Law firm

2020… Rivoluzione nel mercato legale

Si chiude quello che verrà ricordato come l’anno peggiore dal Dopoguerra a oggi.

“Multinazionale del diritto”, modello alla prova del 2020

Per gli studi legali si chiude un anno, il 2019, che sarà ricordato soprattutto per l’operazione “di mercato” più importante dell’ultimo decennio: il trasferimento di buona parte di Lombardi Segni e associati in BonelliErede.

Una fusione, o meglio un “inglobamento”, che ha scardinato gli equilibri del mercato legale, lanciando lo studio guidato da Stefano Simontacchi e Marcello Giustiniani al primo posto per potenzialità di fatturato. Ma non solo. Se si guarda oltre i numeri, con il maxi trasferimento di 70 professionisti, di cui dieci soci, ha preso vita un nuovo modello di studio legale: una vera e propria “multinazionale del diritto”.

Nonostante i numerosi proclami che da anni vogliono avvicinare gli studi legali al modello impresa, infatti, di fatto BonelliErede rappresenta forse il primo caso di una firm strutturata come una multinazionale. D’altronde, in caso contrario non sarebbe stato possibile inserire in un sol colpo una tale quantità di professionisti, con tutte le conseguenze organizzative e strutturali del caso.

Operazioni riuscita, quindi? Non del tutto. Sì, perché anche in questo caso c’è il classico “rovescio della medaglia”. Che inizia a mostrarsi. Già subito dopo la maxi-fusione, infatti, secondo i soliti “bene informati”, il malumore serpeggiava tra alcuni professionisti provenienti da Lombardi, soprattutto tra quelli di primo piano. Per il semplice fatto che approdare nel più grande studio d’Italia comporta una serie di compromessi, spesso “al ribasso”, soprattutto per gli avvocati specializzati in settori già ben presidiati da BonelliErede.

Per farla breve, tanti avvocati si sono ritrovati “ridimensionati”, sia come ruolo sia, si dice, come compenso. Tanto che i primi nodi cominciano a venire al pettine: giusto un mese fa ha fatto le valigie Mauro Pisapia, con tutto il suo team di diritto amministrativo, dopo che le aveva disfatte pochi mesi prima in seguito al trasferimento da Lombardi. Nuova destinazione, uno studio di media fascia come Simmons & Simmons, dove con tutta probabilità il team potrà avere una maggiore vetrina.

Può essere che Pisapia sia una “mosca bianca”, ma sta di fatto che la sfida che attende BonelliErede, nel 2020, e che sarà emblematica per tutto il comparto degli studi legali d’affari, consiste proprio nella fase di assestamento e posizionamento dello studio. In base all’esito sarà possibile rispondere al quesito dei quesiti: il mercato, ma soprattutto gli avvocati, sono già pronti per il “modello multinazionale”?

Ma il 2020 sarà decisivo anche per gli studi di medio-piccole dimensioni, che cominciano ad avere il fiato corto, vedasi la recente chiusura di Paul Hastings. A rischio, decine di firm “a metà del guado”, strette tra i grandi studi full services e le boutique iperspecializzate, che sembrano avere il futuro in mano. Il prossimo anno ci dirà se questo trend si cristallizzerà definitivamente o meno. Intanto, su questo numero di Le Fonti Legal, trovate la fotografia delle operazioni e dei protagonisti del 2019.

Con l’obiettivo di fornire uno strumento di analisi del passato che serva a interpretare e provare ad anticipare il futuro. Per quanto possibile.

Hogan Lovells propone Miguel Zaldivar come nuovo Ceo

Il Consiglio di Hogan Lovells ha proposto all’unanimità la nomina di Miguel Zaldivar a CEO a partire dal 1° luglio 2020 con un mandato quadriennale. Zaldivar sostituirà l’attuale CEO, che ha completato un mandato di sei anni.

Miguel Zaldivar riveste attualmente il ruolo di Regional Chief Executive per la regione Asia Pacifico e Medio Oriente a Hong Kong ed è specializzato nello sviluppo di progetti internazionali e in operazioni di finance. In oltre 30 anni di carriera ha portato a termine operazioni multimiliardarie di notevole complessità, occupandosi della rispettiva negoziazione ed esecuzione di concerto con i team di più sedi, in varie giurisdizioni e settori e coinvolgendo tutta una serie di practice, tra cui project finance, capital markets, mergers & acquisitions, joint ventures, settlement of arbitral disputes e tutta una serie di altri dipartimenti che si occupano di diritto societario e commerciale e di finanziamenti.

Studi legali e sedi di prestigio: il business a Milano vale 100 mln

Un business da oltre 100 milioni di euro l’anno. Tanto vale, sulla piazza milanese, il mercato immobiliare degli studi legali: sedi storiche e di prestigio in pieno centro per contenere centinaia tra dipendenti e collaboratori, con aree relax per rilassarsi tra un deal e l’altro, terrazze e ristoranti dove fare team building, auditorium per organizzare gli eventi “in loco” senza dover esternalizzare l’attività convegnistica. Prezzo? Circa 500-600 euro a metro quadro per un’ampiezza media pari a due mila metri quadrati.

