riforma

Sono decisive le misure deflattive del dibattimento

Di assoluto rilievo, all’interno della riforma Cartabia, saranno le misure che lasciano al vaglio dibattimentale completo solo i procedimenti più significativi.

Spazio alla specializzazione per superare il blocco della professione forense

Secondo Mario Gebbia, Maurizio Bortolotto e Valentina Corino la concorrenza e un ordinamento forense non in linea con le esigenze del mercato, sono tra le cause della crisi dell’avvocatura.

Focus sulle tecniche di prevenzione delle controversie penali

Il futuro della professione forense si fonda su un’elevata specializzazione e sulla capacità di adeguarsi al cambiamento, senza mai perdere di vista l’obiettivo: la prevenzione del rischio reato

La riforma della giustizia

riforma della giustizia e dell’attualità, una riforma prevista dal recovery plan, quali potrebbero essere i settori che potrebbero trarre maggior beneficio e anche del rapporto tra politica e magistratura

I reati fiscali entrano nella 231

Il 17 dicembre 2019 il Senato ha definitivamente approvato la legge n.157 del 2019 di conversione del decreto legge n.124 del 2019 recante disposizioni urgenti in materia fiscale.

Tra le modifiche più rilevanti del decreto, ribattezzato dal Governo “manette agli evasori”, ci sono l’inasprimento delle pene per gran parte dei reati tributari, l’abbassamento di alcune soglie di punibilità e l’introduzione della confisca “per sproporzione”. Ma la vera novità riguarda la disciplina della responsabilità amministrativa degli enti con l’inserimento dei reati tributari nel D.Lgs 231/2001. Mossa dalla volontà di ridurre l’evasione fiscale, la riforma avrà degli impatti dirompenti sia sulla gestione delle imprese che sull’attività dei consulenti: le prime saranno soggette a controlli serrati sugli aspetti finanziari e procedurali e saranno obbligate a rivedere i modelli organizzativi interni con un approccio preventivo; i secondi saranno chiamati ad affiancare i clienti e fornire una consulenza multidisciplinare per presidiare e prevenire i rischi penal-tributari. Nei confronti della nuova architettura normativa non mancano le critiche: la maggiore riguarda i limiti del ne bis in idem, a causa della possibile duplicazione o triplicazione sanzionatoria in capo all’ente cui sono riferite le violazioni penali.
Per fare il punto sul nuovo quadro normativo e sulle possibili conseguenze su imprese e studi legali, Le Fonti Legal ha intervistato Patrizio Braccioni, partner di LED Taxand e Antonino Taranto, managing partner della sede di Milano di TmdpLex.

Riforma dei reati tributari, le novità
La recente riforma è improntata ad un inasprimento della politica sanzionatoria in materia penal-tributaria, in netta controtendenza rispetto alla precedente riforma del 2015: «In prima battuta», spiega Taranto «la riforma è imperniata su un significativo irrigidimento sanzionatorio che poggia sia sull’innalzamento delle cornici edittali che sull’abbassamento delle soglie di non punibilità. Tra le novità più rilevanti, la riforma ha innalzato le sanzioni per l’art. 2 (“dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti”), per il quale la pena viene elevata dalla reclusione da un anno e sei mesi a sei anni a quella della reclusione da 4 a 8 anni, per l’art. 3 (dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici), i cui limiti di pena sono stati portati da tre ad otto anni, per l’art. 4 (dichiarazione infedele) con la previsione della reclusione da due anni a quattro anni e sei mesi (le sanzioni previgenti andavano da uno a tre anni), per il reato di omessa dichiarazione (art. 5), il cui minimo edittale viene raddoppiato, portandolo a 2 anni, e il cui massimo edittale viene elevato a 5 anni, per il reato di occultamento o distruzione di documenti contabili (art. 10), ove si passa ad una cornice che va da un minimo di 3 anni a un massimo di 7 anni di reclusione e per il reato di emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 8), ove la pena viene elevata da 4 a 8 anni. Nessuna modifica invece è stata apportata alle fattispecie di omesso versamento di cui agli artt. 10 bis e 10 ter, le cui soglie quantitative, che pure erano state abbassate in sede di approvazione del decreto legge, con la legge di conversione sono state riportate ai livelli introdotti dalla riforma del 2015 (150mila euro per l’omesso versamento di ritenute certificate ed 250.000 euro per l’omesso versamento dell’Iva). Significativa poi è l’introduzione di un nuovo art. 12-ter, che prevede l’applicabilità della cosiddetta confisca allargata ex art. 240-bis c.p. in caso di condanna o patteggiamento per una serie di delitti indicati dalla norma stessa (artt. 2, 3, 8, 11), allorché l’evasione fiscale superi una certa entità valoriale (100.000 euro o 200.000 euro, a seconda dei casi). L’innovazione, ritenuta da Taranto «di maggior rilievo», è stato l’ingresso di alcuni reati tributari nel catalogo dei reati-presupposto della responsabilità dell’ente ex D.Lgs. 231/2001, mediante l’introduzione del nuovo art. 25-quinquiesdecies. «Questo prevede la responsabilità delle persone giuridiche in relazione alla commissione dei reati tributari di dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici, emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, occultamento o distruzione di documenti contabili e di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte».

