Mercato legale

Così gli studi d’affari scelgono le nuove leve

L’innovazione tecnologica spinge le law firm a inserire nelle loro strutture giovani preparati in grado di affrontare un mercato in forte e continua evoluzione. Tra le richieste, laurea a pieni voti ed esperienza Erasmus. Ma anche…

Il rinnovamento generazionale è una priorità per i grandi studi d’affari. Che in buona parte continuano a far leva sul prestigio, le competenze e il network dei soci storici, ma al contempo hanno la necessità di inserire nuove leve per crescere e fare i conti con un mercato in continua evoluzione,
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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«Rispetto a dieci-quindici anni fa, la professione di avvocato negli studi legali italiani e internazionali specializzati in diritto societario e finanziario è diventata più difficile, soprattutto in termini di possibilità per i giovani professionisti di fare carriera», riflette Giovanni Sandicchi, partner dello studio Latham & Watkins. «La selezione ora è molto più dura e solo i più motivati e determinati hanno possibilità di farcela».
Generalmente i neolaureati hanno bisogno di un periodo di adattamento per passare dalla teoria al lavoro pratico, dato che il percorso accademico in Italia ha un carattere fortemente teorico. È questa la convinzione diffusa tra gli studi d’affari, anche se Sandicchi invita a evitare le generalizzazioni: «Ci sono atenei, non necessariamente i migliori in senso assoluto, che preparano meglio gli studenti alla professione (per lo meno in studi specializzati come il nostro), come ad esempio la Bocconi a Milano o la Luiss a Roma, che offrono anche interessanti stage curriculari».
Il suggerimento dell’avvocato è di approfondire quanto più possibile durante il percorso accademico la conoscenza della lingua inglese, «assolutamente fondamentale fin dall’inizio della propria carriera in studio. Consiglierei», aggiunge, «anche di fare dei master post-laurea all’estero (in particolare negli Stati Uniti o in Inghilterra) ma solo dopo almeno un biennio di pratica».
In Latham la tendenza è a limitare il turnover. «La selezione dei candidati si basa principalmente sui risultati conseguiti nel corso della carriera accademica, a cui si aggiunge una particolare attenzione su eventuali esperienze fatte all’estero e sulla conoscenza della lingua inglese», aggiunge.
Nuovi ingressi ogni anno. Pavia e Ansaldo è costantemente impegnato nel recruitment di giovani professionisti. «I nuovi inserimenti rappresentano sempre una grande opportunità, ma comportano anche un investimento e un’assunzione di responsabilità rilevanti in termini organizzativi e di formazione» riflette Nico Moravia, membro del comitato recruitment dello Studio Pavia e Ansaldo. Le selezioni avvengono con la partecipazione a job fair organizzati da Università pubbliche e private a Roma e a Milano, ma é sempre aperto a valutare studenti che provengono da tutti i piú prestigiosi atenei. «Abbiamo una vocazione multidisciplinare e, pertanto, nell’attività di recruitment, non valutiamo come privilegiate alcune materie di laurea rispetto ad altre», spiega. Anche se poi precisa che l’interesse maggiore è verso i laureati che hanno seguito corsi di studi giuridici che includono materie economiche e assegnano rilievo al diritto comunitario ed internazionale. «La laurea in giurisprudenza con un’alta votazione è condizione necessaria, ma certo non sufficiente per superare la selezione d’ingresso», sottolinea. «Ad esempio, la padronanza dell’inglese è considerata un requisito fondamentale. La conoscenza di ulteriori lingue straniere rappresenta sempre una nota di merito». Per questo, vengono fatti specifici test sulla conoscenza delle lingue straniere e hanno una corsia preferenziale quegli studenti che hanno fatto un’esperienza Erasmus durante il corso di studi oppure hanno seguito un qualificato master all’estero dopo la laurea.
Competenze e valori. Fabrizio Acerbis, managing partner di PwC Tax and Legal Services, indica i due criteri selettivi: «Le nostre tecniche di selezione hanno come matrice di base la correlazione tra i nostri valori aziendali e le competenze comportamentali. È importantissimo riconoscere e selezionare i professionisti a lungo termine in grado di portare valore non solo per le loro competenze tecniche ma soprattutto per il loro saper essere». Quello che viene ricercato durante i colloqui è la curiosità intellettuale e la capacità di lavorare in gruppo, dove ciascuno porta esperienza e competenza spesso eterogenee tra di loro. Detto questo, Acerbis ricorda che «la maggior parte dei colleghi del dipartimento deal proviene da un nucleo piuttosto ristretto di università e ha una conoscenza avanzata della lingua inglese, spesso maturata attraverso soggiorni all’estero durante il percorso di studi. In linea generale», conclude, «non abbiamo comunque rigide preclusioni».
Percorsi alternativi. Dante De Benedetti di Mdba ha una visione fuori dal coro: «Non sono convinto che il percorso di formazione migliore per lavorare in uno studio legale d’affari sia quello più tradizionale», sottolinea. «Oggi la maggioranza degli studi legali d’affari scarta il 95% dei curricula che non presentano una votazione di laurea con la lode, un master in Usa e la capacità di parlare tre lingue, se non anche ulteriori esperienze post universitarie a livello comunitario. Penso, piuttosto, che per diventare avvocato d’affari il percorso migliore debba vedere affiancate la crescita della cultura giuridica e la conoscenza del mondo». 
Da qui il suggerimento di fare un’esperienza lavorativa in azienda, «non nella direzione legale, ma a stretto contatto con l’imprenditore, per capire come un’azienda viene gestita e quali siano le problematiche sulle quali davvero gli imprenditori si appuntano quando iniziano a concepire un’operazione societaria». Si tratta di esperienze e competenze che non si imparano sui libri o nei percorsi formativi classici. «Questo tipo di approccio consente di essere indipendenti», rimarca De Benedetti, «di sviluppare una cultura personale che non sia solo giuridica, per avere gli occhi aperti sul mondo, per conoscere prima ‘gli affari’ e poi il diritto». 

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L’Italia recupera sul fronte e-government

Gli avvocati d’affari promuovono i passi in avanti compiuti su questo versante. Anche se resta ancora molto da fare per avvicinare le migliori esperienze occidentali

Le iniziative messe in campo negli ultimi tempi dall’Italia sul fronte dell’e-government vanno nella giusta direzione per ammodernare il Paese, anche se resta ampia la distanza rispetto alle migliori esperienze occidentali. Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio eGovernment, curato dall’Osservatorio eGovernment della School of Management del Politecnico di Milano,
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Dalla teoria alla pratica. Domenico Ielo, leader del focus team agenda digitale e comunicazioni elettroniche di BonelliErede, sofferma l’analisi sulla recente riforma del Cad (Codice dell’Amministrazione Digitale), segnalando la difficoltà di passare dalla teoria alla pratica. «L’ e-government implica un cambiamento di mentalità e di approccio, vale a dire l’abbandono del modello burocratico». Da qui l’invito a «mettere in soffitta la concezione proprietaria dei dati pubblici e superare le resistenze al cambiamento e le tendenze al localismo e ai compartimenti stagni». L’innovazione, aggiunge Ielo, richiede passaggi concreti come scambiare dati e non documenti, valorizzare il patrimonio informativo pubblico e avere una completa gestione del dato e dei processi. «L’e-government – quello vero – presuppone innovazioni di mentalità e di struttura», insiste. Il riferimento è alla constatazione che è è difficile creare applicazioni digitali se ogni organizzazione pubblica lavora in modo diverso; se i sistemi gestionali non si parlano e non permettono di aggregare i dati. Per Ielo, la vera sfida quindi non è cambiare solo le procedure, da cartaceo a digitale, ma i processi.  «È indispensabile una cultura del dato e della commercializzazione del dato. I Big data, per esempio, potrebbe utilizzarsi nelle politiche di spending review». 
Le esperienze internazionali. Ielo cita qualche esempio estero in tal senso. Negli Stati Uniti, il Fact Sheet Big Data Across the Federal Government prospetta un investimento di circa 250 milioni di dollari legato all’uso dei Big data in varie aree pubbliche, mentre il Behavioural Insight Team, esperti che processano Big data combinando analisi matematica e del comportamento dei cittadini, assiste il governo inglese. Progetti di grande successo, tuttavia da guardare senza dimenticare le limitate risorse del nostro Paese sul fronte dell’e-government. «Nel suo cinico pragmatismo, Margaret Thatcher affermava provocatoriamente che tutti ricordano il buon samaritano non perché avesse buoni propositi, ma perché aveva i soldi», sottolinea l’avvocato di BonelliErede.  
Francesco Rampone, responsabile del team Ip/It dello studio legale La Scala, ricorda che il processo di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione si è sviluppato nell’arco degli ultimi 20 anni e che, in questo periodo, sono stati compiuti importanti passi in avanti. «In questo ambito, gli avvocati, forse più di ogni altra categoria di professionisti, stanno beneficiato della modernizzazione della Pa».
Del resto, il riferimento non è solo al Processo Civile Telematico («che sta aumentando considerevolmente l’efficienza della giustizia e ha rivoluzionato il rapporto dell’avvocato con gli uffici giudiziari»), ma anche ai siti istituzionali dai quali è oggi facile avere un rapido accesso a fonti e informazioni “sicure”, materia prima indispensabile nel lavoro dei legali. «Si pensi poi alla firma digitale e alla posta certificata: l’Italia è l0unico Paese in Europa ad averne disciplinato e a consentirne l’uso probatorio non solo nel dialogo con la Pa, ma anche in quello tra privati».  
Il nodo infrastrutture.  Anna Romano, name partner dello Studio Satta Romano e Associati, plaude all’evoluzione dell’e-government in Italia. «Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative per il suo concreto sviluppo sotto diversi profili, ivi inclusa la facilitazione dei sistemi di pagamento, e questo ha un impatto senz’altro positivo sul sistema», commenta. Anche se rileva la presenza di due criticità: «Il primo riguarda le infrastrutture: quelle attuali per lo più non consentono la connessione alla velocità necessaria, e assicurando la qualità necessaria». Quindi l’ammodernamento di questo capitolo è «indispensabile allo sviluppo del sistema ed è essenziale che il piano relativo alla banda ultralarga, messo in campo dal governo sulla base di un’agenda europea, non venga fermato». La seconda questione sollevata da Romano, in buona parte collegata alla prima, riguarda il digital divide. «L’Italia è uno dei paesi europei che ha un maggiore digital divide, che rappresenta una vera e propria barriera a una maggiore diffusione dell’e-government».
Il parere del notaio. Il lavoro dei notai è impattato in maniera importante dall’impiego delle tecnologie digitali. A questo proposito, Claudio Caruso, che esercita a Milano, segnala che questo processo evolutivo «ha migliorato notevolmente la qualità e l’efficienza del nostro lavoro. Basti pensare che la totalità dei nostri atti destinati al registro delle imprese e alle conservatorie dei registri immobiliari da parecchi anni viene trasmessa telematicamente». Bisogna però scindere l’aspetto della trasmissione da quello della sua preparazione e conclusione. «Oggi l’atto viene ancora concluso prevalentemente in modalità cartacea, ma subito dopo viene trasformato in formato digitale e la sua circolazione verso gli uffici pubblici segue appunto la via telematica», sottolinea. Da qualche tempo è anche possibile stipulare direttamente l’atto in formato informatico e in questa direzione il notariato si già è dotato di un software specifico che consente di far sottoscrivere l’atto stesso direttamente in formato digitale. «Tuttavia», riprende, «residuano delle procedure ancora non digitalizzate, ad esempio in materia testamentaria, nell’ambito delle quali si possono fare dei passi avanti». Il notaio tiene comunque a confermare il giudizio complessivamente positivo sul processo di digitalizzazione in atto nella Pa. «Il nostro Paese è cresciuto in termini di posizionamento nell’ambito delle classifiche starting business e registering property, e questo proprio grazie alla digitalizzazione dei relativi processi di circolazione e registrazione degli atti.  Per il futuro auspicherei una maggiore facilità di accesso on line da parte dei notai agli atti della Pa, per esempio alla documentazione edilizia ed ai certificati dello stato civile, per i quali si rende necessario invece accedere agli uffici pubblici». L’auspicio di Caruso è che in un prossimo futuro si possa completare il quadro di trasmissione telematica «fino ad abbracciare tutte le nostre attività in ogni ambito e garantire un maggiore accesso alle banche dati della pubblica amministrazione».

