tommaso di tanno

F2i, Di Tanno e associati ottiene una nuova risposta dall’Agenzia delle entrate

Di Tanno e Associati consegue un nuovo, importante risultato a fianco di F2i sgr, il più grande Fondo Infrastrutturale operante in Italia e tra i maggiori in Europa.

Con un team composto dai partner Tommaso Di Tanno e Fabio Brunelli lo studio ha infatti assistito F2i SGR in tutte le fasi della procedura di Interpello Nuovi Investimenti che la società ha attivato nel 2017 contestualmente alla costituzione del Terzo Fondo per le Infrastrutture, veicolo con una dotazione di 3,6 miliardi di euro nato attraverso la fusione del Primo Fondo e nuove sottoscrizioni.

Dopo una prima risposta positiva in merito alla neutralità della fusione tra fondi e del relativo concambio quote, Di Tanno e Associati ottiene ora un altro riscontro favorevole, questa volta riguardo all’applicabilità del regime di esenzione previsto dai commi 88-94 dell’art. 1 della legge n. 232/2016, in relazione all’investimento – nel Terzo Fondo – di enti di previdenza già presenti nel Primo Fondo.

Accogliendo la tesi di F2i sgr e Di Tanno e Associati, l’Agenzia delle Entrate ha espresso l’importante principio secondo cui, al fine di verificare la spettanza dell’agevolazione, rileva il momento dell’effettivo esborso da parte dell’investitore e non il momento della sottoscrizione delle quote di origine.

Inoltre, è stata condivisa la proposta di adottare un criterio di determinazione forfettaria della quota esente dei proventi, a fronte di investimenti agevolabili solo in misura parziale in ragione del momento in cui sono stati effettuati.

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Gli studi legali più attivi nel tax

Di Tanno e associati, Dentons e Pavia e Ansaldo in cima alla classifica Le Fonti Legal sul settore fiscale. Dall’m&a, all’immobiliare, al contenzioso tributario, all’assistenza alle imprese nei rapporti con l’Amministrazione Finanziaria: crescono gli affari dei fiscalisti.  Con l’incognita della digital tax italiana recentemente bocciata dall’Ocse

Di Tanno e associati in cima alla classifica degli studi legali più attivi nel tax. Un settore in continua crescita, con il fiscalista che risulta decisivo in operazioni che vanno dall’m&a, al transfer pricing, all’analisi delle stabili organizzazioni italiane di gruppi internazionali, ai piani di Industria 4.0 sulla massimizzazione degli incentivi fiscali, fino al patent box, ai crediti per spese in ricerca e sviluppo e al contenzioso tributario. Sono le principali attività che svolgono gli studi legali più attivi nell’area tax, che Le Fonti Legal ha fotografato mettendo in evidenza l’attività svolta nei primi nove mesi del 2018. Tra le maggiori operazioni, la costituzione del terzo fondo infrastrutture da parte di F2i sgr, assistita dallo studio Di Tanno con Tommaso Di Tanno e Fabio Brunelli. Il deal è stato da 3,1 miliardi di euro. Sempre lo studio Di Tanno, che nel 2018 ha gestito 11 operazioni fiscali, ha seguito NB Aurora curando gli aspetti fiscali e regolamentari per il fondo di permanent capital nel closing e nella quotazione sul Miv di Borsa italiana e nell’acquisizione di FII. Lo studio ha seguito inoltre Alitalia Cai negli interpelli sul regime delle rinunce a crediti in pendenza di piani attestati ex art. 67 della legge fallimentare. A seguire, nel ranking di Le Fonti Legal, si posiziona Dentons, che ha seguito dieci operazioni nel 2018 e che si è rafforzato in maniera decisiva nel tax, ormai un anno e mezzo fa, con l’ingresso di Giulio Andreani. Lo studio, tra l’altro, ha seguito Engineering – Ingegneria informatica nella presentazione di un interpello alla direzione centrale dell’Agenzia delle entrate per la disapplicazione della normativa antielusiva speciale prevista ai fini Ace. Completa il podio Pavia e Ansaldo, con 13 operazioni chiuse, tra cui l’assistenza prestata a Tui group per gli aspetti tax e tax insurance nell’ambito dell’acquisizione dell’intero capitale sociale di Musement di Milano.

