general counsel

Rinnovabili, il Covid non frena la crescita

La pandemia ha rallentato la crescita energetica ma non le rinnovabili, che nel 2020 hanno rappresentato quasi il 90% dell’aumento della capacità totale di potenza a livello globale

La partita delle banche nell’era post Covid

Elisabetta Pagnini, group general counsel di Intesa Sanpaolo, fa il punto sugli impatti dell’emergenza sanitaria sul sistema bancario

Payback al lavoro per una maggiore flessibilità

Digitalizzazione dell’offerta e customer engagement: questi i punti strategici sui quali il team legale supporterà il business con forme contrattuali agili, per rispondere alla rapidità
di conclusione dei rapporti commerciali. Ne parla Federica Curcuruto, direttore ufficio legale

 

Il periodo di lockdown ha dato impulso al settore degli acquisti online, spingendo molte società a investire nella digitalizzazione. Payback, azienda leader nell’offerta di servizi loyalty multi-partner, marketing e Crm, ha accelerato questo processo, sia con l’obiettivo di avvicinarsi quanto più possibile alle “nuove” esigenze dei clienti e dei partner commerciali, sia per facilitare forme contrattuali più flessibili. A spiegarlo a Le Fonti Legal è Federica Curcuruto, direttore ufficio legale di Payback Italia, che si è soffermata anche sulla gestione del lavoro e sul ruolo dell’ufficio legale durante la pandemia.

Come ha impattato l’emergenza sanitaria nell’offerta dei vostri servizi?
I nostri servizi sono rivolti ad operatori attivi in settori merceologici tra loro diversi e quindi l’impatto derivante dall’emergenza sanitaria, e di conseguenza la necessaria ricalibratura della nostra offerta, ha avuto portate differenti. L’ufficio legale ha supportato l’azienda nel valutare in primis l’entità delle restrizioni poste a contenimento della diffusione del Covid-19 nelle industry di riferimento che includevano servizi essenziali e non. Questa analisi è stata fondamentale per adattare la prestazione dei nostri servizi alla reale situazione del singolo partner. L’incremento degli acquisti online durante il periodo di lockdown ha accelerato il processo di digitalizzazione dell’offerta, quest’ultimo già parte integrante e fondamentale della nostra strategia di sviluppo. È stato infine studiato e implementato un piano di engagement digitale ad hoc che tenesse conto delle esigenze dei nostri partner commerciali da un lato e degli iscritti al programma fedeltà dall’altro.

Come è cambiata l’attività dell’ufficio legale e quali complessità si è trovata ad affrontare?
In qualità di ufficio legale e grazie al nostro dna, che da sempre ha un’attitudine a rispondere rapidamente alle novità legislative e ai trend di mercato, abbiamo gestito in modo repentino l’emergenza, attivandoci immediatamente per allinearci alle nuove misure. Il nostro ruolo richiede una forte specializzazione nelle aree vicine alla fidelizzazione, quali la normativa sulle manifestazioni a premio e il codice del consumo, con un’attenzione sempre al mercato per anticipare trend normativi e individuare soluzioni creative che possano essere di supporto al nostro business, un approccio che in una situazione come questa si è rivelato ancora più efficace e utile. Da quando hanno iniziato a susseguirsi i vari decreti ministeriali volti al contrasto della diffusione del Covid-19, l’ufficio legale si è focalizzato sulla lettura delle implicazioni derivanti dai vari provvedimenti, valutandone gli impatti sulla nostra azienda e sui settori nei quali sono attivi i nostri partner. Questo sia per adattare al meglio l’offerta dei nostri servizi alle nuove esigenze e sia per supportare in modo ottimale tutti i partner non rientranti nel novero dei servizi essenziali e che hanno per questo subito restrizioni importanti alle proprie attività.

In che modo avete gestito il lavoro a distanza e l’esigenza di una maggiore digitalizzazione?
Payback Italia ha da anni intrapreso un percorso di graduale sviluppo dello smart working che ha reso l’azienda particolarmente flessibile e pronta a gestire in tempi estremamente rapidi l’emergenza creata dalle misure per contrastare la diffusione del Covid-19. Partendo da una base di dotazioni tecnologiche in grado di supportare il passaggio immediato ad una modalità lavorativa interamente da remoto, abbiamo messo a fattor comune l’esperienza maturata in precedenza per creare un ambiente disteso e collaborativo che ha consentito ad ogni membro del team di gestire senza particolari problematiche la nuova quotidianità. Visto l’innegabile impatto sulle vite personali e non solo professionali del team, l’organizzazione lavorativa dell’ufficio legale è stata contraddistinta da grande flessibilità su orari e suddivisione del lavoro tra i membri del gruppo, per consentire ad ogni avvocato di gestire il periodo di smart working mantendendo gli alti livelli di performance del team e senza trascurare l’attenzione al benessere fisico e mentale di ognuno. Particolare cura è stata dedicata a momenti di aggregazione virtuale volti a consentire il mantenimento delle relazioni tra colleghi e l’engagement di team, creando ad esempio spazi di condivisione slegati dal mero ambito lavorativo.

Come state affrontando la ripartenza e su cosa lavorerete nei mesi a venire?
È difficile ipotizzare gli impatti a lungo termine derivanti da questo periodo eccezionale. È altamente probabile che alcune consuetudini acquisite in questo periodo si consolidino nel tempo, quali ad esempio la gestione di tematiche anche distanti dal nostro core-business nonché la valutazione di impatto sulla base della realtà operativa dei nostri partner. Abbiamo già avviato approfondimenti su tematiche in passato meno rilevanti, come la gestione di clausole di “flessibilità” economica piuttosto che discussioni sulla portata e applicabilità di istituti civilistici quali l’impossibilità totale o parziale della prestazione ex artt.1463 e 1464 c.c. e l’eccessiva onerosità sopravvenuta ex artt. 1467 o 1664 c.c., che nel periodo antecedente l’emergenza sanitaria venivano relegate al ruolo di previsioni standard, non necessitanti di espressa negoziazione. La digitalizzazione dell’offerta e il customer engagement ad essa collegata rappresentano punti strategici sui quali l’ufficio legale dovrà essere in grado di supportare il business con forme contrattuali sempre più agili e flessibili per venire incontro alla crescente rapidità di instaurazione e conclusione dei rapporti commerciali. Altro aspetto interessante su cui abbiamo e continueremo ad avere focus specifico è la sinergia con gli uffici legali degli altri mercati con presenza Payback, questo sia per consentire al business di avere una visione complessiva dei temi legati a problematiche globali come l’attuale emergenza sanitaria, ma anche per esplorare soluzioni legali innovative e al contempo uniformi tra vari paesi.

Quali scenari si apriranno nei prossimi mesi per i legali di azienda?
La capacità di individuare con celerità le problematiche legali presentate da situazioni in continua evoluzione e l’abilità nel proporre soluzioni che riescano a venire incontro alle esigenze commerciali sono elementi distintivi di un giurista d’impresa. La pandemia che ha caratterizzato questo 2020 ha confermato quanto un team legale debba lavorare necessariamente accanto all’area commerciale, supportando lo sviluppo della strategia aziendale in risposta a contesti e scenari imprevedibili. Curiosità per le dinamiche commerciali, apertura mentale e concretezza nel proporre soluzioni legali sono caratteristiche su cui noi giuristi d’impresa saremo chiamati ad eccellere in un contesto che vedrà una continua evoluzione da qui ai prossimi mesi e forse anni.