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Lo studio legale 2.0 tra rischi e opportunità

La gestione elettronica dei documenti e la condivisione delle informazioni hanno migliorato il lavoro e ottimizzato i tempi, ma accanto ai vantaggi della digitalizzazione si aprono nuovi scenari

Il 30 giugno 2014 il ministero della Giustizia ha introdotto il Processo civile telematico (Pct) nell’ordinamento giuridico italiano. Un passo avanti per la professione forense che fino a pochi anni prima denotava una totale arretratezza tecnologica,
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Ma per lo studio legale tradizionalmente concepito, legato ai vecchi sistemi di comunicazione e agli obsoleti strumenti di raccolta dei dati, la necessità di adeguarsi a un mondo sempre più digitalizzato è emersa ben prima dell’arrivo del Pct. Negli ultimi dieci anni, sia per il volume crescente di dati e informazioni sia per una stringente esigenza di abbreviare i tempi, gli studi legali, chi prima chi dopo e con un po’ di reticenza, si sono sempre più avvicinati alle nuove tecnologie. Proprio come una struttura aziendale, hanno investito in progetti, strategie e servizi che hanno consentito di semplificare, razionalizzare e velocizzare il lavoro attraverso la gestione e la conservazione elettronica dei documenti, l’uso della firma digitale e la condivisione delle informazioni in apposite banche dati. 
Ma accanto ai numerosi vantaggi che la digitalizzazione ha portato, c’è l’altra faccia della medaglia, quella dei rischi e dei limiti che comporta. Rischi associati prevalentemente alla sicurezza delle informazioni, al rispetto della privacy, all’aggiornamento continuo di strumenti e software e a ingenti investimenti economici legati a quest’ultimi, che non tutti possono permettersi. 
La tavola rotonda organizzata da Legal dal titolo «Tecnologie, strategie digitali e privacy. Lo studio legale 2.0», moderata da Angela Maria Scullica, direttore responsabile delle testate economiche di Le Fonti, ha sviscerato opportunità e criticità dell’evoluzione tecnologica nello studio legale, con un occhio al confronto tra Italia e Europa. Alla tavola hanno partecipato Gianluca Campus di Franzosi Dal Negro Setti, Luca Egitto di R&P Legal, Luca Failla di LabLaw, Caterina Flick di Nunziante Magrone, Denis Fosselard di Ashurst, Marco La Mattina di SLS Avvocati e Aldo Palumbo di Toffoletto De Luca Tamajo e Soci. 
A che punto siamo in Italia con il processo di digitalizzazione? Quali novità e quali cambiamenti apporterà l’introduzione dell’ordinamento europeo?
CAMPUS Si dice spesso che l’Italia sul digitale non sia all’avanguardia, ma almeno da un punto di vista normativo, per quanto mi risulta, l’Italia è sempre stata attenta alle innovazioni: la prima normativa sulla firma digitale è arrivata in Italia alla fine degli anni ’90 (col Dpr 513/1997). Le prime sentenze di omologa da parte di tribunali degli statuti societari che introducevano l’utilizzo degli strumenti di telecomunicazione per le riunioni assembleari e di cda delle società di capitali risalgono anche a prima del 2000, prima ancora, quindi, che ci fossero norme ad hoc nel nostro ordinamento. Siamo stati precoci, ma la digitalizzazione non sempre è stata un percorso attento ai trend tecnologici e normativi e a quanto stesse succedendo all’estero. Così nel giro di pochi anni abbiamo dovuto rivedere le norme nazionali in base alle direttive europee sulle firme elettroniche o alla direttiva sui diritti degli azionisti, che avevano una prospettiva tecnologica e normativa diversa dalle norme nazionali. 
FOSSELARD Riguardo al processo comunitario, la Corte di giustizia dell’Ue consente da tempo (pur non essendo obbligatorio) il deposito telematico dell’insieme degli atti della procedura. È tuttavia chiaro che la Corte di giustizia dispone di risorse finanziarie molto importanti che le permettono di effettuare gli investimenti necessari a far funzionare un tale sistema. Al contrario, le poche volte che mi sono interfacciato con la giustizia civile italiana mi sono imbattuto in alcuni ostacoli, in quanto la procedura è al contempo sia telematica sia cartacea, dal momento che il giudice chiede spesso alle parti di depositare comunque atti e/o documenti in forma cartacea. Ciononostante, non mi risulta che sotto il profilo normativo l’Italia sia in ritardo rispetto ad altri Paesi europei come il Belgio. Gli investimenti da parte degli studi legali in soluzioni It sono ormai strettamente necessari. Tuttavia, lo studio legale di domani non potrà che offrire, come già oggi avviene, un servizio focalizzato sul lavoro del singolo professionista e un valore aggiunto rispetto a soluzioni in house e/o prodotti informatici, banche dati ecc.
LA MATTINA Lo sforzo del legislatore indirizzato verso una gestione interamente telematica del processo civile è certamente apprezzabile. Purtroppo però le intenzioni devono scontrarsi con realtà giudiziali che non sembrano essere favorevoli: mi è capitato di leggere ordinanze con cui i giudici invitavano le parti a depositare la documentazione e gli atti, oltre che in formato digitale anche in formato cartaceo; addirittura in una sentenza dell’anno scorso del tribunale di Milano una società è stata condannata al pagamento di 5.mila euro per non aver depositato la copia cartacea di cortesia degli atti. Al di la di ciò ritengo che si debba perseverare verso la completa digitalizzazione del processo civile. L’esperienza del nostro studio legale è un po’ sui generis: prestando assistenza a realtà italiane e multinazionali con una notevole mole di pratiche, è stato creato direttamente dalla società cliente un software gestionale proprietario. Il singolo avvocato quindi accede direttamente al portale e gestisce la posizione senza alcun supporto cartaceo: tutto viene caricato direttamente da remoto, direttamente dalla società cliente. Al conferimento di un nuovo incarico, di sua modifica o variazione, il sistema automatizzato invia una notifica push e il singolo avvocato che ha in gestione la posizione viene informato della variazione. Il sistema quindi “dialoga” con lo studio legale, o meglio la società cliente comunica con lo studio attraverso sistemi automatizzati. Diciamo che in realtà multinazionali di ingenti dimensioni il contatto telefonico con il cliente è ridotto ai minimi termini, diversamente da come avveniva in passato quando nucleo dell’attività legale era il rapporto personale cliente-avvocato. Queste modalità operative assicurano una gestione particolarmente semplificata e annullano di fatto ogni possibile errore.
EGITTO Con il processo telematico lo studio legale non vede mutare radicalmente la propria posizione dal punto di vista del trattamento del dato personale né la tipologia del dato né la fisionomia dello studio stesso. È però vero che la digitalizzazione del processo civile comporta un incremento del volume generale di traffico e della mole di dati trattati, fenomeno che determina l’intensificarsi dei rischi per la sicurezza e impone un potenziamento dell’attenzione sul tema della sicurezza e delle relative misure che vengono applicate. Inoltre cambiano gli strumenti con cui trattiamo i dati, strumenti che hanno delle comodità evidenti ma anche dei pericoli maggiori rispetto a quando la pratica esisteva esclusivamente in forma cartacea. Diviene dunque centrale la capacità o meno dell’infrastruttura informatica statale di ricevere tutta questa mole di dati: sono state introdotte diverse novità di tipo tecnologico, è stato digitalizzato il processo civile, la tutela doganale, la costituzione delle start up, tuttavia dal punto di vista meramente tecnologico l’infrastruttura messa in piedi dallo Stato zoppica o non regge e non pare in grado di sopportare la mole di dati generata dagli utenti. Ne deriva dunque un visibile ed enorme divario tra i sistemi delle istituzioni private, degli studi legali e delle aziende, contraddistinti da un notevole avanzamento tecnologico, e i sistemi antiquati e spesso inadeguati delle istituzioni pubbliche o delle cancellerie, spesso caratterizzati da strumenti tecnici che presentano serie difficoltà nella comunicazione e nella ricezione di informazioni e nella gestione di elevati volumi di dati.
PALUMBO A mio parere il processo civile telematico ha portato alcuni vantaggi come la maggior rapidità di accesso ai documenti di causa, il guadagno di tempo nelle costituzioni e l’eliminazione, in gran parte, dell’attività dei corrispondenti. Tuttavia permangono alcune criticità: la complessità della procedura per il caricamento dei documenti, la differente efficienza delle cancellerie (per esempio Torino e Brescia sono estremamente rapide) nell’aggiornare il fascicolo telematico, le informazioni, ancora incomplete, cui ha accesso l’utente (una cosa importante sarebbe poter sapere se qualcuno ha avuto accesso al fascicolo telematico dopo la sua formazione). Molto delicata infine è la tematica delle notifiche via Pec, soprattutto da un grado di giudizio all’altro, poiché dal momento in cui viene notificato un atto sulla Pec, che è esclusivamente individuale, decorrono i termini decadenziali previsti dal procedimento di cui si parla, e se la notifica venisse effettuata esclusivamente all’indirizzo di un collega che nel frattempo ha lasciato lo studio, potrebbe originarsi un grosso problema.
FLICK Da avvocato penalista, la realtà che fotografo è quella a me più vicina, ovvero quella del processo penale dove la digitalizzazione, a differenza di quanto avvenuto nel processo civile, è ancora molto lontana dall’essere effettivamente attuata. Alcune procure hanno effettivamente avviato il processo, ma nella gran parte di casi l’informatizzazione degli uffici giudiziari ha portato come unico risultato all’invio per posta elettronica della copia dei verbali di udienza e in alcuni casi alla possibilità di effettuare verifiche sul registro degli indagati. Il nostro codice privacy dal punto di vista astratto è comunque abbastanza avanzato e pertanto ritengo che a partire dal 2018, quando l’ordinamento europeo entrerà pienamente in vigore, diverranno efficaci eventuali ulteriori obblighi e adempimenti, per esempio la nomina dei privacy officer, ovvero delle persone addette a monitorare la privacy all’interno delle aziende. Per quello che riguarda i principi, invece, non ci saranno sostanziali novità. Anche le sanzioni in molte occasioni sono già state largamente applicate: in sostanza già esistono tutti i presidi necessari per la tutela della privacy. Anche i grandi studi legali già adesso possono essere considerati titolari del trattamento, a parte, per esempio, il caso di membri dello studio che godono di una totale autonomia di gestione.
Altra tematica molto attuale è legata alla protezione dei dati sensibili anche a fronte del dilagante uso dei social network e dell’archiviazione digitalizzata su server o in cloud. Come affronta il singolo studio legale la problematica della privacy?
PALUMBO Per gli avvocati lavoristi la privacy è un elemento che sta conquistando spazi sempre più importanti nel nostro settore. Per esempio, l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, che è stato recentemente modificato per effetto del Jobs act, ha introdotto modalità di controllo sugli strumenti informatici e limiti alla acquisizione e conservazione dei dati acquisiti nel rispetto dei parametri stabiliti dal codice privacy. La privacy, che in realtà è un tema sempre stato presente, ora viene ad assumere una maggiore centralità e acquisterà un peso ancora maggiore in relazione al nuovo strumento contrattuale rappresentato dallo smart working (o lavoro flessibile) nell’ambito del quale anche il singolo lavoratore, e non più solo il datore di lavoro, diventerà direttamente responsabile del trattamento e della conservazione dei dati, sia nel momento in cui lavora all’esterno delle mura, dove è potenzialmente esposto all’attenzione delle persone attorno a lui, sia quando lavora a casa allorché, connettendosi da remoto, deve assicurarsi che gli strumenti informatici usati garantiscano la massima sicurezza e riservatezza dei dati trasmessi.       
FAILLA Dato il rischio di sottrazione di file salvati in cloud, secondo me la cosa fondamentale di un fornitore è la “magnitudo”, intesa come la sicurezza che è in grado di darmi: al di là delle clausole e dello scarico di responsabilità, io voglio avere la garanzia, avvalendomi di un provider grosso, di assicurare ai miei clienti la massima tranquillità e protezione se salvo i loro dati in cloud. È vero che si può perdere il controllo dei grandi cloud se non si ha un rapporto forte con il fornitore; tuttavia adesso con una mole di dati sempre più ingente, i server interni e locali da soli, oltre a essere molto costosi, non sono più sufficienti e necessitano di un rinnovo periodico. Verrebbe da domandarsi se tutti questi investimenti che stiamo facendo sul sito, sulla tecnologia e sulle app sono apprezzati e richiesti dai clienti e se noi siamo in grado di tramutarli in valore aggiunto. Probabilmente la risposta dipende dal cliente e dal settore.             
LA MATTINA In merito alle conseguenze derivanti da un accesso fraudolento ai dati condivisi dalle società clienti, ritengo che il sistema di gestione, per come è impostato, escluda qualsiasi responsabilità sia in capo allo studio legale sia in capo alla società cliente, in quanto, eventuali responsabilità sorgerebbero in capo al cliente fornitore del servizio cloud di condivisione. Questa modalità di gestione interamente digitalizzata è sicuramente una prospettiva positiva per lo studio poiché determina un notevole risparmio di costi soprattutto in relazione all’archiviazione delle posizioni. Ovviamente non si tratta di un processo semplice da realizzare perché necessità, quantomeno nella fase iniziale, di importanti investimenti.
FLICK A mio parere il problema vero per noi è “un problema interno” conseguente alla sempre maggiore digitalizzazione delle attività di avvocati singoli e di studi legali e l’utilizzo sempre più imponente dei sistemi in cloud per l’archiviazione dei dati. Il tema è complesso e di attualità, non solo perché il cloud è caratterizzato da modalità di gestione proprie e diverse dagli altri sistemi (spesso è basato negli Usa e pertanto non concepito per sistemi europei), ma anche e soprattutto perché, per quanto sia un cloud dedicato allo studio legale, c’è sempre un outsourcer che fornisce il servizio rispetto al quale lo studio si può tutelare cercando di prevedere i rischi quanto più possibile nelle clausole contrattuali, sempre che sia possibile negoziarle effettivamente data la loro estrema standardizzazione. Non è da sottovalutare nemmeno l’accentramento della fornitura dei servizi solo in capo ad alcuni fornitori, e di conseguenza il rischio elevato di accesso non controllato tra concorrenti. A proposito dell’archiviazione, sostengo che sarà sempre necessaria la mente umana. Tecniche di archiviazione dell’informazione esistono da tempo e in gran quantità, ma è assai arduo lasciare esclusivamente all’automazione e alla macchina l’intera gestione in quanto un software può partire solo da informazioni di base ed è condizionato da come queste sono state inserite in partenza. Concludo sfatando anche la falsa credenza che con l’aumento della tecnologia si risparmi; semplicemente è l’allocazione dei costi che cambia dato che per ottenere alti livelli di sicurezza occorrono grandi investimenti. Questo, nella gestione delle attività dei nostri studi, si traduce nell’accorpamento degli studi o nel loro ingrandimento: i grandi studi internazionali, infatti, possono investire, mentre quelli piccoli e di provincia si trovano seriamente in difficoltà. Il vero problema non è il costo del singolo dispositivo e del singolo software, bensì il mantenimento di un sistema di sicurezza che sia sempre costantemente aggiornato, e il servizio a esso connesso.
All’interno di questo nuovo scenario che si apre con la digitalizzazione e le nuove normative, come si inserisce la figura dell’avvocato e cosa può fare per non rischiare di essere sostituito dalla macchina?
CAMPUS Quanto all’impatto della tecnologia sul mercato legale, il fatto di essere destinatari di normative che spesso vengono dall’estero forse inciderà sul tipo di mercato legale che avremo nei prossimi anni. Da un certo punto di vista e per certi livelli di specializzazione penso che saranno sempre più richieste figure di respiro europeo. E questo comunque richiede una prospettiva molto orientata ai servizi rivolti ai clienti e una forte attenzione ai temi tecnologici. Penso, per esempio, ad alcuni problemi legati alla documentazione elettronica che ho riscontrato soprattutto nell’ambito di operazioni cross-border, quindi di negoziazioni che coinvolgono partner con base in diversi paesi europei, sebbene in teoria dovremmo essere in un settore ormai armonizzato dalle direttive comunitarie da diversi anni e più di recente dal regolamento comunitario 910/2014. In realtà così non è perché i modelli di sottoscrizione elettronica più diffusi (in particolare alcuni servizi di firma elettronica avanzata di Docusign) vengono da fornitori esteri, spesso sono nati nell’ordinamento americano, e non sono quindi inquadrabili tra le sottoscrizioni elettroniche di maggior sicurezza nel nostro ordinamento, che sono le firme elettroniche qualificate. Le difficoltà sorgono nel momento in cui, trovandoci spesso a lavorare con colleghi di studi esteri, bisogna spiegare loro che nel nostro ordinamento le firme elettroniche avanzate sono valide forme di sottoscrizione ma non hanno tuttora in Italia, nonostante i nuovi provvedimenti, una efficacia probatoria altrettanto forte come quella delle firme elettroniche qualificate.
PALUMBO Per noi come studio lo sviluppo dei database e del knowledge management è molto importante, oserei dire fondamentale. Più in generale, l’intelligenza artificiale non va più concepita come la creazione di un cervello positronico dotato delle stesse capacità di un cervello umano di elaborare un pensiero, bensì come la realizzazione di sistemi in grado di elaborare in modo sempre più efficiente le informazioni raccolte: più l’informazione è completa e più il sistema che vi attinge può fornire validi suggerimenti basati sulle esperienze pregresse. Si può reperire con rapidità documentazione rilevante per l’attività che si sta effettuando (un atto, un parere) inserendo una sola parola chiave, a condizione che, a monte, vi sia stata una raccolta di dati ampia ed estremamente curata, accompagnata da un’opera di indicizzazione efficiente. La conseguenza negativa dello sviluppo delle banche dati e del loro accesso pressoché illimitato fa sì che, molto spesso, informazioni che una volta venivano richieste in via preferenziale all’avvocato, oggi vengano invece reperite autonomamente dai clienti in rete, nonostante spesso siano infarcite di imprecisioni e riferimenti a normative superate. L’avvocato per sopravvivere, da un lato, dovrà essere abile a suggerire al cliente soluzioni sempre nuove e creative, sfruttando le numerose modifiche agli istituti giuridici recentemente intervenute (è il caso del diritto del lavoro) e individuando collegamenti tra di essi; dall’altro, la sua attività dovrà essere contraddistinta da efficienza, con la conoscenza dei costi sostenuti e del margine di redditività.
FOSSELARD Con l’introduzione dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione, il modello piramidale, con tanti collaboratori, figure junior che attraverso le ricerche e la rilettura dei pareri si facevano un’enorme cultura, viene superato. Essendo questo lavoro ormai spesso esternalizzato verso centri di outsourcing legale, la conseguenza per le nuove generazioni è di avere schiere di professionisti sempre più concentrati su delle “nicchie”, sempre più specializzati in modo tale da essere subito efficiente e redditizio. Però in questo modo è molto più difficile sviluppare lo stesso “sapere orizzontale”, che il cliente considera spesso il valore aggiunto più significativo del professionista.
EGITTO Dobbiamo culturalmente abituarci a spiegare qual è la nostra funzione sociale, perché per secoli era data per scontata: l’avvocato era una figura di prestigio che aveva alcune sue prerogative di default, mentre oggi deve giustificare la sua utilità e dimostrare il suo valore aggiunto rispetto ad applicazioni in grado di generare atti, statuti e contratti semplicemente con un clic. Oggi la funzione dell’avvocato non ancora sostituibile è quella di “venditore di tranquillità”, tranquillità che, per ora, un computer non può fornire. Dobbiamo capire come integrarci con l’intelligenza artificiale: sicuramente la nostra arma è il database di conoscenza ed esperienza umana, ma dobbiamo trovare degli strumenti per renderlo il più efficace possibile. Valorizzare la knowledge base di studio limita peraltro i rischi di ultrapersonalizzazione tipici del lavoro del legale: gli studi con la tecnologia giusta possono centralizzare la conoscenza presso la propria struttura e non intorno a un singolo legale, accentuando così la fidelizzazione del cliente sullo studio. Pertanto non ci dovrebbe essere una compartimentazione stagna, in quanto la figura dell’avvocato è ormai integrata nella struttura informatica in cui opera e allo stesso tempo la struttura informatica non può funzionare e non ha senso senza l’avvocato. Personalmente penso che sarà difficilmente evitabile, quantomeno per alcune strutture, divenire dei puri provider di servizi legali, poiché il paradigma tradizionale non può più funzionare e perché oggi si registrano sempre più incarichi che, sebbene eseguibili esclusivamente da un legale, non rientrano negli schemi tradizionali dell’assistenza legale italiana giudiziale ed extragiudiziale e richiedono una capacità di relazione, da un punto di vista tecnologico e culturale, con realtà diverse da quelle italiane. Questo d’altro canto vuole anche dire che ci sono nuove opportunità per i legali e nuove forme di assistenza non codificate e senza precedenti.
FAILLA La vecchia bottega che noi abbiamo conosciuto con telefax, stampanti ad aghi e controlALT non esiste più. Gli studi odierni hanno l’It, l’Hr, l’office manager, tutte figure che l’avvicinano sempre di più lo studio a un’azienda gestita con criteri manageriali. Tuttavia, l’azienda offre prodotti standard per definizione, mentre noi siamo costretti per la nostra professione a offrire prodotti che standard non sono, ossia la discussione, la rappresentazione e l’assistenza; ed è questo che distingue un avvocato dall’altro. Fare l’avvocato è cultura, conoscenza di base ma anche fantasia e improvvisazione e in questo la tecnologia non può aiutare. Da avvocati italiani, noi manteniamo sempre una visione un po’ artigianale del mestiere, essendo convinti che il nostro servizio sia un servizio tailor made, dove si paga il valore del professionista, mentre il brand dello studio è solo a seguire. Purtroppo negli ultimi trent’anni i clienti sono sempre meno disposti a capire questo e a pagare questo: a volte si preferisce un servizio standardizzato del junior associate che non ha valore aggiunto e che non tiene conto di tutte le conseguenze e le variabili. Questa situazione viene perfettamente fotografata dallo studioso Richard Susskind che nel suo libro più recente, Tomorrow’s Layers, pur riferendosi nello specifico al mercato anglosassone, sicuramente più avanzato ma meno tailor made del nostro, afferma che il processo di digitalizzazione e di investimento tecnologico è fondamentale e chi non lo farà, sarà costretto a uscire dal mercato. Il cliente sarà sempre più disposto a comprare servizi tecnologici invece di rivolgersi al singolo avvocato per una consultazione tanto che la digitalizzazione in alcuni paesi come Usa e Regno Unito sta portando a una spersonalizzazione del rapporto con l’avvocato oltre a una diminuzione del numero di avvocati all’interno degli studi proprio perché, se io posso dare delle risposte tramite un database, bisogna solo aggiornare questo database: alla fine rimarranno i partner, con pochi avvocati. Stiamo percorrendo una strada senza ritorno per cui chi non si adeguerà allo sviluppo tecnologico sarà destinato a soccombere, chi non riuscirà a fare investimenti in questa direzione sarà destinato a chiudere.
(Ha collaborato Laura Colnaghi)

