covid19

Le misure anti-Covid per le imprese

Nella puntata di Doppio Binario si è parlato di emergenza sanitaria che è tornata a colpire l’Italia, e in particolar modo di tutte le misure che il Governo ha adottato e sta adottando a favore delle imprese.
Andremo ad approfondire il Decreto Agosto, un vasto pacchetto di misure a favore degli imprenditori. Se ne è parlato con l’avvocato Andrea Savoia partner di Uniolex e Henry Sichel general manager di Caffeina

Banche in prima linea per la tenuta del Paese

L’esplosione del Covid-19 e la seconda ondata che sta investendo il nostro Paese, hanno messo a dura prova i mercati finanziari.

Esame di abilitazione: gli avvocati chiedono gli scritti a distanza

No alla laurea abilitante. Sì allo svolgimento a distanza delle prove scritte.

Esame da avvocato: le nuove date

Esame da avvocato rinviato a data da destinarsi.

O meglio, le date degli scritti saranno indicate il 18 dicembre 2020. È arrivato quindi il provvedimento del ministero della giustizia di differimento causa Covid delle date delle prove scritte dell’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense, ed è stato pubblicato nella sezione Concorsi della Gazzetta Ufficiale (n. 88 del 10 novembre scorso). Le domande dovranno essere presentate entro il 12 febbraio 2021. Ma andiamo con ordine.
Le prove scritte per l’esame da avvocato 2020 si sarebbero dovute tenere il 15, 16 e 17 dicembre 2020, ma sono state cancellate per via della seconda ondata dell’emergenza sanitaria dal dpcm del 3 novembre scorso, che ha sospeso le prove scritte degli esami di stato per l’abilitazione all’esercizio delle professioni. “L’accesso di centinaia o di migliaia di candidati presso le sedi di esame”, recita il testo del Comitato tecnico scientifico, “l’asserita impossibilità di prevenire assembramenti e la lunga durata prevista per le prove di esame, costituiscono, nella contingenza attuale della epidemia, fattori di criticità molto rilevanti che sconsigliano l’espletamento delle prove scritte nelle date programmate”.
Le nuove date, come detto, saranno indicate nella Gazzetta Ufficiale – 4° serie speciale n. 98 del 18 dicembre 2020, mentre la domanda di partecipazione dovrà essere inviata per via telematica entro il 12 febbraio 2021 e, con decreto ministeriale che sarà pubblicato nella G.U. (4° serie speciale, n. 21) del 16 marzo 2021, saranno individuate eventuali misure anti contagio per l’accesso e la permanenza alle sedi concorsuali.

Il sistema ordinistico reggerà alla crisi?

È arrivata la seconda ondata. Ed è scattato, di conseguenza, un nuovo allarme rosso per i professionisti, già colpiti nei primi mesi di pandemia e con pochi aiuti a disposizione.

L’80% ha infatti dichiarato una perdita di fatturato negli ultimi mesi, e nel 35% dei casi il crollo è stato superiore al 50 per cento. Uno tsunami. Che ora le categorie professionali non vogliono più affrontare a mani nude come nei mesi scorsi ma con strumenti adeguati che il governo deve decidersi di mettere a disposizione. Va in questo senso la lettera congiunta inviata nei giorni scorsi al premier Giuseppe Conte dai presidenti degli ordini dei consulenti del lavoro e dei dottori commercialisti, Marina Calderone e Massimo Miani. Con la richiesta di attivare misure “di ristoro” come quelle varate per le aziende colpite dalle ultime disposizioni anti contagio (dpcm 24 ottobre 2020). Il motivo è che tutte le attività professionali hanno investito in soluzioni informatiche per continuare a lavorare e ora molti studi sono invece costretti a chiudere per casi di malattia, mentre gli adempimenti non aspettano.