Gli effetti della “nuova” responsabilità sulla governance delle imprese
L’estensione dei modelli organizzativi 231 ai reati tributari comporta notevoli conseguenze in capo agli enti.
A detta di Braccioni le conseguenze sulla governance delle imprese saranno molto rilevanti, non tanto sul piano economico (costi) quanto su quello “culturale”: «D’ora in avanti il concetto principale sarà la “prevenzione” del rischio fiscale e non la “gestione” del rischio, cioè occorrerà spostare di molto l’attenzione verso l’origine di questo rischio al fine di prevenirlo e non più sulla gestione dello stesso una volta che si sia concretizzato. Questo richiede sicuramente qualche aggiornamento organizzativo, di processo e di presidio, ma soprattutto un diverso approccio culturale: una corporate tax governance adeguata». Entrando nello specifico delle sanzioni, come spiega Taranto, «l’entrata in vigore dell’art. 25 quinquiesdecies comporta in capo all’ente la sanzione pecuniaria fino a cinquecento quote, per il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti previsto dall’art. 2, comma 1; la sanzione pecuniaria fino a quattrocento quote per il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti previsto dall’art. 2, comma 2-bis; la sanzione pecuniaria fino a cinquecento quote per il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici previsto dall’art. 3; la sanzione pecuniaria fino a cinquecento quote per il delitto di emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti previsto dall’art. 8, comma 1; la sanzione pecuniaria fino a quattrocento quote per il delitto di emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti previsto dall’art. 8, comma 2-bis; la sanzione pecuniaria fino a quattrocento quote per il delitto di occultamento o distruzione di documenti contabili previsto dall’art. 10; la sanzione pecuniaria fino a quattrocento quote per il delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte previsto dall’art. 11. Tali sanzioni sono poi aumentate di un terzo, nell’ipotesi in cui l’ente abbia conseguito un profitto di rilevante entità, e trovano applicazioni le sanzioni interdittive previste dall’art. 9 del D.Lgs. 231/2001 (divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio, esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi, divieto di pubblicizzare beni o servizi)». Di conseguenza l’opinione di Taranto è che la riforma rende indispensabile una modifica dei modelli organizzativi attualmente vigenti, «così da prevenire il rischio derivante dalla commissione dei reati presupposto appena menzionati. Se da un lato, è infatti verosimile ritenere che i modelli particolarmente analitici possano già comunque prevedere apposite procedure finalizzate a contenere anche la commissione di tali reati, d’altro canto non si può tacere che la recente riforma renderà necessario anche per questi modelli un adattamento dei protocolli aziendali attualmente in essere. In questo senso, un ruolo di impulso potrebbe arrivare anche dalle indicazioni degli Organismi di vigilanza attualmente in carica, i quali potrebbero indicare l’adozione (anche temporanea) di procedure di prevenzione, in attesa di definire i necessari aggiornamenti imposti dalla Riforma». Per quanto riguarda il ruolo e i poteri della Guardia di finanza e dell’Agenzia delle entrate, sebbene a detta di Braccioni non vi sono nuove disposizioni specifiche in questo ambito, «l’interazione più stretta fra procedimento penale e procedimento amministrativo-tributario che consegue alla riforma in oggetto accresce sicuramente, almeno sul piano operativo e di fatto, sia il ruolo sia i poteri di entrambi gli organismi».

