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L’impatto del Coronavirus sulla governance e sugli assetti proprietari delle imprese

Andrea Vasapolli, fondatore dello studio legale tributario Vasapolli e associati, illustra le soluzioni per adattare governance e assetti proprietari alla “fase 2” e al rischio di una nuova emergenza.

“Questa emergenza è stata l’occasione, per le imprese, per fare una serie di riflessioni. Le criticità che sono emerse, infatti, sono anzitutto l’eccessiva concentrazione di poteri nelle mani di una sola persona e la conseguente difficoltà a gestire una situazione di emergenza. Ancora, è emersa la mancanza di figure manageriali pronte a subentrare in situazioni critiche. Molti imprenditori inoltre si sono resi conto che, pur avendo messo giù un prospetto per il subentro della generazione futura, in realtà questa next generation non è ancora pronta. Ora che stiamo tornando alla normalità, sarebbe un peccato buttare via questo patrimonio di riflessioni”.

Finanziamenti alle imprese, alle banche serve almeno un mese e mezzo per il via libera

Stefano Cassella, CEO di Arcus Financial Advisors, spiega quali sono le criticità per le imprese per ottenere i finanziamenti dalle banche, così come regolamentati dal Decreto Liquidità.

“Dal momento in cui presentiamo la documentazione alla banca, senza criticità ulteriori stimiamo almeno un mese o un mese e mezzo per il via libera al finanziamento. Teniamo presente che, se l’azienda rientra nella procedura semplificata, la Sace è tenuta a dare la garanzia nel giro di due giorni. Quindi, l’ostacolo è arrivare in tempi rapidi all’approvazione da parte della banca. Il punto è che il sistema previsto dal decreto Liquidità ha allocato tutta la responsabilità della gestione della pratica agi istituti finanziatori, che si trovano a svolgere questa attività come se fosse una normale operazione di finanziamento. Per fornire liquidità alle banca la struttura più idonea per i finanziamenti sarebbe stata quella di revolving capital”.

Finanziamenti alle imprese, troppa discrezionalità alle banche

Riccardo Acernese, partner dello studio di avvocati e commercialisti LS Lexjus Sinacta, spiega ai microfoni di Tempi Legali le norme inserite nel Decreto Liquidità a favore delle pmi.

“La durata del finanziamento non può essere superiore ai 72 mesi. Quindi di fatto non c’è un termine fisso, ma viene lasciata alla negoziazione tra le parti la definizione del termine di ogni finanziamento. In questo modo, la parte più forte, ovvero la banca, è chiaramente interessata ad accorciare questo termine, rendendo di conseguenza meno interessante per l’impresa l’agevolazione”.

“Una possibilità interessante è data dalla possibilità, per l’impresa, di rinegoziare finanziamenti in essere a condizione che sia concessa nuova finanza per almeno il 10% del debito esistente. Una soluzione che può convenire a entrambe le parti”.

 

Moratoria dei finanziamenti per le imprese: quale strumento scegliere

Carmine Oncia, co-head del dipartimento banking & finance di Giliberti Triscornia e Associati, spiega ai microfoni di Tempi Legali come orientarsi tra le misure di moratoria di prestiti e finanziamenti introdotte per dare sostegno alle imprese colpite dall’emergenza Covid-19.

“La moratoria introdotta dal Decreto Cura Italia è automatica: richiede che la Pmi invii una comunicazione alla banca che deve soddisfare determinati requisiti e determina automaticamente la moratoria fino al 30 settembre 2020. Si può ottenere in 24 ore. La moratoria Abi può avere una durata più lunga ma richiede un benestare da parte della banca, entro 30 giorni lavorativi, e il procedimento può essere più lungo”.

 

I consulenti del lavoro: cassa integrazione in deroga per tutte le imprese del Paese

Estendere a tutto il territorio nazionale i provvedimenti a sostegno del mercato del lavoro, come la cassa integrazione in deroga, a seguito dell’ampliamento, a tutte le zone del Paese, delle limitazioni all’esercizio di numerose tipologie di attività lavorative.

È la richiesta avanzata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro al ministro del lavoro e delle politiche sociali, Nunzia Catalfo, per sollecitare interventi urgenti a favore di imprese, lavoratori e professionisti che in questo momento si trovano in condizioni di estrema difficoltà a causa del diffondersi dell’epidemia da Coronavirus e delle conseguenti misure che il Governo ha dovuto adottare per il contenimento della stessa. Nella lettera inviata ieri al Dicastero di via Veneto la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine, Marina Calderone, ha sottolineato la necessità di individuare procedure attuative semplificate per gli interventi da porre in essere, che tengano conto della ridotta mobilità delle persone e che possano essere attuati con tempistiche celeri.