 

Se contiamo che in tutto le top law firm con sede a Milano sono circa 90, il calcolo di quanto valga questo business è presto fatto: quasi 110 milioni di euro. Sono i dati, rielaborati dal Centro studi Le fonti Legal, che emergono dal rapporto stilato da Cbre, società di consulenza immobiliare, dal titolo “Law in Milan” che ha valutato l’andamento del mercato negli ultimi anni. Ed è emerso che, negli ultimi dieci anni, sono stati messi in affitto 72.400 metri quadrati, con il 54 per cento dei contratti siglati dagli studi italiani e il restante 46% da law firm internazionali. La maggior parte degli affitti sono stati chiusi tra il 2014 e il 2017 (56%), ma anche l’ultimo anno ha visto diverse novità dal punto di vista delle sedi degli studi legali, basti pensare a Clifford Chance, Gattai Minoli Agostinelli & Partners, Legance solo per citarne alcuni. Ed è emersa, da parte di tutti, la ricerca di una nuova concezione degli spazi, più a misura delle esigenze di coordinamento degli avvocati che non basata esclusivamente sulla differenza “di grado” tra colleghi. Di quali sono le nuove frontiere per gli uffici degli studi legali, Le Fonti Legal ha parlato con Stefania Campagna, senior director, head of office agency & tenant Rep di Cbre Italy.

Qual è l’outlook del mercato immobiliare per gli studi legali?

Il trend è simile a quello degli anni passati, gli studi sono sempre stati attenti ai costi e negli ultimi due-tre anni hanno cominciato a dare priorità alle persone. Per fare un esempio, Clifford Chance ha scelto un nuovo ufficio con l’obiettivo di creare maggiore collaborazione tra le practice, non più suddivise in singoli uffici. Per quanto riguarda le zone di Milano più gettonate, chiaramente il centro storico è quella con più appeal perché i clienti sono ubicati in quell’area. La ricerca diventa quindi molto più complicata perché si tratta di immobili storici con tutti i vincoli che questo comporta.

Quali le esigenze nella scelta della location?

Gli studi cercano sempre di più di creare un collegamento interno tra i piani operativi, dedicare un piano ai clienti, un’area per i dipendenti con centri che garantiscano la socializzazione, aree relax, per attività sportive come yoga, pilates e via dicendo. Sono molto ricercati anche spazi per terrazzi e auditorium, in modo da poter creare eventi all’interno senza dover per forzare esternalizzare questa attività. Diciamo che gli studi professionali si stanno trasformando sempre di più in azienda. È cambiato il modo di utilizzare gli spazi.

Come avviene l’organizzazione degli spazi?

La metodologia di organizzazione dello spazio si basa su interviste che vengono realizzate con i partner, con i counsel e gli associate per discutere di quello che dovrebbe essere l’ufficio del futuro. È emersa l’esigenza di avere a disposizione aree più collaborative, con meno distanza tra i partner e i professionisti più junior. Diciamo che questa è una tendenza che riguarda soprattutto le law firm internazionali, mentre negli studi nazionali prevale ancora una cultura diversa di suddivisione degli spazi.

Corsa al business oltreconfine

Avere delle sedi all’estero è ormai d’obbligo per gli studi legali italiani. Con il rallentamento della crescita economica, infatti, le imprese sono state costrette a superare i confini nazionali e portare i loro interessi in altri paesi, molti dei quali raggiungibili solo attraverso le esportazioni.

Per seguire i clienti in questo percorso, le insegne hanno dovuto attrezzarsi per offrire loro appoggio e consulenza non più solo dall’Italia, ma direttamente in loco. E lo hanno fatto scegliendo diverse modalità: dall’apertura di sedi o desk, a partnership, esclusive o meno, con i principali player del mercato legale locale. Oppure ancora tramite l’adesione a network internazionali. La necessità di rispondere alle richieste dei clienti non è stata l’unica leva che ha spinto le insegne a espandersi all’estero. Molte di esse hanno visto, in specifiche aree del mondo, nuove occasioni di business o di investimento in linea con le proprie practice di punta. Ma al di là delle ragioni e delle strategie dei singoli studi, il processo di internazionalizzazione risulta per tutti un percorso complesso, che affianca alle tradizionali complessità legate alla conoscenza del contesto socio economico, linguistico, culturale del paese straniero, anche tutti quei vincoli normativi e regolamentari che, in alcune aree del mondo, risultano particolarmente limitanti.