Tra le varie categorie professionali, però, come detto in più occasioni su Le Fonti Legal, ci sono alcuni che se la passano peggio di altri. È il caso degli avvocati. Secondo un sondaggio che abbiamo realizzato su un campione di cinque mila avvocati, la base imputa agli organi di rappresentanza dell’avvocatura un’attività nulla o insufficiente nei confronti del governo per incentivare gli aiuti necessari nei confronti dei professionisti. Ma c’è di più. Tra le principali accuse emerge anche la poca vicinanza e sensibilità alle vere problematiche degli avvocati e la necessità di un maggiore coinvolgimento dei professionisti nelle scelte delle istituzioni, anche attraverso la riforma del sistema di rappresentanza dell’avvocatura.

Andando a vedere alcuni numeri, circa il 60 per cento giudica nullo o scarso l’operato degli organi di rappresentanza nei confronti delle istituzioni nel periodo emergenziale. Quasi il 70% dà un giudizio insufficiente o scarso alla richiesta di valutare la vicinanza alle problematiche effettive degli avvocati. Considerando i singoli organi di rappresentanza, il voto migliore, o “meno peggio”, va alla Cassa forense, il peggiore ad Asla, l’Associazione degli studi legali d’affari, ma comunque sono tutti ampiamente sotto la sufficienza. Serve un cambio di passo, insomma. Difficile da immaginare se si pensa alla situazione attuale del Consiglio nazionale forense, i cui vertici sono stati rimossi ancora prima dello scoppio della pandemia, e che oggi è praticamente commissariato. Senza contare la situazione di perenne conflitto interna alla categoria forense.

Certo è che questa crisi ha aperto il cosiddetto “vaso di Pandora”: il sistema ordinistico, per come è stato strutturato negli anni ’30 e ben poco riformato, è ancora attuale?

Responsabilità medica da riformare

Per la gestione dei casi di malasanità serve un intervento normativo che snellisca i tempi del contenzioso e metta una barriera alle liti temerarie.

Ne è convinto Bruno Sgromo, fondatore dello Studio Legale Sgromo specializzato esclusivamente in responsabilità professionale del medico e della struttura ospedialiera. Sì, perché sono così articolate e delicate le consulenze in questo ambito, che è proprio la specializzazione a fare la differenza nel livello di servizio al cliente. Basti pensare che lo studio riceve in media circa tre mila richieste di consulenza l’anno e applica una importante selezione sulla tipologia di casi da seguire, che riguardano solo decessi o gravissime invalidità. Una materia, quella della responsabilità medica, che inevitabilmente subirà un impatto dall’emergenza sanitaria tutt’ora in corso. In attesa di capire se verrà introdotto uno “scudo” per i medici sui casi Covid, lo studio Sgromo ha comunque deciso di non seguire casi legati al Coronavirus. Sono solo alcuni dei temi affrontati nel corso dell’intervista rilasciata a Le Fonti Legal.

Avvocato, ci racconti anzitutto la vostra attività di consulenza in una materia così delicata come quella della responsabilità medica. In che modo si svolge la vostra attività di comunicazione?
Il nostro studio è specializzato esclusivamente in responsabilità professionale del medico e della struttura ospedaliera. Abbiamo due sedi principali, una a Roma e una a Milano, ma seguiamo casi su tutto il territorio nazionale, con una esperienza di oltre 50 anni che ci consente di garantire sempre la massima attenzione ai nostri clienti. Abbiamo tre siti internet e circa 14 mila followers sui canali social: un numero piuttosto alto, considerando che apparteniamo ad un settore di nicchia come la responsabilità medica. Riceviamo una media di circa tre mila richieste di consulenza ogni anno. Rispetto a questo numero, già alto di per sé, ci tengo a sottolineare che la nostra comunicazione prevede un’importante selezione della tipologia di casi che possiamo seguire, poiché ci occupiamo solo di decessi e gravissime invalidità. Questa barriera all’ingresso riduce di molto il numero di contatti che riceviamo: sarebbero almeno il doppio se ci occupassimo anche di casi minori. Nonostante tutte queste richieste, per una questione di etica, di deontologia, e di professionalità, il numero di casi seguiti è molto inferiore, poiché facciamo una selezione molto rigorosa.