Legance nel primo closing del Fondo EC I di Entangled Capital

Legance – Avvocati Associati ha assistito il Fondo EC I di Entangled Capital SGR nel primo closing.

Il Fondo EC I è il primo della sgr fondata da Roberto Giudici e Anna Guglielmi, nata con lo scopo di promuovere un fondo di Private Equity con un approccio maggiormente operativo nel settore delle piccole e medie imprese, investendo in realtà industriali, produttive e tecnologiche, coniugando la professionalità del team di gestione con le esperienze maturate dagli operating partner coinvolti in alcune fasi del processo di investimento.
Il team di Legance – Avvocati Associati ha coinvolto il partner Barbara Sancisi e l’associate Enrico Sartori.

Dal 20 al 22 giugno appuntamento al Festival del Lavoro 2019

Le Fonti è media partner del Festiva del Lavoro 2019, l’evento organizzato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro e dalla Fondazione Studi, che prenderà il via giovedì 20 giugno e si concluderà sabato 22 giugno al Mico – Milano Congressi.

Peculiarità della manifestazione le numerose iniziative che si svolgeranno in contemporanea negli spazi del MiCo, tutte caratterizzate da un comune denominatore: i dialoghi sul futuro del Paese.

Rappresentanti del Governo, della politica, del sindacato, del giornalismo, dell’economia, accademici, esperti di diritto del lavoro, professionisti, studenti e comuni cittadini saranno protagonisti di un confronto a tutto tondo sui temi del lavoro e sulle prospettive future dell’Italia, con l’obiettivo di promuovere interventi concreti per lo sviluppo e la crescita.

La nuova crisi di impresa

Parte la corsa delle pmi per adeguarsi al nuovo codice della crisi di impresa. Circa 170 mila aziende sono infatti chiamate a nominare organi di controllo interni entro il 20 agosto 2020, data di entrata in vigore definitiva del dlgs n. 14/2019. Professionisti e camere di commercio saranno al centro di questo processo: i primi, avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro, avranno il compito di “proteggere” le imprese dalla crisi; le seconde, dovranno organizzare i collegi, predisporre gli uffici del referente dell’organismo e così via. In questa intervista doppia sull’attuazione e gli effetti della riforma, Le Fonti Legal ha messo a confronto Carlo Alberto Giovanardi, avvocato esperto di restructuring partner dello studio legale Giovanardi-Pototschnig & associati, e Unioncamere, rappresentata dal presidente, Carlo Sangalli, e dal vice segretario generale, Sandro Pettinato

Carlo Alberto Giovanardi, quali sono gli effetti sulle imprese derivanti dall’entrata in vigore delle nuove norme contenute nella riforma del Codice della crisi d’impresa?
A mio avviso siamo di fronte a una riappropriazione da parte del giudice di ciò che il legislatore, fino al 2012 aveva cercato progressivamente di avvicinare al sistema economico. Questa sorta di “Restaurazione” porta instabilità, con il rischio di un costo sociale elevato, che il legislatore non sembra aver considerato. Con la nuova normativa si allarga l’ingerenza da parte del giudice, che incanala l’impresa verso un percorso obbligato, indipendentemente dalla natura e dalle cause della crisi. Poche sono le novità autentiche: ciò che è certo è che viene semplificata la caccia ai “colpevoli”, aprendo delle scorciatoie sia per l’individuazione dei responsabili, sia la quantificazione del danno. La prospettazione di un apparente modello normativo maieutico premiante, che in realtà semplifica il criterio precettivo sanzionatorio, non mi sembra un approccio funzionale alla prevenzione della crisi o alla sua risoluzione. I lavori in corso sulle misure d’allerta dimostrano che le indagini sulle analisi statistiche partite dai fallimenti non sono indicative della realtà di un sistema economico e produttivo. Tanto che oggi gli indicatori su cui si ragiona, per le misure di allerta, sono di insolvenza e non di crisi.