Fabio Brunelli, partner di Di Tanno e associati, afferma che «le attività più significative su cui si è concentrato lo studio si riferiscono ai settori degli intermediari finanziari e degli investimenti in capitale di rischio, del merger & acquisition, del contenzioso tributario e dell’assistenza in procedure di interpello presso l’Agenzia delle entrate. È crescente la sensibilità delle imprese verso le esigenze di gestione preventiva del rischio fiscale nelle sue diverse forme e la necessità di una rappresentanza autorevole nelle interlocuzioni con l’Amministrazione finanziaria e le Corti tributarie su questioni complesse». Altro tema caldo è la digital tax, con l’Ocse che di recente ha giudicato non credibile la normativa italiana. Secondo Tommaso Di Tanno, «la norma italiana si inserisce nel filone di una proposta di Direttiva comunitaria e può semplicemente essere resa coerente con essa. Le valutazioni espresse dall’Ocse rispondono palesemente alla tutela di interessi americani ed alla volontà di questi ultimi di sottrarsi alla necessaria modifica del concetto di stabile organizzazione in un contesto di crescente economia digitale».

Secondo Andrea Fiorelli, partner di Dentons, «il focus principale dell’attività del nostro studio legale è sulle operazioni di m&a, nelle diverse e possibili declinazioni, nonché sulle ristrutturazioni di gruppi prevalentemente in ambito internazionale. Sul primo ambito, l’area di maggiore attività in termini assoluti permane quella immobiliare in funzione di un interesse degli investitori istituzionali per il mercato italiano connotato a tutt’oggi, nonostante le incertezze del quadro macroeconomico e politico, da ritorni economici di assoluto interesse anche comparativamente ad altre realtà geografiche in ambito europeo. Per quanto concerne invece le ristrutturazioni transnazionali di gruppi societari, le stesse si connotano prevalentemente come operazioni finalizzate al legittimo efficientamento finanziario e fiscale delle realtà societarie internazionali ovvero come rimodulazione funzionale a successive operazioni straordinarie di acquisizione/dismissione di asset societari». Riguardo le principali problematiche di natura fiscale su cui le imprese chiedono consulenza, Fiorelli afferma che, «oltre alle tematiche tributarie incardinate nei citati contesti di operazioni societarie straordinarie, oggi le istanze più pressanti che arrivano al nostro dipartimento tributario dal mondo delle imprese sono sempre più quelle legate ad un accompagnamento professionale delle realtà aziendali, ancor più laddove strutturate e complesse, nei rapporti con l’amministrazione finanziaria. Ciò non tanto e non solo nella fase patologica dell’interazione con l’amministrazione finanziaria, ma piuttosto in una fase preventiva che ricerca un rapporto costruttivo e virtuoso del mondo aziendale con compliance fiscale e con gli interlocutori pubblici incaricati della relativa gestione ordinaria e di controllo». Riguardo la digital tax italiana, Fabrizio Capponi, partner e membro della global tax practice di Dentons, ritiene «il giudizio dell’Ocse basato prevalentemente su due aspetti: la mancata inclusione di diverse tipologie di piattaforme digitali e le problematiche connesse alla doppia imposizione. Una nuova formulazione della norma sulla digital tax, a rigore, dovrebbe prevedere una revisione dell’attuale nozione di permanent establishment in modo da ricomprendere il concetto di presenza economica significativa. In realtà, nel breve periodo, la soluzione ricadrà probabilmente sulla tassazione del reddito o, più probabilmente, del volume d’affari. La percezione generale è che, a prescindere dalle novità che interesseranno la normativa, le soluzioni prospettate rimarranno sulla carta. La norma porterà, infatti, alla emersione di stabili organizzazioni nel territorio italiano dei soggetti web».