Semplificazione, una sfida che non può più essere rimandata

Chiarezza normativa e semplificazione. Sono i capisaldi da cui ripartire per immaginare una ripresa che somiglia molto alla scalata di una montagna.

Ne sono consapevoli tutti gli attori del sistema economico italiano: imprenditori, uomini della finanza, professionisti, avvocati d’affari. Lo è meno la politica. Se è vero che tutti i provvedimenti emergenziali hanno presentato evidenti criticità di applicazione. Da ultimo, il decreto Agosto che ha prorogato gli ammortizzatori sociali Covid e il divieto di licenziamento per chi ne usufruisce fino al 31 dicembre 2020. Una proroga scritta male, però. Come denunciato dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro in uno dei suoi ultimi approfondimenti, dove sono state analizzate criticità interpretative e difficoltà applicative: senza voler entrare nei dettagli dei tecnicismi, dalla formulazione della norma (art. 3 del decreto Agosto) emergerebbe la “definitività” del divieto di licenziamento per il datore di lavoro che opta per l’esonero contributivo, anziché il vincolo alla durata delle misure straordinarie previsto al contrario dall’art. 14. Un pasticcio, insomma.

Per non parlare dell’eccessivo ricorso ai decreti attuativi: per il decreto Agosto se ne contano 70, per il decreto Rilancio ne mancano all’appello ben 100 sui 137 previsti. Direzione opposta rispetto alla chiarezza e snellimento richiesti invece da più parti. Da ultimo, dal mondo legale all’unisono: avvocati d’affari, giuslavoristi, penalisti, general counsel, chiamati in causa da Le Fonti Legal per fare il punto sull’impatto dell’emergenza sanitaria sul mercato legale e sulle prospettive per la ripartenza, dove settembre sarà un mese decisivo. Chiaramente, a decollare nel corso dell’emergenza sanitaria sono stati i settori cosiddetti anticiclici: contenzioso, restructuring, lavoro. Mentre m&a, real estate, trasporti, infrastrutture hanno pagato maggiore dazio.

La ricetta per dare nuova linfa all’economia, secondo i professionisti sentiti da Le Fonti Legal, non può non passare dall’iniezione di liquidità, dallo snellimento della macchina burocratica e dalla chiarezza normativa. In un contesto dove per le imprese diventa sempre più cruciale il ruolo del consulente, per ridefinire obiettivi e strategie aziendali sulla base della cosiddetta “nuova normalità”, che tradotto significa nuovi rischi e modalità e organizzazione del lavoro. In più, la scarsa chiarezza e l’iper produzione normativa di questi ultimi mesi hanno reso sempre più centrale il legame e il coordinamento tra il legale inhouse e lo studio esterno all’impresa.

Riuscire a interpretare i rischi del business in questo momento è infatti di cruciale importanza per l’azienda. Un compito in più, a gravare sulle spalle dei professionisti, che se fossero ascoltati dal legislatore, cosa mai avvenuta in questi ultimi sei mesi, potrebbero dare un contributo importante sulla via della semplificazione. Una sfida che non può più essere rimandata.

Ripartenza: tra giustizia e burocrazia

Dal rinnovato rapporto tra general counsel e legale esterno, alle criticità e le opportunità legate all’emergenza Covid, fino alla ricetta per superare la crisi e ai “nuovi rischi” per le imprese.

Sono solo alcuni dei temi affrontati da Giuseppe Fornari, avvocato penalista e fondatore dello studio legale Fornari e Associati, e Stefano Speroni, direttore Affari Legali di Eni, che Le Fonti Legal ha messo “faccia a faccia” in un’intervista doppia con focus sulla “ripartenza”. E l’allarme lanciato dai due professionisti è univoco: far ripartire il sistema giustizia per non ingolfare ulteriormente il contenzioso e non ostacolare gli investimenti dall’estero. Perché da questi drammatici mesi bisogna anche saper cogliere gli effetti positivi: il rafforzamento dei legami più virtuosi e la capacità delle imprese di saper cambiare.

Leggiamone un estratto. La versione integrale è pubblicata su Le Fonti Legal in edicola.

Partiamo dall’approccio alla situazione emergenziale: come cambia la figura del general counsel all’interno della realtà aziendale?

Stefano Speroni. Il ruolo del general counsel, specialmente negli ultimi anni, si è caratterizzato per la capacità, crescente, di affiancare i vertici aziendali nel dare supporto alle scelte di business, attraverso l’utilizzo delle competenze giuridiche trasversali insieme con un’approfondita conoscenza della realtà aziendale e del mercato in cui si opera. È il management delle società a richiedere che i general counsel siano più coinvolti nelle decisioni e nella leadership aziendale, assicurando una coerenza tra le attività strategiche, operative e la congruità con la normativa di riferimento: un modo per prevenire rischi futuri attraverso una presenza “anticipata” a fianco delle decisioni.

L’obiettivo è quello di fornire un supporto decisivo alle attività di business, spiegando anche agli stakeholders, interni ed esterni, le ragioni che suggeriscono l’adozione di alcune metodologie e strumenti (negoziali, contrattuali e di comportamento operativo) piuttosto che altri, anche in ragione delle differenze esistenti fra i vari ordinamenti, con i quali le società multinazionali sono chiamate a confrontarsi. L’esercizio di questa funzione consente di aumentare la trasparenza informativa e migliorare le performance aziendali limitando rischi futuri. Dunque, l’obiettivo resta lo stesso, è il quadro economico ad essere mutato e all’interno di questo occorrerà orientarsi, prevedendone, ove possibile, l’evoluzione, con serietà e senso di responsabilità.

L’emergenza sembra ormai alle spalle. In quale modo la crisi ha cambiato il ruolo del professionista esterno, in particolare dell’avvocato penalista?

Giuseppe Fornari L’emergenza ha avuto un impatto dirompente sulle vite di ciascuno di noi, dal punto di vista personale e professionale, ed è destinata a lasciare segni indelebili del suo passaggio.

L’avvocato penalista, come ogni altro professionista, sarà chiamato a fare i conti con un contesto nuovo, del quale abbiamo potuto osservare, sperimentando, solo alcune anticipazioni.

Penso al tema relativo all’utilizzo degli strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività professionale e al tema, tanto cruciale quanto complesso, del necessario bilanciamento dello sviluppo economico e industriale con le esigenze di tutela dell’ambiente e della salute, nonché con il diritto al lavoro e all’occupazione, che torna a imporsi prepotentemente.

Parimenti, la crisi economica provocherà un incremento dei reati o, comunque, del rischio di commissione degli stessi, al quale occorrerà prepararsi al meglio, sia in ottica preventiva che in prospettiva patologica.

Nelle difficoltà inattese, così come nelle nuove sfide, la competenza e la professionalità assumono un valore decisivo.

Quali valori e parole chiave per superare questa crisi?

Speroni. La crisi ha “aperto” ancora di più la possibilità delle funzioni di supporto (come quella legale) di far comprendere all’interno ed all’esterno dell’azienda il valore del rispetto intelligente delle “regole” (sia in un senso tecnico sia in senso più ampio) e la possibilità di dare anche un contributo diretto alle scelte aziendali. Contributo di “tutela” attraverso la trasparenza, l’impegno continuo e il lavoro (anche a distanza). Vorrei però anche dare uno spunto che riguarda l’attività della mia azienda: questa crisi ha reso evidente l’importanza di saper “cambiare”, di adattarsi a nuove sfide e di “anticiparle” come il nostro settore di attività ha reso evidente. Il ruolo dell’avvocato in società è anche quello di anticipare le esigenze che i cambiamenti e le innovazioni strategiche richiedono. Penso che Eni abbia dimostrato la capacità di anticipare le trasformazioni e le decisioni di business che questa crisi ha reso indispensabili ed evidenti, una capacità strategica e di visione che arriva da lontano ed a cui la funzione legale ha contribuito e contribuisce quotidianamente per la propria parte.

