Npl, arriva l’ordine dalla Ue: smaltimento a tappe forzate

L’Ue spinge per ridurre gli Npl a tappe forzate, fissando obiettivi molto ambiziosi, in particolare per le banche italiane. Questo vuol dire che molte procedono a cartolarizzare e rivendere ad attori specializzati i loro crediti in difficoltà. E se l’ammontare complessivo degli Npl europei viaggia intorno a 750 miliardi di euro, solo in Italia ce ne sono 266 da gestire. Lordi. Di questo enorme stock di sofferenze, pari al 13% del Pil italiano, 118 miliardi sono ancora iscritti nei bilanci delle banche, mentre dal 2015 a fine 2018 sono 155 i miliardi già stati ceduti a fondi, servicer, banche specializzate grazie soprattutto a operazioni di cessioni massive o a partnership strategiche.

Sette, infine, i miliardi che si stimano in parte recuperati e in parte “cancellati” in quanto non più esigibili (write-off on recovery) sui portafogli transati. Ed è il caso di ricordare che le esposizioni bancarie non performing, il cui totale è definito Npe, si articolano in: Npl (o bad loans) che costituiscono lo stato più grave del credito in sofferenza; Utp (unlikely to pay), situazioni di sofferenza con creditore ancora in bonis; e Past Due (ossia scaduto). Sta di fatto che si è venuta a creare una vera e propria industria della trasformazione del credito deteriorato. Secondo Roberto Russo, ad di Assiteca Sim, tutto questo «ha favorito l’evoluzione di un mercato secondario più trasparente e con un numero crescente di player interessati a questo tipo di business». Per Francesco Lombardo, partner dello studio legale Freshfields, «a oggi sicuramente è già stato fatto molto. E di certo è interessante capire in quale direzione la questione stia andando: se gli operatori preferiranno spostare questo grande ammontare di debiti dalle banche verso un mercato privato (veicoli di cartolarizzazione, ndr) o se invece saranno preferibili strutture di joint venture dove chi cede reinveste insieme a fondi stranieri specializzati nel mercato degli Npl. Non dimentichiamo che le operazioni di joint venture nel mondo del credito deteriorato hanno interessato i progetti più importanti, con un valore tra i 2 e i 10 miliardi di euro». Intanto si stimano transazioni per 50 miliardi lordi entro fine 2019, in flessione rispetto ai 66 miliardi lordi transati nel 2018. Sul totale, circa il 39% potrebbe essere scambiato sul mercato secondario con un balzo a due cifre rispetto l’anno appena trascorso, quando la percentuale delle transazioni sul mercato secondario si era fermata al 2%. Circa il 18% dei crediti deteriorati potrebbe essere coperto dalle garanzie statali su Npl (Gacs).

Incentivo Gacs
La Gacs ha rappresentato uno dei principali fattori di incentivazione alla riduzione degli stock di crediti non-performing a partire dal 2016, quando le banche italiane hanno dovuto intraprendere massicce cessioni di crediti Npl. Operazioni spesso del valore di diversi miliardi di euro, aventi l’obiettivo di ridurre gli stock che gravavano sui bilanci. Sono state strutturate operazioni e procedure di cessione caratterizzate da un numero enorme di esposizioni deteriorate e portafogli altamente eterogenei, in grado di poter incontrare la domanda di un circoscritto numero di soggetti, tipicamente investitori internazionali con elevatissime potenzialità economiche e obiettivi prevalentemente speculativi». «Le Gacs hanno di fatto trasformato il mercato italiano dei crediti deteriorati, dando supporto alle banche italiane nell’implementazione dei loro piani di pulizia dei bilanci per circa 50 miliardi di sofferenze lorde, un buon 44% sul mercato primario», ha aggiunto Lombardo. E dal 2016 a oggi ci sono state 18 transazioni dovute alla Gacs. Il valore delle senior tranche del mercato totale è stato di circa 12 miliardi di euro. Ma come stanno procedendo i rendimenti delle Gacs emesse dalle diverse banche? Non tutte le Gacs stanno sovraperformando, anzi alcune sono sotto la media. In ogni caso 8 su 16 emissioni sono sopra gli obiettivi previsti. «Il rinnovo fino al maggio 2021 del periodo di concessione della garanzia statale conferma l’importanza di questo strumento per le banche italiane che lo ritengono più vantaggioso rispetto ad altre modalità di dismissione delle sofferenze anche a dispetto delle recenti modifiche che hanno reso più oneroso il ricorso a questo tipo di protezione. Certo, non mancano le criticità», spiegano Catia Tomasetti e Antonio La Porta, partner di BonelliErede. E aggiungono: «le tempistiche medie per la strutturazione e realizzazione di cartolarizzazioni con Gacs sono significativamente più lunghe rispetto, ad esempio, alla cessione in blocco ad investitori specializzati e tale circostanza ha determinato una selezione tra le realtà bancarie più grandi e strutturate e quelle più piccole che non sono ancora nelle condizioni di poterlo utilizzare. I volumi significativi delle sofferenze cartolarizzate in una singola operazione garantita da Gacs richiede uno sforzo maggiore ai servicer con conseguente pressione sulle strutture coinvolte che, al contempo, sono già chiamate a rendere più efficienti i processi di recupero in un contesto normativo a volte non sempre adeguato alle esigenze degli operatori del settore».