Quali i punti critici della riforma?
Non credo che siano le misure d’allerta a facilitare il salvataggio dell’impresa. Si è puntato molto sulla rilevanza del profilo finanziario per l’emersione della crisi, come detto, con criteri che sono di insolvenza. Il mondo sta andando oggi in una direzione diversa, valorizzando gli indicatori non finanziari. L’effetto anticipatorio di percezione di una crisi non si realizza partendo dai numeri, come è stato già rilevato da chi si sta dibattendo tra i falsi positivi e i falsi negativi. La riforma non mi sembra preluda a maggiori possibilità di successo, specie se le scelte di indirizzo saranno affidate a figure che non necessariamente sono portatori di capacità manageriali.

Sarà più difficile salvare le imprese?
Con gli strumenti messi a disposizione dalla normativa, la possibilità di intervento si incanala “tempestivamente” già in fase di piena insolvenza. La riforma ed il dibattito sulla riforma hanno svelato e continuano a svelare una reciproca mancanza di fiducia tra i vari soggetti seduti al tavolo della crisi, imprenditori, professionisti e consulenti, giudici, commissari, attestatori, organismi rappresentativi di categorie, ecc.. In un contesto corretto, il tavolo del giudice della crisi è un tavolo di volontaria giurisdizione, che dovrebbe vedere una relazione funzionale di collaborazione tra i vari attori. La riforma, che nasce dalla difficoltà incontrata dal giudice nel riconoscere e gestire l’abuso, finisce col presumerlo inibendo la collaborazione virtuosa tra ruoli complementari. L’esempio più palese viene dalla progressiva mortificazione del concordato preventivo, iniziata nel 2013. Oggi il concordato è stato di fatto marginalizzato senza alcuna garanzia di tutela effettiva dell’impresa e del creditore. Non sono né le soglie, né le maggioranze bulgare necessarie, né i tempi martellanti a scongiurare il rischio di abuso. Prima della controriforma del 2013 vi sono state operazioni di indubbio successo che oggi non sarebbero più fattibili, mentre anche oggi vediamo operazioni senza senso che vanno avanti a spintoni. Non considerare questi aspetti mette a rischio molte imprese che, se eliminate dal mercato, si traducono in un costo sociale in termini di disoccupazione, ammortizzatori sociali e perdita su crediti.

Ci saranno effetti differenziati su piccole, medie e grandi imprese?
Sono più a rischio le piccole e medie imprese, dato che una gestione efficiente della crisi nel momento in cui si manifesta tardivamente, richiede un impiego di energie altissimo. Le piccole imprese, inoltre, sono meno attrezzate e manca una cultura di controllo di gestione. Per quanto riguarda la norma sulla responsabilità degli amministratori, che è già in vigore, la ritengo di impatto assolutamente sovradimensionato: introduce un criterio sanzionatorio automatico su basi presuntive che si riflette sul regime della solidarietà passiva. Si rischia solidarietà sulla sanzione di condotte altrui, per ogni ipotesi di concorso anche marginale e inconsapevole, con una strumentalizzazione della norma in danno dei soggetti solvibili potenzialmente corresponsabili dell’aggravamento della perdita, ma non delle condotte da cui consegue la sanzione.

Come cambierà il ruolo degli avvocati?
Non cambierà molto. Dal lato creditore i livelli di attenzione sono tre: evitare condotte che costituiscano abuso, gestire il credito nel rispetto delle finalità costituzionali, conservare il valore tenuto conto dell’evoluzione della struttura patrimoniale delle imprese, cercando di non pregiudicare la continuità. Se invece non c’è prospettiva di continuità e manca la tenuta del conto economico almeno a livello di Ebitda, si tratta di ottimizzare le prospettive di recupero nel rispetto dei vincoli normativi. Una volta evitato il rischio on top rispetto al rischio di credito le due gradate possibilità riguardano la tutela del valore del credito o la tutela della recovery; in questo senso non cambia nulla. Dal lato debitore valgono ancora la tutela della condotta e della continuità, che di norma rappresenta la migliore garanzia per i creditori. La conservazione del valore dell’attivo per fronteggiare il passivo è un principio rispetto al quale la legge non porta novità per chi ha lavorato bene, ma bisogna essere in grado di dimostrare ex post la meritevolezza della condotta ex ante, cosa non facile in un sistema nel quale il valore dell’attivo è sempre più volatile e legittimamente volatile. Il clima di sfiducia portato dalla riforma non aiuta.

