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Ordini professionali, riformarli o abolirli?

Sono due le notizie che emergono dall’ultima rilevazione Istat di luglio: scongiurata (per ora) l’ondata di licenziamenti e il calo di occupati che riguarda praticamente solo i lavoratori autonomi, 62 mila in meno in un anno.

Il sistema ordinistico reggerà alla crisi?

È arrivata la seconda ondata. Ed è scattato, di conseguenza, un nuovo allarme rosso per i professionisti, già colpiti nei primi mesi di pandemia e con pochi aiuti a disposizione.

L’80% ha infatti dichiarato una perdita di fatturato negli ultimi mesi, e nel 35% dei casi il crollo è stato superiore al 50 per cento. Uno tsunami. Che ora le categorie professionali non vogliono più affrontare a mani nude come nei mesi scorsi ma con strumenti adeguati che il governo deve decidersi di mettere a disposizione. Va in questo senso la lettera congiunta inviata nei giorni scorsi al premier Giuseppe Conte dai presidenti degli ordini dei consulenti del lavoro e dei dottori commercialisti, Marina Calderone e Massimo Miani. Con la richiesta di attivare misure “di ristoro” come quelle varate per le aziende colpite dalle ultime disposizioni anti contagio (dpcm 24 ottobre 2020). Il motivo è che tutte le attività professionali hanno investito in soluzioni informatiche per continuare a lavorare e ora molti studi sono invece costretti a chiudere per casi di malattia, mentre gli adempimenti non aspettano.

Tra le varie categorie professionali, però, come detto in più occasioni su Le Fonti Legal, ci sono alcuni che se la passano peggio di altri. È il caso degli avvocati. Secondo un sondaggio che abbiamo realizzato su un campione di cinque mila avvocati, la base imputa agli organi di rappresentanza dell’avvocatura un’attività nulla o insufficiente nei confronti del governo per incentivare gli aiuti necessari nei confronti dei professionisti. Ma c’è di più. Tra le principali accuse emerge anche la poca vicinanza e sensibilità alle vere problematiche degli avvocati e la necessità di un maggiore coinvolgimento dei professionisti nelle scelte delle istituzioni, anche attraverso la riforma del sistema di rappresentanza dell’avvocatura.

Andando a vedere alcuni numeri, circa il 60 per cento giudica nullo o scarso l’operato degli organi di rappresentanza nei confronti delle istituzioni nel periodo emergenziale. Quasi il 70% dà un giudizio insufficiente o scarso alla richiesta di valutare la vicinanza alle problematiche effettive degli avvocati. Considerando i singoli organi di rappresentanza, il voto migliore, o “meno peggio”, va alla Cassa forense, il peggiore ad Asla, l’Associazione degli studi legali d’affari, ma comunque sono tutti ampiamente sotto la sufficienza. Serve un cambio di passo, insomma. Difficile da immaginare se si pensa alla situazione attuale del Consiglio nazionale forense, i cui vertici sono stati rimossi ancora prima dello scoppio della pandemia, e che oggi è praticamente commissariato. Senza contare la situazione di perenne conflitto interna alla categoria forense.

Certo è che questa crisi ha aperto il cosiddetto “vaso di Pandora”: il sistema ordinistico, per come è stato strutturato negli anni ’30 e ben poco riformato, è ancora attuale?

L’autunno caldo delle professioni

Quello che ci aspetta sarà un autunno caldo un po’ per tutti i settori economici. Ma lo sarà in particolare per le professioni.

Ormai dall’inizio di questa crisi globale, Le Fonti Legal ha sottolineato a più riprese l’assenza di interventi emergenziali, da parte del governo, per i 2,3 milioni di professionisti ordinistici italiani, che rappresentano oltre il 12 per cento del totale degli occupati. Un vuoto pneumatico che non verrà colmato neanche con il Dl Agosto. Gli appelli e le proposte, da parte degli organismi di rappresentanza delle professioni, sono sempre caduti nel vuoto, e le (poche) misure prese dall’Esecutivo sono arrivate sul filo di lana, con interventi“tappabuchi”, privi di qualsiasi forma strutturale. A certificare il clima da da “sfida all’Ok Corral”, l’“affaire” scadenze fiscali: i commercialisti in questi giorni stanno affrontando il numero “monstre” di oltre 200 adempimenti da rispettare nel giro di due settimane. A nulla è servito il grido d’allarme lanciato dal Consiglio nazionale e dai sindacati di categoria, che hanno chiesto di rinviare i versamenti del 20 luglio. Risultato: proclamato lo stato di sciopero a oltranza della categoria, che partirà con le comunicazioni Lipe del 16 settembre e che andrà avanti con tutte le successive scadenze fiscali.