I limiti della riforma
Sebbene la riforma nasca sotto l’auspicio di una considerevole riduzione dell’evasione, presenta degli aspetti controversi che Braccioni definisce «possibili criticità di sistema». «Mi riferisco», spiega Braccioni «al principio del ne bis in idem, principio di natura costituzionale sia a livello nazionale, sia a livello comunitario sia a livello della Carta Europea dei Diritti dell’Uomo (che non sempre coincide con quello comunitario), che rischia di essere violato. Va bene sanzionare con severità le imprese che frodano il fisco, ma, a seguito di questa riforma, il risparmio fiscale illecito può venire sanzionato (e sequestrato) una volta per via penale, una seconda volta per via amministrativa, una terza volta secondo il sistema sanzionatorio del decreto 231. Il principio del ne bis in idem, al contrario, prevede che per una violazione della legge si subiscano sanzioni una volta sola. Esemplare in Italia è il caso delle sanzioni per il reato di market abuse, che dovrebbe far riflettere il legislatore tributario».
«La riforma», aggiunge Taranto «nasce con il chiaro scopo di contrastare l’evasione fiscale, conferendo nelle intenzioni del legislatore, maggiori poteri all’Autorità procedente. È in questo senso che vanno lette le novità appena evidenziate. Pensiamo all’innalzamento delle soglie edittali: tale innalzamento dilata i tempi di prescrizione, complica i meccanismi per addivenire al patteggiamento e, infine, potrebbe in astratto consentire (per i delitti puniti nel massimo con una pena superiore a 5 anni) la possibilità di procedere con le intercettazioni. Sempre nella stessa direzione, gli inasprimenti sanzionatori ampliano la possibilità di applicare misure precautelari e cautelari: in particolare, l’innalzamento della pena a cinque anni per la fattispecie di omessa dichiarazione ex art. 5 può astrattamente consentire l’applicazione della misura custodia cautelare anche per tale fattispecie), mentre l’inasprimento della cornice edittale per il reato di dichiarazione infedele ex art. 4 può astrattamente consentire la possibilità di applicare l’arresto (facoltativo) in flagranza e l’applicazione della misura degli arresti domiciliari». Due saranno gli aspetti che secondo Taranto accenderanno il dibattito: «In prima battuta, è verosimile aspettarsi che la previsione in capo all’ente di sanzioni amministrative ai sensi del D.Lgs. 231/2001 farà riemergere il dibattito intorno ai limiti del ne bis in idem e del doppio binario sanzionatorio, anche alla luce delle conseguenze sanzionatorie di carattere prettamente tributario in capo all’ente nell’ipotesi di violazioni tributarie. Sotto altro profilo, assumerà valore imprescindibile la tematica dell’estinzione del debito tributario. Come noto, ai sensi dell’art. 63 D.Lgs. 231/2001, la possibilità per l’ente di accedere al patteggiamento è inscindibilmente connessa alla possibilità per l’imputato di accedere al patteggiamento. Circostanza questa, si legge nell’art. 13 bis del D.Lgs. 74/2000, strettamente legata al pagamento del debito tributario da parte dell’imputato persona fisica. Ma non è tutto. Scorrendo il D.Lgs. 231/2001, si legge anche che l’art. 17 del D.Lgs. 231/2001 esclude la possibilità di applicare all’ente le sanzioni accessorie nell’ipotesi di riparazione delle conseguenze del danno prodotto, ossia in caso di estinzione del debito tributario».

Come cambia l’approccio del consulente
«L’inasprimento della lotta all’evasione fiscale», afferma Taranto «comporterà necessariamente un ripensamento dell’approccio del consulente (sia esso legale che commerciale) nella corporate governance nell’ottica di un approccio integrato volto a presidiare preventivamente il rischio penal-tributario per l’impresa.
In concreto, la natura di tale rischio si annida ontologicamente nei cicli contabili ed amministrativi dell’impresa, ove in astratto potrebbero annidarsi eventuali “distrazioni” contabili e/o fatturazioni false. Di conseguenza, il ruolo del consulente legale sarà quello di amalgamarsi con il ruolo dell’advisor contabile per definire preventivamente un sistema amministrativo, finanziario e contabile che sia in grado di garantire all’impresa piena trasparenza nei protocolli e nelle procedure che coinvolgono i centri di acquisto e di vendita dell’impresa.
In questo senso, la funzione legale, contabile e di compliance dovranno quindi necessariamente collaborare tra loro al fine di saldare ed adeguare le procedure interne così da rilevare, misurare e monitorare preventivamente il rischio fiscale.
Peraltro, TmdpLex, nel corso di questi ultimi anni, ha impostato la propria organizzazione nell’ottica di un approccio multidisciplinare ed integrato tra professionisti appartenenti a diverse aree di competenza, ma di interferenza reciproca. E’ proprio in questa direzione che lo studio ha creato – accanto al Dipartimento dedicato al diritto penale dell’economia, i dipartimenti interni di diritto civile e tributario fiscale, così da dotarsi di un team di lavoro specializzati per materie e in grado di fornire una consulenza a 360 gradi anche e soprattutto in fase preventiva, specie nella materia penal-tributaria».
Anche a detta di Braccioni gli impatti della riforma sull’attività dei consulenti saranno importanti: «LED Taxand è stato il primo in ordine di tempo a commentare pubblicamente la nuova normativa sul piano dei riflessi tributari ed aziendali ed ha seguito passo passo i suoi sviluppi con una focalizzazione forte sui temi del presidio del rischio fiscale e della prevenzione dei reati tributari».

Una riforma a metà

Da un lato, importanti novità per il processo civile, dall’altro il riordino del contezioso tributario. Il legislatore è intervenuto per cercare di rendere più funzionale e rapida la giustizia civile, ma molto resta ancora da fare. Come è emerso in una tavola rotonda organizzata da Legal