Un po’ di numeri
E vediamo i dati complessivi. Tra il 2015 e il 2018 si è passati da 340 miliardi di Npe (non-performing exposures) a 180 e da 199 a 97 miliardi di Npl. «Accogliamo con favore la direttiva relativa ai gestori di crediti, agli acquirenti di crediti e al recupero delle garanzie reali che consentirebbe alle banche di affrontare in modo più efficiente il problema dei Npl migliorando le condizioni per vendere il credito a terzi e dando impulso allo sviluppo del secondary market che potrebbe contribuire in modo sostanziale all’ulteriore riduzione degli attuali stock di crediti deteriorati», dichiara Luigi Loggia, responsabile business development di Link Asset Services. Dunque, in sostanza, sono in molti interessati ad acquistare pacchetti di crediti deteriorati a prezzi interessanti, cercando di guadagnare sulla propria capacità di recupero sulle rispettive posizioni. «Allo stato attuale le banche europee, in ottemperanza a quanto previsto dalle Autorità di Vigilanza, sono costrette a svalutare totalmente un credito senza garanzie entro tre anni e un credito garantito da asset entro sette, rendendo quindi indispensabile il processo di riduzione degli stessi in quanto risulterebbero altrimenti insostenibili per i bilanci bancari. Questa tendenza dovrebbe proseguire nei prossimi anni, dato che il processo di aggiustamento delle coperture di alcune categorie di crediti deteriorati è tuttora molto lento», spiega Russo.

I nodi da sciogliere
Spiegano Catia Tomasetti e Antonio La Porta, partner di BonelliErede, «anche se molto è stato fatto in termini di accantonamenti grazie all’ottimo lavoro di Banca di Italia, spesso c’è ancora un gap tra il valore al quale le sofferenze sono registrate nei bilanci delle banche e il prezzo che gli acquirenti attivi in questo mercato sono disposti a offrire. È altrettanto indubbio che la cessione di questo tipo di attivi dalle banche ai soggetti che hanno investito in questo mercato ha spesso determinato un trasferimento di valore ai cessionari con oneri significativi che sono rimasti a carico dei cedenti. Ma il miglioramento della quantità e della qualità delle informazioni a disposizione degli operatori e l’evoluzione delle modalità di gestione e di recupero del credito stiano consentendo un progressivo avvicinamento tra domanda e offerta. Certo, c’è ancora molto da fare». Continuano: «oggi, ad esempio, l’attività di servicing non è ancora assoggettata a una regolamentazione specifica e armonizzata a livello europeo. A causa di tale circostanza, gli operatori specializzati che intendono consolidare la propria presenza in questo mercato, da un lato, non possono ancora fare affidamento su un quadro normativo chiaro e preciso e, dall’altro, non hanno la possibilità di svolgere la propria attività su base cross-border, con ricadute negative sulla concorrenza e sull’efficienza del mercato di riferimento. Pertanto è auspicabile che la normativa si armonizzi al più presto nella zona euro».