Fornari. Serietà, senso di responsabilità e coraggio.

Si tratta di requisiti e regole di condotta ordinari, che dovrebbero informare il comportamento dei professionisti in ogni tempo ma che assumono una rilevanza straordinaria nei momenti di crisi, che rappresentano una sorta di epifania, un momento di rivelazione, autentica, di ciò che si è.

Del resto, comportamenti che non tengano conto della straordinarietà del momento, sono destinati a rivelarsi controproducenti nel medio-lungo periodo.

Mi auguro che si possa uscire da questa fase con queste, ritrovate, consapevolezze.

Come inquadra il rapporto tra general counsel e legali esterni e in che modo potrebbe cambiare per via della crisi?

Speroni. Un rapporto di stima, fiducia e di rapporti fondato sulla consapevolezza che vi sono alcuni settori che non rappresentano la quotidianità dell’attività dell’azienda e, rispetto ai quali, è opportuno e necessario rivolgersi a professionisti esterni, specializzati in quei settori. In questo rapporto è fondamentale il confronto con l’ufficio legale interno, in grado di fornire una conoscenza dei processi decisionali e operativi della società, rilevanti nel caso di specie. L’integrazione fra conoscenze interne ed esterne consente di raggiungere livelli qualitativi più alti di quelli che si potrebbero conseguire, evidentemente, senza la condivisione di informazioni e competenze diverse.

Ai legali esterni chiediamo di aiutarci a spiegare come la nostra società agisce ed a costruire la “correttezza” complessiva della nostra attività e a rappresentarla in modo “pro attivo” e non “difensivo”.

Fornari. Da una parte, sono convinto che la crisi contribuirà a saldare i legami più virtuosi, ossia quelli in cui il valore aggiunto del professionista esterno si rivela particolarmente utile non solo nella soluzione del problema (già manifestatosi) ma anche nella capacità di incidere positivamente nella gestione delle dinamiche fisiologiche della vita aziendale. L’esperienza che la gestione della crisi porterà con sé potrà essere capitalizzata dal professionista esterno che avrà la possibilità di mettere al servizio delle società il know-how acquisito, grazie all’esperienza vissuta in altre realtà, non solo per i grandi temi ma anche per il day-by-day.

Dall’altra, l’impatto economico potrà determinare un ripensamento dei rapporti economici che legano società e professionisti. Una sfida che non deve tradursi in una mera richiesta di more for less (pagare di meno e ricevere più servizi), ma che impone – da parte dei professionisti – la capacità di organizzarsi e organizzare il lavoro in modo efficiente: da ciò non potrà che derivare un servizio di maggiore qualità.

La grande sfida sarà quella di riuscire a generare innovazioni durature, attraverso una migliore e più aggiornata preparazione e organizzazione, che consentano di innalzare la qualità dei servizi in maniera permanente, anche in vista di altre emergenze.

Come pensa che il sistema Italia possa uscire dalla crisi? C’è una ricetta?

Speroni. Lavorando. Lavorando su ogni fronte, non solo produttivo ma anche di stimolo a identificare i problemi e le migliori soluzioni per riportare al centro dei propri obiettivi un complessivo contemperamento degli interessi di tutti gli stakeholders. E l’avvocato interno deve anche “proporre” e “proporsi” nell’aiutare la propria società in questa prospettiva.

Fornari. Molto dipenderà dall’impatto concreto che avranno le misure messe in campo dal Governo e dalla tempestività con cui le somme messe a disposizione dall’Unione Europea produrranno effetti concreti nel nostro Paese. Quel lasso temporale sarà, a mio giudizio, decisivo.

Siamo già in ritardo, e ogni giorno in più rischia di compromettere uno scenario già preoccupante.

Come già detto, questo è il tempo del coraggio: è necessario cogliere l’occasione offerta, nostro malgrado, dalla crisi per realizzare riforme strutturali, che ci consentano di affrontare al meglio il presente ma, soprattutto, di costruire un nuovo futuro.

In questo scenario, il mondo della giustizia riveste un ruolo centrale: possiamo immaginare anche qui riforme profonde, grazie alle risorse straordinarie di cui disporrà il Paese nei prossimi mesi.

Quali le criticità rispetto alla “ripartenza” per il settore energy? Quali invece le opportunità?

Speroni. Criticità moltissime ma altrettante opportunità. Le criticità legate all’impatto sulle attività operative globali che la crisi ha generato: rapporti con gli Stati ospitanti, contrattisti e partner operativi in tutto il mondo e con situazioni non omogenee. La richiesta di energia riprenderà a crescere (come ovvio) ma l’istanza a servire tale ripresa in modo diverso è fortissima e costituisce un’opportunità. Che Eni ha colto e che la funzione legale supporta quotidianamente anche nell’individuazione di normative ed esigenze di regolamentazione per le nuove attività di un’economia “circolare” e più “green” che richiede contesti definiti e normati in modo chiaro e semplice per consentire la creazione di modelli di attività redditizia e rispettosi dell’ambiente. Una equazione non semplice da risolvere ma assolutamente ancor più alla portata di mano se fosse possibile una “semplificazione” dei contesti normativi applicabili. Chiaramente alle certezze normative, alla semplificazione si deve unire uno sforzo primario alla velocizzazione ed efficienza del sistema giudiziario, pesantissimamente impattato dalla crisi in atto. La fase di emergenza è anche “giudiziaria”: un sistema che rimane semplicemente “bloccato” finisce per avere ripercussioni che bloccano le aziende e levano certezze nell’intraprendere investimenti o decisioni. Il tema, purtroppo, pare essere stato dimenticato.

Quali le criticità rispetto alla cosiddetta “ripartenza” per il sistema penale?

Fornari. Sinceramente, si fa fatica a comprendere come mai il settore della giustizia sia stato fra i più penalizzati nella gestione dell’emergenza, come se non fosse essenziale per il Paese.

Dalla tutela dei diritti si riconosce la qualità di un sistema democratico, una sospensione così prolungata dell’attività processuale rischia di provocare danni e sfiducia nel sistema. Ed ancora, la crescente disaffezione, per non dire sfiducia, nella giustizia penale rischia di incrinare la coesione sociale.

Una giustizia particolarmente lenta è ingiusta per definizione.

Ultima nelle riaperture, con la giustizia, forse c’è solo la scuola. Il messaggio che si trasferisce ai cittadini non è edificante, laddove si consideri che questi due sono settori in cui lo Stato non può certamente delegare l’amministrazione e la gestione al settore privato. La crisi deve essere anche un’occasione per migliorare, altrimenti è solo tragedia.

Quali problematiche può comportare lo stop dell’attività giudiziaria? Come vede i processi da remoto?

Speroni. Ovviamente i riflessi sulle società sono molteplici, dalle ripercussioni sulle opportunità di investimento rallentate dai contenziosi, al prolungarsi del turbamento della serenità personale e familiare di chi è coinvolto in un contenzioso di qualsivoglia natura: sulle aziende le ripercussioni portano a “blocchi” decisionali ed incertezze che si prolungano per anni con effetti negativi che spesso non vengono percepiti. Un Paese che, oltre ad avere una legislazione complessa, non riesce a garantire la definizione dei processi in tempi celeri, rischia di risultare poco attrattivo, soprattutto per i players internazionali, oltre che a rendere difficili e complesse le decisioni operative e di investimento. Questa è certamente una patologia nota, oramai “storica” del nostro Paese, ma che rischia, in questa fase, di acuirsi ancor di più.