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Crediti deteriorati tra vecchi strumenti e nuove soluzioni

E’ ancora presto per fare un bilancio sulle misure adottate finora per smaltirei non performing loans. Ma sull’ultimo arrivato, Atlante 2, gli esperti sembrano cautamente ottimisti

Il tema dei non performing loans (Npl) è tutt’oggi al centro del dibattito mediatico, dove si accalcano ipotesi sui principali motivi che hanno generato il problema dei crediti deteriorati (crisi economica o cattiva gestione creditizia?) e le possibili, e realmente efficaci,
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Il governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, durante un intervento all’assemblea Abi dell’8 luglio 2016, ha parlato dei numeri relativi all’ammontare del fenomeno: «Dei 360 miliardi di prestiti deteriorati lordi in essere alla fine del 2015, 210 erano relativi a debitori insolventi (le sofferenze), 150 corrispondevano alle inadempienze probabili o a esposizioni scadute o sconfinanti e, al netto delle svalutazioni, l’ammontare di sofferenze si riduce a 87 miliardi. Di questi, circa 50 sono assistiti da garanzie reali il cui valore è stimato in 85 miliardi. Il resto è assistito da garanzie personali, dal valore stimato di 37 miliardi, o non è garantito». Il problema dei Npl è, secondo Visco, «un problema serio ma gestibile». Per farlo, secondo Yves Mersch, membro del Consiglio esecutivo della Banca centrale europea, «l’Italia deve affrontare in particolare nodi in materia di attuazione della procedura di insolvenza e di riscossione delle garanzie. Se l’attuazione della riforma sugli Npl sarà efficace il mercato lo riconoscerà». 
Nell’ultimo anno il legislatore ha posto in essere alcune soluzioni per cercare di incentivare lo sviluppo del mercato dei non performing loans. Lo ha fatto prima con la garanzia dello Stato sui titoli emessi da società per la cartolarizzazione, che acquistano crediti in sofferenza (cosiddetta Gacs); poi con la riduzione dei tempi di recupero giudiziali e stragiudiziali oltre all’introduzione di nuovi strumenti di garanzia, e alla modifica di alcune norme in tema di procedure esecutive e fallimentari tramite il decreto n.59/2016 convertito nella legge n.119/2016 e infine con il lancio, nell’aprile 2016, del Fondo Atlante per l’acquisto di crediti in sofferenza, a cui è seguito, in agosto, Atlante 2. 
Per fare il punto sulle reali potenzialità e conseguenze degli strumenti messi in atto, Legal ha intervistato tre esperti in materia: Angelo Rocco Bonissoni, socio di Cba studio legale e tributario; Umberto Mauro, partner di Norton Rose Fulbright, e Gregorio Consoli, socio di Chiomenti.
 