A sostegno dei commercialisti si sono schierate tutte le altre professioni, rappresentate da Cup (professioni giuridico-economiche) e Rete delle professioni tecniche. Segno che il vaso è ormai ben oltre dall’essere colmo. Ma anche i consulenti del lavoro hanno deciso di protestare: scendendo in piazza a Montecitorio per presentare ai parlamentari un dossier su cosa non ha funzionato in materia di ammortizzatori sociali e sulle criticità burocratiche affrontate in questi mesi per far fronte alle esigenze di imprese e lavoratori. Secondo la categoria, le norme adottate dal governo sarebbero “incongruenti” e le istruzioni contenute nelle circolari “intempestive”. Tra le proposte, quella di individuare un ammortizzatore sociale unico con causale Covid-19 per tutte le indennità collegate all’emergenza sanitaria, la predisposizione di un quadro normativo chiaro e stabile e di procedure informatiche semplici e la creazione di una “cabina di regia” di alto valore tecnico-giuridico.

Alla base, c’è sempre la richiesta, da parte dei professionisti, di avere voce in capitolo nelle scelte del governo. Un obiettivo spiegato bene dalla presidente del Cup, Marina Calderone, nell’intervista rilasciata su questo numero di Le Fonti Legal, in cui ha enunciato le priorità del comparto: liquidità e semplificazioni. Con un monito: basta disparità di trattamento con le imprese. Al momento, l’unico strumento di “aiuto” messo sul piatto dal governo, è il “bonus 600 euro”, che hanno richiesto circa 500 mila professionisti:uno su quattro.

Professionisti esclusi, invece, dal contributo a fondo perduto, dalle misure di sostegno per la riduzione del rischio contagio sul luogo di lavoro, dai contributi Inail per l’acquisto di dispostivi elettronici per l’isolamento e il distanziamento dei lavoratori. Insomma, se due indizi fanno una coincidenza, tre fanno una prova. E la prova è il disinteresse totale del governo nei confronti delle professioni. La posta in gioco però è alta: a rischio chiusura ci sono moltissimi studi professionali in difficoltà. E sarebbe un duro freno alla “ripartenza”.

Dai professionisti 10 proposte per far ripartire il paese

Ventitré ordini professionali italiani uniti per dire basta alle discriminazioni nei loro confronti e per ribadire al Governo il loro ruolo economico, sociale e sussidiario.

È quanto avverrà domani, 4 giugno, in occasione degli Stati Generali delle Professioni italiane: la più grande manifestazione online di protesta e proposta, che verrà trasmessa in diretta streaming, dalle 10.30 alle 12.30, sul sito www.professionitaliane.it e sul canale Youtube Professioni italiane. I 2,3 milioni di professionisti chiederanno al decisore politico la pari dignità del lavoro in tutte le sue forme, il riconoscimento concreto dell’essenzialità delle attività esercitate dagli iscritti agli ordini e il rispetto del principio di equiparazione tra attività di impresa e libero professionale, già sancito a livello europeo e nazionale. L’obiettivo dell’evento è, infatti, quello di sollecitare l’Esecutivo ad approvare le proposte di modifica al decreto Rilancio presentate dagli ordini e che riguardano, in particolar modo, la possibilità di fruire del bonus di 600/1.000 euro e dei contributi a fondo perduto, da cui sono stati esclusi; la semplificazione normativa; l’autonomia della Casse nel sostegno agli iscritti; l’alleggerimento degli oneri fiscali a loro carico e l’introduzione di uno scudo penale per la responsabilità penale di chi abbia posto in essere tutte le misure necessarie per contrastare e contenere la diffusione del Covid-19 nei luoghi di lavoro. La manifestazione sarà anche l’occasione per ascoltare il parere della classe politica e riaffermare l’alleanza tra le Professioni italiane che, con voce unitaria e forte, presenteranno il loro “Manifesto per la Rinascita dell’Italia”. Un documento per la ripartenza economica dei professionisti e di tutte le attività produttive, contenente 10 suggerimenti e sollecitazioni in campo sanitario, tecnico ed economico, tra cui il sostegno alle attività professionali, che non si sono mai fermate durante l’emergenza sanitaria, ma che oggi necessitano di aiuti ad hoc per sopravvivere.

