Spazio alla specializzazione per superare il blocco della professione forense

Secondo Mario Gebbia, Maurizio Bortolotto, soci fondatori di Gebbia Bortolotto, studio che quest’anno compie 10 anni, e Valentina Corino, associato, la concorrenza e un ordinamento forense non in linea con le esigenze del mercato, sono tra le cause della crisi dell’avvocatura. Serve un cambiamento che la renda di nuovo una professione appetibile.

Su quali branche del diritto penale vi siete concentrati maggiormente in questo 2021?
Lo Studio è specializzato nell’assistenza processuale e nella consulenza stragiudiziale nell’ambito di tutte le derivazioni del diritto penale d’impresa.
Nel corso del 2021, lo Studio ha rafforzato il proprio impegno in tali ambiti e, in particolare, in materia di corporate governance 231, nonché, per quanto attiene la salute e sicurezza sul lavoro, in relazione agli aspetti organizzativi e giuridici connessi al contrasto, anche nei luoghi di lavoro, della diffusione del virus Covid-19.

È entrata in vigore la Riforma del processo penale, anche se la sua attuazione avverrà soprattutto tramite deleghe. Come commenta l’impianto normativo, in termini di maggiore efficienza del processo penale, e che impatto avrà sui penalisti?
L’intento della riforma è sicuramente lodevole. Non solo la magistratura ma anche i cittadini e gli avvocati auspicano da sempre tempi della giustizia, soprattutto penale, più brevi.
A volte si pensa che gli avvocati penalisti cerchino e bramino processi lunghi, così da poter beneficiare della prescrizione e raggiungere il risultato senza troppo sforzo. In realtà ogni avvocato sa perfettamente quanto sia gravoso per il cliente il processo, in alcuni casi ancora di più della eventuale condanna.
Giuseppe Chiovenda, noto giurista italiano, diceva che “il processo penale è già di per sé una sanzione” e noi ci ritroviamo molto in questa affermazione. Ormai, il processo penale non ha bisogno di una condanna per portare conseguenze gravissime sulla vita privata e pubblica di ciascun indagato. Non si può, quindi, che accogliere con piacere riforme che riducano i tempi della giustizia, alleggerendola da inutili orpelli burocratici. Ciò detto, ci sono forse due temi che non sono stati considerati in modo adeguato in sede di riforma: la tutela dell’indagato e il suo diritto alla riservatezza in fase di indagini, nonché la cosiddetta “giustizia a orologeria”. Purtroppo è capitato che, negli uffici delle Procure, siano state divulgate informazioni coperte da segreto investigativo agli organi di stampa, prima ancora che le stesse giungessero all’interessato o al suo difensore. Allo stesso modo, pensiamo a notizie relative all’esercizio della azione penale nei confronti di esponenti politici o personaggi ad essi vicini, nei giorni immediatamente antecedenti la tornata elettorale.

Come vede il futuro della professione di avvocato penalista tenuto conto della crisi che sta vivendo la categoria forense, soprattutto in termini di vocazione da parte dei giovani?
È notizia di questi giorni che nel corso del 2020 si siano cancellati dall’albo circa 5.000 colleghi. Certamente la pandemia ha influito in modo notevole, ma si tratta comunque di un trend già consolidatosi negli ultimi anni. Le ragioni sono molteplici: il numero di professionisti, la concorrenza spietata tra gli stessi e, questo bisogna dirlo, un ordinamento forense che non è stato in grado, almeno fino ad oggi, di adeguarsi agli standard richiesti da un mercato del lavoro in continua evoluzione e alle sempre maggiori esigenze di specializzazione richieste dai clienti.
Tutto ciò ha anche un riflesso sull’appeal che la professione ha nei confronti dei giovani laureati. È nostro compito aprire la strada ad un cambiamento che faciliti non solo l’ingresso dei giovani alla professione, ma anche la loro permanenza.

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