Claudio Grisanti, partner di Pavia e Ansaldo, sottolinea, riguardo l’attività prevalente dello studio, la richiesta da parte dei clienti «di rendere pareri in merito alle norme antielusive introdotte in materia di Ace. Abbiamo seguito alcune procedure in tema di bilaterali in tema di transfer pricing con la Germania. Tenuto conto delle recenti novità legislative molte imprese chiedono di essere supportate in merito alla verifica preliminare dei requisiti per poter accedere ai crediti di imposta per le spese di ricerca e sviluppo ovvero di formazione del personale. Continua poi l’interesse per il regime del patent box che ancorché ridotto garantisce interessanti risparmi d’imposta. Dall’altra parte il principio di derivazione rafforzato introdotto di recente richiede approfondimenti da parte delle imprese per prendere le decisioni più appropriate che quindi devono essere approfondite in via preventiva». Riguardo la digital tax italiana, Grisanti ritiene che «un intervento riguardante la tassazione della digital economy per essere efficace non può essere regolato dalla legislazione di un singolo stato ma necessita di una iniziativa transnazionale. in altri termini data la natura intrinseca del commercio on line ogni forma di limitazione solo parziale non riesce a sortire i propri effetti perchè il fenomeno si riorganizzerà velocemente per schivare l’ostacolo. Di contro, laddove la regolamentazione venga adottata uniformemente su scala transazionale sarà possibile prevedere delle effettive misure contenitive. Ne consegue che l’Ue è di certo il contesto più adatto per prevedere una normativa sulla digital economy».

Attivo nel tax anche lo studio Gattai Minoli Agostinelli & partner, che ha seguito, tra l’altro, Sintonia spa per i profili fiscali dell’operazione di finanziamento da un miliardo di euro ottenuto da un pool di dieci banche. Il team è stato guidato dal partner Cristiano Garbarini, secondo il quale le principali problematiche su cui le imprese chiedono consulenza sono «le tematiche inerenti la strutturazione delle operazioni e l’assistenza nella redazione e nella negoziazione degli accordi con le controparti e con i soggetti finanziatori». Sulla digital tax, invece, Garbarini sottolinea come sia «poco probabile ipotizzare l’introduzione di una “digital tax” nella forma approvata dalla Legge Finanziaria per il 2018. Si tratta infatti di un’imposta che ha una struttura molto diversa rispetto all’analoga “web tax” proposta dalla Commissione Europea nel marzo del 2018. L’iniziativa della Commissione europea, oggetto di notevoli dibattiti per la sua complessità e la difficile compatibilità con i trattati fiscali internazionali, è nata proprio con l’intenzione di porre un freno alle varie “web tax” introdotte, in ordine sparso, dai legislatori nazionali e di prevedere l’introduzione di un’unica forma di “digital tax” a livello comunitario. Anche l’introduzione di una “web tax” comunitaria, come soluzione temporanea, così come ipotizzato dalla Commissione Ue, presenta molte difficoltà; ciò è dovuto in primo luogo alle forti divisioni ancora esistenti tra i Paesi dell’Ue e tra questi e gli Stati Uniti. L’introduzione di una nuova imposta “temporanea” non sembra in effetti una soluzione ideale; riteniamo d’altra parte opportuno proseguire negli sforzi per la definizione di nuove modalità di ripartizione del gettito erariale tra gli Stati, eventualmente adottando una nuova nozione di “stabile organizzazione virtuale”, nella forma della cosiddetta “presenza economica significativa”».