Qual è la situazione attuale degli Npl in Italia? «Una prima fondamentale distinzione dovrebbe farsi nell’ambito della categoria stessa degli Npl che, in senso lato, accomuna situazioni ben diverse, meritevoli di un ben diverso approccio analitico e di distinte soluzioni: una cosa sono gli Npl (in senso stretto), con ciò riferendoci alle cosiddette sofferenze bancarie, crediti deteriorati o inesigibili vantati dalle banche verso prenditori (famiglie o imprese) inadempienti/insolventi; altra cosa dovrebbero essere più propriamente gli Upl (Under performing loans), intendendosi per essi quei crediti problematici (incagli o crediti ristrutturandi) vantati dalle banche verso imprese che si trovino in stato di crisi e che abbiano intrapreso e possano intraprendere percorsi virtuosi di uscita da quella, attraverso l’impiego degli strumenti di composizione stragiudiziale o concordataria predisposti con lungimiranza dal legislatore negli ultimi anni (piani attestati, accordi di ristrutturazione, concordati in continuità).  Ritengo che accomunare indistintamente questi due fenomeni non aiuta alla individuazione di soluzioni percorribili ed efficaci», ha detto Bonissoni.
Critico nei confronti di un immediato sviluppo del mercato dei crediti è Mauro: «Nonostante i valori indicati da Banca d’Italia, il mercato dei crediti in sofferenza non riesce a svilupparsi in Italia soprattutto a seguito della differenza significativa tra il valore a cui le banche iscrivono tali attivi in bilancio e il prezzo offerto dagli investitori. Il più delle volte tale differenza è proporzionale alla lunghezza dei tempi di recupero degli Npl. In altri termini, i tempi di recupero degli Npl incidono in modo sostanziale nella valorizzazione degli stessi da parte degli investitori e nella differenza rispetto alla valorizzazione fatta dalla banca. Tale differenza è principalmente dovuta a due fattori: il tasso di rendimento atteso dagli investitori è molto alto (tale rendimento viene utilizzato per scontare i flussi di cassa attesi sugli Npl, mentre le banche utilizzano il tasso d’interesse effettivo originario dei crediti, di norma molto più basso); le banche rilevano i costi indiretti di gestione degli Npl nel bilancio d’esercizio di competenza, mentre gli investitori li deducono immediatamente dal loro valore netto con conseguente riduzione del prezzo di acquisto. A mio avviso risulta pertanto cruciale accorciare i tempi di recupero per poter attivare il mercato secondario degli Npl e consentire lo smaltimento dell’elevato stock delle banche italiane».
In che misura gli strumenti adottati finora sono risultati efficaci? «A oggi è nota un’unica operazione con Gacs che ha coinvolto la Banca Popolare di Bari, per cui è prematuro fare delle valutazioni sull’efficacia dello strumento», spiega Mauro, «così come fare delle valutazioni sui nuovi strumenti introdotti dal decreto n.59/2016, benché ci sia un generale ottimismo tra gli operatori. Quanto al fondo Atlante, sono state effettuate due operazioni di ricapitalizzazione che hanno riguardato Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ma al momento ancora nulla sul fronte dei crediti in sofferenza». 
Della stessa opinione è Consoli: «è ancora presto per un giudizio definitivo. Una valutazione completa sull’efficacia degli strumenti potrà essere fatta solo alla fine. Oggi notiamo che gli operatori hanno una pluralità di strumenti, sia pubblici che privati, a cui fare ricorso per una migliore gestione di questi attivi. Da una parte lo Stato ha messo in campo le misure fiscali e lo strumento Gacs, il sistema nel suo complesso si è organizzato per creare un investitore specializzato come Atlante e ciascuna banca ha adottato nuove misure organizzative per migliorare la gestione. Nessuna di queste misure è da sola sufficiente, ma ciascuna può essere uno strumento molto utile per affrontare il problema. Se prendiamo in considerazione la Gacs, notiamo come sia difficile stimare da un punto di vista quantitativo l’impatto di questo strumento nella gestione dei Npl. Questo non toglie però che si tratti di uno strumento positivo. Attraverso la Gacs si avranno cartolarizzazioni più trasparenti che richiedono maggiore professionalizzazione dei processi e in più la presenza delle Gacs rende più semplice l’utilizzo dello strumento cartolarizzazione come veicolo di finanziamento dei portafogli e non solo di investimento da parte di soggetti non bancari. Infine, la Gags faciliterà e ridurrà il costo della leva nell’ambito di queste operazioni con l’obiettivo di massimizzare il prezzo. 
Dopo Atlante, si è parlato di Atlante 2. Qual è il suo scopo e a quali scenari può condurre? «Il fondo Atlante e il fondo Atlante 2 si concentrano essenzialmente sugli Npl, oltre agli interventi di ricapitalizzazione delle banche in difficoltà», spiega Bonissoni. «Per gli Npl, il problema è essenzialmente quello del loro recupero (recovery); gli strumenti sono quelli tipici dell’esecuzione giudiziale e delle procedure fallimentari che, come di recentemente fatto con alcuni interventi normativi, devono essere accelerate e rese più efficaci ed efficienti; l’interesse qui primariamente tutelato dall’Ordinamento deve esser quello del creditore, pur evitando meccanismi vessatori nei confronti del debitore. Poi c’è il problema contingente della gestione dello stock di Npl che gravano oggi pesantemente sui bilanci delle banche i quali devono quindi essere opportunamente gestiti per ristabilire i ratio di sana e prudente gestione e per liberare quindi nuove risorse da destinare alla funzione creditizia a supporto del rilancio dell’economia reale. Qui le soluzioni, come dicevamo, sono essenzialmente di due tipi: pulizia dei bilanci tramite dismissione di quelle sofferenze o ricapitalizzazione delle banche».
«Atlante 2 sarà destinato esclusivamente all’acquisto di sofferenze bancarie italiane ad un prezzo fino al 32% del loro valore originario», aggiunge Mauro, «e si tratta di un prezzo più alto rispetto a quello normalmente offerto da investitori specializzati ma ritenuto adeguato dai gestori del fondo con un rendimento atteso del 6%. Si prevede che la disponibilità del fondo possa variare tra 1,25 miliardi di euro fino a 5 miliardi di euro. Come per Atlante, anche Atlante 2 investirà in titoli junior e mezzanine rivenienti da operazioni di cartolarizzazione di Npl originati da banche italiane. Una delle caratteristiche del fondo è quella di puntare ad una segmentazione dei portafogli tra garantiti e non garantiti ai fini di una migliore valorizzazione degli stessi. Uno degli investitori sarà lo stesso fondo Atlante che contribuirà con una cifra tra 800 milioni di euro e 1,25 miliardi di euro utilizzando parte delle disponibilità rimaste a esito delle operazioni di ricapitalizzazione realizzate, fermo restando che, come sopra indicato, dopo il 30 giugno 2017 tutte le disponibilità residue di Atlante potranno essere investite in Npl. Il regolamento di Atlante 2 prevede la possibilità anche di accedere al capitale delle banche attraverso strumenti finanziari ad hoc nel caso in cui l’operazione in Npl contribuisca ad un re-rating delle banche originator stesse. La prima operazione di rilievo di Atlante 2 dovrebbe riguardare Monte dei Paschi di Siena. Credo che Atlante 2 sia uno strumento estremamente innovativo sul mercato italiano e di possibile successo». Secondo Consoli, «stando a quanto si legge, Atlante 2 si tratterà di un veicolo più focalizzato sull’acquisto di non performing che di equity di banche. Se sarà confermato, potrà portare nuovi capitali che sosterranno la domanda di acquisto di attivi deteriorati».  
In questa situazione di instabilità finanziaria, la figura dell’avvocato è sicuramente centrale. Qual è il suo ruolo e quali le maggiori difficoltà che ha dovuto affrontare nel gestire la crisi? «Le tematiche tipiche, che la strutturazione di queste operazioni si pone, attengono ai profili civilistici e fiscali connessi alla cessione dei crediti e delle garanzie sottostanti. A livello, poi, più strutturale occorre pensare a soluzioni innovative soprattutto con riferimento agli Upl. Se, come detto, per gli Npl il problema è essenzialmente quello del loro recupero (recovery), per gli Upl obiettivo primario deve essere il risanamento delle imprese debitrici in crisi e quindi, ma solo indirettamente, dei bilanci delle banche creditrici. Questo può farsi, anche qui, cedendo (o svendendo) all’esterno i «preziosi» Upl a soggetti (privati o ibridi) che poi sapranno ben estrarre valore dai processi di ristrutturazione, valore che però viene così definitivamente sottratto ai creditori (e ai loro azionisti) che di quella crisi hanno portato il peso, ovvero strutturando una operazione «di sistema», più ambiziosa e complessa, ma oggi ben articolabile utilizzando lo schema tecnico del fondo di ristrutturazione, che, con soluzione tutta interna al mondo bancario, persegua un virtuoso allineamento di interessi tra creditori bancari e imprese debitrici ristrutturabili. Questa iniziativa avrebbe come obiettivo prioritario proprio quello di efficientare i processi di ristrutturazione oggi polverizzati e incagliati negli uffici ristrutturazione di tutte le banche italiane che, pur meritoriamente rinforzati e riqualificati negli ultimi anni, innanzi al quotidiano moltiplicarsi dei dossier e pur con tutta la diligenza e competenza di cui dispongono, si trovano oggi a dover gestire con strumenti ordinari una vera emergenza nazionale; tale soluzione pare oggi la sola capace di far uscire dalle paludi in cui si sono arenati i citati innovativi strumenti di composizione della crisi d’impresa, complice anche una inefficiente superfetazione normativa e operativa, alimentata da caste professionali (i professionisti della ristrutturazione) i cui costi spesso esorbitanti erodono i margini di risanamento dell’impresa loro affidata», afferma Bonissoni, che prosegue: «Una tale innovativa soluzione sistemica, che dovrebbe poter contare su alcuni semplici ma utili adeguamenti normativi per facilitarne l’operatività, avrebbe dunque come primario obiettivo quello di promuovere e agevolare l’interposizione di un veicolo dedicato e professionale, capace di svolgere per conto e nell’interesse delle banche, anche attraverso la conversione in equity dei loro crediti, quel ruolo di partnership del sistema imprenditoriale in crisi, ruolo che le stesse banche non vogliono, non dovrebbero e spesso non sono in grado di svolgere; la gestione professionale e virtuosa del percorso di risanamento si rifletterebbe poi in capo alle banche nella valorizzazione dell’investimento di natura finanziaria che queste ultime verrebbero a detenere nelle quote di quel medesimo veicolo per effetto del conferimento in essi dei crediti in sofferenza, restituendo e lasciando quindi al creditore bancario (e ai suoi azionisti) il plusvalore estratto dal processo di ristrutturazione». 
«Partiamo dal contesto di riferimento, che in questi mesi è molto mutato», puntualizza Consoli. «Oggi le banche iniziano a realizzare che, per quanto deteriorati e problematici, questi crediti restano comunque degli attivi che devono essere gestiti nel migliore dei modi. Alla figura dell’avvocato è richiesto quindi un approccio più flessibile. Non si tratta sempre di cedere pacchetti crediti o di trovare forme di finanziamento degli stessi, ma le soluzioni possono essere sempre più diverse. Dalla semplice alienazione con procedura competitiva, a soluzioni più strutturate come la cartolarizzazione, per arrivare alle operazioni di outsourcing o a quelle societarie che hanno come obiettivo lo scorporo dei non performing. 
In questo contesto, gli studi legali sono chiamati a uno sforzo per mettere insieme team di professionisti con tutte le competenze necessarie per affrontare le diverse esigenze del cliente in un’ottica multi-disciplinare».

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Italia e Germania nel segno dell’innovazione

PARLA ALESSIO ROSSI DI ALEGIS
I due paesi sono accumunati da imprese con un alto tasso tecnologico. Ma cresce l’attenzione dei tedeschi per alimentare e moda, agevolati da una certa uniformità legislativa

L’intensità dei legami economici e commerciali con l’Italia, il forte apprezzamento del made in Italy nel consumatore medio tedesco, il quadro politico, giuridico ed economico stabile e affidabile.
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Le aziende italiane interessate a sviluppare con la Germania rapporti di affari solidi e duraturi dispongono di un terreno e di condizioni di partenza fortemente favorevoli. 
Ma dal punto di vista della consulenza legale e fiscale? Prosegue il viaggio di Legal tra gli Italian Desk. A questo e ad altri quesiti sulle opportunità offerte del mercato tedesco ha risposto Alessio Rossi, partner e responsabile dell’Italian Desk di Alegis, studio con sede in Germania e Lussemburgo specializzato in fiscalità internazionale, controllo e servizi di consulenza aziendale.
Quali sono le maggiori esigenze da parte delle aziende italiane che vogliono investire in Germania?
Cercano soprattutto consulenza e supporto affinché le loro attività siano conformi alla legge. Forniamo assistenza su questioni di contabilità, per la redazione del bilancio d’esercizio e per la revisione contabile annuale. La consulenza fiscale è molto richiesta. Ma il nostro Italian Desk offre ai clienti italiani anche una consapevolezza culturale nell’affiancamento delle loro attività per combinare efficacemente le peculiarità italiane e tedesche. Sempre più imprenditori riconoscono il valore di questo tipo di conoscenze. Comprendere gli aspetti comunicativi e relazionali di un’altra nazione è diventato essenziale, sia in una prospettiva interculturale sia ai fini della mobilità di lavoro. 
Quali sono le opportunità garantite dal mercato tedesco a un’impresa italiana? 
La Germania è la più grande economia in Europa ed esporta ogni mese beni e servizi per oltre 100 miliardi di euro: il Paese è un’ancora di stabilità e, per molti settori, un mercato importante. Inoltre, è il luogo ideale per stringere partnership strategiche. È un periodo particolarmente favorevole per l’interscambio: l’economia tedesca è solida e per le aziende italiane ci sono grandi opportunità di crescita. Proprio come in Italia, in Germania le imprese vantano un alto tasso di innovazione e investono significativamente nei dipartimenti Research and Development. Le operazioni tra i due mercati sono quindi estremamente sinergiche. Il nostro consiglio è quello di puntare sulla qualità e sull’affidabilità per non disattendere le aspettative del mercato e degli investitori. 
Ci sono state ripercussioni dopo il voto sulla Brexit? 
Visto che la procedura di uscita non è iniziata, non possiamo ancora sapere quali saranno le conseguenze della Brexit. Dobbiamo prima attendere che il Consiglio europeo, su mandato della Commissione, negozi con il Regno Unito un Accordo sul recesso, che dovrà poi essere approvato dal Parlamento europeo a maggioranza qualificata. Insomma, i tempi sono lunghi e l’iter complesso. Tuttavia, per supportare al meglio i nostri clienti e fronteggiare tempestivamente ogni cambiamento, teniamo sotto stretta osservazione lo sviluppo del settore finanziario e la libera circolazione dei lavoratori. 
La sua attività si concentra sul diritto fiscale. Ci sono molte differenze tra la legislazione tedesca e quella italiana in questa materia? 
La legislazione europea si sta uniformando sempre di più. Resta comunque fondamentale l’assistenza sul territorio da parte di un professionista che conosca le procedure e sappia consigliare l’imprenditore su molteplici aspetti del business.
Qual è il ruolo dell’Italia nella vostra strategia? 
Assolutamente importante. Perché l’Italia ha connessioni molto strette con l’economia tedesca e in particolare con la regione Renania Settentrionale-Vestfalia. L’industria della moda, la lavorazione dei metalli, la meccanica e anche la produzione alimentare e la ristorazione sono i principali settori in cui una cooperazione è auspicabile e necessaria. La collaborazione con i nostri partner di Noda Studio è quindi continua, focalizzata su tutti gli ambiti produttivi di rilievo delle rispettive economie. 
Facendo parte di Andersen Global, in Italia vi rapportate con Noda Studio. Come si articola questa partnership? 
Ci coordiniamo strettamente su temi di attualità, discutiamo attività di marketing e sviluppo congiunto del business. Tra tutti gli studi membri di Andersen Global c’è notevole coordinamento non solo sulla gestione degli incarichi cross-border e sulla valorizzazione delle azioni sinergiche, ma anche nell’analisi delle problematiche che possono danneggiare il business degli imprenditori. 
Alegis e Noda Studio, infine, lavorano insieme per formare risorse per entrambi i desk al fine di avere un partner di riferimento competente e professionale come interlocutore per i clienti direttamente sul territorio. Il nostro Italian Desk resta l’elemento di contatto nella gestione della clientela, organizza gli incontri e a breve coordinerà la consulenza tecnica su questioni specifiche. Naturalmente, il desk si occupa anche dei rapporti interpersonali e delle relazioni culturali che vanno oltre il supporto tecnico. 