Fornari. Da avvocato penalista sento di dover difendere il processo penale di stampo accusatorio, basato sull’oralità e sull’immediatezza, che come tale non può svolgersi da remoto.

Vi sono, infatti, interessi e diritti in gioco che devono essere prioritari nell’individuazione dello strumento con cui celebrare il processo. Questo, ovviamente, non significa essere contrari alla tecnologia o all’innovazione.

Le udienze c.d. di smistamento o le udienze camerali, ad esempio, potrebbero anche svolgersi da remoto (avendo cura, per queste ultime, del caso concreto). Così come sarebbe importante introdurre modalità di deposito telematico degli atti e di consultazione dei fascicoli.

Si dovrebbe digitalizzare l’intera fase procedimentale (quella delle indagini, per intenderci), dove si produce più carta e si registrano i ritardi più significativi. Ecco, questa sarebbe un’innovazione vera e utile. Come dicevo: la crisi dev’essere un’occasione per migliorare, non per arretrare.

Quali i “nuovi rischi” nel settore dell’energia?

Speroni. Nel settore dell’energia vediamo rischi sulla ridefinizione degli impegni esistenti, con un rilevante impatto sulla “tenuta” dei piani basati su previsioni e impegni a lungo termine, che rischiano di essere eccessivamente onerosi rispetto alle condizioni iniziali di valutazione. Anche i rapporti con gli Stati concessionari presenteranno dei momenti di verifica e tensione tra la necessità degli Stati produttori “meno ricchi” di confermare sviluppi ed investimenti e la necessità delle aziende di sostenere l’economicità dei progetti rispetto ai valori di mercato e le previsioni dei consumi. Ciò che l’opinione pubblica non percepisce è che la crisi del settore energetico “tradizionale” colpisce sì la profittabilità delle società multinazionali (che sono impegnate come l’Eni in una transizione energetica decisa e definitiva ma sostenibile anche economicamente) ma sta colpendo in modo ben più grave le economie di quegli Stati che sono dipendenti dall’estrazione delle fonti tradizionali e che necessitano degli investimenti legati alle attività estrattive e non hanno ancora strutture economiche consolidate. Dovendo accelerare la transizione energetica è indispensabile che le normative di riferimento assistano assistano (e non complichino burocraticamente) il rapido cambiamento necessario.

Quali i “nuovi rischi” nell’ambito del diritto penale?

Fornari. Innanzitutto, in questo periodo, ogni datore di lavoro deve predisporre tutte le misure idonee a prevenire il contagio da Covid-19. A fronte delle crescenti preoccupazioni del mondo delle imprese, si è intervenuti per via legislativa, anche a seguito di alcune indicazioni dell’Inail, prevedendo che l’adozione e l’attuazione dei protocolli di sicurezza siglati tra le parti sociali rappresentano un corretto adempimento degli obblighi previsti dall’articolo 2087 del Codice civile e, in quanto tali, sono idonei a escludere la responsabilità civile e penale dell’imprenditore.

Ancora una volta, emerge con chiarezza un’esigenza di certezza. Da questo punto di vista, il diritto penale deve avere la capacità di rendere distinguibili le luci dalle ombre. Dove manca la certezza, le presunzioni sostituiscono le verità.

 

 

 

 

 

Intesa Sanpaolo nomina Elisabetta Pagnini Group General Counsel

Intesa Sanpaolo rende nota la nomina di Elisabetta Pagnini a Group General Counsel.

Elisabetta Pagnini entra in Intesa Sanpaolo nel 2013 in qualità di Responsabile Legale e Compliance di Intesa Sanpaolo Reoco, seguendo anche progetti strategici, e diventa responsabile della Consulenza Legale Bancaria e Nuovi Servizi all’interno della Direzione Legale e Contenzioso della capogruppo nel 2017.

Napoletana, laureata in legge, Fulbright Scholar e master alla Harvard Law School, con abilitazione alla professione di avvocato anche a New York ed esperienza maturata presso affermati studi legali come Freshfields Bruckhaus Deringer. Prima di entrare in Intesa Sanpaolo ha ricoperto crescenti incarichi nel Gruppo Allianz Italia, anche in ambito internazionale, fino a raggiungere la responsabilità della Direzione Legale e Relazioni Istituzionali.

È Group General Counsel dal 1º ottobre 2019, in sostituzione di Elisabetta Lunati, rientrata nel piano di avvicendamenti previsti per il progressivo rinnovamento generazionale, a cui va il più sincero ringraziamento per l’alto contributo professionale garantito al Gruppo in oltre venti anni di attività.

Cybersecurity act, la sfida per imprese e avvocati

Dal 27 giugno scorso è entrato ufficialmente in vigore in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea il Cybersecurity act.

Il provvedimento, reduce da un lungo iter approvativo iniziato nel 2017 con la presentazione del testo iniziale da parte della Commissione europea, rappresenta una tappa fondamentale della nuova strategia per la sicurezza cibernetica dell’Europa e ha come obiettivo il rafforzamento della resilienza dell’Unione agli attacchi informatici e la creazione di un mercato unico della sicurezza cibernetica in termini di prodotti, servizi e processi. Considerato da molti un “collante comunitario”, nasce dalla consapevolezza che i crimini informatici sono oggi un’emergenza concreta, a cui le aziende stanno rispondendo con strumenti idonei a gestirne tutti gli aspetti: attraverso l’attivazione di processi organizzativi ad hoc, con l’istituzione di team specializzati, oppure con la costituzione di centri dislocati nel territorio nazionale dedicati a questo tipo di criminalità. Il fenomeno ha portato anche a un boom di imprese che offrono servizi nel campo della sicurezza informatica: secondo un’elaborazione Unioncamere-InfoCamere sui dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio, tra la fine del 2017 e i primi tre mesi del 2019 questo tipo di realtà è aumentato di oltre il 300%, passando da poco meno di 700 a oltre 2.800 unità.

Per comprendere in che modo le direzioni legali e gli studi hanno risposto all’introduzione del Regolamento europeo, Le Fonti Legal ha intervistato alcuni esperti: Gianluca De Cristofaro socio di Lca Studio Legale, Agostino Nuzzolo general counsel di Tim, Anna Petrizzelli head of legal and corporate affairs global digital solutions di Enel, Cristina Rustignoli general counsel di Generali Italia e Gianluca Santilli partner di LS Lexjus Sinacta.