A ciò si aggiungono le conseguenze, ancora incerte, che rilevanti processi di natura geopolitica, tra cui la Brexit e la questione dei dazi Usa-Cina, avranno sulle relazioni commerciali internazionali. Per comprendere l’evoluzione del processo di internazionalizzazione nel mercato legale, Le Fonti Legal ha passato in rassegna 15 studi d’affari italiani mappando la loro presenza all’estero. Dalle informazioni raccolte, BonelliErede risulta l’insegna con più sedi all’estero (sette). Seguono Chiomenti e Gop con sei. Grimaldi e Pavia e Ansaldo ne contano quattro, mentre Nctm e Pirola Pennuto Zei tre. Carnelutti, De Berti Jacchia, Legance e Macchi di Cellere Gangemi sono presenti all’estero con due sedi. Chiudono la classifica Cba, Gattai Minoli Agostinelli, Legalitax e Lca con una sede. Sul podio delle città con la più alta presenza di studi italiani d’affari svetta Londra, scelta da nove studi su 15, seguita da Bruxelles (sei su 15) e New York (cinque su 15). Il continente più presidiato è l’Europa che, oltre alle capitali inglese e belga, vede la presenza delle insegne tricolori a Parigi, Barcellona, Monaco, Lugano, Francoforte, Mosca e San Pietroburgo, registrando 23 sedi in totale. Il continente asiatico conta nove sedi, divise tra Shangai (con quattro studi su 15), Hong Kong, Pechino (due su 15) e Tokyo (una sede). A pari merito, con sei studi italiani presenti, ci sono Medio Oriente e Stati Uniti. Con un solo studio, l’Africa si posiziona in coda alla lista.

Strategie di insediamento
In Cba l’investimento nel processo di internazionalizzazione è basato sui rapporti interpersonali: «Crediamo che la parte più importante sia quella di creare solide basi attraverso l’interscambio di conoscenze ed esperienze con i vari studi esteri selezionati, con i quali abbiamo continue interazioni non solo in termini di incarichi, ma di expertise, pubblicazioni, eventi, aggiornamenti e anche relazioni personali», afferma Angelo Bonissoni, managing partner. «Siamo convinti che alla base di ogni rapporto di lavoro funzionante ci sia un rapporto umano ancora più forte, per questo i nostri partners organizzano spesso riunioni in sede o in trasferta con i partners di altri studi». Come spiega Bonissoni, «l’area internazionale dello studio ha predisposto dei foreign desks dedicati a paesi o aree specifiche (Uk and Usa, Francia, Germania, Spagna e Latam, India, Asia, Cina, Russia), ciascuno dei quali è presidiato da professionisti madrelingua o che parlano fluentemente la lingua di riferimento; mensilmente i responsabili dei desk ed il managing partner si riuniscono per scambiarsi idee, progetti e nuove iniziative. Ogni desk è responsabile dello sviluppo di partnership con gli studi nell’area di competenza».
Pavia e Ansaldo punta sui desk quando mira a investimenti inbound e si appoggia a un network di studi esteri: «Così è per i desk Usa, Germania, Medio Oriente e Turchia, Africa sub-sahariana e per il neocostituito desk Cina. In altri contesti, ove abbiamo esperienza, capacità e risorse per assistere direttamente imprese italiane che investono o comunque operano all’estero, abbiamo aperto sedi (Mosca, San Pietroburgo, Tokyo, Barcellona) con professionisti altamente qualificati abilitati in quelle giurisdizioni», specifica Stefano Bianchi, managing partner. Chiomenti ha sviluppato un network non esclusivo con altri tre studi legali: Cuatrecasas in Spagna e Portogallo, Gide in Francia e Gleiss Lutz in Germania; «Insieme, vantando oltre 2000 professionisti in 29 uffici in tutta Europa», dicono Filippo Modulo e Gregorio Consoli, rispettivamente managing partner e partner dello studio, «forniamo un’assistenza integrata ai clienti in complesse operazioni crossborder, progetti internazionali e contenziosi. Tale network si amplia a livello globale attraverso l’affiliazione a Lex Mundi, la principale rete al mondo di studi indipendenti, localizzati in oltre 100 Paesi nel mondo di cui siamo il referente esclusivo per l’Italia».
Legalitax è presente nel network internazionale Telfa, composto da oltre 26 Studi europei, uno per ciascun paese, ed affiliato a USLaw. Come dichiarato dall’insegna, a partire dal mese di aprile è operativo un Italian desk a Dubai in best friendship con lo Studio Kelmer & Partners, una struttura locale che consta oltre 50 professionisti tra avvocati e fiscalisti. «Ciò in quanto Legalitax opera già da qualche anno in area Golfo (Emirati e Arabia Saudita) e quindi necessitava di una sede», spiega Roberto Salin, partner. Grimaldi ha avviato nel 2019 la Grimaldi Alliance, «il network che copre già 9 giurisdizioni e arriverà ad una ventina entro l’anno. Saremo presenti in modo stabile con partner locali già attivi che opereranno in esclusiva con noi sull’Italia. Si tratta del più grande progetto di internazionalizzazione mai avviato da uno studio italiano», dichiara il managing partner Francesco Sciaudone.
Chi, al contrario, non aderisce ad alcun network è Legance: «Lo studio cerca di adottare un approccio concreto e finalizzato a fornire la miglior assistenza al cliente, evitando sovrastrutture di natura essenzialmente cosmetica. Abbiamo un consolidato sistema di relazioni con studi indipendenti di primario standing nelle giurisdizioni che riteniamo rilevanti. I rapporti sono istituzionalmente tenuti attraverso un sistema di country partners dedicati; in due giurisdizioni (Uk e Usa) abbiamo nostri uffici. In un’altra (Cina) data la specificità e rilevanza, abbiamo istituito un desk», spiega Alberto Maggi, managing partner. Gianni Origoni Grippo Cappelli & partners ha investito nell’internazionalizzazione sin dalla sua nascita nel 1988, aprendo, in contemporanea alle sedi di Roma e Milano, quella di New York: «Inoltre abbiamo investito in desk dedicati a specifiche aree geografiche. Oggi Gop conta su 6 sedi estere a New York, Londra, Bruxelles, Abu Dhabi, Hong Kong e Shanghai, e 7 desk riguardanti Africa, Cina, Corea, India, Russia, Turchia e Lussemburgo; fa parte del World Law Group e del World Services Group, due primarie associazioni mondiali di studi legali indipendenti ed è membro di associazioni internazionali come American Chamber of Commerce, British Chamber of Commerce, Indo-Italian Chamber of Commerce di Mumbai, Kotra the Korea Trade-Investment Promotion Agency, Camera di Commercio Italo-Russa (Ccir), Conoscere Eurasia, Promos. Infine partecipiamo da sempre e in maniera costante agli eventi organizzati dall’Iba ed è presente in vari board direttivi e in diversi comitati».