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Il cambiamento passa dal merito

PARLA ANDREA PARRELLA DI FINMECCANICA
Semplificazione, chiarezza e trasparenza alla base del riassetto societario del gruppo che, in relazione a un criterio meritocratico condiviso, si appresta a vivere un’intensa stagione di armonizzazione di ruoli e responsabilità

In due anni Finmeccanica è cresciuta notevolmente e a fine 2015 ha registrato un fatturato 26 volte superiore a quello dell’anno precedente. Merito anche della strategia messa in atto nell’estate 2014 dall’amministratore delegato Mauro Moretti che ha presentato il progetto di riorganizzazione e riassetto aziendale.
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”] Quest’ultimo ha visto la creazione di una one company divenuta operativa dal primo gennaio 2016 e a cui è seguita la proposta di una nuova denominazione per il Gruppo: da gennaio 2017 si chiamerà Leonardo. 
Andrea Parrella, Group General Counsel, racconta a Legal il nuovo corso di Finmeccanica, gli obiettivi fondanti la nuova organizzazione societaria e il ruolo della direzione legale che dirige, oltre alle prospettive e ai progetti futuri del Gruppo. 
Quali sono stati gli obiettivi e i valori alla base della riorganizzazione di Finmeccanica?
Gli obiettivi della riorganizzazione hanno mirato e mirano ad una deciso recupero in termini di efficienza e di produttività operativa, riorganizzando la catena decisionale in un’ottica di regole di governo societario decisamente semplificate rispetto al passato ma, al contempo, ridefinendo in modo chiaro e puntuale i confini dei processi e delle relative responsabilità. Semplificazione ma anche assoluta chiarezza e trasparenza nella allocazione delle responsabilità; il tutto ispirato ad un valore che permea quotidianamente il tessuto organizzativo e, quindi, quello delle risorse umane: il merito; infatti ogni decisione e valutazione di natura organizzativa ha preso e prende le mosse da oggettive valutazioni di merito, accompagnate anche da appraisal esterni che ulteriormente garantiscono la bontà delle scelte operate.    
Che ruolo e quali responsabilità ha assunto la Direzione Legale che lei guida nel processo di riforma strutturale e operativa dell’azienda?
La Direzione affari legali, societari e compliance ha assunto un ruolo centrale nell’ambito della “rilettura” dell’organizzazione societaria di Gruppo, assumendo la guida del working group costituito ad hoc in avvio di processo e garantendo un costante flusso informativo ed una immediata risposta tecnica agli organi societari con particolare riferimento al Consiglio di Amministrazione. In particolare, degno di menzione è stato il processo che ha portato alla completa ridefinizione del Modello Organizzativo ex D.Lgs. 231/01 in materia di responsabilità amministrativa degli enti, ovverosia il Modello volto, da un lato, a creare e diffondere, esigendone il puntuale rispetto, regole di comportamento virtuose in termini di prevenzione del fenomeno c.d. della mala administration e, dall’altro, ad introdurre una barriera protettiva alla Società in caso di avvio di procedimenti penali nell’ambito di reati previsti dal D.Lgs. 231/01. 
Quali sono state le principali difficoltà riscontrate da Lei e il suo team nella gestione della nuova struttura?
Più che di difficoltà parlerei di una complessa fase di graduale armonizzazione tra il “vecchio” e il “nuovo”; in ogni caso, la quasi maniacale evidenza dell’utilizzo del criterio meritocratico nelle scelte operate ha, da subito, generato una reazione positiva e virtuosa da parte dell’azienda che ha posto in essere notevoli sforzi in termini di flessibilità ed orientamento al cambiamento. Certo, non v’è dubbio che l’imponente opera di ridefinizione delle strutture organizzative ha generato una fase iniziale, contenuta e comunque brillantemente gestita, caratterizzata da una intensa e continua richiesta di chiarimenti operativi che, d’altra parte, oltre che inevitabile e fisiologica, è pur sempre la dimostrazione concreta della buona reattività dell’azienda al processo di cambiamento. Il che, alla fine, è un importante ulteriore valore fatto riemergere!
 
Avviato questo nuovo corso, quali sono stati e sono attualmente i maggiori progetti che coinvolgono l’ufficio legale?
L’ufficio legale che, ricordo, è armonizzato in un’unica Direzione che contempla anche gli affari societari e la cosiddetta compliance che sovrintende ad una complessa area di attività di controllo e che fa capo al Group General Counsel (il sottoscritto), porta avanti un complessa attività fondamentalmente volta a diffondere ogni giorno la cultura della legalità. E lo fa fornendo evidenza di ogni vantaggio connesso a tale scelta, riducendo e analizzando nel dettaglio l’origine dei contenziosi, selezionando laddove necessario legali esterni sulla base di un database di riferimento e che costituisce un dinamico albo di fiduciari del Gruppo basato su capacità, esperienza, competitività anche in termini di costi. Inoltre, l’ufficio legale ha la funzione di indirizzare il governo societario del Gruppo attraverso una costante analisi degli scenari interni ed internazionali sia normativi che regolamentari, fluidificare il processo di costante adeguamento del nuovo modello organizzativo fornendo costanti chiarimenti, letture interpretative e supporto alla Direzione risorse umane nell’ambito della fase redazionale dei documenti organizzativi e accompagnare con rinnovato vigore e costante presenza  i processi e le operazioni di M&a che caratterizzano il nuovo corso nell’ambito del nuovo Piano Industriale.
E quali gli obiettivi del prossimo futuro?
Per il prossimo futuro, la funzione del Group General Counsel si propone,  forte del notevole impulso dato all’origine del processo di riorganizzazione, di svolgere un ruolo di propulsore della complessiva attività di Leonardo, in dirizzandola sempre sulla strada della legalità e del rispetto delle regole e fornendo un’assistenza operativa efficace e misurabile in concreto, così integrandosi appieno con le funzioni tradizionalmente più vocate allo sviluppo del business, anzi omogeneizzandosi con le stesse dando vita ad un’organizzazione compatta ed unitaria.

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La battaglia dei notai tra tutele e mercato

Il duello tra governo e professionisti sulla certificazione degli atti costitutivi delle nuove società finisce in pareggio

La partita tra notai e governo sul terreno delle riforme si è, per ora conclusa, con un pareggio. La categoria è riuscita a schivare il tentativo di escludere il contributo del professionista nelle procedure per la costituzione delle Srl semplificate, ma ha dovuto incassare il via libera sulle startup online, che dallo scorso luglio possono
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”] essere registrate senza l’ausilio del notaio. Su quest’ultimo fronte l’ultima parola deve ancora essere scritta.
Il duello vero e proprio è iniziato nel marzo del 2015, quando il Parlamento ha inserito nel decreto investment compact un emendamento per semplificare la vita a chi ha intenzione di dare vita a una startup innovativa: al posto del notaio basta un modulo standard con firma digitale. I soci dovranno poi trasmettere il documento al competente ufficio del Registro delle imprese. Agli imprenditori non è fatto alcun divieto di rivolgersi comunque a un professionista se si ritiene opportuno inserire condizioni particolari negli atti costitutivi della società, ma il notaio diventa di fatto un optional.

Abbattimento dei costi
Obiettivo dichiarato del governo, l’abbattimento dei costi per i giovani imprenditori. Tra imposta di bollo telematico, iscrizione alla camera di Commercio e altri oneri la spesa minima per aprire una Srl è solitamente intorno ai 7-800 euro. Cifra a cui bisogna aggiungere il compenso del notaio, che varia da città a città e da studio a studio, ma che in media si aggira sui mille euro. Non potendo intervenire sulle tasse, che avrebbero comportato una copertura di bilancio, il ministero dello Sviluppo economico ha pensato di tagliare di netto la spesa per i professionisti. Un tema su cui i notai si erano, in realtà, già mossi prima della legge. Secondo quanto comunicato dal Consiglio nazionale del notariato proprio nel marzo del 2015, infatti, nel 2014 ben 30.186 Srl semplificate su un totale di 91.853 (comprese quelle ordinarie) sono state costituite a titolo completamente gratuito, «proprio per venire incontro alla crescita del Paese, mantenendo i controlli di legalità preventivi, come quello antiriciclaggio, che a oggi permettono all’Italia di avere un registro delle imprese totalmente affidabile e in linea con le richieste delle organizzazioni internazionali». Al di là dei soldi, proseguono i notai, la riforma «risulta essere in contrasto, oltre che con norme di ordine pubblico italiane, anche con la Direttiva del Parlamento e del Consiglio d’Europa 16 settembre 2009, che prevede la forma di atto pubblico quando non è previsto, come in questo caso, un controllo giudiziario, né un controllo amministrativo».

Il decreto del Mise
La presa di posizione netta dei notai, unita alla fisiologica lentezza della burocrazia ministeriale, ha congelato il decreto attuativo per diversi mesi. Il 17 febbraio del 2016, però, arriva il decreto ministeriale che stabilisce le modalità di redazione degli atti costitutivi delle società a responsabilità limitata startup innovative. Il primo luglio il ministero dello Sviluppo economico (Mise), nel frattempo passato sotto la guida di Carlo Calenda (subentrato a Federica Guidi, travolta dallo scandalo giudiziario e mediatico di Tempa Rossa) emana un decreto direttoriale riguardante «l’Approvazione delle specifiche tecniche per la struttura di modello informatico e di statuto delle società srl startup innovative» e, contestualmente, la circolare attuativa 3691/C. Dopo una ventina di giorni la nuova procedura diventa operativa.
Chi ha intenzione di creare una startup (in Italia ce ne sono già circa 6mila) deve semplicemente andare sul sito del Registro delle Imprese e cliccare su «crea la tua startup». Si entra nella piattaforma e si compliano i moduli elettronici. Quando tutti i dati sono inseriti l’utente sottoscrive l’atto con la propria firma digitale e la piattaforma invia una Pec all’Agenzia delle entrate. Se tutto va a buon fine, il Registro delle imprese integrerà automaticamente la pratica con il numero di registrazione e la società sarà pronta ad operare. Per diventare imprenditori basta addirittura uno smartphone.
Il ricorso al Tar
Tutto risolto? Non proprio. Passa solo qualche giorno e i notai passano al contrattacco. Il Consiglio nazionale presenta al Tar del Lazio un ricorso contro la nuova norma, chiedendo la sospensione immediata del decreto del ministero dello Sviluppo economico. Alla base del ricorso, le motivazioni giuridiche già denunciate a livello italiano e comunitario, a cui si aggiunge la presunta violazione delle norme sulle modalità di formazione e contenuto dei decreti ministeriali. Ma quello che è più rilevante, ha sottolineato il consigliere del Notariato Giampaolo Marcoz, «è che il provvedimento che abbiamo impugnato potrebbe essere dichiarato illegittimo nei prossimi anni anche attraverso una semplice causa civile, con conseguenze a cascata sulle startup costituite con un modello giuridico non coerente». Secondo i notai l’importanza dei controlli preventivi in fase di costituzione di società a responsabilità limitata (ordinarie e semplificate) è dimostrata dal fatto che in 17 Paesi dell’Ue su 27 è previsto l’intervento di un professionista. In Francia e a Cipro è previsto il controllo del tribunale. Mentre solo in 7 Paesi (Bulgaria, Danimarca, Irlanda, Lituania, Malta, Finlandia, Svezia e Ungheria) la supervisione è affidata esclusivamente al registro delle imprese. L’anello debole della catena procedurale, secondo il Notariato, è la firma digitale. «Senza un adeguato controllo», ha spiegato ancora Marcoz, «non siamo in grado di stabilire chi compila davvero l’atto e lasciamo sforniti di una protezione adeguata gli startupper. Si tratta di giovani dalle idee geniali che si immetto in un mercato difficile, ma che rischiano di non avere elementi per gestire i rapporti di forza tra soggetto terzi». Se poi il problema sono gli oneri, è la provocazione della cate goria, piuttosto che eliminare il notaio Palazzo Chigi potrebbe tagliare la concessione governativa. In questo modo «si eliminerebbero già 300 dei 509 di costi fissi di iscrizione alla Camera di Commercio».

Salta la sospensiva
Ma è proprio sulle spese che si incardina la protesta degli startupper. «Per evitare una batosta che dal Sud al Nord varia tra i 1.500 e i 2.500 euro di spese notarili», spiega Gianmarco Carnovale, presidente di Roma Startup, «molti neo imprenditori cercano alternative e le trovano con costituzioni di imprese all’estero, che in molti casi sono gratuite o quasi. Se il loro giro di affari crescerà, dovranno senz’altro andare in seguito da un notaio o in uno studio legale per revisioni statutaria, pagando cifre maggiori di quelle italiane. Ma in quel momento, essendoci del business o degli investitori, ci saranno i soldi per farlo serenamente, senza toglierli da altre voci di spesa o rischiare di buttarli. È proprio questo lo schema che i notai dovrebbero apprezzare: si tratta di non chiedere soldi che non ci sono e che non è necessario spendere all’atto della costituzione, ovvero attendere che un passaggio notarile divenga possibile e necessario a tempo debito».
Tra polemiche e schermaglie si è così arrivati al 30 agosto, giorno fissato dal Tar per la decisione sulla sospensiva. A sorpresa, però, i notai hanno ritirato autonomamente il ricorso. «Sostanzialmente abbiamo vinto», ha subito scritto sul suo profilo Facebook Carnovale, «l’unica ragione per ritirare la richiesta di sospensiva, dopo aver detto urbi et orbi che con la costituzione online sarebbe caduto il mondo, può solo essere quella di aver compreso che il Tar avrebbe rigettato la richiesta». Tutt’altra, ovviamente, la versione dei notai. «Il Consiglio nazionale», si legge in una nota,  «si è semplicemente attenuto a seguire la volontà del giudice di andare a discutere nel merito il ricorso, bypassando la tappa della sospensiva». Stando a quanto riferito dall’organo di rappresentanza della categoria, sarebbe stato lo stesso Presidente del collegio a ritenere la causa suscettibile di essere decisa esclusivamente dopo un approfondito scrutinio di merito, diverso per natura da quello sommario tipico delle decisioni sulla misura cutelare. A confermare la tesi ci sarebbe la data della prossima udienza, fissata alla scadenza piuttosto ravvicinata del 15 febbraio 2017. Lo scontro, insomma, sembrerebbe solo rinviato.