Gli impatti sulle imprese Come spiega Anna Petrizzelli di Enel, lo scopo del Cybersecurity act è quello di rafforzare gli aspetti di sicurezza cyber, attraverso un quadro di riferimento unico per la certificazione della sicurezza informatica di prodotti, servizi e processi digitali nonché attraverso il rafforzamento del ruolo dell’Enisa (Agenzia dell’Unione Europea per la sicurezza delle reti e dell’informazione).
Cristina Rustignoli di Generali ritiene che il Cybersecurity act contribuirà all’aggiornamento e all’ampliamento delle regole interne all’azienda «che permettano sia di promuovere e diffondere, a tutti i livelli, una cultura aziendale in tema di cybersicurezza che incrementare ulteriormente il livello di attenzione sul monitoraggio costante relativo all’effettiva adeguatezza delle misure finalizzate a prevenire attacchi, fin dalla fase di progettazione e sviluppo dei sistemi e dei servizi informativi».
Agostino Nuzzolo di Tim ha visto nel Regolamento Ue una valenza strategica: «A mio avviso, è utile per noi operatori del diritto fare riferimento anche ad una altro atto della Commissione il cosiddetto “Toolkit for supporting the implementation of the Guidelines on how to drive change towards Cyberjustice” approvato nel giugno 2019 nell’ambito di una sessione plenaria della Cepej, la Commissione Europea per l’Efficienza della Giustizia, organo del Consiglio d’Europa. Esso rappresenta un ulteriore evoluzione della roadmap di supporto alla strategia It di innovazione nel sistema giudiziario europeo, con ampio spazio dedicato a cybersecurity e data protection, in linea con i principi giuridici disciplinati dal Gdpr». Secondo Nuzzolo l’impatto atteso dal Cybersecurity act è di due tipi: «uno organizzativo, legato cioè alla figura dei dpo’s (data protection officers) i quali devono ormai avere nel proprio background conoscenza specifiche in materia di cybersecurity ed adattare le strutture alla necessità di presidiare tale materia e uno operativo, poiché le strutture organizzative complesse dovranno, anche alla luce delle norme introdotte dal Cybersecurity act, sempre di più strutturarsi (anche attraverso l’utilizzo di forme di AI) per prevedere e prevenire le minacce informatiche, effettuare assestment sulle vulnerabilità dei sistemi, avviare dei remediation plan ed infine rilevare ed arrestare cyber attacchi». A detta di Gianluca Santilli di LS Lexjus Sinacta, «è la certificazione il cardine del Cybersecurity act perché sinora questa veniva effettuata da enti dei singoli Stati con il limite di non venir riconosciuta ovunque costringendo i produttori a plurime e costose certificazioni».

Gli impatti sul mercato legale
Il Regolamento europeo non cambierà solo il modus operandi delle imprese ma amplierà notevolmente lo spettro delle potenziali opportunità per il settore legale. «L’uniformità della disciplina di riferimento comporta principalmente due effetti», afferma Gianluca De Cristofaro di Lca Studio Legale «da un lato, l’emergere di nuove possibilità relative all’assistenza di clienti nazionali ed internazionali: il poter “giocare con le stesse regole” facilita le interazioni commerciali e di conseguenza amplia le opportunità per le imprese e per i professionisti che le assistono. Dall’altro, determina un incremento delle attività di studio e ricerca. La presenza di un unico corpo normativo, infatti, comporta uno studio congiunto dello stesso da parte di professionisti provenienti da diversi ordinamenti, e di conseguenza determina un affinamento del pensiero e della cultura giuridica sul tema in virtù del diverso substrato giuridico degli operatori del diritto. Si avrà quindi un’evoluzione del diritto di respiro europeo e non più strettamente nazionale».

I vantaggi di un’unica normativa europea
L’entrata in vigore di una normativa unica ha portato numerosi vantaggi agli Stati membri, facilitando la cooperazione e la lotta congiunta ai crimini informatici. «L’individuazione di regole, procedure, certificazioni e requisiti tecnici omogenei e riconosciuti a livello comunitario, unitamente al rafforzamento del ruolo di un’autorità centrale come l’Enisa», afferma Rustignoli «permetteranno di ottimizzare le valutazioni, anche in termini di costi e tempi, sull’adeguatezza delle misure di sicurezza e di porre prontamente rimedio a eventuali vulnerabilità. Gli Stati membri avranno altresì una maggiore capacità di affrontare in modo coeso e globale le minacce informatiche e agevolare la cooperazione reciproca nel caso in cui queste siano transfrontaliere. L’auspicio è che questa uniformazione incrementerà la fiducia dei consumatori nelle tecnologie digitali, che sono ormai diventate fondamentali per offrire servizi in grado di soddisfare in concreto le multiformi esigenze quotidiane dei clienti». «Avere un unico quadro normativo europeo consentirà un approccio facilitato alla supply chain», aggiunge Petrizzelli «in quanto le certificazioni avranno una valenza trasversale all’interno del digital single market. La nuova certificazione sarà immediatamente valida in tutti gli Stati membri, invogliando così i fornitori alla certificazione dei propri prodotti».

Il ruolo della certificazione unica
La certificazione è funzionale all’aumento del livello di cybersicurezza all’interno dell’Unione ed armonizza l’approccio nella certificazione della cybersicurezza dei prodotti e servizi digitali e processi Ict. Ne è convinto Nuzzolo, il quale aggiunge che «l’identificazione di requisiti di sicurezza standardizzati porterà valore aggiunto al processo di protezione della autenticità, integrità e riservatezza dei dati conservati, trasmessi o comunque trattati. La certificazione, specie nei settori tech-intensive, diverrà un fattore distintivo anche in termini di miglioramento della accountability dei servizi della società dell’informazione nei confronti dei cittadini e clienti». Secondo Rustignoli la certificazione unica sarà utile per evitare le incertezze derivanti da una frammentazione dei sistemi di certificazione nazionali e per avere informazioni certe sulle caratteristiche dei sistemi e dei servizi informativi, «permettendo di individuare più velocemente eventuali problematiche. Inoltre, il ruolo rafforzato dell’Enisa contribuirà a fissare livelli di cybersicurezza condivisi, che aiuteranno le imprese ad orientarsi al fine di rispettare la normativa applicabile». Dello stesso avviso è Petrizzelli, la quale sottolinea che «la certificazione unica faciliterà un approccio migliore al mercato, in quanto si potranno attingere forniture da diversi paesi europei, contando su livelli adeguati e omogenei di sicurezza sui prodotti e servizi acquisiti. Occorre però sottolineare che, in ambito cyber, una certificazione è davvero efficace solo se è riferita non al prodotto in una modalità statica, ma al processo di gestione del ciclo di vita dello stesso, così da garantirne il continuo stato di adeguata sicurezza nel tempo. E il Cybersecurity act va proprio in questa direzione, indirizzando schemi di certificazione che richiedono una gestione attiva da parte di fabbricanti e fornitori. Ad esempio, nell’articolo 55 vengono esplicitamente richiesti processi di supporto per la configurazione dei prodotti e il corretto utilizzo, fino all’identificazione delle vulnerabilità e al rilascio degli aggiornamenti per il relativo rimedio».
A detta di De Cristofaro il vantaggio principale di avere una unica normativa europea sulla cybersecurity è per le imprese: «Il regolamento infatti prevede l’introduzione di un sistema europeo di certificazione dei prodotti, servizi e processi Ict, il quale comporta una serie di benefici: in primo luogo quello relativo all’abbattimento dei costi per gli operatori economici, i quali non dovranno più ottenere una differente certificazione in ogni paese in cui decidono di operare. In secondo luogo, il potenziamento dei poteri dell’Enisa permette di individuare un’organizzazione di riferimento in materia, con la conseguenza di agevolare lo svilupparsi di pratiche commerciali uniformi e, quindi, di favorire il mercato nel suo complesso. A livello contrattuale, inoltre, si avrà una leva negoziale in più, connessa all’acquisizione delle certificazioni, che permetterà alle imprese un migliore posizionamento e “alzerà l’asticella” della sicurezza informatica nell’Unione Europea». De Cristofaro ha poi sottolineato i vantaggi per gli utenti finali: «si avrà da un lato una più efficiente comunicazione commerciale, grazie appunto all’esistenza di un unico standard a cui far riferimento, che aumenterà la fiducia degli utenti-consumatori circa la sicurezza dei prodotti, servizi e processi Ict; dall’altro lato, vi è un rafforzamento del livello di tutela degli stessi. Gli art. 63 e 64 introducono, infatti, la possibilità ottenere una piena tutela giurisdizionale nei confronti di un emittente di un certificato europeo di cybersicurezza, o nei confronti di un ente di controllo, ossia di quei soggetti chiamati a certificare la corrispondenza di un determinato prodotto, servizio o processo Ict agli standard di sicurezza».