Come scegliere il paese straniero
Numerose sono le valutazioni fatte da uno studio prima di scegliere il paese straniero in cui investire, ma la principale attiene alle possibilità di business. Chiomenti, infatti, come precisato da Modulo e Consoli, ha scelto di aprire sedi nei paesi che possono essere definiti quali hub per la strutturazione e realizzazione di operazioni straordinarie che guardano all’Italia o funzionali alla realizzazione delle stesse per la presenza di Autorità o istituzioni finanziarie, tutti paesi di provenienza dei suoi clienti principali. «Siamo specializzati in corporate m&a e in banking and finance, quindi Londra e New York sono state due scelte naturali. A Bruxelles siamo presenti in virtù del nostro dipartimento di diritto comunitario, internazionale e antitrust. Nel 2007 lo studio ha iniziato lo sviluppo in Asia con l’apertura dell’ufficio a Beijing. L’anno seguente, nell’ottica di rafforzare la presenza in Asia, abbiamo inaugurato le sedi di Shanghai e Hong Kong». La presenza di un rilevante interscambio con l’Italia muove le scelte di Grimaldi, così come l’interesse per gli investitori in prospettiva inbound-outbound è ciò che orienta maggiormente la selezione per Legance. In Pavia e Ansaldo «le scelte sono guidate dalle richieste provenienti dai clienti con cui si è instaurato un rapporto fiduciario, dalle prospettive di sviluppo dell’interscambio commerciale fra l’Italia e i paesi in cui si investe nonché dal successo che si riesca ad avere nel recruitment delle persone che siano un “ponte” fra lo studio e il paese prescelto», sottolinea Bianchi. Per Legalitax nella scelta del paese di riferimento «incide moltissimo la stretta operatività che lo studio ha in loco per via di clienti che già ci operano; quindi certamente il fatto di averci già lavorato, di aver consolidato delle conoscenze e di aver mantenuto delle significative relazioni di carattere professionale e istituzionale», spiega Salin.

Principali ostacoli
«L’internazionalizzazione di uno studio professionale è un processo complesso che richiede tempo, risorse, persone dedicate al progetto e investimenti», sostiene Salin «e serve un progetto specifico con professionisti dedicati che conoscono il paese di riferimento e hanno in loco adeguate relazioni; la presenza, ancorché non permanente, di un professionista di riferimento dello studio in loco, rappresenta un aspetto non irrilevante; i risultati di tale operazione devono essere valutati ovviamente nel lungo termine in quanto non si tratta di investimenti a ritorno immediato». Secondo l’esperienza di Bianchi, in alcuni Paesi per così dire “maturi” la concorrenza è così forte e sofisticata da non rendere conveniente l’apertura di una sede; in altri Paesi, ad esempio India, vi sono divieti e ostacoli normativi all’apertura di branch estere di studi non locali; «la difficoltà principale rimane però quella di trovare persone “ponte” che abbiano una profonda conoscenza delle culture degli ordinamenti in cui operano e nel contempo sappiano integrarsi nello studio divenendone autorevoli rappresentanti in loco», afferma il managing partner. Per Maggi la conoscenza del contesto socioeconomico locale resta la principale complessità, mentre Bonissoni individua l’ostacolo principale nelle differenze culturali: «Ogni paese ha diversi usi e costumi che influenzano il modo di lavorare, l’approccio al cliente nonché il rapporto personale. Proprio per questo motivo è fondamentale avere all’interno dei propri desk professionisti madrelingua che conoscono queste differenze e che sanno come interagire al meglio con i colleghi stranieri».
Secondo Gop «è necessario avere un approccio flessibile e aderente alle caratteristiche del mercato che si intende presidiare. Ostacoli, almeno iniziali, sono legati anche a differenze culturali, linguistiche, professionali e regolamentari, oltre alla concorrenza globale con i colossi anglosassoni, che almeno nelle ex colonie britanniche sono favoriti da fattori linguistici e culturali, non ultima la comune matrice di common law degli ordinamenti». Sciaudone segnala, infine, il rischio paese e le diversità regolatorie: «Per questo lo studio ha scelto i modelli della Grimaldi Alliance, mutuando molto dal trasporto aereo dove da tempo operano i codesharing».