Su quali problematiche vi state concentrando in questo periodo così particolare per la sanità italiana?
I nostri casi riguardano tutte le specializzazioni mediche, per ciascuna delle quali abbiamo dei consulenti specialisti di fiducia, dal chirurgo, al ginecologo, dal neurochirurgo, all’infettivologo e così via. Dal momento in cui il cliente ci contatta per una richiesta di consulenza, inizia una fase molto delicata del nostro lavoro, ovvero un’accurata disamina dei casi che ci vengono presentati, da parte del medico specialista (ad esempio un chirurgo in un caso di chirurgia, un cardiochirurgo per un caso che coinvolge il cuore, ecc). Lo specialista redige una perizia di parte, in cui si esprime sulla presunta responsabilità del medico. A questo parere specialistico, noi aggiungiamo anche quello del medico legale, che ci supporta nell’ambito della richiesta del giusto risarcimento. Se lo specialista ritiene che la causa sia fondata, ovvero che ci sia un presunto errore medico, si procede con l’iter giudiziale, altrimenti no.

Può raccontarci qualche caso di “successo” dello studio?
Purtroppo, in questo ambito, la parola “successo” è molto difficile da accettare, poiché laddove c’è una vittoria, ovvero viene riconosciuto un risarcimento, questo vuol dire che è stato commesso un errore medico, e che quindi dall’altra parte esiste una persona o più persone che ne hanno subito le conseguenze. I nostri clienti sono privati cittadini che si trovano ad affrontare il decesso di una persona a loro cara, o che devono sostenere permanenti invalidità. Nessun risarcimento può restituire quanto si è perso, ma certamente può dare un grande supporto, offrendo i mezzi per poter affrontare queste difficili sfide quotidiane. Noi, da parte nostra, proviamo a fare giustizia in queste situazioni. E ce la mettiamo tutta.
Sicuramente un caso a cui sono molto legato, e che si è concluso da poco con un rilevante risarcimento per la famiglia, è quello di due gemelline, nate entrambe con una disabilità a causa del ritardo nell’esecuzione del cesareo. Queste due bimbe hanno bisogno di cure quotidiane, di ore giornaliere di fisioterapia, di un’assistenza sanitaria costante, anche quando saranno più grandi e sono molto contento del nostro risultato.
Un altro caso che si è concluso positivamente, in ambito neurochirurgico, è stato quello di un giovane ragazzo a cui è stata diagnosticata in ritardo la sindrome della cauda equina. Questa è una patologia che purtroppo comporta una grave invalidità permanente, annessa ad una difficile gestione della quotidianità, soprattutto per un ragazzo di poco più di 30 anni.
Ma in generale, come le dicevo, le tipologie dei nostri casi rappresentano tutto lo spettro delle specializzazioni mediche. Trattiamo innumerevoli casi in ambito chirurgico, come danni da perforazioni dell’intestino durante un intervento, che provocano sepsi, e che spesso conducono il paziente alla morte. Altri casi molto comuni sono in ambito cardiochirurgico, oncologico, infettivologico e via dicendo, tutti rappresentati da errori medici che comportano conseguenti decessi o gravissime invalidità.

Avete ricevuto richieste di assistenza in ambito Covid?
Sì, le abbiamo ricevute. Tuttavia, in qualità di presidente della S.I.O.DI.S. (Società Italiana Operatori del Diritto Sanitario), un’associazione che raggruppa molti avvocati che si occupano di diritto sanitario, ho deciso, insieme ai miei associati, di non seguire casi legati al Covid19, per una questione di natura etica, almeno fintantoché il Governo non si esprima in merito alle presunte responsabilità dei medici durante questa grave emergenza sanitaria.