Strumenti e strategie aziendali
Il modello di gestione dei rischi cyber adottato da Enel si fonda su una visione “sistemica”, che integra il settore dell’information technology, quello dell’operational technology e quello dell’internet of things. «In particolare», spiega Petrizzelli «Enel si è dotata di una politica, Cybersecurity Framework, per indirizzare e gestire le attività di cyber security, che prevede il commitment di tutte le aree aziendali, il recepimento delle indicazioni normative, regolatorie e legali, l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili, l’attivazione di processi organizzativi ad hoc, la consapevolezza delle persone e la cooperazione con tutti gli stakeholder dell’ecosistema energetico. Il framework, per rafforzare la resilienza cyber dei sistemi del Gruppo, pone a fondamento delle decisioni strategiche e delle attività di progettazione un approccio “risk- based” e prevede un modello di progettazione e sviluppo basato sul principio di “cyber security by design”, che comprende anche una collaborazione con produttori e vendors, per un immediato allineamento dei loro servizi, prodotti o componenti ai più elevati standard di sicurezza. Enel ha inoltre creato il proprio Cert (Cyber emergency readiness team), con la missione di proteggere da attacchi cyber la propria costituency (dipendenti, asset industriali e tecnologici), coordinando le attività di risposta agli incidenti cyber in cooperazione con tutte le funzioni aziendali. Ogni giorno, il Cert di Enel svolge una sistematica e continua attività di protezione, monitoraggio e gestione degli incidenti cyber, che ha consentito finora di evitare effetti significativi sulla continuità del business. Il Cert di Enel è attivo nella comunità internazionale della cybersecurity, nella quale gli attori si riconoscono reciprocamente in base ad accordi ufficiali». «La strategia di Generali», racconta Rustignoli «si sviluppa su diversi livelli volti ad ottimizzare gli investimenti crescenti in questo ambito. Tale strategia si basa su attività svolte a livello di Gruppo ed erogate attraverso strutture centralizzate di monitoraggio e controllo ed attività locali più vicine alle unità di business ed ai servizi informativi attraverso i quali serviamo la nostra clientela».
Telecom Italia dispone di un avanzato Security operations center (Soc) «dove operano un numero importante di professionisti specializzati con 11 centri dedicati. Il tutto per gestire gli incidenti di sicurezza. Telecom Italia è all’avanguardia nel settore della cybersecurity a partecipa anche a numerose iniziative internazionali volte ad accrescere la cultura della sicurezza informatica ed a favorire lo scambio del know-how in materia», aggiunge Nuzzolo.

Specializzazioni e team dedicati
«Per un avvocato occuparsi di cybersecurity significa avere una conoscenza, quantomeno nozionistica, delle principali tematiche di natura tecnico-informatica. «Questa necessità», spiega De Cristofaro «si inserisce in un trend ormai iniziato anni fa che vede la figura del giurista come un professionista sempre più ibrido, che mischia la conoscenza del diritto a tutta una serie di conoscenza ultronee e specifiche ormai imprescindibili per assistere al meglio i clienti. Sicuramente non gli si potrà richiedere una valutazione tecnica, ma non potrà mancare una cultura della materia che gli permetta di interpretare in modo corretto gli output provenienti dagli operatori tecnici di settore». Dello stesso avviso è Nuzzolo, secondo il quale «il giurista dovrà avere sempre maggiore dimestichezza con la materia, attesa la sua contiguità con la tematica della protezione dei dati personali e della connessa tutela aziendale». Nelle aziende la gestione delle problematiche di sicurezza informatica è demandata, nella maggior parte dei casi, a professionisti altamente specializzati. In Generali il team si avvale di differenti professionalità che vanno dalla definizione della governance, all’individuazione dei rischi, alla loro mitigazione. Queste attività direttamente connesse ai sistemi informativi ed alle operation non possono poi prescindere da un costante allineamento con le funzioni Data Protection e Risk Management. All’interno della funzione Security di Tim, come specifica Nuzzolo, esiste un team specifico specializzato nella cybersecurity che assicura il monitoraggio della sicurezza della rete pubblica di telecomunicazione, dei data center e della rete e gestisce gli incidenti di sicurezza Ict. Il team assicura anche il presidio dell’evoluzione delle minacce di cybersecurity, lo scouting & benchmarking e la prototipazione di tecnologie di sicurezza innovative per la protezione di reti, sistemi e applicazioni, nonché i servizi di Security Testing Lab per tutte le piattaforme tecnologiche. Le risorse che vi operano hanno sviluppato un know-how tecnologico all’avanguardia nella materia della cybersecurity, essendo Tim uno degli operatori più riconosciuti nel settore.
Naturalmente attesa la delicatezza dei temi trattati, esiste un presidio ad hoc dell’ufficio legale che agisce in modo osmotico con il team di cybersecurity ogniqualvolta ve ne sia la necessità. «Dal punto di vista organizzativo», spiega Petrizzelli «in Enel è attiva, dal 2016, un’unità dedicata di cybersecurity a diretto riporto del Chief Information Officer (Cio) e il cui responsabile ricopre il ruolo di Chief Information Security Officer (Ciso) del Gruppo. L’unità presiede, a livello globale, alla governance, indirizzo e controllo dei temi di cybersecurity, guidando la definizione della strategia di Gruppo e definendo policy e guidelines coerenti con regolamentazioni e standard internazionali. Fornisce inoltre linee guida architetturali e supporto ingegneristico a protezione tutti gli ambienti tecnologici, sia gestionali che industriali del Gruppo, monitora la postura di sicurezza globale attraverso attività di verifica sia a livello di processo che a livello tecnologico (come ad esempio hacking etici, penetration test o vulnerability assessment) e indirizza i programmi di formazione e sensibilizzazione per diffondere la cultura della cybersecurity nel Gruppo. L’unità di cybersecurity guida e gestisce infine, attraverso il Cert, le attività di prevenzione, identificazione e risposta agli incidenti cyber ed ha infine la responsabilità dei sistemi per la gestione delle identità digitali e del controllo degli accessi.
Un elemento innovativo del modello Enel è l’efficace coinvolgimento delle linee di business e delle Linee responsabili della progettazione, realizzazione e gestione dei sistemi sia It che industriali, grazie alle figure dei cybersecurity risk managers e dei cybersecurity response managers. Tali figure sono a diretto riporto del Ciso e delle rispettive Linee e garantiscono il costante coinvolgimento di queste ultime nei processi chiave di valutazione dei rischi, di disegno e progettazione di sistemi sicuri, di definizione dei criteri per rispondere in caso di attacco, di selezione e attuazione delle adeguate azioni di contrasto».

Zurich Italia nomina Diana Allegretti nuovo General counsel

Zurich Italia rafforza il proprio Executive Team con l’ingresso di Diana Allegretti in qualità di General Counsel.

Diana Allegretti proviene da DeA Capital Group, società quotata sul segmento STAR di Borsa Italiana attiva nell’alternative investment, dove ha ricoperto il ruolo di Head of Corporate Affairs and Secretary of the Board of Directors.