A parere di Massimiliano Gazzo, partner di De Berti Jacchia, negli ultimi mesi lo studio ha assistito «in particolare Gruppi internazionali, nell’implementazione e definizione delle politiche e della documentazione di transfer pricing; attribuzione di utili alle stabili organizzazioni italiane di Gruppi internazionali; strutturazione di riorganizzazioni e pianificazione fiscale di Gruppi internazionali; piani governativi Industry 4.0 con riguardo alla massimizzazione degli incentivi fiscali garantiti per investimenti in beni materiali e immateriali, Patent Box, crediti per spese R&D». «Di recente le maggiori richieste di consulenza rivolte ai nostri esperti riguardano tematiche relative al transfer pricing e attribuzione di utili alle stabili organizzazioni», continua Gazzo, «la  strutturazione delle riorganizzazioni e pianificazione fiscale di Gruppi internazionali conformemente ai nuovi principi fiscali internazionali e comunitari, la negoziazione e potenziali esiti in sede pre-contenziosa, in corso od a seguito di verifiche fiscali e i potenziali impatti del contenzioso e possibili esiti dello stesso». Secondo Gazzo, inoltre, «ad un preliminare esame la web tax proposta dalla Commissione europea pare avere ben pochi punti di contatto con l’imposta sulle transazioni digitali istituita nel nostro paese con la legge di Bilancio per il 2018. Va detto, a fini esemplificativi, che sotto il profilo soggettivo non sono, infatti, previste soglie dimensionali per la sua applicazione, mentre sotto il profilo oggettivo si tratta di una imposta che colpisce, diversamente dalla digital tax contenuta nella proposta europea, unicamente le attività B2B includendo le transazioni digitali, specificamente escluse dalla digital tax europea. Inoltre, nel caso della web tax nostrana nessuna deducibilità dell’imposta è accordata all’impresa incisa. Anche in relazione alle modalità di prelievo dell’imposta si rileva che mentre la web tax italiana colpisce i servizi digitali transazione per transazione, attraverso una ritenuta d’imposta effettuata dagli acquirenti che operano come sostituti, la digital tax europea prevedrebbe una tassazione su base annuale dei ricavi rilevanti realizzati. Tenuto conto del fatto che la web tax italiana dovrebbe trovare applicazione solo a decorrere dal 1° gennaio 2019 non si può escludere che un’eventuale entrata in vigora della digital tax europea prima di detta data potrebbe sancirne anzitempo qualsiasi operatività rendendo così vani, ancora una volta, gli sforzi profusi dal legislatore fin dal lontano 2013».

Berardo Lanci, partner di Cms, afferma che «le operazioni più frequenti seguite negli ultimi mesi dal dipartimento Tax dello studio hanno riguardato l’analisi e la gestione di specifiche questioni di natura fiscale sorte nell’ambito di operazioni straordinarie e di ristrutturazione. Peraltro, abbiamo ricevuto da parte dei nostri clienti molti incarichi nell’assistenza su tematiche di fiscalità internazionale e, in particolare, attinenti il transfer pricing. Da non tralasciare peraltro gli incarichi ricevuti nell’ambito del contenzioso fiscale, che rappresentano una quota importante dell’attività del dipartimento Tax dello studio, che con riguardo a questa specializzazione è uno dei principali riferimenti per la clientela italiana ed internazionale. Tale attività è costituita sia dall’assistenza dei clienti davanti alla Corte di Cassazione ed alle Commissioni tributarie sia dalla rappresentanza dei clienti medesimi innanzi ai rappresentanti dell’Agenzia delle entrate nell’ambito di procedure deflattive del contenzioso, tese a chiudere in via bonaria le vicende sottese». «Stiamo vivendo un periodo di grande rinnovamento delle politiche fiscali internazionali volte alla individuazione di nuovi principi e nuove regole di tassazione da applicare ad una economia che ha sempre più le caratteristiche di internazionalizzazione e globalizzazione», continua Lanci, «in questo ambito, gran parte dell’attività di consulenza è volta a comprendere gli effetti derivanti in capo ai gruppi, soprattutto con riferimento alle novità normative connesse con il progetto Beps ovvero con il recepimento dell’Atad».