Niente vincoli alle Srl
La partita dovrebbe essere invece definitivamente chiusa, salvo possibili, ma improbabili, ulteriori modifiche nel corso dell’attività parlamentare, per le srl semplificate. Qui la vicenda è un po’ più complessa. Le tensioni tra governo e notai risalgono addirittura al 1999, quando la Corte di giustizia Ue stabilì che nessuno Stato avrebbe potuto impedire ad una società costituita in un altro Stato membro della Ue di operare sul suo territorio. Il risultato fu che quasi ovunque i governi cercarono di rendere più semplici ed economici i modi per aprire una srl. Il cambio di passo arriva nel 2012, quando l’allora ministro dello Sviluppo del governo Monti, Corrado Passera, introdusse nel decreto liberalizzazioni (1/2012) la Srl semplificata riservata agli under 35, prevedendo la possibilità di costituirla senza l’ausilio di un notaio. In sede di conversione, però, la categoria ottenne il via libera ad un accordo. Mantenimento dell’obbligatorietà dell’atto pubblico in cambio dell’abolizione degli oneri. La Srl semplificata doveva essere fatta con l’ausilio di un professionista, ma senza pagare nulla. Nel 2013, però, fu eliminato anche il requisito dell’età. E la platea degli imprenditori che potevano far nascere una nuova società senza costi notarili aumentò a dismisura.
La tappa successiva, tra l’insofferenza crescente dei notai, è il ddl concorrenza, il cui iter parte nel 2015. L’intenzione del governo, e segnatamente dell’allora ministro dello Sviluppo Federica Guidi, è quello di intervenire alla radice, consentendo che le Srl semplificate possano essere costituite con una semplice scrittura privata. Non solo. Il notaio viene esautorato anche dai trasferimenti di quote all’interno di queste società, che possono avvenire con una semplice comunicazione telematica al registro delle imprese. 
Il Ddl concorrenza
Il Ddl ha un percorso travagliato, con continue modifiche e numerosi dietrofront, ma le riforme che riguarda i notai passa il primo esame alla Camera e resiste per diversi mesi. Finché il governo, considerato il polverone alzato sul punto, decide di affidarsi al giudizio della commissione Industria del Senato, al cui parere viene appeso il destino della norma. Il punto di svolta sembra essere l’audizione del procuratore nazionale Antimafia, Franco Roberti. Il magistrato si presenta a Palazzo Madama nel dicembre 2015 e punta il dito sui minori controlli, che potrebbero favorire personaggi legati alla criminalità organizzata. «Sappiamo per esperienza», spiega Roberti, «che il diavolo mafioso si nasconde nel trasferimento delle quote della società». Un avvertimento che aveva trovato il sostegno dei notai e di una fetta importante del Pd. Ma l’opposizione dell’allora ministro dello Sviluppo Guidi. «Per quanto riguarda i notai»,  aveva spiegato l’ex numero uno dei giovani di Confindustria, «si prevede di ridurre gli atti per i quali è obbligatorio ricorrere ai loro servizi professionali, sulla scorta delle raccomandazioni della Commissione europea e dei principali organismi internazionali».
L’atto resta pubblico
Si arriva così, in un vespaio di polemiche legate ai vari settori su cui interviene il ddl concorrenza, alla vigilia dell’estate, quando il governo, nel frattempo allo Sviluppo economico è arrivato Calenda, decide di imprimere un’accelerazione al provvedimento da troppo tempo impantanato nelle paludi dei lavori parlamentari. Arrivati al dunque, la commissione Industria del Senato si allinea ai suggerimento del procuratore nazionale Antimafia e sopprime gli articoli 44 e 45 del ddl concorrenza, quelli che riguardavano la costituzione delle Srl e il trasferimento di quote. Il provvedimento non ha ancora terminato il suo cammino, che dovrà passare per un’ultima lettura alla Camera, ma il destino della norma sembra segnato. Le Srl semplificate continueranno ad essere vincolate alla stesura di un atto pubblico e, quindi, alla presenza di un notaio. Determinazione su cui non sembrano esserci più dubbi. L’ultimo nodo da sciogliere, in linea con il mondo che cambia e alla rivoluzione digitale che sta riguardando tutti i settori della Pubblica amministrazione, riguarda la possibilità di consentire agli imprenditori di produrre gli atti anche per via telematica, attraverso un atto pubblico informatico. Ipotesi caldeggiata dalla presidente della Commissione affari costituzionali del Senato Anna Finocchiaro (Pd). Ma per i notai si tratta di una modifica non sostanziale. E, anzi, auspicabile. La categoria si sta infatti spostando con velocità verso le nuove tecnologie. Lo scorso luglio, per la prima volta in una procedura fallimentare del Tribunale di Roma, con la vendita di un ufficio di 5 vani, aggiudicato a 109.000 euro, l’asta è stata effettuata da un professionista romano, nella qualifica di banditore, e ha visto la partecipazione dell’offerente, poi risultato aggiudicatario, presso il notaio “periferico” con sede a Lecco, dove era ubicato il lotto. Anche Roma, si legge in una nota, «ha sperimentato con risultati positivi la Rete aste notarili (Ran), piattaforma informatica creata dall’Ordine nazionale e già scelta anche dai Tribunali di Brescia, Firenze, Genova, Lucca, Prato e Varese per effettuare tali procedure». L’impiego dello strumento «ha finora fatto registrare un valore di aggiudicazioni di lotti di procedure giudiziarie pari a 77 milioni di euro, con una crescita esponenziale di risultati». Partendo nel 2013 da 443mila euro, si è saliti nel 2014 a 16,2 milioni e nel 2015 a 25,9 milioni. Nel 2016 le aste telematiche sono già a 30,3 milioni (di cui 10,3 milioni aggiudicati presso notai periferici). Dunque, «circa il 19% (14.953.540 euro) dei ricavi delle vendite telematiche notarili giudiziarie è stato ottenuto con aggiudicazioni a distanza».t   

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Uno “scudo” a prova di privacy

Per l’Unione europea il Privacy Shield, ovvero l’accordo sulla tutela dei dati personali con gli Stati Uniti, aumenta le garanzie per i cittadini europei contro le incursioni delle aziende e delle autorità americane. Ma i tempi di implementazione potrebbero essere molto lunghi

Le norme cercano (inutilmente) di tenere il passo con la tecnologia che corre ormai alla velocità della luce, e la Commissione europea cerca di innalzare le tutele a favore della privacy dei suoi cittadini varando uno scudo (il Privacy Shield appunto) per regolare il trattamento dei dati tra Unione europea e Stati Uniti,
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Il caso Snowden
Eppure il nuovo “scudo” è giudicato un buon accordo, certamente migliore del precedente, in tema di privacy. Molti osservatori inoltre sottolineano come il Privacy Shield sia la risposta dell’Europa alle intercettazioni americane diffuse da Edward Snowden, il tecnico informatico dell’Nsa (National security agency) che nel 2013 ha dato il via allo scandalo Datagate rivelando i dettagli di un programma di sorveglianza di massa top secret messo a punto dai governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Anche se i tempi di implementazione del nuovo accordo potrebbero essere molto lunghi, lo scudo mette finalmente nero su bianco l’impegno degli Stati Uniti a non attuare più un controllo indiscriminato sui cittadini europei accumulando una quantità di dati, soprattutto quando questa pratica non è conforme ai principi di necessità e proporzionalità. Tutto ciò non era garantito dal Safe Harbour dove, in sintesi, non prevaleva il diritto alla privacy sul diritto di controllo da parte dell’autorità pubblica, poiché la legge americana consente alle autorità nazionali di accedere ai dati piuttosto liberamente.

Torna l’Ombudsman
Il rispetto del patto che l’Unione europea ha stretto con gli Stati Uniti dipenderà da un costante monitoraggio del funzionamento del nuovo regime grazie a una revisione annuale congiunta, condotta dalla Commissione Europea e dal Department of Commerce americano. È questa un’importante innovazione in quanto il rispetto dell’accordo prima dello ‘scudo” era basato solo sulla fiducia, con il Dipartimento del commercio che faceva iscrivere le aziende americane nel protocollo Safe Harbour che dichiaravano di adottarlo, una specie di autocertificazione dopo la quale non era previsto alcun controllo. «Il Privacy Shield stabilisce metodi di controllo molto pressanti sulle aziende Usa attuati da istituzioni svincolate dagli organi di intelligence americani», dice un esperto che vuole mantenere l’anonimato, «A prima vista sembrerebbe solo una risposta diplomatica dell’Europa al Datagate, ma nella realtà è un passo avanti molto positivo sulla strada della diritto alla riservatezza dei cittadini europei». Ma chi in concreto garantirà questa nuova procedura? Una figura un po’ mitologica in Italia, ma molto reale nei Paesi del nord Europa, ovvero l’Ombudsman, o difensore civico. Gli Stati Uniti istituiranno infatti un Ombudsman all’interno del Dipartimento di Stato per rispondere alle lamentele dei cittadini europei che ritengono negato il loro diritto alla privacy. Nel caso di violazioni ripetute, le compagnie o aziende potranno essere sanzionate ed escluse dall’accordo e, di conseguenza, il trasferimento dei dati tra i due continenti per loro potrebbe diventare illegale.

I quattro pilastri della privacy
Per ricapitolare, sono quattro i grandi principi enunciati nel Privacy Shield: obblighi rigorosi per le imprese che operano sui dati; garanzie chiare e obblighi di trasparenza applicabili all’accesso da parte del governo degli Stati Uniti; tutela effettiva dei diritti individuali; e infine analisi annuale comune. Riguardo al primo punto il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti sottoporrà le imprese aderenti allo “scudo” a verifiche e aggiornamenti periodici per accertare che rispettino nella pratica le regole che hanno volontariamente accettato. In caso contrario, l’impresa si espone a sanzioni e al depennamento dall’elenco degli aderenti. L’accordo ovviamente garantisce lo stesso livello di protezione anche quando l’impresa aderente allo “scudo” trasferisce i dati a terzi.
Quanto alle garanzie chiare e agli obblighi di trasparenza applicabili all’accesso da parte del governo degli Stati Uniti, questi ultimi hanno assicurato ufficialmente che l’accesso delle autorità pubbliche ai dati personali per scopi di applicazione della legge e di sicurezza nazionale è soggetto a limitazioni, garanzie e a meccanismi di vigilanza precisi. Gli Stati Uniti hanno quindi escluso attività indiscriminate di sorveglianza di massa sui dati personali trasferiti negli Stati Uniti nell’ambito dello “scudo”. Secondo le precisazioni fornite dall’Ufficio del Direttore dell’intelligence nazionale, la raccolta di dati in blocco sarà eventualmente ammissibile solo in presenza di determinati presupposti, e comunque si tratterà obbligatoriamente di una raccolta quanto più mirata e concentrata possibile. L’Ufficio ha poi illustrato nei particolari le garanzie vigenti riguardo all’uso dei dati in tali circostanze eccezionali, mentre il Segretario di Stato degli Usa ha istituito all’interno del Dipartimento di Stato una via di ricorso aperta agli europei per gli aspetti legati all’intelligence nazionale, chiamato meccanismo di mediazione.

Tutela dei diritti individuali
Ed ecco il terzo principio enunciato, ovvero quello della tutela dei diritti individuali. Chiunque ritenga che, nell’ambito dello “scudo”, abbia subìto un abuso sui dati che lo riguardano ha a disposizione vari meccanismi di composizione delle controversie di agevole accesso e dal costo contenuto. In prima battuta sarà l’impresa stessa a risolvere il caso di reclamo oppure saranno offerte gratuitamente soluzioni basate su un organo alternativo di composizione delle controversie. Le persone si potranno anche rivolgere alle rispettive autorità nazionali di protezione dei dati, che collaboreranno con la Commissione federale del Commercio per assicurare che i casi di reclamo sottoposti da cittadini dell’Ue vengano esaminati e risolti. Esperiti tutti gli altri mezzi a disposizione, come extrema ratio il caso irrisolto potrà essere sottoposto ad arbitrato. Per i casi che implicano la sicurezza nazionale, i cittadini dell’Ue dispongono di una possibilità di ricorso nella figura del mediatore, che, come detto, è indipendente dai servizi d’intelligence degli Stati Uniti.

Relazione pubblica
Infine, l’analisi annuale comune consentirà di monitorare il funzionamento dello “scudo”, compresi gli impegni e le garanzie relative all’accesso ai dati a fini di contrasto della criminalità e finalità di sicurezza nazionale. La Commissione europea e il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti effettueranno l’analisi, alla quale assoceranno esperti dell’intelligence nazionale statunitense e le autorità europee di protezione dei dati. La Commissione attingerà a tutte le altre fonti di informazioni disponibili e presenterà una relazione pubblica al Consiglio e al Parlamento europeo.

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L’Ue garantisce il diritto all’oblio

Dal 2018 non sarà più facile raccogliere informazioni personali e, per le aziende, trattenerle nei propri archivi. Perché il nuovo regolamento dell’Unione europea offre più tutele ai cittadini

Forse è l’oblio, ovvero il sacrosanto diritto di non essere ricordato per fatti non più significativi (che però marchiano a vita), la più grande novità introdotta dal nuovo Regolamento (Ue) 2016/679 sulla protezione dei dati personali, pubblicato (insieme alla Direttiva che regola i trattamenti di dati personali nei settori di prevenzione, contrasto e repressione dei crimini)
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”] sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea dopo una lunga discussione cominciata ancora nel 2012. Il nuovo regolamento, che va a sostituire la Direttiva 95/46/Ce, ridefinisce la disciplina europea in materia di privacy, introducendo anche altri cambiamenti, nonché pesanti sanzioni in capo a enti e aziende che non si adegueranno alle nuove norme a partire dal 25 maggio 2018. 