Brexit e rapporto Usa/Cina: gli effetti sui rapporti commerciali
«Non ci attendiamo particolari contraccolpi negativi di Brexit» dice Bianchi «anche se nel medio periodo le conseguenze della frattura all’interno dell’Unione Europea non possono essere sottovalutate. Il rapporto Usa/Cina è la più grande incognita, a nostro avviso, dello scenario globale. Un inasprimento delle tensioni commerciali in atto potrebbe rallentare, ma secondo noi non impedire, le grandi trasformazioni che la crescita cinese sta provocando (ad esempio in tutta l’Asia centrale la Belt & Road Initiative)».
A detta di Bonissoni «la Brexit come la guerra dei dazi doganali, gli embarghi, e la ricerca di nuovi equilibri geopolitici creano delle tensioni sui vari mercati economici e finanziari e delle materie prime in generale, tensioni che necessariamente costituiranno delle opportunità per gli investitori e conseguentemente per gli studi legali. Infatti i fenomeni, quali quelli ricordati, provocheranno delle accelerazioni in tutti i cicli sia nella fase di investimento che di disinvestimento, imponendo una forte attenzione al fine di poter cogliere le varie opportunità». Se per Legalitax non dovrebbero esserci effetti rilevanti nell’area Golfo dove è presente lo studio, secondo Modulo e Consoli si tratta di due vicende molto diverse: «Quello che osserviamo è che la finanza europea sta diventando policentrica. Londra era la capitale indiscussa della finanza europea, mentre ora tante banche e istituzioni finanziarie sono tornate a rafforzare i presidi nei singoli paesi. Allo stesso tempo, il vantaggio accumulato da Londra in questi anni non è destinato a sparire. Londra resterà un centro finanziario importante da cui partiranno molti investimenti per l’Europa e verso altre aree. La nostra presenza a Londra resterà quindi stabile al fine di continuare a servire le istituzioni che continueranno ad operare da lì. Anche le nostre sedi in Usa e in Cina mantengono la loro missione di intercettare gli investimenti che da quei paesi si indirizzano nel nostro Paese». «La complessità dello scenario geopolitico non consente allo stato la formulazione di previsioni», conclude Maggi. A detta di Gop «la Brexit senz’altro sta ridisegnando la geografia dei nuovi centri bancari e finanziari in Europa, in particolare riteniamo che altri paesi, come ad esempio il Lussemburgo, siano destinati a ricoprire un ruolo sempre più centrale per la costituzione e gestione di veicoli di investimento e nell’interesse delle imprese e degli istituti finanziari e assicurativi». Sciaudone associa alla Brexit delle opportunità di crescita per la sede londinese di Grimaldi.

I Paesi con prospettive di crescita
«Continuiamo a vedere una crescita negli Usa, Francia, Germania, Latam e Cina, nei paesi africani e asiatici che si affacciano sul mediterraneo», dichiara Bonissoni, mentre per Chiomenti il flusso di investimenti da New York, Londra e Asia rimarrà centrale ed in aumento nei prossimi anni.
Se per Pavia e Ansaldo la Spagna sta attraversando un periodo estremamente vivace di rilancio della sua economia, Legalitax vede tra i paesi maggiormente in crescita quelli dell’area africana orientale e del Far East, in particolare Filippine, Vietnam, Cina, Malesia, l’area Golfo (Arabia e Emirati). Anche Sciaudone vede prospettive di crescita nel Far East, «oltre a Usa e Balcani, senza dimenticare l’esigenza di presidiare meglio anche stati europei come Polonia e Spagna».
Gop ritiene che per le aziende, i mercati più facilmente raggiungibili sono quelli europei, ovvero Francia, Germania e Spagna, Danimarca e Nord Europa; «molte imprese italiane», aggiunge lo studio, «sono già attive in Cina o guardano con interesse al mercato cinese, che rappresenta l’area con i maggiori tassi di crescita e investimenti sia inbound sia outbound. Al contempo, i principali paesi del Medio Oriente stanno cercando di diversificare la propria economia, ad oggi ancora molto dipendente dal petrolio, e puntano su settori in cui le nostre imprese sono ottimi fornitori (energie rinnovabili, infrastrutture, trasporti, turismo, alberghiero, salute). Ad esempio il Qatar è un mercato con grandi risorse e attirerà capitali italiani. L’area è inoltre un ponte strategico per i flussi commerciali e industriali tra l’Asia Pacifico e l’Africa. Quest’ultima sta diventando sempre più rilevante per lo sviluppo delle aziende italiane, sia per la crescita straordinaria di alcune economie del continente, sia per la posizione geografica dell’Italia. Nei paesi come Libia, Marocco ed Egitto, oltre a quelli dell’Africa Centrale, si stanno aprendo opportunità legate a progetti infrastrutturali». Anche Usa e Canada sono mercati rilevanti per Gop: «Gli Usa rappresentano un mercato estremamente interessante per il sistema Italia: il primo approccio a questo mercato avviene solitamente attraverso l’export, ma in seguito è necessario un impegno anche finanziario a livello locale. Infatti, quello americano è un mercato esigente, che richiede forniture puntuali, un attento servizio al cliente e grande affidabilità. Infine, c’è molto interesse anche per la Russia, nonostante le sanzioni. Mentre in posizione più defilata risulta l’America Latina, per via soprattutto delle diffuse tensioni politiche».
Diversa è la visione di Maggi, che nei prossimi mesi non prevede una variazione del contesto attuale.