Cosa pensa dello “scudo” per il personale medico-sanitario nel periodo Covid?
Mi riferivo proprio a questo. Siamo in attesa che il Governo si esprima su eventuali scudi a protezione dei medici, argomento di cui si è tanto dibattuto durante l’emergenza. Mi sembra corretto, al momento, attendere le sue determinazioni. I nostri medici hanno lavorato in una condizione di estremo disagio, rischio e difficoltà in tutto questo periodo, e come cittadino sento solo il dovere di ringraziarli. Questo ovviamente non esclude che, qualora fossero stati commessi errori medici non determinati dall’emergenza Covid in corso, o ad essa non riconducibili, su di essi occorrerà fare luce e giustizia, poiché questo tipo di casistiche non rientrano nello scudo per il personale medico-sanitario.

Le risulta che in questi mesi di emergenza siano aumentati i possibili casi di malasanità al di fuori del Covid?
No, non credo siano aumentati i casi di malasanità durante il periodo Covid. Ci sono due aspetti da tenere in considerazione. Innanziutto, molti pazienti non si sono recati in ospedale, per cui presumibilmente c’è stato un decremento delle infezioni nosocomiali, che è una tra le possibili cause di danno per il quale è possibile richiedere un risarcimento. Dall’altro lato, per poter azionare una causa di responsabilità medica, è necessario avere la cartella clinica, e durante il periodo di restrizioni che abbiamo vissuto, questa documentazione non era accessibile al cliente. Senz’altro, dopo la fine del lockdown, abbiamo avuto un incremento di richieste di assistenza, ma ritengo che il motivo sia da ricercare nella ripresa delle normali attività che tutti abbiamo avuto, per cui qualche cliente ha preferito rivolgersi a noi una volta terminata la fase di emergenza.

Come valuta il rischio dell’aumento del fenomeno di accaparramento di clientela da parte degli avvocati nel periodo Covid, come denunciato da diversi Ordini forensi territoriali?
Non mi piace giudicare l’operato di altri colleghi. Noi, sia come studio professionale che come associazione, abbiamo deciso di evitare qualunque tipo di comunicazione finalizzata all’accaparramento di casi Covid19.

Lato cliente, quali sono i punti chiave che contraddistinguono una assistenza seria e strutturata nell’ambito della responsabilità medica?
I clienti per prima cosa devono accertarsi che lo studio a cui si sono rivolti sia specializzato in responsabilità medica. Oggi, a mio avviso, sono spesso le sfumature a far sì che si vincano le cause e uno studio legale che si occupa solo di questo ambito, è maggiormente in grado di coglierle. Inoltre, devono essere rassicurati sul lato economico, perché uno studio che si impegna ad anticipare tutte le spese, crede nella buona riuscita della causa. Non ultimo, l’avvocato deve essere sempre trasparente. Non esistono cause vinte, c’è sempre un’alea nel giudizio, è bene che i clienti lo sappiano, soprattutto in questo settore.

Come si articola l’assistenza legale nell’ambito della responsabilità medica e quali sono le probabilità di successo?
In ambito civile, le probabilità di successo in cause di responsabilità professionale sono elevate, ma solo a determinate condizioni. Prima tra tutte: occorre affidarsi a studi professionali specializzati nel settore, che sappiano come orientarsi al meglio in un sistema complesso come questo. Un altro elemento fondamentale è che la gestione e la selezione dei casi siano molto rigorose, sempre con il supporto di adeguata documentazione. Non ultimo, occorre essere seguiti da consulenti medici di primo livello. Nel penale, invece, i rapporti cambiano. Perché cambiano i principi giuridici che sottendono i due diversi ambiti. Nel civile, il principio che deve essere soddisfatto è quello del “più probabile che non”, nel penale invece deve essere soddisfatto quello del “oltre ogni ragionevole dubbio”.
È evidente quindi che ci troviamo di fronte a due asticelle con altezze molto diverse. Soddisfare il principio del “più probabile che non”, affinché venga individuato il nesso di causalità tra errore e danno, significa soddisfare un presupposto meramente probabilistico. Nel penale invece è l’assoluta certezza che deve essere ricercata. Ne consegue che è da sconsigliarsi la via penale, che secondo dati statistici implica l’80% di archiviazione delle denunce.