«Il riconoscimento del diritto in capo a ciascuno di chiedere la cancellazione o rimozione del materiale online che lo riguarda è in assoluto la novità più interessante delle nuove norme a tutela della privacy», conferma l’avvocato Stefano Mele, specializzato in diritto delle tecnologie, privacy, sicurezza delle informazioni e intelligence. «Un principio», aggiunge Mele «forse a cavallo tra garanzia e censura, sul quale si è misurata a lungo anche la stampa e già riconosciuto a livello nazionale dal Garante per la privacy, ma oggi molto più facile da esercitare almeno sul piano del diritto». Inoltre il nuovo regolamento mette il freno a mano anche al mare di e-mail commerciali che inondano i nostri indirizzi di posta elettronica, o alle informazioni dettagliate che vengono richieste da aziende e supermercati per accedere a sconti e carte fedeltà. «Dal 2018 non sarà più così facile, come lo è oggi, raccogliere indiscriminatamente informazioni personali, e soprattutto sarà più arduo per le aziende trattenerle nei propri archivi», dice ancora Mele.
Maggiori tutele per profilazione e marketing diretto Ma quali sono nel dettaglio i principi introdotti dall’Unione europea in materia di privacy? In linea generale il nuovo regolamento ribadisce tutti i diritti in capo alle persone fisiche i cui dati personali vengono trattati, conferendo però ai singoli un maggiore controllo su queste informazioni, anche attraverso la necessità del chiaro (ed esplicito) consenso al trattamento dei dati personali, nonché a un accesso facilitato da parte dell’interessato ai suoi dati personali, il diritto alla rettifica e, come detto, alla cancellazione. Questi più estesi diritti si riferiscono anche all’uso dei dati personali a fini di profilazione (ovvero l’analisi del profilo di un soggetto, oltre alle sue abitudini commerciali e di acquisto, operato da un venditore o da un prestatore di servizi) e alla portabilità dei dati da un prestatore di servizi a un altro. Peraltro, qualora i dati personali siano trattati per finalità di marketing diretto, l’interessato ha il diritto di opporsi in qualsiasi momento al trattamento dei dati personali che lo riguardano, compresa la stessa profilazione se connessa a tale marketing diretto. Il nuovo regolamento stabilisce inoltre l’obbligo per i titolari del trattamento (ovvero enti, aziende e tutti coloro che hanno la responsabilità del trattamento dei dati) di fornire agli interessati informazioni trasparenti e facilmente accessibili sul trattamento dei loro dati.
No al silenzio-consenso Anche l’ambito di applicazione delle nuove regole sulla privacy è stato oggetto di intervento, o meglio di ampliamento. Infatti le nuove regole dovranno essere applicate ogni volta che vi sia trattamento di dati personali di soggetti che si trovano nell’Unione europea, e quindi anche da un soggetto che offre beni e servizi o che intende raccogliere informazioni con sede al di fuori dell’Ue. «È il caso tipico delle società che erogano servizi o forniscono beni attraverso la rete Internet, che non potranno quindi più invocare l’extraterritorialità, ovvero l’assenza di una sede nel territorio Ue», spiega Mele. Che pone l’accento anche sugli articoli dedicati ai requisiti formali richiesti per la validità del consenso al trattamento dei dati personali da parte degli interessati, che diventano molto più rigorosi, allineandosi in qualche modo alla disciplina italiana vigente che, da sempre, è tra le più stringenti in materia: «Con il nuovo regolamento Ue», spiega Mele, «il consenso viene considerato valido solo quando viene reso con un atto positivo inequivocabile, cioè esplicito, mentre viene esplicitamente esclusa la possibilità del silenzio o dell’inazione dell’interessato come presupposto di un consenso validamente espresso. Allo stesso modo vengono esclusi i casi sempre più comuni in cui, attraverso la preselezione di caselle, il consenso risulti già espresso dal fornitore del servizio». Il titolare del trattamento, inoltre, deve essere sempre in grado di dimostrare che l’interessato abbia prestato il consenso al trattamento dei propri dati personali e garantire la possibilità che questo possa essere sempre revocato con la stessa facilità con cui è stato espresso.
Il diritto all’oblio Tra le principali novità introdotte non c’è solo il diritto alla portabilità dei dati personali da un titolare del trattamento a un altro su richiesta degli interessati, ma anche, come già detto, il diritto all’oblio, ossia alla cancellazione definitiva dei dati trattati e conservati dal titolare del trattamento. «Il diritto di chiedere ai motori di ricerca di non indicizzare il materiale presente online che ci riguarda era già previsto dalla Corte di Giustizia europea con una sentenza del 13 maggio 2014», spiega Mele «Tuttavia, se fino a oggi la principale possibilità per i cittadini è stata quella di richiedere una mera non indicizzazione delle informazioni, che poi spesso risultano tranquillamente disponibili su altri motori di ricerca o in altre nazioni, con l’introduzione del nuovo regolamento comunitario il diritto all’oblio acquisisce maggiore forza e valenza». E questo significa garantire all’interessato, in alcuni casi previsti dalla norma, la possibilità di richiedere la definitiva cancellazione dell’informazione, che quindi non potrà più essere contenuta negli archivi dei server.
Dati sempre più protetti Viene poi introdotto il concetto della protezione dei dati personali by design e by default, ovvero sia al momento di determinare i mezzi del trattamento, sia all’atto del trattamento stesso. In altre parole, il titolare del trattamento deve mettere in atto by design misure tecniche e organizzative adeguate, volte ad attuare in modo efficace i principi di protezione dei dati personali, come per esempio la pseudonimizzazione, un principio per cui le informazioni di profilazione devono essere conservate in una forma che impedisce l’identificazione dell’utente. Il titolare del trattamento, inoltre, deve mettere in atto tutte le misure tecniche e organizzative adeguate per garantire che siano trattati per impostazione predefinita (by default) solo i dati personali necessari per ogni specifica finalità del trattamento. 
In capo ai titolari del trattamento viene anche previsto l’obbligo di compiere una valutazione di impatto iniziale per i trattamenti di dati personali più delicati e l’obbligo di tenere un registro delle attività relative al trattamento. I titolari del trattamento sono inoltre soggetti a un obbligo di notifica di eventuali violazioni di dati personali di cui siano venuti a conoscenza verso i Garanti nazionali e in alcuni casi anche verso gli interessati. «È questo un capitolo molto delicato, in quanto le aziende sono da sempre molto restie nel comunicare di aver subito un attacco informatico per evidenti ragioni di salvaguardia della loro reputazione», commenta Mele. Che aggiunge: «L’obbligo ora c’è ed è anche molto chiaro. Peraltro, occorre mettere in piedi una procedura aziendale anche molto snella ed efficace, dato il breve lasso di tempo che deve intercorrere tra la scoperta della violazione dei dati e la comunicazione all’autorità di controllo: solo 72 ore».
Il data protection officer Per gli enti pubblici e gli enti privati che trattano dati di natura sensibile o monitorano in maniera sistematica gli individui, viene introdotta poi la nuova figura del Data protection officer, un soggetto, dipendente o esterno, esperto di normativa e prassi in materia di privacy, che dovrà informare e consigliare il titolare del trattamento sugli obblighi derivanti dal nuovo regolamento, ma anche di vigilare sul loro adempimento, di fornire le valutazioni di impatto sulla protezione dei dati raccolti e di interfacciarsi sia con gli interessati sia con il Garante. «In ogni caso gli oneri in capo alle aziende necessari per adeguarsi al nuovo regolamento Ue sono davvero tanti e, per quanto due anni possano sembrare un tempo accettabile, si tratta di un tempo forse già oggi insufficiente per le aziende», è il commento di Mele. Che spiega: «A riprova di ciò, basti solo pensare al fatto che ogni processo aziendale deve essere verificato e ripensato in un’ottica di privacy by design e by default, deve essere monitorato, devono essere previsti i processi di comunicazione di violazione dei dati verso l’autorità e verso gli interessati, devono essere redatte nu merose nuove policy e procedure operative, e che occorre spesso ricominciare da zero nella formazione dei dipendenti». 
Anche solo da questo semplice sunto, peraltro incompleto, si comprende bene quale rivoluzione rappresenti questo nuovo regolamento sulla privacy e, nonostante il fine sia più che nobile e necessario, quali costi aggiuntivi si stiano abbattendo sulle aziende europee.
Sanzioni salate Tra le numerose novità, infine, un discorso a parte merita il regime sanzionatorio, forse la parte che oggi fa più discutere, in considerazione del suo sensibile inasprimento: nel caso di violazioni al regolamento, infatti, sono previste sanzioni pecuniarie fino a un massimo di 20 milioni di euro o fino al 4% del fatturato mondiale annuo complessivo dell’esercizio precedente. Dal punto di vista delle aziende l’impatto è enorme. «L’introduzione dei nuovi adempimenti appesantiscono l’attività dell’impresa gravandola di costi difficilmente sostenibili», conferma Mele «Non dobbiamo dimenticare che, se è vero che la protezione dei dati personali è, e deve essere, un elemento imprescindibile della nostra società moderna, circa il 99% delle aziende europee rientra nella categoria delle piccole e medie imprese». «La sfida allora è strutturare un modello di adeguamento a questa nuova normativa europea che sia sopportabile anche per le Pmi italiane ed europee, al fine di tutelare sì i dati personali, ma anche il business delle aziende che incappino in sanzioni così elevate», conclude Mele. 

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Riparte la corsa agli acquisti

I dati dimostrano una volontà di investire in operazioni cross border. Ma se per gli studi legali è un segnale positivo, a livello mondiale ci si muove con cautela, in attesa dei prossimi eventi di politica internazionale

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Dopo anni di stallo, in cui il mercato delle grandi fusioni e acquisizioni è stato pressoché immobile, dal 2015 si è parlato di ripresa del settore. Ad avallare questa tesi hanno contribuito i dati registrati a maggio dal 14° Global Capital Confidence Barometer di EY, che ha coinvolto 45 paesi e oltre 1.700 dirigenti d’azienda. Secondo il sondaggio circa un terzo (28%) dei capi d’azienda si aspetta più offerte di acquisizione non sollecitate nei prossimi 12 mesi, l’80% delle aziende sta pianificando più di un’operazione di M&A e il 74% delle aziende sta considerando acquisizioni cross-border orientandosi verso una vasta gamma di aree geografiche.
Se guardiamo all’Italia, però, la situazione è più complessa seppur in netta ripresa rispetto al passato. Per molti anni le aziende italiane sono state più una “preda” degli investimenti esteri piuttosto che “cacciatrici”. Questo trend sembra essersi affievolito e aver intrapreso una direzione diversa. I dati del barometro di EY hanno segnalato che un buon 60% degli intervistati italiani ha previsto di concludere più di un deal nel corso dell’anno, guardando principalmente a operazioni cross-border nei mercati tradizionali quali Stati Uniti e Regno Unito.
Il ritorno degli investimenti in fusioni e acquisizioni ha colpito, positivamente, anche il mercato legale. Per quanto riguarda questa categoria, il settore dell’M&A è sempre stato una delle aree di maggior business e, di conseguenza, una practice da seguire con attenzione. Nei periodi di crisi, le insegne hanno dovuto lottare per accaparrarsi i pochi deal effettivamente strategici e redditizi e oggi, con una maggiore liquidità nel sistema, cercano di penetrare in nuove aree territoriali e in nuove industry.
La tavola rotonda organizzata da Legal dal titolo «M&A italiano: uno scenario di nuovo in espansione?», moderata da Angela Maria Scullica, direttore responsabile di questa testata e di World Excellence, ha messo in luce l’attuale scenario del settore e l’andamento delle operazioni cross-border con una riflessione su vecchi e nuovi investitori, sul ruolo degli studi legali e sulle ripercussioni degli avvenimenti di politica nazionale e internazionale. Alla tavola hanno partecipato Gabriele Capecchi di Legance, Giovanni Gazzaniga di Allen & Overy, Gregorio Gitti di Gitti and Partners, Andrea Giardino di Gatti Pavesi Bianchi Studio Legale Associato, Paolo Sersale di Clifford Chance e Guido Testa di Orrick Herrington & Sutcliffe.

Quale è stato l’andamento del mercato M&A nell’ultimo anno?