Carlo Sangalli, secondo gli ultimi dati Unioncamere-Infocamere su natalità e mortalità delle imprese italiane, il saldo 2018 è positivo ma segna un rallentamento rispetto al 2017. Come commenta?
La voglia di impresa degli italiani in questo periodo resta alta anche se si avvertono segnali di indebolimento da non trascurare. Occorre sostenere ancora questa vitalità imprenditoriale, anche se la sfida per il sistema Paese è quella di permettere alle aziende di restare sul mercato aiutandole a consolidarsi. Così si contribuisce anche alla stessa crescita occupazionale.

Sandro Pettinato, quali gli effetti sulle imprese derivanti dall’entrata in vigore delle nuove norme contenute nella riforma del Codice delle imprese?
È la vera e più importante novità introdotta dal Codice della crisi d’impresa che, com’è noto, riforma la vecchia legge fallimentare del 1942. Garantire che prima dell’avvio delle procedure concorsuali tradizionali, ci possa essere una “seconda chanche” per l’imprenditore e per l’impresa in crisi, che si possa prontamente segnalare la situazione di difficoltà e quindi avviare un tentativo di “ricomporre” la crisi risanando l’azienda, se ve ne sono le condizioni, è il vero spirito della riforma. Ogni anno vengono portate al fallimento oltre 11 mila imprese, ma se emergessero per tempo le condizioni che portano a questo malessere, a questa situazione di difficoltà, almeno il 30% di questo enorme “esercito” potrebbe essere salvato, semplicemente mettendo mano a processi di negoziazione con i creditori o intervenendo sull’organizzazione aziendale.

Ci saranno degli effetti differenziati su piccole, medie e grandi imprese? Se sì, quali?
Ovviamente il fattore dimensionale è importantissimo anche se la legge non differenzia su particolari metodi di “trattamento” per le piccole o le medie dimensioni. Certo che un conto è tentare di trovare soluzioni per aziende di dimensioni medio-grandi, dove il fattore occupazionale, gli effetti sull’indotto, le relazioni con i mercati di fornitura sono molto forti, un conto è la piccolissima dimensione. Non per questo però vanno “discriminate” le imprese minori. Un aspetto fondamentale, però, riguarderà l’introduzione delle procedure di allerta per tutte quelle imprese che fino a ieri non erano dotate del collegio sindacale e che invece, con l’entrata in vigore di questa norma, obbligherà circa 170 mila piccole imprese a nominare organi di controllo interni. Ci auguriamo che questo impatto non sia troppo forte non solo per le stesse aziende, ma soprattutto per le procedure di segnalazione e di eventuale composizione della crisi, la cui “prova di maturità” partirà dal 20 agosto 2020. Forse su questo aspetto si sarebbe potuto pensare ad una partenza graduale diversificando l’entrata in vigore del provvedimento.

Quale il ruolo di Unioncamere in questa prima fase di attuazione della riforma e come vi state attrezzando?
Come già detto le Camere di commercio hanno da gestire una fase che definirei cruciale per il funzionamento di tutto l’impianto normativo. Organizzare i collegi per la composizione delle crisi, predisporre gli uffici del referente dell’organismo, dotare le Camere di adeguate professionalità, debitamente formate, sostenere i forti costi di investimento per istituire tali uffici, così come per gestire i flussi documentali ed informatici con tutti gli attori coinvolti, e soprattutto garantire la funzionalità dell’intero procedimento con il massimo rispetto della riservatezza costituiscono una sfida eccezionale per le Camere di commercio alla quale non vogliamo né possiamo sottrarci. A questo scopo abbiamo già iniziato a simulare il processo di funzionamento degli Ocri, sotto ogni punto di vista: abbiamo stimato quante posizioni dovranno essere gestite annualmente, abbiamo verificato le risorse umane necessarie per soddisfare tale flusso, abbiamo simulato il funzionamento degli uffici che, lo ricordiamo, dovrà garantire in tempi strettissimi la composizione dei collegi. Infine, abbiamo già avviato tutti gli opportuni raccordi con il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, con il mondo associativo, con i Tribunali e i cosiddetti creditori pubblici qualificati quali Inps, Agenzia delle entrate e Agenzia della riscossione.