L’obiettivo dichiarato dell’ultima riforma del processo civile era e resta quello di migliorare l’efficienza della giustizia e tagliare i tempi morti. Prevede, per esempio, che le cause civili davanti alle sezioni semplici della Corte di Cassazione siano risolte, di regola, in camera di consiglio e non più in pubblica udienza.
[auth href=”https://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]E che gli avvocati e i pubblici ministeri possano interloquire solo per iscritto. Non solo: altre novità riguardano il processo in primo grado e il processo amministrativo telematico. Ma quello che voleva essere un valido strumento per ridurre la durata dei processi e abbattere il contezioso ha veramente raggiunto gli obiettivi prefissati? A giudicare dal malcontento generale sembrerebbe che la riforma non abbia apportato alcuno snellimento alle norme di procedura e che piuttosto servirebbe riformularla.
Delle criticità e delle possibili soluzioni si è discusso durante la tavola rotonda organizzata da Legal, dal titolo «Processo civile e tributario: cosa è cambiato con la riforma», moderata dal direttore responsabile delle testate economiche di Le Fonti, Angela Maria Scullica. Al dibattito, che ha previsto anche il confronto sul riordino del contenzioso tributario, dopo un anno e mezzo dall’entrata in vigore della riforma, e di come la legge 197 del 25 ottobre 2016 sull’efficientamento della giustizia contribuisca concretamente a creare un «sistema fiscale più equo e trasparente», hanno partecipato esperti nel settore come Flavia Di Luciano, di Stufano Gigantino Cavallaro e Associati Studio Legale e Fiscale, Fabio Ciani, di Studio Tonucci & Partners, Angela Giebelmann, di Hgas – Giebelmann & Salvoni, Pierfrancesco Marone dello Studio Legale Marone, Nicola Romano, di CastaldiPartners e Stefano Sutti, dello Studio Legale Sutti.

In che modo viene percepito il sistema processuale italiano e come viene vista questa riforma?
sutti Il sistema processuale per un avvocato rappresenta essenzialmente uno strumento in grado di ottenere determinati risultati o per prevenire che sia la controparte a ottenerli a danno dei propri rappresentati. Non esistono sistemi processuali ideali ed è ovvio che quando si tratta di contese tra parti private, vi è sempre una favorita e una sfavorita da qualsiasi norma o sistema. Penso vi sia d’altronde un’involuzione progressiva nella cultura del processo civile italiano che è preoccupante dal punto di vista professionale. Mentre dagli anni ‘80 la procedura penale si è evoluta in una direzione largamente desiderabile, e oggi vi sono delle novità significative, moderne ed efficienti per quanto riguarda il processo tributario, per il processo civile si continuano a registrare ritocchi episodici, demagogici e contraddittori che spingono nella direzione di un processo sempre più dirigista e inquisitorio, in cui il miglioramento ricercato sta solo nell’abbattere il contenzioso o ridurre la durata dei processi a qualsiasi costo. Ma anche ignorando il problema essenziale della qualità della giurisdizione, appare dubbio che i ritocchi eseguiti nel tempo abbiano davvero migliorato la situazione. Quest’ultimo intervento, per esempio, tocca un aspetto molto delicato che è il processo in Cassazione, il quale fa venire meno la possibilità del contatto tra l’avvocato e i giudici che decidono in ultima istanza la sua causa. La pubblica udienza non era essenziale in sé, al fine di una corretta decisione, ma costringeva il relatore a fare una presentazione orale e pubblica agli altri membri del collegio, venendo così forzato a raccogliere le idee; il pubblico ministero era chiamato a sua volta a intervenire; mentre l’avvocato, aveva l’opportunità non tanto di dar sfogo a velleità oratorie, quanto di controbattere o chiarire nel caso la vera materia della sua impugnazione fosse stata fraintesa. Tutto questo, oggi, va a sfarinarsi in un procedimento destinato ad avvenire in camera di consiglio, senza nessun tipo di contatto personale e possibilità di replica. Non mi pare una situazione positiva.
ciani Le statistiche segnalano che due terzi delle cause che pendono nel giudizio di legittimità sono fiscali. Bisogna capire se questi timidi tentativi di emendare in senso innovativo l’andamento processuale abbiano avuto o meno un impatto importante. Io vedo una proliferazione nell’ambito del processo tributario dell’udienze, ovvero la possibilità, recentemente concessa, di chiedere, sulle sentenze aggravate di ricorso in Cassazione, una sospensiva a una commissione tributaria regionale (cosa prima non prevista).
marone Ad oggi la cosiddetta riforma è stata attuata con un decreto legge e risulta essere ancora in fase di discussione per l’eventuale conversione in legge. Il progetto di legge sta rimbalzando tra Camera e Senato. È chiaro che il carico dei procedimenti pendenti in Cassazione rappresenta un’emergenza da molto tempo. Tuttavia il nostro legislatore, invece che aumentare l’organico dei magistrati previa verifica della produttività, come al solito tende a preferire una soluzione più rapida e meno onerosa a costo di sacrificare il diritto di difesa. Infatti, permettere che un ricorso in Cassazione venga deciso in camera di consiglio, senza che si verifichi un minimo di dialettica tra la corte e il legale, è estremamente penalizzante. Non è invece cambiato nulla nell’ambito del procedimento civile e nei gradi precedenti. Tra le ipotesi di riforma vi è quella di modificare l’introduzione del procedimento civile attraverso il deposito di un ricorso in luogo della notifica di un atto di citazione, utilizzando così le regole previste dal rito per le controversie in materia del diritto del lavoro. Si tratta quindi di sostituire l’atto di citazione, che prima viene portato a conoscenza della controparte e successivamente all’attenzione dell’organo giudicante, con un ricorso. In pratica prima si adisce l’autorità giudiziaria e successivamente si provvede a mettere a conoscenza la controparte del fatto che si sia promosso un procedimento civile. Questa potrebbe essere una soluzione per limitare e concentrare i tempi processuali ma comunque a condizione che questo venga accompagnato da un potenziamento quantitativo e qualitativo dei magistrati e del personale amministrativo dei tribunali. Vi è anche la proposta di estendere la portata dell’art. 281 sexies che prevede la possibilità per il giudice di far discutere le parti in sede di udienza di precisazione delle conclusioni e quindi pronunciare sentenza all’udienza stessa, evitando così i tempi necessari per il deposito di atti scritti. Anche in questo caso si tende a voler ricalcare quello che è l’attuale rito del diritto del lavoro. È innegabile che anche questa proposta sulla carta consentirebbe di abbreviare i tempi per l’emissione della sentenza (circa 80 giorni) ma ciò richiederebbe che il giudice arrivi all’udienza di precisazione delle conclusioni già preparato sui fatti di causa. Diversamente questa proposta di riforma verrebbe privata di ogni utilità.