GAZZANIGA Da un’analisi svolta dal nostro studio dall’inizio del 2016, abbiamo registrato, a livello mondiale, una diminuzione del valore delle operazioni M&A pari a circa il 24%, ma un aumento del numero delle operazioni. Questo significa che c’è stato un minor numero di cosiddetti big ticket deal ma un maggior numero di operazioni. Ciò posto, vorrei menzionare almeno due operazioni significative per valore e, inoltre, assai rilevanti per il mercato italiano su cui Allen & Overy ha lavorato: la fusione tra Wind e H3G, dove lo studio ha assistito VimpelCom (società controllante Wind); si tratta di un’operazione importante per quanto riguarda il mercato delle telecomunicazioni perché vedrà il passaggio da 4 a 3 operatori di telefonia mobile nonché l’ingresso nel mercato italiano di un nuovo player, Iliad. L’Antitrust ha autorizzato la fusione a condizione che le due società coinvolte (Wind e H3G) dismettano frequenze di trasmissione che sono state acquistate da Iliad. La seconda operazione è consistita nella privatizzazione e quotazione di Enav, dove Allen & Overy ha assistito la stessa Enav. Più in generale abbiamo rilevato un aumento delle operazioni di M&A da parte di fondi di private equity con target la media impresa e con particolare riferimento ai settori del food e del made in Italy.
GITTI Per quanto riguarda il mercato italiano, l’anno che si sta chiudendo è stato un periodo di ristrutturazione importante per alcuni dei fondi più attivi, i quali hanno implementato riassetti proprietari: parliamo per esempio di Clessidra. Altri operatori si stanno riorganizzando con cambi di governance o gestionali: penso a nomi tradizioni come Mittel, ma anche a realtà integrate in gruppi bancari e che si sono rafforzate con operazioni di partnership internazionale di grande reputazione, come il private equity di Intesa che ha realizzato con Nb Renaissance un’importante piattaforma di investimento. A mio avviso potrebbero esserci, all’esito di questi processi di ristrutturazione, significativi obiettivi strategici da perseguire nei prossimi anni.
TESTA Nel 2016 abbiamo rilevato un incremento sostanziale delle operazioni di M&A, soprattutto a livello di media impresa. Probabilmente, a fronte di un calo del valore delle operazioni, stiamo registrando nell’ultimo anno un aumento del numero delle stesse rispetto al 2015; in particolare, si sono messe in moto soprattutto le medie imprese, cioè quelle imprese che sono uscite rafforzate dalla recessione e che sono tornate a produrre utili. Possiamo affermare che è tornata nella media impresa la voglia di crescere tramite operazioni di fusione e acquisizione. Conseguentemente stanno lentamente salendo i multipli per la valutazione delle aziende. Per quanto riguarda il tasso di mortalità delle operazioni, non abbiamo registrato variazioni rilevanti e rileviamo un trend abbastanza stabile.
CAPECCHI L’Italia è in un momento particolare: si porta dietro ancora problematiche strutturali ma ha una forte solidità economica di fondo e presenta segni evidenti di ripresa. È il momento ideale per investire per chi vuol cogliere delle opportunità interessanti per mettere a frutto capitale ancora in cerca di collocazione.
GIARDINO Io credo che in realtà, nell’ultimo anno e mezzo in particolare, siano ricomparse molte operazioni che in Italia non si vedevano da tempo a causa di un periodo nel quale gli investimenti andavano a rilento. Il settore immobiliare, per lungo tempo depresso, è stato terreno di conquista di molti investitori anche stranieri. I grandi fondi di private equity che per un periodo sono stati inattivi, hanno iniziato nuovamente a investire anche con operazioni abbastanza significative, effettuate nel settore farmaceutico, immobiliare, retail, fashion.Quindi che cosa si può ipotizzare che accadrà nel futuro?
GIARDINO L’Italia è in un periodo di conquista non solo da parte di Paesi esteri. Ci sono state anche tante aziende italiane che hanno cercato di espandersi oltre i confini nazionali. Il punto è che siamo in un momento delicato perché si sta investendo molto dal momento che vi è molta liquidità e si preferisce farlo sugli asset piuttosto che sul monetario che non rende sufficientemente. Di conseguenza i multipli di ingresso nelle operazioni di acquisizione si sono alzati nell’ultimo anno. Inoltre ci sono fattori come l’elezione negli Stati Uniti che ha visto vincere un po’ a sopresa Donald Trump, il referendum in Italia a dicembre e successivamente l’elezione in Francia e Germania che potrebbero influenzare significativamente lo scenario M&A nazionale e internazionale.
SERSALE La media impresa italiana ha la necessità di crescere di dimensioni, di internazionalizzarsi e quindi di trovare partner strategici e finanziari. Quindi che vi sia domanda di capitale in Italia non c’è dubbio. Al tempo stesso la recente dinamica finanziaria globale ha determinato una abbondanza di capitale per investimenti. Dunque non mi sorprendono le recenti analisi che mostrano nell’ultimo anno un incremento nelle attività di M&A. Tuttavia non sono così ottimista sul futuro, in quanto la vera molla è la crescita e una buona parte di questa recente dinamica è di natura finanziaria e non giustificata da vera ripresa. Siamo poi in un periodo di incertezza politica per le già citate scadenze, che determina volatilità sui mercati che non favorisce le operazioni. In queste condizioni, chi non ha urgenza di muoversi aspetta. Vedremo dunque soprattutto operazioni fatte da chi è in condizioni di necessità finanziaria o è attratto opportunisticamente dai multipli bassi. Continueremo inoltre a vedere volatilità nelle operazioni, con molti investitori interessati ma un minore numero di operazioni che va effettivamente in porto.
GAZZANIGA Io sono ottimista sull’andamento del mercato dell’M&A perché penso che in Italia ci sia una media impresa che, nonostante le difficoltà dei mercati e certe problematiche organizzativo-strutturali ha comunque enormi margini di crescita non sempre adeguatamente sfruttati. Tante società italiane hanno ancora ampi margini di crescita che possono essere sfruttati per esempio attraverso l’apertura ai mercati esteri, la razionalizzazione della struttura proprietaria rispetti al management della società e investimenti finalizzati alla crescita.
TESTA Vedo possibili negatività ma tutto sommato resto positivo perché secondo me gli imprenditori italiani sono straordinari soprattutto in provincia con imprese di medie dimensioni molto valide. Questo mi riempie di speranza, sebbene gli scenari geopolitici macroeconomici presentino incognite molto importanti. Resto positivo sul 2017 perché vedo la “voglia” di fare impresa e di fare M&A industriale, il desiderio di fare fondi, la volontà di tornare a rappresentare dei fattori di crescita. Io vedo una voglia di far crescere le imprese.

Chi sono i principali investitori?
SERSALE Penso che sia più una dinamica mista: non solo i fondi ma anche alcuni industriali sono tornati attivi, poiché hanno accumulato cassa e cercano opportunità di crescita per linee esterne che possono essere utili alla loro strategia.
GITTI Con riferimento ai fondi stranieri, ritengo ci sia una vivace attenzione al mercato italiano e non solo nel real estate. Esiste un interesse crescente nei confronti del nostro paese: operatori come Advent o come Bain Capital hanno messo a disposizione di un importante progetto industriale risorse poderosissime per disegnare un nuovo player nell’ambito dei sistemi di pagamento in Italia che possa fare concorrenza a WorldPay che è il maggiore operatore in Europa. Quindi esiste un’attenzione specifica di alcuni operatori che ritengono di riconoscere, in alcune eccellenze italiane, la capacità di costruire progetti rilevanti.  Credo che siano spunti positivi, anche se è chiaro che il mercato italiano è ancora debole rispetto alla concorrenza tra gli studi legali, in questo momento.

Come incidono le operazioni di M&A nelle fee e nei guadagni di uno studio legale?
GIARDINO Io credo che il mercato italiano sia per certi versi provinciale e un po’ chiuso, come quello dei legali. Per quanto riguarda, per esempio, le fee c’è molta concorrenza sulle medie operazioni. In quelle grandi non sono tanti gli studi che vengono interpellati, sono al massimo 4 o 5 o un singolo professionista considerato una “star” del mercato. Ritengo che, in un mercato estremamente competitivo come quello dell’M&A, uno studio legale per fare bene debba investire in qualità e debba essere in grado di assicurare uno standard professionale altamente elevato. Diversamente diventa difficile restare sul mercato.
TESTA Nella mia esperienza ho notato come spesso, piuttosto che la consulenza resa per una grande impresa, sia più remunerativa l’attività svolta per un’operazione su una media impresa, dove si riesce ad avere un rapporto diretto con l’imprenditore, il quale apprezza e riconosce maggiormente il valore aggiunto che il professionista porta nell’ambito di una consulenza anche strategica a tutto tondo.

In un ipotetico scenario negativo cosa potrebbe succedere?
SERSALE Quello attuale lo definirei uno scenario chiaro-scuro piuttosto che negativo: questo è Paese molto diversificato e non c’è dubbio che vi siano aree di eccellenza in diversi settori. Gli investitori cercano asset “premium” sui cui fare margini e quando ne viene messo in vendita uno si crea concorrenza tra acquirenti e i multipli salgono. Esemplari sono state in questo senso alcune recenti operazioni di private equity nel settore tecnologico e della moda. In questo scenario, ricollegandomi al tema delle fee, anche nel nostro settore il mercato fa selezione tra chi riesce a stare sulle operazioni a più alto margine, dove si guarda alla qualità, e chi alla lunga soffre la pressione dei prezzi nelle operazioni più semplici, viste ormai come “commodity”.

La selezione sta portando anche a una concentrazione tra studi?
GITTI Anche negli scenari più difficili vi sono sempre opportunità. Sono d’accordo con chi ritiene che aggregazioni importanti siano difficili per le firme italiane più grandi a causa della gestione dei conflitti di interessi. Credo anche che la regola «eat what you kill» indebolisca a lungo andare gli studi indipendenti di più ridotte dimensioni. In ogni caso ritengo che la questione centrale sia quella statutaria e del rispetto dei relativi obblighi: noi intendiamo favorire nel nostro studio la vera integrazione, che poi significa essenzialmente condivisione della clientela; in assenza non si può dire che esista uno studio, ma un semplice centro di ripartizione dei costi. Esiste un altro lato della medaglia, cioè il tema della qualità che per noi è fondamentale. Ed è una qualità professionale che assomma due profili: per il primo, indubbiamente vale la capacità tecnica, quindi la sapienza giuridica; il secondo, consiste nel creare vere e proprie filiere di professionisti che conoscano profondamente il business di riferimento. La nostra scommessa, quindi, è proprio quella di costruire, soprattutto all’interno del dipartimento di M&A, gruppi di lavoro sui singoli settori di mercato per valorizzare quella che deve essere un’autentica capacità di lettura del business dell’avvocato.
I prossimi mesi saranno caratterizzati da avvenimenti importanti come il referendum in Italia e le elezioni in Francia e Germania. Come cambierà lo scenario internazionale e quello delle operazioni cross border?
GITTI Per quanto riguarda il referendum costituzionale, credo che debba essere sostenuto in modo da poter dimostrare che l’Italia è in grado di realizzare finalmente una riforma istituzionale e che non siamo vincolati a un ordinamento costituzionale dato. Da questo punto di vista io credo che l’assorbimento del principio del bicameralismo perfetto sia un principio da perseguire e da favorire proprio a vantaggio di una maggiore centralità del Parlamento.
CAPECCHI Credo che il referendum di dicembre sia visto dagli investitori stranieri come potenzialmente critico per le nostre prospettive economiche. A mio avviso, si tratta di una percezione errata. Sarà certamente un momento importante di verifica politica ma l’economia italiana non può certo dipendere da questo.
SERSALE La questione referendum ha rilevanza, oltre che politica, dal punto di vista finanziario, tenendo in considerazione che il nostro è un Paese con un debito pubblico molto rilevante e in parte non marginale in mano a stranieri. Senza voler entrare nel merito dei quesiti referendari e del connesso dibattito politico, è evidente che un eventuale no metterebbe in dubbio la credibilità dell’Italia in termini di capacità di fare riforme, con conseguenti contraccolpi sui mercati.

Quali sono i settori industriali che si stanno muovendo di più? Che cosa ne pensate del mercato estero a confronto di quello italiano e tra i mercati stranieri, di quello cinese?
SERSALE Ci sono dei settori che sono sotto pressione nell’attuale dinamica economica e che sono e resteranno attivi. Il settore finanziario ne è un esempio. Altri, come la moda o l’alimentare, presentano in Italia casi di eccellenza che, come si è detto, attraggono investitori. C’è poi il settore manifatturiero, che attrae tra gli altri investitori orientali, in cinesi, giapponesi e coreani. I cinesi sono particolarmente attivi nel valutare opportunità di investimento ma, fino a oggi, non sempre si sono dimostrati culturalmente preparati a portare in porto con successo tutte le operazioni.
GAZZANIGA Tra i settori più “caldi”, segnalerei il food, e non solo come target italiano per stranieri ma anche per le potenzialità che offre alle società italiane attive nel settore sui mercati esteri. Occorre però approntare una linea di azione sia sotto il profilo politico che legislativo volta a combattere il fenomeno della contraffazione dei nostri prodotti alimentari nei mercati esteri. Con riguardo all’entrata di operatori italiani sui mercati esteri occorrerebbe inoltre pensare ad un programma governativo di appoggio alle società italiane che decidono di tentare l’avventura globale, sulla linea di quanto fa il governo francese con le società di quel Paese.
TESTA Il settore moda è interessante per gli investitori stranieri, nei confronti dei quali esercita ancora una notevole attrazione. L’Italia, da un punto di vista industriale, è sicuramente più un terreno di conquista che di conquistatori. Penso che l’esito del referendum sia importante, perché potrebbe essere letto come un segnale negativo di un Paese che non riesce a fare cambiamenti e riforme. Potrebbe allontanare gli investitori stranieri che si sono avvicinati all’Italia negli ultimi due anni. Certamente la spinta al mercato M&A viene più da investimenti esteri verso l’Italia che viceversa. La Cina è un mercato vastissimo e una primaria potenza economica, anche se ha avuto una crescita troppo rapida e per questo non sufficientemente consolidata. Nella mia esperienza, avendo seguito clienti cinesi che hanno fatto acquisizioni in Italia, posso dire che devono incrementare la preparazione internazionale dei loro manager. Abbiamo tutti visto casi in cui l’investitore cinese, pur avendo acquisito il controllo di una società italiana, lasci la gestione della stessa nelle mani di un management locale. Questo perché c’è ancora scarsità in Cina di manager di livello internazionale. Sono convinto che il mercato cinese, date le dimensioni e le disponibilità finanziarie, continuerà a essere molto importante per le nostre aziende.

Il progresso tecnologico in corso come influenza il mercato dell’M&A?
GAZZANIGA Uno dei temi che ci segnalano dall’estero come un tema dirompente sull’M&A e su cui molti consulenti finanziari consigliano di attrezzarsi è il cyber crime. La mancata protezione di un soggetto target a fronte di tali rischi potrebbe infatti rivelarsi uno show stopper in un’operazione di M&A.
TESTA Su questo devo dire che noi, come studio californiano, siamo estremamente presenti nel mondo dell’high-tech. Puntiamo molto sul settore tecnologico, anche se in Italia non ha avuto quel processo di forte crescita che ha già avuto in altri Paesi. Sulla costa Est americana, per esempio, le società tecnologiche rappresentano una realtà molto importante.
CAPECCHI La combinazione tra tecnologia e finanza ha dato vita al segmento fintech: soluzioni finanziarie fortemente basate sull’innovazione tecnologica. Non c’è dubbio che chi si occupa di M&A debba seguire con grande attenzione questo nuovo segmento di mercato.

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