Quali sono le fasi più delicate del contenzioso?
Sicuramente la fase più delicata del contenzioso è la CTU. Le cause si perdono o si vincono sulla base di come si svolge la consulenza tecnica d’ufficio. Oggi, seguendo le direttive della Legge Gelli, vengono nominati dal giudice due consulenti tecnici d’ufficio, un medico specialista ed un medico legale. Questi consulenti hanno il compito di esprimersi sulla presunta responsabilità medica dei sanitari o delle strutture ospedaliere chiamate in causa. In questa fase è importante avere dei bravi consulenti di parte, che abbiano una perfetta conoscenza e competenza sul caso. Sulla base della perizia depositata dai consulenti tecnici d’ufficio, nella quale viene accertata o meno la responsabilità medica, si esprimerà il giudice, quindi direi che è davvero questo il cuore del nostro lavoro. Altra fase a mio avviso di particolare importanza è la stessa nomina dei consulenti tecnici d’ufficio. Come abbiamo già rilevato, la loro relazione sarà dirimente in ordine all’esito della causa. Pertanto, è bene che il giudice scelga i suoi ausiliari all’insegna della competenza specifica e, non di poco conto, all’insegna dell’opportunità. Per opportunità intendo che non vi siano sottese questioni di incompatibilità, che possano pregiudicare l’obiettività del giudizio.

L’autunno caldo delle professioni

Quello che ci aspetta sarà un autunno caldo un po’ per tutti i settori economici. Ma lo sarà in particolare per le professioni.

Ormai dall’inizio di questa crisi globale, Le Fonti Legal ha sottolineato a più riprese l’assenza di interventi emergenziali, da parte del governo, per i 2,3 milioni di professionisti ordinistici italiani, che rappresentano oltre il 12 per cento del totale degli occupati. Un vuoto pneumatico che non verrà colmato neanche con il Dl Agosto. Gli appelli e le proposte, da parte degli organismi di rappresentanza delle professioni, sono sempre caduti nel vuoto, e le (poche) misure prese dall’Esecutivo sono arrivate sul filo di lana, con interventi“tappabuchi”, privi di qualsiasi forma strutturale. A certificare il clima da da “sfida all’Ok Corral”, l’“affaire” scadenze fiscali: i commercialisti in questi giorni stanno affrontando il numero “monstre” di oltre 200 adempimenti da rispettare nel giro di due settimane. A nulla è servito il grido d’allarme lanciato dal Consiglio nazionale e dai sindacati di categoria, che hanno chiesto di rinviare i versamenti del 20 luglio. Risultato: proclamato lo stato di sciopero a oltranza della categoria, che partirà con le comunicazioni Lipe del 16 settembre e che andrà avanti con tutte le successive scadenze fiscali.

A sostegno dei commercialisti si sono schierate tutte le altre professioni, rappresentate da Cup (professioni giuridico-economiche) e Rete delle professioni tecniche. Segno che il vaso è ormai ben oltre dall’essere colmo. Ma anche i consulenti del lavoro hanno deciso di protestare: scendendo in piazza a Montecitorio per presentare ai parlamentari un dossier su cosa non ha funzionato in materia di ammortizzatori sociali e sulle criticità burocratiche affrontate in questi mesi per far fronte alle esigenze di imprese e lavoratori. Secondo la categoria, le norme adottate dal governo sarebbero “incongruenti” e le istruzioni contenute nelle circolari “intempestive”. Tra le proposte, quella di individuare un ammortizzatore sociale unico con causale Covid-19 per tutte le indennità collegate all’emergenza sanitaria, la predisposizione di un quadro normativo chiaro e stabile e di procedure informatiche semplici e la creazione di una “cabina di regia” di alto valore tecnico-giuridico.