Quali sono le modifiche apportate al contenzioso tributario e i suoi reali risvolti?

giebelmman Le modifiche apportate dalla riforma risultano tutto sommato banali, ma comunque tali da incidere sulle posizioni delle parti. Per esempio il secondo comma dell’articolo 480 c.p.c. prevede che il precetto rechi l’avvertimento al debitore circa la possibilità di porre rimedio alla situazione di sovraindebitamento con l’ausilio di un organismo di composizione. In Germania le procedure esecutive non richiedono la notifica di un atto di precetto. Vi è invece il rimedio del sovraindebitamento, ma viene considerato come un’insolvenza personale. In materia di conversione del pignoramento, il quarto comma dell’articolo 495 c.p.c. ora ammette la rateizzazione nel versamento della somma da pagare anche per l’esecuzione mobiliare, come già previsto per l’esecuzione immobiliare. E l’equiparazione tra le due tipologie di procedura riguarda anche le modalità di attribuzione ai creditori delle somme versate dal debitore. Altra novità portata dal decreto legislativo 83 del 2015 è l’introduzione dell’articolo 2929 bis Codice civile: finora conoscevamo soltanto la revocatoria ordinaria, per cui nei confronti di un debitore spogliatosi del patrimonio doveva necessariamente essere intrapresa un’azione revocatoria, rinviando al relativo esito la procedura esecutiva. Ora, invece, i beni immobili e mobili registrati possono essere aggrediti in via esecutiva anche se sottoposti a vincolo di indisponibilità o alienati a titolo gratuito, nel termine di un anno dalla data in cui gli atti di disposizione sono stati resi conoscibili. In altri termini, alle suddette condizioni non è più necessario intraprendere l’azione revocatoria e attendere il relativo esito. Questa è una novità di notevole impatto per la tutela dei diritti.
romano A mio parere l’elemento fondamentale è innanzitutto il concetto della semplificazione nella stesura degli atti e delle sentenze. Sempre più spesso si trovano degli avvocati che cercano la sintesi per fornire degli strumenti interpretativi al giudice in modo da accelerare la giustizia. La tendenza è quella di snellire i procedimenti per arrivare a una soluzione più rapida. Detto questo, il punto è trovare un equilibrio su tutto il territorio italiano. Uniformare la procedura è fondamentale per il sistema giustizia ma è chiaro che vi è ancora casualità (e non prevedibilità) dei risultati. Tra le ragioni che hanno portato alla stesura di questo decreto, quella della necessità di uniformità di applicazione è evidente per tutti. Per capire cosa stia succedendo basta andare sul sito della Cassazione e verificare che effettivamente dal 2012 sono disponibili tutte le sentenze pubblicate dalla Corte: ciò dimostra la concreta volontà di creare uniformità di applicazione. Il trend di semplificazione è inevitabile e non deriva dalla legislazione, ma da un contesto esterno. Per esempio, una decina di anni fa, pensare di avere una condanna alle spese in un procedimento civile era l’eccezione, c’era sempre una ragione per compensare le spese. Adesso la compensazione è diventata l’eccezione e la condanna alle spese è stata sdoganata divenendo uno strumento per prevenire appelli o cause infondate. Questo aspetto si è modificato sia grazie a un contesto legislativo differente sia grazie a un cambiamento di mentalità dell’apparato giudicante.
romano I problemi di lentezza ci sono dappertutto: il punto è capire se e come queste riforme saranno applicate. La riforma del 1993 veniva applicata dai giudici in modo diverso a seconda dei tribunali e con strumentalizzazione di norme che il legislatore, sulla carta, aveva fatto per anticipare i tempi del processo ma che, poi, nella pratica, servivano solo a posticipare nel tempo il regolare svolgimento del processo. Con questo intervento qualcosa in più si semplifica, ma rimane il problema.
di luciano La riforma si prefiggeva lo scopo di deflazionare il contenzioso e di garantire maggiore tutela al contribuente ma, secondo me, entrambi gli obiettivi non sono stati pienamente raggiunti. In un’ottica deflattiva, l’istituto maggiormente ritoccato è, come noto, quello della mediazione, radicalmente riformato dal decreto legislativo n. 156 del 24 settembre 2015 su due fronti: quanto all’ambito oggettivo di applicazione, i novellati commi 1 e 10 dell’art. 17 bis specificano che non sono reclamabili le controversie di valore indeterminabile e gli atti aventi a oggetto il recupero di aiuti di Stato ex art. 47 bis; per converso, a prescindere dal valore, è stata prevista la reclamabilità degli atti relativi al classamento e all’attribuzione della rendita catastale. Per quel che concerne l’ambito soggettivo di applicazione della nuova disposizione, l’istituto è stato esteso a tutti gli enti impositori e ai comuni. Inoltre, alla luce della novella normativa anche le controversie proposte avverso atti reclamabili possono costituire oggetto di conciliazione. Ripeto, però, che l’intervento non ha raggiunto lo scopo prefisso in quanto, se è vero che il 75% delle cause che vedono coinvolti gli enti locali sono inferiori ai 20mila euro, è altrettanto indubbio che, per perseguire un’ottica deflattiva, si rischierebbe un ingolfamento e un eccessivo rallentamento nell’attività