1. Garantire il diritto alla salute, alla prevenzione ed alla sicurezza delle cure
2. Garantire la parità di accesso dei professionisti alle misure di incentivo al
lavoro e di sostegno nella fase di emergenza
3. Rafforzare le misure in materia di politiche di investimento, programmi industriali sostenibili e innovazione
4. Realizzare un piano credibile di semplificazione normativa
5. Garantire l’applicazione del principio di sussidiarietà
6. Ridurre la pressione fiscale
7. Avviare un Green New Deal per progettare opere innovative e sostenibili e
promuovere un fondo per lo sviluppo professionale sostenibile
8. Avviare un piano di catalogazione dei patrimoni ambientali e culturali del Paese, di riprogettazione e manutenzione, di investimento nella rigenerazione urbana e di mitigazione del rischio sismico e idrogeologico del territorio e delle opere
9. Valorizzare e tutelare il patrimonio ambientale, artistico, paesaggistico e culturale per nuovi percorsi di crescita
10. Garantire affidabilità e sicurezza nel settore ICT, delle informazioni e delle telecomunicazioni, accelerando un processo di digitalizzazione del Paese

Per seguire la manifestazione www.professionitaliane.it.

Lotta al Covid, i professionisti la giocano in Serie B

La partita contro il Covid, i professionisti, la giocano con una squadra di Serie B. Almeno secondo le regole stabilite dal Governo, da ultimo, con il decreto Rilancio, che ha escluso il comparto professionale dall’accesso ai contributi a fondo perduto, previsti invece per le imprese.

Ma a ben vedere, se riavvolgiamo il nastro all’inizio dell’emergenza, l’atteggiamento dell’Esecutivo, nei confronti delle libere professioni, è sempre stato uguale: interventi “tappabuchi” inseriti al fotofinish. Basti pensare all’iniziale esclusione dall’accesso al sostegno al reddito di 600 euro, previsto dal decreto Cura Italia solo per gli autonomi iscritti alla gestione separata Inps. Un provvedimento che ha provocato una prima levata di scudi degli organi di rappresentanza delle professioni. Oggi, dopo il decreto Rilancio, il film si ripete: professionisti “dimenticati” e protesta unitaria di Cup (Comitato unitario delle professioni) e Rpt (Rete delle professioni tecniche) con la convocazione degli Stati Generali del 4 giugno. Ma non basta.

Quel poco che è stato previsto, in materia di professioni, è stato normato male. Due articoli del decreto Rilancio vanno infatti in senso opposto: uno (art. 78) rifinanzia la misura di sostegno al reddito di marzo anche per i mesi di aprile e maggio, l’altro (art. 86) rende il bonus già erogato incompatibile con quello dei mesi successivi. Un boomerang: per far fronte a uno dei trimestri più drammatici della storia della Repubblica, i professionisti hanno a disposizione la miseria di 600 euro. Come tentare di fermare le onde a mani nude. E i primi dati certificano la catastrofe. Oltre la metà dei commercialisti, secondo un’indagine dell’Osservatorio Covid-19 del Consiglio e della Fondazione nazionale commercialisti, registrano un calo di fatturato, nel mese di aprile, superiore a un terzo. Due su tre dichiarano di avere imprese clienti che non riaprono dopo il lockdown. Motivo? Carenza di liquidità, eccessiva onerosità dei protocolli di sicurezza e rischio di responsabilità penale per il datore di lavoro in caso di contagio di un dipendente (uno dei numerosi “tilt” della comunicazione di questo Governo).