I general counsel chiedono agli avvocati più chiarezza sulle tariffe

La relazione tra uffici legali e studi continua ad avere un ruolo centrale nella risoluzione delle problematiche in azienda. Nell’ultimo anno il budget destinato alla consulenza esterna non ha subito variazioni significative, ma nei prossimi mesi si concentrerà su settori ad alto contenuto specialistico, come privacy e contrattualistica internazionale.

Alle law firm, però, i general counsel rimproverano la scarsa trasparenza sui costi e l’assenza di reattività alle singole richieste, oltre alla difficoltà di relazionarsi con le posizioni apicali. È quanto emerge dal sondaggio effettuato da Le Fonti Legal, su un campione di oltre 50 direzioni affari legali di multinazionali, chiamate a valutare i servizi offerti dagli studi esterni.

Dall’analisi delle informazioni raccolte si evince che sono tanti i fattori che incidono sul giudizio dell’operato di un consulente esterno e la scelta del migliore non è cosa da poco. Per accaparrarsi il mandato non basta solo aver maturato esperienze pregresse in un settore specifico; il futuro consulente deve essere specializzato, multidisciplinare, dotato di network internazionale, tempestivo e soprattutto “deve risolvere il problema”.

Lo studio legale esterno è passato dall’essere un consulente spot che interviene nella fase patologica del problema, ad agire in maniera preventiva assicurando un coordinamento con il management. E in questo la tecnologia ha giocato un ruolo fondamentale. Ne sono convinti i general counsel che, intervistati da Le Fonti Legal, hanno espresso la loro opinione su come si sta evolvendo il rapporto tra studio e direzione legale e le future sfide di quest’ultima.

Strumenti di selezione del consulente
Andando nel dettaglio del sondaggio, la scelta dello studio legale per l’assistenza nelle operazioni straordinarie passa prevalentemente per due canali su cui si riversano equamente il 50% delle preferenze: beauty contest e referenze. Seguono, con il 25% dei voti, l’esperienza maturata su operazioni analoghe e con l’8,33% le directory legali. Nel caso delle multinazionali è la casa madre a decidere i consulenti esterni. Tra le caratteristiche che più incidono nella scelta, su un punteggio da 1 a 10, i general counsel prediligono la specializzazione nel settore relativo all’operazione di riferimento (8,7 punti su 10), a cui fanno seguito la tariffa (7,7), la multidisciplinarietà dello studio (6,5) e il network internazionale (6).

Criticità del servizio
È stato poi chiesto ai general counsel di indicare le principali difficoltà riscontrate nel rapporto con i consulenti esterni: se la mancanza di trasparenza sulle fee è la maggiore critica, gli intervistati denunciano anche la scarsa reattività alle richieste (4,4) e la difficoltà a gestire le emergenze (4,3). Da non sottovalutare il fatto che alcuni rispondenti trovano complicato coordinarsi con la struttura esterna e relazionarsi con le posizioni apicali degli studi.

Requisiti del consulente
Nella valutazione dell’attività del consulente esterno, il problem solving è il requisito più apprezzato con 8,8 punti su 10, seguito dalla professionalità della risorsa dedicata (8,7). La tempestività di risposta si aggiudica il terzo posto con 8,2 punti, mentre il rapporto tra parcella e attività ottiene 7,7 punti su 10.

Spesa legale
Per il 41,67 per cento dei general counsel la spesa destinata alla consulenza esterna è rimasta invariata, mentre il 33 per cento ne ha visto una riduzione rispetto all’anno precendente. Solo il 25 per cento ha dichiarato un aumento del budget destinato ai servizi esterni.

Settori di consulenza
Stando a quando dichiarato dall’80 per cento dei general counsel, è il contenzioso il settore più “esternalizzato” nell’ultimo anno, seguito da societario e m&a (50%) e bancario (33,3%). Il 25 per cento del campione di intervistati si è rivolto a studi esterni per problematiche di diritto penale e diritto del lavoro, mentre il 16,67 per finanziamenti, ristrutturazioni e tax. Il mercato dei capitali, con solo l’8,33 per cento dei voti, risulta quasi interamente gestito dagli uffici legali interni. Tra gli altri settori segnalati dai rispondenti ci sono l’antitrust e la contrattualistica internazionale. Nei prossimi mesi, per il 58,33 per cento dei general counsel interpellati, la richiesta di consulenza per il litigation aumenterà, mentre si ridurrà quella per societario e penale. In aumento l’assistenza esterna nel labour, nelle ristrutturazioni e nel mercato dei capitali. Infine, il 33,3 per cento dei voti è confluito su settori specialistici come contrattualistica internazionale e privacy.