organizzativa di tali enti. Ciò in quanto è plausibile che questi ultimi non saranno pronti a far fronte ai vari contenziosi e a una situazione del genere per carenza di risorse interne. A mio parere, però, si sarebbe potuto raggiungere tale scopo, innalzando la soglia delle cause reclamabili da 20mila a 100mila euro, soltanto in tal modo, si sarebbe vista una significativa differenza rispetto alla pregressa disciplina. Una violazione dell’art. 111 Cost., rimasta irrisolta anche dopo l’ultimo intervento normativo, deriva dalla persistente mancata previsione di un organo effettivamente e assolutamente terzo e imparziale (come invece accade nel processo civile) al quale demandare la trattazione dell’istanza o, quantomeno, la sola eventuale fase di mediazione. Nell’attuale scenario normativo, è pertanto inevitabile scorgere una sovrapposizione tra l’istituto della mediazione e quello dell’autotutela, giacché in entrambi i casi l’autorità che dovrebbe valutare il provvedimento è la stessa che lo ha emesso. Ci dovrebbe essere, invece, almeno una parte terza che possa valutare con la debita distanza rispetto alla parte interessata. Per quanto riguarda la conciliazione, grazie alle modifiche normative, l’istituto risulta avere più appeal, prevedendo: l’estensione dell’applicazione dell’istituto al giudizio di appello (art. 48 bis, d.lgs. 546 del 1992); l’introduzione di nuove norme per il pagamento delle somme dovute; la rimodulazione dei benefici sanzionatori in funzione del momento in cui avviene la chiusura della controversia (l’art. 48 ter, d.lgs. 546 del 1992 prevede che le sanzioni amministrative si applichino nella misura del 40% del minimo previsto dalla legge in caso di perfezionamento della conciliazione nel corso del giudizio di primo grado; nella misura del 50% del minimo previsto dalla legge in caso di perfezionamento nel corso del secondo grado di giudizio). Prima che venisse approvato il decreto, il disegno di legge originario prevedeva la possibilità di proporre la conciliazione anche in Cassazione. Taluni hanno manifestato diverse perplessità perché la proposizione di tale strumento sarebbe incompatibile con la natura di legittimità e non di merito del giudizio in cassazione. A mio avviso, tali incertezze interpretative potrebbero essere risolte limitando la proposizione della conciliazione in Cassazione soltanto in caso di violazioni di legge e vizi interpretativi a livello giurisprudenziale. In tal modo, si garantirebbe maggiore snellezza ai giudizi pendenti in cassazione. Da ultimo, il legislatore ha innalzato a 3mila euro il limite entro il quale le parti possono stare in giudizio personalmente (prima la soglia era di 2.580 euro). A mio avviso, anche in tal caso, la riforma non ha raggiunto l’intento auspicato, in quanto l’aumento è stato veramente irrisorio e saranno probabilmente incardinati più contenziosi, in quanto nelle suddette controversie si potrà non ricorrere all’assistenza dei difensori, essendo i contribuenti dispensati dal pagamento delle spese legali. Il decreto legislativo n. 156/2015 ha altresì inserito tra i soggetti abilitati all’assistenza tecnica i dipendenti dei centri di assistenza fiscale (Caf) e delle relative società di servizi, limitatamente alle controversie dei propri assistiti originate da adempimenti per i quali il Caf ha prestato loro assistenza. Tuttavia, per esercitare la difesa tecnica essi devono essere in possesso congiuntamente:  del diploma di laurea magistrale in giurisprudenza o in economia ed equipollenti, o del diploma di ragioneria, e della relativa abilitazione professionale. Insomma, ritengo pertanto si tratti di un timido tentativo di riforma che in concreto però non ha prodotto gli effetti tanto auspicati.
sutti L’esperienza comparatistica in senso storico e internazionale ci mostra come la vigenza di regole oggi duramente criticate non impedisca alla giustizia civile di essere molto più veloce di quella della realtà italiana contemporanea. Nel frattempo, la società è certo diventata più complicata e ricca, ma questo non giustifica il fatto di accettare un degrado della giurisdizione di legittimità, a differenza di altri paesi europei, come per esempio la Francia o il Belgio, dove tra l’altro gli avvocati di Cassazione sono in numero molto limitato, relativamente costosi e rigidamente selezionati, e nondimeno adeguati alla fisiologica domanda dei relativi mercati per i loro servizi, che non è drogata dal basso costo e basso rischio per impugnazioni dilatorie o di difficile accoglimento, anche e proprio per la politica in materia di spese legali accordate alla parte vittoriosa. Il legislatore per una volta su questo piano ha in parte tentato di combattere tendenze schizofreniche nella politica della corte, che pur ricercando una deflazione talora anche odiosa dei procedimenti, non solo è sempre stata riluttante a condannare ex art. 96 la parte soccombente, ma era sin troppo incline a compensare anche spese già liquidabili in una misura relativamente simbolica. Questo si accoppiava naturalmente a una situazione in cui, in base a una visione pseudoliberista, si è ricercato un abbattimento selvaggio dei costi di mercato degli avvocati spalancando le porte a chi volesse fare questa professione e abolendo le logiche corporative che tendevano a tenere i prezzi artificialmente alti, sull’onda comunque di quello che era già un trend di mercato che tendeva ad abbattere i costi di difesa e il relativo effetto deflattivo sul contenzioso civile. Oggi siamo invece di fronte a una formula sin troppo rigida in cui il giudice sarebbe obbligato, ogni qual volta non vi sia una soccombenza reciproca, a condannare necessariamente la parte perdente alle spese; ma in Italia (a differenza dell’Inghilterra o altri paesi) non si liquidano queste spese sulla base della fattura del costo reale sostenuto dal cliente, bensì in base a una serie di parametri, stabiliti dal ministero non tenendo conto la logica di mercato cui tanto incenso viene bruciato.