Alla base, c’è sempre la richiesta, da parte dei professionisti, di avere voce in capitolo nelle scelte del governo. Un obiettivo spiegato bene dalla presidente del Cup, Marina Calderone, nell’intervista rilasciata su questo numero di Le Fonti Legal, in cui ha enunciato le priorità del comparto: liquidità e semplificazioni. Con un monito: basta disparità di trattamento con le imprese. Al momento, l’unico strumento di “aiuto” messo sul piatto dal governo, è il “bonus 600 euro”, che hanno richiesto circa 500 mila professionisti:uno su quattro.

Professionisti esclusi, invece, dal contributo a fondo perduto, dalle misure di sostegno per la riduzione del rischio contagio sul luogo di lavoro, dai contributi Inail per l’acquisto di dispostivi elettronici per l’isolamento e il distanziamento dei lavoratori. Insomma, se due indizi fanno una coincidenza, tre fanno una prova. E la prova è il disinteresse totale del governo nei confronti delle professioni. La posta in gioco però è alta: a rischio chiusura ci sono moltissimi studi professionali in difficoltà. E sarebbe un duro freno alla “ripartenza”.

Contagio da Covid come infortunio, la spada di Damocle per i datori di lavoro

Gianluca Lavizzari (LavLex) interviene ai microfoni di Tempi Legali per spiegare quali sono i rischi per i datori di lavoro in caso di contagio di un proprio dipendente.

“Sono ipotizzati i reati di lesioni colpose e omicidio colposo. Addirittura, c’è chi ha ipotizzato il reato di epidemia colposa. La legge, inoltre, stabilisce, in caso di contagio, la presunzione semplice di origine professionale per certe categorie di dipendenti, ma si tratta di una platea enorme di lavoratori. Significa che spetta al datore di lavoro l’onere della prova che il contagio non sia avvenuto sul luogo di lavoro. Cosa pressoché impossibile da dimostrare. Ci sono poi dei protocolli che datore di lavoro è tenuto ad osservare per evitare la responsabilità penale, ma sono poco chiari e di difficile attuazione”.

 

 

Salute, lavoro, privacy: come risolvere il conflitto tra diritti costituzionali

Ciro Cafiero, fondatore dello studio legale Cafiero Pezzali e associati, spiega come bilanciare tre diritti delle persone costituzionalmente garantiti ma entrati in conflitto in questa fase di emergenza.

“Nella prima fase della crisi distinguiamo tra le imprese che non hanno potuto arrestare le produzioni, dove è stato garantito il diritto al lavoro, ma non quello alla privacy, per via dei controlli invasivi, né quello alla salute, per il maggiore rischio di contagio. Per le imprese che invece hanno arrestato l’attività ne è uscito sconfitto il diritto al lavoro, ma sono stati garantiti quello alla salute e alla riservatezza. Si tratta di un conflitto simultaneo che può essere giustificato in fase di emergenza, ma una ipotetica “fase 3″ impone un nuovo bilanciamento di questi tre diritti dotati di dignità costituzionale”.

 

No profit, il supporto degli studi legali

Spartak Kodra (Herbert Smith Freehills) illustra l’iniziativa dello studio e dell’associazione Pro Bono Italia a supporto delle realtà del mondo no profit.

“Abbiamo avviato questo progetto con Pro Bono Italia per rispondere all’impatto dell’emergenza sanitaria sul mondo no profit. Le problematiche infatti vanno dalla sospensione del mutuo, alla rescissione dei contratti o alla necessità di rinegoziare una locazione per mancanza di liquidità. Si tratta di criticità che stanno colpendo anche associazioni, Ong e fondazioni, per questo abbiamo deciso di unire le forze per fornire una guida legale al mondo del terzo settore”.

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