Studi legali a supporto del business
Nel corso degli anni il rapporto tra le due “entità” legali è cambiato. «Gli studi legali esterni», afferma Antonio Corda, general counsel di Vodafone «in particolare quelli che nel corso del tempo sono diventati punto di riferimento delle direzioni legali in determinate materie e ambiti del diritto, stanno diventando sempre più parte integrante dei team legali interni che si affidano ad essi anche per lavori su cui la direzione legale si limita a sovraintendere l’attività e ad assicurarsi che i rischi legali siano correttamente gestiti lasciando allo studio esterno la gestione operativa. In questa prospettiva, è sempre più importante che gli studi legali conoscano gli obiettivi aziendali e il contesto industriale e commerciale nel quale operano i clienti, pronti a lavorare a diretto supporto di persone del business, che raramente dispongono di competenze giuridiche. Gli studi legali devono essere dunque in grado di fornire supporto in maniera pragmatica e diretta, facilitando l’adozione di decisioni nell’ambito delle policy di gestione del rischio concordate con le direzioni legali».

Secondo Ugo Ettore Di Stefano, Presidente Ugi e Direttore affari legali e societari del Gruppo Mondadori, l’evoluzione del rapporto tra direzione legale e studio legale esterno dipende dall’evoluzione dei tre principali fattori che incidono sul rapporto stesso: «la dimensione dell’azienda e della direzione legale; se l’azienda opera in un business altamente specializzato e regolamentato; l’autorevolezza del direttore legale ed il rapporto di fiducia tra il top management e il direttore legale. Al crescere di questi fattori corrisponde, generalmente, una crescita del ruolo del direttore legale e il legale esterno assume una posizione di “consulente” della direzione. Viceversa, col decrescere degli anzidetti fattori, si assiste per lo più ad una sostituzione, nelle singole vicende, del legale esterno al ruolo della direzione legale».

Impatti della tecnologia
Nel favorire il coordinamento dei processi operativi e la comunicazione con i consulenti esterni, l’evoluzione tecnologica ha avuto un ruolo centrale. Come spiega Corda «la trasformazione digitale è ormai una necessità per le aziende che vogliono rimanere competitive nei sempre più mutevoli scenari di mercato; con l’azienda, anche le direzioni legali sono chiamate a trasformarsi, facendo leva sulle nuove tecnologie per fornire un supporto più veloce ed efficiente: dagli ambiti di document management, ai software di analisi documentale basati su intelligenza artificiale, fino alle piattaforme di collaborazione.

Sarà dunque privilegiato il rapporto con quegli studi che sono pionieri nell’abbracciare queste tecnologie e sono aperti ad un nuovo modo di lavorare. Gli studi legali dovrebbero fare leva sulle nuove tecnologie per diversificare la propria offerta». «Celerità; informalità; trasversalità delle competenze» sono per Di Stefano le conseguenze dirette dell’innovazione tecnologica. «La privacy è uno di quei settori in cui è indispensabile la padronanza delle nuove tecnologie tra direzione legale e studio perché insieme possano adottare soluzioni in tempi rapidi, su processi diversificati e quindi privilegiando un approccio concreto piuttosto che un’impostazione eccessivamente formalistica».

Le sfide future delle direzioni legali
Coordinamento, sinergia, condivisione e comunicazione sono i fattori che determineranno il successo della relazione tra ufficio legale e consulente esterno, oltre all’utilizzo congiunto delle nuove tecnologie. «Sono convinto che un enorme vantaggio competitivo alle aziende (e agli Studi) potrà giungere laddove direzione legale e studio esterno riusciranno ad implementare la condivisione di database, report gestionali, analisi giuridiche e gestionali, integrandosi», afferma Di Stefano; «ovviamente non tutte le direzioni e non tutti gli studi possiedono i requisiti dimensionali e le capacità di investimento per seguire questa strada ma, per chi potrà e vorrà farlo, sono certo che ci saranno grandi benefici e posizioni di leadership, a discapito di chi sarà rimasto fermo senza comprendere il cambiamento».

Per Corda «le direzioni legali, cosi come gli studi, si troveranno a fronteggiare un contesto di business e di mercato sempre più complesso e in rapida evoluzione, nel quale la trasformazione digitale e la continua ricerca di efficienza non devono andare a scapito del presidio del rischio legale. Gli studi devono essere pronti ad utilizzare nuove tecniche di espressione e modalità di interazione con le direzioni legali, rese possibili dalle nuove tecnologie, superando le tradizionali resistenze e affrontando le nuove frontiere della responsabilità professionale».

 

di Federica Chiezzi

Studi legali, serve trasparenza

Studi legali alla sfida della trasparenza. A pretendere dagli avvocati maggiore chiarezza sui costi derivanti dall’assistenza per operazioni o contenziosi sono gli uffici legali di imprese e banche.

