliari. Intervento comunque discutibile se si pensa che i fondi immobiliari finirono per arricchire chi era già ricco senza benefici per la collettività. Il problema maggiore del mercato finanziario è sicuramente quello del conflitto di interessi: per risolverlo sono necessarie scelte non solo molto forti, ma anche generali e astratte, che interessino tutto il mercato e abbiano quantomeno un respiro europeo.

Qual è quindi il vostro giudizio sugli ultimi due anni di legislazione? E quali sono le criticità maggiori da affrontare?
maienza Purtroppo spesso ogni nuovo provvedimento in qualche modo è incoerente con quello precedente e, soprattutto, è troppo spesso figlio di un modo di legiferare per mettere una toppa a un buco creato e non un rinforzo al tessuto prima che il buco si crei. Il mio giudizio non è quindi molto positivo, anche perché il legislatore è anche influenzato da tensioni politiche e corporative che non fanno bene al sistema. Le legislazioni non dovrebbero essere figlie del governo al potere in quel momento, ma sarebbe auspicabile un provvedimento super partes che si sganci dalle ideologie. Il legislatore europeo, che tanto noi soffriamo, è quindi a mio parere in questo momento l’unico che sta obbligando lo Stato Italiano ad adeguarsi a provvedimenti impopolari: i risultati di questi provvedimenti non possono infatti essere apprezzati subito, ma potranno esserlo soltanto tra dieci, quindici anni, quando cambierà la cultura del Paese. Il vero problema è atavico, e risiede nella convinzione tutta italiana che, da un momento all’altro, arriverà qualcuno a salvare la situazione. Finché si è in un Paese isolato e non in una comunità, questa convinzione non è un problema così grande, ma nell’Unione Europea bisognerebbe adeguarsi alla cultura degli altri per una convivenza quantomeno civile.
bascelli Sulla “rispecializzazione” delle banche io sono tiepido, guardando anche all’inarrestabile tendenza alla disintermediazione creditizia. Ritengo, piuttosto, che le banche non possano non affrontare una vera e propria rivoluzione culturale, alla quale fa riferimento la stessa Bce, partendo dall’esperienza internazionale che indica che un modello operativo adeguato per la gestione degli Npl il quale si basa su apposite unità dedicate al trattamento dei crediti deteriorati, distinte rispetto a quelle preposte all’erogazione dei prestiti, tenendo conto dell’intero “ciclo di vita” dei crediti deteriorati al fine di assicurare che le attività di recupero e gli accordi con i debitori siano calibrati per ciascun caso specifico. Le motivazioni fondamentali di tale separazione, come insegna la Bce, risiedono nell’eliminazione di potenziali conflitti di interesse e nel ricorso a competenze specializzate per gli Npl, a livello sia di personale sia di dirigenza.
albertario Da tempo le banche patiscono una rilevante riduzione dei propri ricavi, in ragione del fatto che l’attività core della banca risulta oggi molto meno remunerativa. Tale circostanza ha costretto gli istituti di credito a valutare l’offerta di nuovi servizi e prodotti alla propria clientela, non sempre di natura prettamente finanziaria. Inoltre sempre più evidente risulta il problema dell’esubero del personale, acutizzatosi a seguito di una profonda revisione della rete distributiva mediante la chiusura di sportelli, messa in atto dai principali istituti di credito italiani. È possibile quindi che il Legislatore valuti l’introduzione in futuro di provvedimenti che facilitino la riduzione del personale delle banche, contribuendo così ad accelerare un processo di evoluzione del sistema bancario oggi già in atto.
caputo Mi auguro che i provvedimenti che verranno presi nel futuro prossimo guardino al bene comune e non a quello di poche categorie di addetti ai lavori e, soprattutto, non abbiano come prospettiva un periodo di tempo limitato e immediato bensì puntino ad una ricostituzione lenta ma efficace.

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