Ma il paradosso è che nonostante il calo di fatturato, solo il 34% dei commercialisti ha potuto beneficiare del bonus di 600 euro concesso dal decreto Cura Italia per il mese di marzo. A questo punto la domanda che sorge spontanea è: dove sta l’inghippo? Perché i professionisti sono “l’ultima ruota del carro”? È un problema di rappresentanza? Per gli avvocati sicuramente sì.

Il Consiglio nazionale forense è di fatto bloccato dopo che il tribunale di Roma, con ordinanza del 13 marzo scorso ne ha decapitato i vertici, dal presidente Andrea Mascherin al vicepresidente Giuseppe Picchioni. La carica ora è in mano all’altra vicepresidente, Maria Masi e il risultato è un silenzio assordante, reso drammatico dalla situazione. Gli avvocati possono contare quindi solo sulla Cassa di previdenza (che però non è un organo di rappresentanza politica) e su iniziative su base locale. Come nel caso del pacchetto di proposte messo a punto a inizio emergenza dai presidenti degli ordini degli avvocati di Roma (Antonino Galletti), di Milano (Vinicio Nardo), di Napoli (Antonio Tafuri), di Palermo (Giovanni Immordino). Troppo poco. Se i professionisti, contro il Covid, giocano con una squadra di serie B, agli avvocati manca proprio la squadra.

Il 4 giugno convocati gli stati generali delle professioni

Prima l’esclusione dai contributi a fondo perduto. Poi, l’impossibilità di ottenere il bonus da 600 a 1000 euro ad aprile e maggio per coloro che lo hanno ottenuto a marzo.

Così, in pochi giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto Legge “Rilancio”, le tutele attese dai professionisti sono evaporate. Per protestare contro questa situazione, il Comitato Unitario delle Professioni e la Rete delle Professioni Tecniche hanno convocato gli Stati Generali delle Professioni italiane per il 4 giugno 2020. Una manifestazione, che sarà trasmessa on line su tutti i social network, necessaria per far sentire al Governo il malessere di una componente produttiva essenziale del Paese e quindi far correggere il decreto durante il passaggio parlamentare della conversione in legge.

Le voci della crisi: la risposta dei professionisti

Sono state settimane drammatiche quelle che hanno caratterizzato l’uscita di questo numero “straordinariamente” doppio di Le Fonti Legal. Giornate che hanno stravolto la nostra vita personale e professionale, in cui ci siamo dovuti reinventare e riorganizzare.

E la risposta, da parte nostra, non poteva che essere una: aumentare i canali e l’offerta di informazione.
È in piena emergenza sanitaria, infatti, che nasce l’idea di creare una nuova rubrica podcast, Tempi Legali, che si pone da subito un obiettivo prioritario: offrire una mappa a imprenditori, professionisti, lavoratori, per orientarsi nel dedalo di norme prodotte dal Governo per fronteggiare la crisi economica. Un appuntamento quotidiano, dove professionisti ed esperti affrontano le molteplici criticità aperte dall’emergenza sanitaria sui vari settori economici, dando interpretazioni normative, tratteggiando scenari, suggerendo indicazioni al legislatore o lanciando anche solo messaggi di speranza. Si è rivelato in pochi giorni uno strumento informativo così forte, che abbiamo deciso di dare anche forma scritta a queste voci: nelle pagine che seguono trovate infatti gli estratti delle interviste realizzate fino al 15 aprile scorso (data di chiusura della rivista, ndr). Quelle successive, saranno pubblicate sul prossimo numero di maggio. E così via, fin quando non vi accompagneremo finalmente verso la ripartenza. Ma non è tutto.
In questo numero trovate anche un’indagine sul livello di digitalizzazione raggiunto dagli studi legali. È un approfondimento realizzato prima del “lockdown”, e forse premonitore, perché se c’è una cosa che ci ha insegnato questa crisi è che non si può fare a meno di investire in tecnologia. Chi lo ha fatto, è partito avvantaggiato a livello competitivo.
Ma la nostra offerta informativa si arricchisce anche con una nuova rubrica: Osservatorio Carceri. Nasce da una riflessione avviata, in realtà prima dell’emergenza Covid19, con la Commissione Carceri dell’Ordine degli avvocati di Milano, unica nel suo genere, creata a tutela di un mondo che troppo spesso rimane nascosto nell’ombra, se non a seguito di eventi mediatici. Un appuntamento di approfondimento periodico che si rende oggi ancora più necessario, con la crisi sanitaria che potrebbe travolgere il sistema carcere, ancora in attesa di interventi adeguati da parte del governo, come denunciato a più riprese dagli avvocati penalisti. La rubrica vuole quindi dare voce agli ultimi e a chi gravita intorno a questo mondo. Un mondo dove, diceva un poeta, “il sole del buon dio non dà i suoi raggi”.