Quali correttivi suggerite al legislatore per rendere la riforma più efficace?
Come accennavo prima sarebbe stata auspicabile una partenza graduale per le imprese. Da alcune analisi fatte recentemente il numero degli operatori coinvolti annualmente, a legislazione invariata, sarebbe di circa 40 mila soggetti. Se riuscissimo invece a graduare questo processo, inserendo tempi diversi per le imprese minori, per esempio, garantiremmo maggior efficacia a tutto il procedimento e sicuramente una partenza più dolce per aziende, uffici camerali e professionisti, facendo tesoro delle fisiologiche attività di “rodaggio” iniziale e garantendo qualità all’intera procedura. Inoltre, vi sono alcuni elementi che, legati alle stime, non devono essere sottovalutati. Mi riferisco per esempio al numero di professionisti da reperire sul mercato necessari a “ricoprire” le commissioni per le migliaia di casi che, dal 20 agosto 2020, si presenteranno. Dobbiamo essere certi di garantire le migliori professionalità che esistono, senza far gravare su di essi un numero di casi troppo elevato, massimo cinque all’anno: ciò rischierebbe di squalificare l’intero processo di riordino.

Professionisti, l’unione fa l’Impresa

Ci avviamo alla fine del primo trimestre di questo 2019 e le previsioni, rispetto allo sviluppo dell’economia nazionale e internazionale, restano negative. Come raccontiamo in questo numero di Le Fonti Legal, da un lato gli investimenti verso l’Italia sono congelati in attesa di capire l’esito delle partite più importanti che si giocano a livello internazionale: le scelte politiche Usa, il nodo Brexit, le elezioni europee su tutte.

Dall’altro lato, il sistema bancario sta affrontando una sfida cruciale: la contemporanea difficoltà di accesso al mercato dei capitali e l’esigenza di reperire fondi a lungo termine per via della prossima scadenza delle quattro aste di rifinanziamento T-Ltro, impongono modalità alternative di recupero dei fondi: la raccolta retail e la dismissione dei crediti deteriorati sembrano le strade più percorribili.

Nel mezzo, il tessuto imprenditoriale italiano, che si trova in una morsa in cui è cruciale trovare forme differenti di finanziamento per competere sui mercati internazionali. Oggi, infatti, se da un lato l’80 per cento delle risorse prestate alle pmi passa ancora dalle banche, dall’altro stanno crescendo gli strumenti alternativi: social lending, minibond, fintech, crowdfunding su tutti.

Ma come intercettare le opportunità?
Diventa cruciale, in questo processo, sia la banca, che deve saper accompagnare l’imprenditore nella sua crescita a livello internazionale nella comprensione dei rischi legati ai settori di business. Sia la figura del professionista, da cui passa la ricerca dei fondi, il rinnovamento della governance, la gestione del passaggio generazionale. Parliamo del private banker, decisivo se pensiamo che l’85% delle imprese italiane sono familiari. Ma anche dell’avvocato, che nel processo di internazionalizzazione deve saper consigliare il cliente in modo preventivo rispetto ai rischi legati all’operazione, al paese e ai settori di investimento.

In campo per le imprese, poi, oltre ai commercialisti, ci sono i consulenti del lavoro. Questi ultimi, in particolare, grazie al recente protocollo siglato dall’Ordine nazionale con il Mediocredito Centrale, potranno offrire alle pmi l’opportunità di accesso a finanziamenti a condizioni economiche di vantaggio. Insomma, il contatto tra il mondo professionale da un lato e quello finanziario dall’altro, rappresenta oggi la via principale per sostenere lo sviluppo del tessuto imprenditoriale italiano. Una sfida che Le Fonti Legal sta cercando di raccontare mettendo a confronto professionalità diverse, ma il cui incontro produce valore, lavoro, business.

DLA Piper con ILPRA per la quotazione su AIM Italia

DLA Piper ha assistito ILPRA che ha ricevuto l’ammissione alla negoziazione delle proprie azioni ordinarie su AIM Italia.

DLA Piper ha assistito ILPRA, PMI innovativa attiva nel settore del packaging con un’ampia gamma di macchine e soluzoni tecnologiche per il confezionamento di prodotti alimentari, cosmetici e medicali, che ha ricevuto l’ammissione alla negoziazione delle proprie azioni ordinarie su AIM Italia – Mercato Alternativo del Capitale, sistema multilaterale di negoziazione organizzato e gestito da Borsa Italiana.

DLA Piper ha agito con un team multidisciplinare coordinato da Vincenzo Armeno sotto la guida del partner Francesco Maria Aleandri con Stefano Montalbetti per gli aspetti corporate. Per le questioni fiscali sono stati coinvolti il partner Christian Montinari con Benedetta Lunghi.

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