romano Ritengo che uno dei problemi principali sia ancora a livello universitario e di pratica forense. All’estero si insegna il «legal writing». Nel nostro Paese invece tale tipo di formazione ancora scarseggia e questo rappresenta una grandissima carenza strutturale. Bisogna ritornare ad avere sentenze più brevi e di più facile comprensione. La mancanza di sintesi genera complicazioni e difficoltà interpretative.
giebelmann Riporto un ulteriore esempio confrontando la Germania, dove tutti i giuristi seguono lo stesso iter che ha termine con un esame finale, e successivamente si decide se la carriera da giurista debba proseguire come avvocato o come magistrato.
romano L’uniformità è anche un’esigenza del cliente.
Nel caso, per esempio, delle banche è fondamentale che alle problematiche giuridiche venga data la stessa impostazione da parte dei professionisti che le assistono. È infatti assolutamente da evitare che lo stesso cliente sostenga teorie diverse in circostanze analoghe per evitare problemi reputazionali e di credibilità. C’è necessità di effettiva uniformità e, secondo me, con l’informatica questo passaggio sta avvenendo. Il problema è che a livello legislativo i tentativi di andare in una direzione di semplificazione non hanno sempre avuto riscontro.
ciani Ci lamentiamo della qualità dei nostri interlocutori e dei relativi decisum, non della nostra controparte. Il riferimento è al giudicante, il quale non sempre ha la preparazione e la qualità che richiedono certi contenziosi. Sui contenziosi fiscali di Milano si possono fare due manovre per i volumi di contenziosi. Il magistrato, lo stesso dicasi per gli avvocati, a volte non possiede un percorso professionale adeguato e proporzionato rispetto alle vicende di grande sensibilità giuridica che deve affrontare, le quali molto spesso si incrociano con l’internazionale o con altre tematiche che stanno al confine del tributario. È quindi chiaro che vi è uno sbilanciamento di idee, di studio, di professionalità. Una delle riforme più importanti sarebbe portare la magistratura tributaria nel suo vero alveo naturale ovvero nei tribunali. L’assegnazione di certi fascicoli non può essere affidata al caso o alla discrezione. All’interno di certe commissioni, in particolare quelle che hanno una organizzazione geografica sensibile rispetto certi temi come quello dell’evasione internazionale avvertito maggiormente al Nord, ci devono essere delle sezioni specializzate e formate.
giebelmann In Germania non ci sono le commissioni tributarie ma una magistratura tributaria composta solo di giudici togati, che si dedicano esclusivamente a questa materia. Credo che il settore della fiscalità internazionale, di cui si è trattato precedentemente, necessiti con urgenza di essere uniformato anche nei suoi aspetti processuali.
ciani Il nostro processo fiscale a differenza di quello civile, è veloce. Il primo e secondo grado hanno tempi accettabili, tendenzialmente con una cautelare di mezzo, in un anno si arriva a una sentenza di primo grado. Il problema è la Cassazione dove si concentra un grosso carico di lavoro. Nella riforma vi è la proposta di una sezione tributaria bis in Cassazione.
di luciano Occorre riorganizzare strutturalmente e professionalmente la giustizia tributaria, che deve godere di una propria autonomia e dignità rispetto alla magistratura ordinaria, amministrativa e contabile, e, nel rispetto scrupoloso degli articoli 102, secondo comma, 106, 108 e 111 della Costituzione, le nomine dei giudici devono avere luogo solo con apposito concorso. Soltanto in tal modo, trattandosi di una materia molto tecnica e specialistica, verrebbe maggiormente garantita l’adeguatezza e la precisione nell’analisi delle varie controversie.
marone Ritengo che fino a quando non si riuscirà a garantire maggiore produttività dal sistema giudiziario anche attraverso l’aumento delle risorse destinate alla giustizia, continueremo a discutere proposte di riforma senza trovare una valida soluzione al problema. Inoltre troppo spesso le proposte di riforma sembrano redatte in sede ministeriale senza un fattivo contributo da parte della classe forense i cui membri sono gli unici a convivere tutti i giorni con i problemi della giustizia. Si veda per esempio la riforma che ha previsto l’introduzione del processo sommario di cognizione il quale doveva essere risolutivo per risolvere il problema della durata dei processi. In realtà ha avuto scarsa applicazione e la proposta di riforma di cui stiamo parlando sembra voglia abolirlo.