Il grido dei professionisti: “il Governo ha deliberatamente ignorato il nostro ruolo”

I rappresentanti di 21 professioni ordinistiche hanno deciso di fare fronte comune contro l’esclusione dal Decreto “Cura Italia” e per la tutela dei propri iscritti in grave difficoltà.

“Il Decreto “Cura Italia””, si legge nella nota unitaria diramata oggi da Cup (Comitato unitario professioni) e Rpt (Rete delle professioni tecniche), “ha deliberatamente ignorato i professionisti ordinistici, non riconoscendo il ruolo svolto da ben 2,3 milioni di professionisti italiani. Così facendo il Paese rischia di pagare un prezzo altissimo, soprattutto quando arriverà il momento di rimetterlo in piedi”. Nell’incontro che si è tenuto oggi è stato stabilito di fare fronte unico per la tutela dei liberi professionisti in questa fase drammatica causata dall’emergenza Covid-19.
Per queste ragioni, nei prossimi giorni i rappresentanti delle 21 professioni lavoreranno ad un pacchetto di proposte unitario che tenga conto delle esigenze generali, nella logica della sussidiarietà al Paese, principio guida della loro attività, e di quelle specifiche delle singole professioni. Un lavoro che
scaturirà, a strettissimo giro, nella elaborazione di un Manifesto delle professioni col quale i 2,3 milioni di professionisti rappresentati si proporranno in maniera unitaria e compatta al Governo per un’interlocuzione seria e puntuale.
Nel frattempo, CUP e RPT hanno chiesto un incontro urgente ai Ministri del Lavoro e delle Finanze per definire una serie di iniziative a tutela delle professioni.
Tra le proposte:

  • Chiarire le modalità di applicazione dell’art.44 (Reddito di ultima istanza) e quindi la disponibilità di risorse per i professionisti;
  • Mettere le Casse previdenziali nelle condizioni di intervenire in maniera forte e risolutiva, utilizzando risorse proprie. “Basterebbe”, si legge ancora nella nota, “rendere disponibili tutte le somme della ingiusta doppia tassazione delle Casse (stimabile in 1 miliardo di euro), per un anno, che potrebbero alimentare provvedimenti importanti per la ripresa degli studi professionali ed a ristoro della crisi”.

Poi, servono interventi:

  • nella direzione del rinvio del pagamento delle tasse, dell’eliminazione della ritenuta d’acconto, diventata anacronistica dopo l’introduzione della fattura elettronica.
  • Ma soprattutto i professionisti ordinistici pretendono interventi decisi che rendano possibile il risollevamento una volta passata l’emergenza, aggredendo i temi della sburocratizzazione, della semplificazione, delle infrastrutture.

Alla riunione, coordinata da Marina Calderone (Presidente CUP e Consulenti Lavoro) e Armando Zambrano (Coordinatore RPT e Presidente Ingegneri), hanno partecipato 21 ordini professionali: Agronomi (Diamanti), Agrotecnici (Bruni), Architetti (Cappochin), Assistenti sociali (Gazzi), Attuari (Crenca), Chimici e Fisici (Orlandi), Consulenti del Lavoro, Commercialisti (Miani), Geologi (Peduto), Geometri (Savoncelli), Giornalisti (Ferro), Infermieri (Aceti), Ingegneri, Ostetriche (Vicario), Periti agrari (Braga), Periti industriali (Esposito), Psicologi (Lazzari), Spedizionieri doganali (Silonos), Tecnici di Radiologia Medica (Pelos), Tecnologi alimentari (Aspesi), Veterinari (Penocchio).