Il problema bancario in Italia
A seguito della crisi finanziaria globale e della successiva recessione abbiamo assistito all’emersione di livelli di Npl sempre più alti nei bilanci delle banche europee. «Tale circostanza ha avuto conseguenze estremamente negative per le banche italiane sotto forma di indebolimento patrimoniale, compressione degli utili e minore capacità di raccogliere nuove risorse sul mercato. L’ampia diffusione del fenomeno, inoltre, ha pregiudicato la capacità del sistema bancario italiano di erogare il credito alle famiglie e alle realtà produttive del nostro Paese. Abbiamo anche notato nelle piccole/medie banche una forte ritrosia alla dismissione degli Npl ma, per usare un esempio calzante per una banca, non dismettere gli Npl è come per un corridore cercare di correre con uno zaino pieno di pietre. Alla fine si ferma e non fa più il mestiere della banca, con gli ovvi impatti sull’economia. Tuttavia, nonostante questa ritrosia e questa necessaria evoluzione culturale, negli ultimi tre anni il volume lordo di Npl nel mercato italiano si è costantemente ridotto. Le novità regolamentari hanno però accelerato l’emersione di ulteriori posizioni problematiche nei bilanci degli enti creditizi, prime tra tutti i c.d. unlikely to pay. Tale circostanza sta imponendo alle banche, da un lato, di ripensare radicalmente i propri processi interni per rendere più efficiente la gestione di questo tipo di attivi e, dall’altro, di valutare e avviare ulteriori operazioni di de-risking mediante la dismissione di portafogli di importo anche significativo», spiegano Tomasetti e La Porta.

Uno sguardo all’economia reale
Potrebbe tutto questo avere un impatto virtuoso sull’economia reale e, di fatto, sulle pmi? Secondo gli avvocati di BonelliErede «ci si aspettava che l’azione intrapresa dalle banche volta a ridurre gli Npl all’interno dei propri bilanci in modo sistematico e sostenibile potesse apportare benefici all’economia reale. La dismissione di stock significativi di posizioni deteriorate, infatti, avrebbe dovuto alleggerire la pressione sulle banche e, di conseguenza, liberare risorse da utilizzare per fornire i mezzi finanziari necessari a sostenere il nostro sistema produttivo in maniera più incisiva. Purtroppo le cose stanno andando diversamente. La ripresa economica è stata fino a ora modesta. Lo smaltimento di Npl, inoltre, continua a essere ostacolato dalla mancanza di strumenti giuridici adeguati e dalla lentezza delle procedure di recupero. Le banche, infine, sono diventate sempre più selettive nella valutazione del merito creditizio dei potenziali debitori, anche alla luce delle recenti pressioni regolamentari. Ci sono però elementi che ci fanno sperare in un miglioramento della capacità delle banche di erogare credito a imprese e famiglie. Prima di tutto, la salute generale del sistema bancario italiano appare nettamente migliore rispetto a qualche anno fa. La nuova serie di aste T-Ltro annunciate dalla Bce e che saranno condotte a partire da settembre 2019 fino al marzo 2021 dovrebbero, inoltre, consentire alle banche di continuare ad avvalersi di condizioni di funding favorevoli anche in un contesto macroeconomico europeo estremamente sfidante».

L’auspicio
Andrea Baranes, presidente della Fondazione Finanza Etica dice: «questo della (s)vendita degli Npl è un tipico esempio di come le stesse normative spingano la finanza a essere sempre più staccata dalla realtà, arrivando a danneggiare l’economia di cui dovrebbe essere al servizio, e di un sistema di regole cucito su misura per i grandi gruppi bancari europei e lontanissimo dal modello italiano di Bcc e popolari presenti capillarmente sul territorio. Noi lavoriamo con tassi di sofferenza sui crediti nettamente inferiori alla media del sistema bancario. Anche per questo chiediamo che non si continui con un impianto normativo che spinge verso la “taglia unica” delle banche. Auspichiamo che anche su scala europea si considerino le specificità e la stessa esistenza di diversi modelli e sistemi bancari. Una sorta di “biodiversità bancaria” che andrebbe tutelata e incentivata, anche perché banche diverse rispondono a diverse esigenze della società e del mondo produttivo. Oggi questo non avviene».

 

di Francesca Vercesi

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