Sì, perché la tariffa, insieme alla specializzazione maturata nello specifico ramo, è spesso l’ago della bilancia nella scelta dello studio. È il quadro che emerge dal sondaggio effettuato da Le Fonti Legal, su cui troverete un ampio servizio all’interno di questo numero, che ha coinvolto oltre 50 general counsel di aziende multinazionali e del mondo finanziario, i quali hanno di fatto dato le “pagelle” agli studi legali. Aprendo il cosiddetto “vaso di Pandora”. Il problema della trasparenza non riguarda infatti solo le tariffe, coinvolge anche i numeri e l’andamento dello studio: non sussiste alcun obbligo di redazione di bilanci, né di un loro deposito al registro delle imprese, motivo per cui le stime sui fatturati delle law firm sono frutto di “auto-dichiarazioni”, senza alcuna possibilità di verifica.

Se quindi da un lato sono diversi ormai gli studi legali che puntano ad avvicinarsi al “modello impresa” per governance e organizzazione delle risorse interne, dall’altro spesso scelgono la “campana di vetro” nella comunicazione verso l’esterno. Non fornendo informazioni-chiave per verificare l’andamento dello studio sul mercato, come la suddivisione del business per settore, che darebbe un’idea più precisa sul grado di specializzazione maturato, come detto tra le caratteristiche più ricercate dal cliente. Motivo per cui, oltre ai classici beauty contest, in caso di operazione straordinaria, lo studio viene ancora scelto attraverso il passaparola o per il rapporto fiduciario maturato. Il tutto mentre nei paesi anglosassoni le gare di affidamento dei servizi legali sono sempre più gestite con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale: il computer sceglie la firm sulla base di specifici algoritmi, dove la parcella ha un peso essenziale.

Anche in Italia, con i dovuti ritardi, la strada dell’informatizzazione è ormai tracciata: si stanno moltiplicando i software che assistono gli studi professionali sia nella gestione interna delle risorse e del lavoro di studio, sia nella compilazione del preventivo, effettuata sulla base di una serie di parametri, tra cui le operazioni analoghe seguite in precedenza, il tempo dedicato, il numero di professionisti coinvolti e così via. Ecco perché oggi gli studi legali si trovano a un vero e proprio bivio: aprire le porte dello studio per affrontare le sfide imposte dal mercato e dalle nuove tecnologie, o restare sotto la “campana di vetro” offerta dall’ordinamento forense. Da affrontare, una rivoluzione in corso nella domanda di servizi legali, sempre più focalizzata sulla specializzazione, che sta premiando le cosiddette “boutique” e le grandi firm “full service”. A pagare dazio, gli studi “a metà strada”. E quelli che non sapranno affrontare la sfida della trasparenza.

La diversity nei grandi studi resta sulla carta

La diversity negli studi legali? È ancora sulla carta. Se da un lato si moltiplicano iniziative, convegni, premi, manifestazioni dedicate, con una vera e propria corsa allo studio più “impegnato” nelle pari opportunità, dall’altro lato in pochi passano dalle parole ai fatti.

Nelle grandi firm la partnership è infatti ancora saldamente nelle mani degli avvocati uomini, con poche donne che riescono a entrare nella stanza dei bottoni. In media, secondo l’indagine effettuata da Le Fonti Legal sugli studi con oltre dieci partner, ogni cinque soci uno è donna, ma in molti casi ce n’è una su dieci e in altri addirittura le quote rosa tra i partner non esistono. Paradossale il fatto che le due law firm senza soci donna (Allen&Overy e Freshfields) siano di matrice anglosassone, dove la diversity non rappresenta più da tempo un obiettivo da raggiungere. Segno che il problema, in Italia, è di natura strutturale. Per cui, nonostante molti studi amino definirsi “imprese”, che però spesso sono obbligate per restare sul mercato a investire nel concreto nelle pari opportunità, il gap culturale nella professione forense non è ancora stato colmato: mancano adeguate politiche di welfare per le donne-madri in carriera, con la partnership che viene vista sempre più spesso come un ostacolo allo sviluppo della famiglia. L’impegno richiesto ai soci, in molti studi, è infatti spesso “h24” e sette giorni su sette.

Così, se da un lato la vocazione per la “toga” è sempre più “rosa”, con una sempre maggiore percentuale di ingressi di donne in studio nella fase iniziale della carriera, dall’altro lato l’onda è destinata a infrangersi su disparità in termini di guadagno e scelta del part-time per conciliare il lavoro con la famiglia. Quello che non manca, però, sono le iniziative pro diversity, con team dedicati (Hogan Lovells), modalità di reclutamento e gestione dei dipendenti improntate a comportamenti equi (Gatti Pavesi Bianchi), comitati che promuovono il successo di lungo periodo delle professioniste donne (Latham&Watkins), sviluppo degli strumenti di smart working (Pavia e Ansaldo). Il problema resta tradurre le politiche nel concreto, raggiungendo la parità di genere anche nella partnership. D’altronde, è questa la strada obbligata per la modernizzazione delle professioni in Italia.

Scroll to top