In oltre vent’anni di carriera, Diana ha maturato una consolidata esperienza nel settore legale lavorando in prestigiose realtà nazionali e internazionali, tra cui Baker & McKenzie e Linklaters. Nel suo percorso professionale si è dedicata ad ambiti quali capital markets e corporate/M&A, con un particolare focus su operazioni di quotazione in Borsa, fusioni e acquisizioni, private equity e riorganizzazioni aziendali.

La nuova partita delle rinnovabili

Si apre una nuova partita per le fonti rinnovabili. Dopo la “debacle” del primo “conto energia” del 2005 e la “corsa all’oro” scatenata dai maxi incentivi dal 2007, si prospetta ora un nuovo boom per l’energia alternativa. I profili di rischio però non mancano, dall’incertezza del modello finanziario, ai ritardi regolatori, alla variabilità della giustizia amministrativa.

Tutte criticità che il decreto “fonti rinnovabili” dovrebbe risolvere, ma che non si sa quando vedrà la luce. Le opportunità, invece, sono date dall’innovazione tecnologica, che consente lo sviluppo di impianti più efficienti, con uno spazio ridotto a parità di produzione. È il quadro che emerge dall’intervista doppia di Le Fonti Legal a Tommaso Ferrario, avvocato esperto di energy dello studio Amtf Avvocati, e ad Angelica Orlando, direttore affari legali, istituzionali e regolatori presso Sorgenia.

Tommaso Ferrario, si prospetta un nuovo boom delle rinnovabili. Quali i profili di rischio per chi investe?
Si prospetta un nuovo boom delle rinnovabili, ma non sarà certamente una “corsa all’oro” come negli anni 2007-2012, perché il mercato non è più sussidiato e soffre degli stessi “cons” della scorsa volta: una elevata regolazione, e l’incertezza circa la stabilità dei permessi. Ma rispetto alla volta scorsa manca il principale dei “pros”, ossia la tariffa incentivante, e con la vendita di energia elettrica, i margini si sono assottigliati. Insomma, i profili di rischio per chi investe nelle rinnovabili non sono pochi. A oggi, l’energia elettrica non è ancora facilmente immagazzinabile, per cui o l’operatore è certo di riuscire a venderla in toto, a prezzi stabili e ragionevoli con i tanto proclamati Ppa, oppure il modello finanziario è troppo incerto. E chi si avvicina alle rinnovabili raramente ha una cultura nei contratti “spot” o “forward”, ossia in contratti di vendita a pronti o a termine. Ma ragiona sulla produzione giornaliera e cerca qualcuno che gliela comperi a forfait, perdendo tuttavia in questo modo i margini del trading, propri degli operatori più strutturati. È vero, rispetto al passato si ha oggi un certo sviluppo della tecnologia, migliorata, ma per esempio i “sistemi di accumulo”, per quanto interessanti, ancora necessitano di un nuovo e oneroso investimento. Da ultimo, dovendo guardare a capitali stranieri, in Italia c’è un forte problema di credibilità che questo continuo delay del decreto “fonti rinnovabili” non aiuta a risolvere, e i ritardi regolatori impattano su tutto il sistema produttivo, dall’industria che paga ancora tanto per avere energia, ai fornitori, fino alle banche.

Che tipo di incarichi state ricevendo come studio?
Nel settore delle rinnovabili, come studio, rileviamo una continua richiesta sulle operazioni di m&a, finanziamento e rifinanziamento, mentre non notiamo un paritetico aumento dal punto di vista regolatorio e di sviluppo, su cui siamo anche noi molto cauti. E lo capiamo, c’è diffidenza, i nuovi impianti saranno necessariamente più grandi rispetto al passato per poter sfruttare le economie di scala, e dunque più impattanti per quanto minori in numero. Con l’effetto per cui se un territorio può ospitare 30/40 nuovi grandi impianti, vuole dire che tra tutti questi nuovi sviluppatori che stanno ora proliferando ci sarà necessariamente una selezione, qualitativa e quantitativa. Bisognerebbe comunque intervenire sull’arbitrarietà degli enti locali, stringendo le maglie sui territori dove si può o meno costruire, dando però certezze agli investitori sul processo autorizzativo. Siamo inoltre impegnati nello sviluppo, lato investitori per lo più stranieri, di progetti fotovoltaici ed eolici, per i primi cercando di prevedere condizioni contrattuali che permettano un dosaggio adeguato del rischio, per i secondi, che si confrontano con un mercato rappresentato da un insieme di player più sofisticati a livello territoriale rispetto al fotovoltaico, per lo più nella fase 2, ossia nella costruzione degli impianti.

Quali gli scenari aperti dal “phase out carbone”?
Ci sono una serie di problematiche aperte, che ancora una volta fanno emergere gli stessi guai della politica del passato: proclami in pompa magna destinati ad essere necessariamente riconsiderati. Un esempio? La Sardegna, ci sono due centrali, ambedue a carbone, ciascuna sostiene circa metà regione dal punto di vista energetico. Secondo il ministro dell’ambiente Costa entro il 2025 si deve perfezionare il phase out dal carbone. Le tempistiche per convertire le centrali sono bibliche. Per costruirle ci vuole tempo e cura. E soldi. Cosa facciamo? trasferiamo tutti gli abitanti della Sardegna in altre regioni? Difficilmente ipotizzabile che nel 2025 sia stata trovata una soluzione, mentre è più probabile che la data venga prorogata. Il risultato, però, è che tutti coloro che stanno avviando un business plan in vista dell’uscita dal carbone, dalla proroga subiranno delle perdite ed i proprietari sono nell’incertezza. Le cose devono essere programmate a lungo periodo.

Quali le opportunità del settore energy?
Una delle partite più interessanti si gioca sul collegamento delle reti. Oggi c’è tantissimo da fare e da migliorare, ci sono compartimenti stagni che creano inefficienze. Difficili ed onerose da gestire, se ci fosse più collegamento il dispacciamento sarebbe più armonico e lineare. Il miglioramento della rete elettrica è fondamentale, è una esigenza nelle zone in cui si vuole investire e va di pari passo allo sviluppo industriale. In generale, serve una riforma complessiva del settore che si ponga l’obiettivo di evitare eccessive frammentazioni di zone, e monopolizzazioni per ogni segmento dell’energia, creando una maggiore concorrenza. Nel dubbio il regolatore, a tutti i livelli, dovrebbe sempre seguire la concorrenza. Tra le diverse opportunità del settore è di grande interesse la creazione di “centrali di picco”, centrali termoelettriche, con potenza pari a qualche decina di megawatt, che avranno come effetto quello di tenere in equilibrio la rete, con “manovre” più snelle. Quando, per esempio, sarà necessario un nuovo output di energia, per cali o per regolazioni di tensione, anziché utilizzare le grandi centrali, si potranno chiamare le “centraline” più flessibili, con costi più bassi e capacità di entrare in assetto velocemente. Di conseguenza, verranno abbassati i costi di approvvigionamento e dispacciamento di energia elettrica. Ridotte le emissioni. È un’opportunità su cui diversi produttori si stanno affacciando. Su cui molto inciderà il capacity market, ossia la remunerazione accessoria per quei fornitori di capacità elettrica che si impegnano a mantenerla e a metterla, in caso di necessità, a disposizione del sistema. Altra opportunità è data dal revamping degli impianti rinnovabili esistenti, che porteranno alla sostituzione delle strutture vecchie con altre nuove, dietro però un vantaggio economico che va previsto normativamente, senza svantaggiare chi produce energia in altro modo.