Che cosa pensate del tema dell’assunzione di prove dal punto di vista documentale?
romano La testimonianza scritta ha sicuramente senso nel caso in cui sia difficile far venire un testimone in udienza (per esempio perché si trova all’estero). Tale mezzo di prova deve tuttavia essere utilizzato con una certa discrezione: a mio parere, infatti, l’immediatezza di un contraddittorio e della prova orale sono insostituibili nel creare il convincimento del giudice. A prescindere  da come i testi siano stati preparati, la prova testimoninale rimane fondamentale.
giebelmann La Germania ha sicuramente una durata dei processi notevolmente inferiore: i tre gradi sino alla Cassazione richiedono al massimo tre anni. Però da noi il procedimento civile normalmente viene seguito dall’inizio alla fine del grado dallo stesso magistrato ed è raro che assuma le prove, in quanto parte dal presupposto che quanto offerto nell’atto di citazione e nelle comparse oltre all’atto di costituzione sia sufficiente ai fini del decidere. Solo se il giudice è molto perplesso e incerto si propone di ascoltare i testimoni. In definitiva, posso dire che ogni controversia va considerata come suscettibile di essere decisa nell’immediatezza.
sutti In Italia ormai formiamo la prova in gran parte fuori dal processo, cosa che presenta i suoi inconvenienti, mentre facciamo ancora nel processo tutta quella trattazione della causa che, secondo il progetto di riforma della commissione Vaccarella, avrebbe dovuto avvenire interamente fuori dalle aule di giustizia, con le parti che discutono quanto tempo desiderano senza occupare giudici e cancellieri. Quello che davvero varrebbe la pena di fare nel processo non è lo scambio di scritti tra avvocati ma avere l’opportunità di verificare e discutere direttamente e in contraddittorio testimonianze, perizie e documenti.
giebelmann In conclusione, ritengo che la riforma non abbia apportato alcuno snellimento alle norme di procedura. Servirebbe una riforma scritta da avvocati che devono affrontare le difficoltà quotidiane.
romano Il processo del lavoro, che ha delle applicazioni difformi nei tribunali in giro per l’Italia, tutto sommato, è un sistema processuale che ha dimostrato di funzionare abbastanza bene. È chiaro che però se lo stesso rito fosse applicato al processo civile, sarebbero necessari degli adattamenti per renderlo adeguato a esigenze diverse.
marone Sono d’accordo nel sostenere che il rito del lavoro potrebbe essere una soluzione. Però come avvocato processualista sarei contrario ad abolire le memorie previste dall’art. 183 c.p.c. che, pur allungando di circa 80 giorni il processo, in molti casi permettono di esercitare compiutamente il diritto di difesa e di focalizzare il tema da sottoporre alla decisione del giudice.
I tempi di durata del nostro processo sono dilatati enormemente dall’assunzione delle prove testimoniali che, dovendo avvenire davanti al magistrato, richiede un enorme dispendio di tempo. La soluzione potrebbe consistere nello spostare l’assunzione della prova testimoniale fuori dal tribunale, seppur in contraddittorio tra le parti.

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