Carlo Munafó nuovo Presidente del Consiglio Notarile di Milano

Si è insediato il nuovo Consiglio Notarile di Milano, che rappresenta 543 notai lombardi.

Nella riunione di Consiglio del 18 febbraio 2020 il notaio Carlo Munafò è stato eletto Presidente del Consiglio Notarile di Milano, mentre con l’Assemblea del Collegio dello scorso 17 febbraio è stata definita la composizione del Consiglio che vede eletti quali nuovi componenti Stefano Rampolla, notaio in Milano, e Enrico Maria Sironi, notaio con sede a Gallarate (MI).
Sono stati inoltre rieletti i notai Carlo Saverio Fossati e Luca Iberati, entrambi con sede in Milano. Il notaio Carlo Saverio Fossati si conferma Tesoriere mentre l’incarico di Segretario è stato affidato al notaio Patrizia Antognazza.
Per l’anno in corso il Consiglio Notarile di Milano risulta pertanto così composto:

Presidente: Carlo Munafò
Segretario: Patrizia Antognazza
Tesoriere: Carlo Saverio Fossati
Consiglieri: Paola Casali, Francesca Gasparro, Luca Iberati, Carlo Marchetti, Enrico Masini, Stefano Rampolla, Dario Restuccia ed Enrico Maria Sironi

Il tabù delle specializzazioni

Il futuro delle professioni passa dalle specializzazioni. Già da tempo mondo imprenditoriale e finanziario richiedono al professionista una sempre più alta qualificazione nella specifica materia, con buona pace dell’avvocato o del commercialista “tuttofare”. Peccato però che gli ordini professionali non siano ancora riusciti a mettere giù una riforma che vada in questa direzione.

O meglio, quelle intentate sono tutte naufragate. È ancora lettera morta il tentativo portato avanti dal Consiglio nazionale forense, che ha scatenato una guerra interna alla categoria finita sui tavoli dei giudici amministrativi. Una querelle infinita che va avanti ormai da quattro anni, da quando il regolamento che istituiva le specializzazioni forensi (dm n. 144/2015), entrato in vigore a novembre 2015, è stato impugnato da una parte della categoria. Il Tar del Lazio prima e il Consiglio di stato poi, hanno dichiarato l’illegittimità dell’impianto normativo, e in particolare dell’elenco dei settori di specializzazione.

Solo a metà 2018, e dopo che lo stesso ministero della giustizia, guidato all’epoca da Andrea Orlando, ha scelto di perseguire le vie giudiziarie anziché modificare la norma, è stato diffuso uno schema di decreto di modifica del regolamento bocciato da Palazzo Spada. Da allora, più nulla. Stessa sorte per i commercialisti.

Il progetto di istituzione delle specializzazioni è partito più di tre anni fa, con l’avvio delle Scuole di alta formazione in tutta Italia che oggi sfornano attestati da utilizzare per richiedere il riconoscimento del titolo di specializzazione nello specifico settore. Piccolo dettaglio: manca la norma che istituisce il commercialista specialista.

Come documentiamo in questo numero di Le Fonti Legal, infatti, i ripetuti tentativi del Consiglio nazionale di portare a casa le specializzazioni sono finiti nel nulla, da ultimo con l’emendamento presentato dalla Lega al decreto Crescita ritenuto non ammissibile per materia. Ma non basta. Perché, come nel caso degli avvocati, le specializzazioni hanno spaccato la categoria: da un lato il Consiglio nazionale, che ha costruito le fondamenta con il progetto delle Scuole in attesa dell’impianto normativo, dall’altro le associazioni sindacali, che ritengono le specializzazioni troppo costose e discriminanti, nel senso che creerebbero un commercialista di serie A e uno di serie B.

In un’indagine promossa da una di queste associazioni, inoltre, quasi il 75 per cento degli interpellati le ha bocciate. Segno di quanto la questione sia divisiva e di quanto si sia lontani da una soluzione.
Ma il tempo manca: il mercato non aspetta e i professionisti hanno bisogno di tutti gli strumenti per poter essere competitivi. Spetta agli ordini trovare la chiave per adattarsi alla velocità dei cambiamenti, mettendo da parte le lotte intestine di rappresentanza e di potere. Oppure, sarà inevitabile l’estinzione.

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