Angelica Orlando, si prospetta un nuovo boom delle rinnovabili. Come lo state affrontando?
Siamo davanti a una nuova fase del settore energia, perché da un lato le nuove tecnologie consentono oggi di rendere meno costose le fonti rinnovabili rispetto a prima. Oggi si parla infatti di market parity senza più bisogno degli incentivi che una volta erano necessari. Dall’altro lato, a questo aspetto si associa un cambio di paradigma del settore energia: siamo passati da un sistema che vedeva il produttore che produceva e distribuiva energia al consumatore, a un modello in cui il consumatore è sempre più consapevole e partecipe nel mercato. Il futuro è un modello di energia distribuita che passa attraverso le fonti rinnovabili. Questa è un’opportunità per Sorgenia perché oggi non è più solo un fornitore di energia ma un operatore di servizi integrati che va dall’installazione di piccoli impianti domestici rinnovabili fino alla gestione dell’energia prodotta. Ma è un’opportunità enorme anche per il consumatore che potrà trarre profitto da un consumo più efficiente e consapevole dell’energia. Accanto a questa nuova opportunità di sviluppo resta fermo l’impegno di Sorgenia a fare investimenti in fonti rinnovabili valorizzando il know-how che negli anni passati ha permesso a Sorgenia di essere uno dei protagonisti nel mercato della generazione rinnovabile. Diversi sono i progetti in cantiere alcuni in fase avanzata come il primo impianto geotermico tecnologicamente avanzato, che sta concludendo il processo autorizzativo. Per quanto riguarda poi il fotovoltaico, abbiamo un progetto che prevede l’installazione di 250 MW nei prossimi anni. Inoltre, stiamo lavorando a una pipeline per il biometano con un complessivo piano industriale disegnato intorno a un’idea di fondo: la sostenibilità ambientale. Accanto a questi progetti, abbiamo infatti impianti a ciclo combinato a gas con livelli di emissione bassissimi che garantiscono flessibilità in fase di transizione energetica verso il parco rinnovabile.

Ci sono però tutta una serie di problematiche legate alla saturazione del territorio. Come si affrontano?
Da una parte l’innovazione tecnologica oggi consente lo sviluppo di impianti fotovoltaici più efficienti rispetto al passato, che necessitano di uno spazio ridotto a parità di produzione, dando un valore aggiunto in termini di occupazione del suolo. Ci sono poi alcune installazioni di ampie dimensioni che richiedono lo svolgimento di tutto il processo autorizzativo, ma comunque con una cubatura inferiore rispetto al passato. Il quadro normativo già offre adeguate garanzie per uno sviluppo pienamente compatibile da un punto di vista ambientale e paseaggistico. Da ultimo questo sviluppo offre una importante opportunità di recupero di aree dismesse o brown-field l’importante è il dialogo con il territorio per giungere in tempi rapidi alla conclusione degli iter autorizzativi.

È in cantiere il “Decreto Rinnovabili”, anche se rispetto alla sua adozione regna l’incertezza. Quali le criticità?
Rispetto al decreto FER 1, una criticità riguarda gli impianti idroelettrici di piccole dimensioni, il cui sviluppo è fortemente limitato dal quadro di incentivazione definito dal decreto, che stabilisce alcuni requisiti tecnico-progettuali che rischiano di tenere fuori progetti che sostanzialmente hanno tutte le caratteristiche ambientali richieste dal più ampio quadro normativo di riferimento. In questa fase il Governo sta lavorando proprio per individuare una soluzione di compromesso che possa contestualmente salvaguardare gli aspetti di interesse ambientale con quelli di carattere industriale.

Quali scenari apre il “Phase out carbone”?
L’uscita dal carbone, aldilà dell’aspetto normativo, è oggi una necessità perché c’è una crescente consapevolezza rispetto al garantire alle generazioni future un mondo privo di fonti di produzione di energia fortemente impattanti. È chiaro che pensare oggi all’uscita dal carbone per arrivare a un parco interamente rinnovabile non è immaginabile. Bisogna costruire un percorso che accompagni questa transizione e in questo senso gli impianti a gas giocano un ruolo fondamentale come peraltro confermato all’interno del Piano nazionale integrato clima energia che il nostro Governo ha recentemente condiviso con la Commissione europea. Da un lato non hanno il limite dell’intermittenza delle rinnovabili, dall’altro hanno un costo più basso rispetto al carbone. Ritengo quindi che il percorso sia disegnato dallo stato delle cose, indipendentemente dai provvedimenti.

Quali le opportunità offerte dal settore energia?
In generale vedo nello sviluppo tecnologico e nella crescente digitalizzazione una grande opportunità per le imprese che operano in questo settore. Nella misura in cui, però, siano in grado di interpretare concretamente il cambiamento, incentivando il consumatore a essere sempre più partecipe di questo processo. Oggi, la tecnologia rende più accessibili sia la creazione sia la realizzazione di impianti che prima potevano essere installati solo grazie a incentivi perché avevano costi eccessivi. In questi termini, lo sviluppo tecnologico porta alla crescita di filiere diverse, e noi stiamo sviluppando, tra le altre cose, sinergie per la ricerca e la realizzazione di tecnologie di accumulo eco-compatibili per i clienti residenziali. L’altro tema è legato alla digitalizzazione del consumatore, che oggi ha la possibilità di accedere ai servizi a costi contenuti e con grande semplicità. I nostri clienti possono scegliere l’impianto rinnovabile da cui approvvigionarsi. Si tratta di una grande opportunità perché oggi il tema della sostenibilità ambientale è sempre più sentito.

Etica e legalità nell’attività d’impresa

“I sistemi interni di prevenzione della corruzione favoriscono il rispetto dei principi etici nel comportamento delle imprese, anche nei rapporti con la pubblica amministrazione”, ha detto Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione.

E “se è vero che il rispetto dell’etica e la sostenibilità sono la migliore arma a difesa del sistema della libera impresa, bisogna anche riflettere sull’impatto che la tutela di diritti e aspettative di terzi estranei all’impresa avrà nei prossimi anni sulla corporate governance”, afferma Maurizio Delfino al seminario organizzato da Delfino e Associati Willkie Farr & Gallagher LLP, in collaborazione con l’Associazione Italiana Giuristi d’Impresa (Aigi) e con il patrocinio della British Chamber of Commerce e dell’American Chamber of Commerce, in tema di etica e legalità d’impresa, svoltosi all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

I partecipanti alle tavole rotonde hanno discusso del ruolo cruciale del dipartimento legale interno delle aziende in Italia, negli USA e nel Regno Unito e delle best practice in questi Paesi con due esperti Jeffrey Clark e Simon Osborn-King, entrambi di Willkie Farr & Gallagher, il primo dalla sede di Washington (DC) e l’altro da Londra.

Oltre a quelli sopra menzionati, hanno partecipato al seminario: Giuseppe Catalano – Company Secretary & Head of Corporate Affairs, Assicurazioni Generali; Francesco Centonze, Professore di Diritto Penale, Università Cattolica del Sacro Cuore; Antonia Cosenz – Responsabile Legale e Regulatory Affairs, Banco BPM; Alessandra Ferrari – General Counsel, A2A; Pietro Galizzi, Head of Legal and Regulatory Affairs, ENI Gas e Luce S.p.A.; Raimondo Rinaldi, Direttore Affari Legali e Societari, Esso Italiana, Gianluca Cattani e Riccardo Sciaudone, entrambi partner di Delfino e Associati Willkie Farr & Gallagher LLP

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