Luca Damiani, of counsel dello studio CT&P Caramanti Ticozzi & partners, che nel 2018 ha chiuso tra le dieci e le 15 operazioni, afferma che «le imprese chiedono sempre più di essere affiancate nell’attività di valutazione del carico fiscale reale al fine di conoscere mensilmente/trimestralmente l’accantonamento imposte; nelle tematiche di transfer pricing con relativa analisi nel settore di riferimento; nell’assistenza nei ruling fiscali; nella organizzazione e gestione degli aspetti fiscali in ambito digitale. Infine non mancano le richieste di assistenza fiscale nelle sempre maggiori attività di compliance richieste dall’Amministrazione Finanziaria». Riguardo la digital tax italiana, Damiani ritiene che «nasce come provvedimento per sterilizzare alcuni player esteri del digitale che tramite le transazioni b2b e b2c su piattaforma digitale non rendono trasparenti e tassabile il reddito prodotto in Italia. Purtroppo, per come è stata concepita, la digital tax domestica dovrebbe ampliare la sua portata a tutte le transazioni e quindi anche ai fornitori di servizi online nazionali ed esteri, indipendentemente dal loro livello di presenza fisica in Italia. Solo in questa maniera, mettendo una norma ad ombrello, è possibile avere un controllo. Il punto è che tale tassa andrebbe comunque a infierire sul carico fiscale delle società con riflessi sulla filiera… chissà se nell’era della blockchain questo strumento non possa aiutare le amministrazioni fiscali a scovare i furbetti ed a riportare il reddito e quindi la tassazione ove è stato effettivamente prodotto».

Piero Pagani, partner dello studio Caravati Pagani, «le principali problematiche su cui le aziende chiedono consulenza sono, oltre alle crescenti richieste in tema di tax compliance e transfer pricing, le operazioni straordinarie di ottimizzazione gestionale/finanziaria/fiscale. Da aprile, inoltre, anche consulenza in tema di fatturazione elettronica e conservazione sostitutiva rispetto alle quali, avendo lo studio sempre investito in modo massivo sulla tecnologia, siamo perfettamente attrezzati già da otto anni a questa parte». «La ditigal tax», continua Pagani, «ha poco senso se è solo italiana. Se è applicata ad un solo paese comporta, oltre alla minore attrattività del paese, anche problemi di doppia tassazione dei soggetti stranieri, di non tassazione di tutte le modalità alternative di “ricavo”. Una tassazione adeguata delle imprese di più grandi dimensioni è necessaria. La via è europea, o se nazionale solo se su ampia scala. Altrimenti si rischia di fare la fine della Tobin tax che ha avuto come risultato solo il far trasferire all’estero piattaforme e transazioni o come la supertassa sulle barche di lusso che ha visto spostare di pochi chilometri la spesa per rimessaggio, manutenzioni, porti, ristoranti, mettendo in crisi intere aree costiere in cambio di un effimero introito per le casse dell’erario».

A cura di Gabriele Ventura

Gli obiettivi mancati dal fisco

Web tax e incentivi fiscali non generano in sostanza gli effetti desiderati. La prima penalizza solo le imprese italiane e i secondi si dimostrano nella realtà irrilevanti. Perché? Ne parla Tommaso Di Tanno, che illustra anche le strategie di sviluppo del suo studio

[auth href=”https://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Lo studio legale tributario Di Tanno e associati è una realtà in prima linea da ormai da oltre trent’anni nel ramo fiscale. Il socio fondatore, Tommaso Di Tanno, ha infatti fondato lo studio nel 1986 e da allora la filosofia di fondo è rimasta la stessa: la stabilità. L’obiettivo è infatti quello di individuare i professionisti giusti con una selezione rigorosa, per poi premiare e valorizzare chi lo merita. Oggi, l’esigenza di uno studio specializzato nel Tax è quella di poter contare su una struttura efficiente, riducendo la leva e premiando le risorse generate all’interno della firm. Ne è convinto lo stesso Di Tanno, che con Le Fonti Legal ha fatto il punto sulle ultime novità in materia fiscale introdotte dalla Legge di bilancio 2018, su tutte la Web tax, e sulle strategie di crescita dello studio, che ha aperto il 2018 con la promozione di due nuovi soci, Marco Sandoli e Andrea Tonon, entrambi avvocati.

Partiamo dalla Legge di bilancio. Una delle principali novità in materia fiscale riaguarda la Web tax. Qual è il suo parere in merito? Lo strumento è uscito ridimensionato rispetto alle premesse. Con quali effetti sulle imprese?

In Senato si era discusso di una certa versione della Web tax, che avrebbe dovuto correggere lo squilibrio determinato dalle multinazionali della web economy che non pagano le imposte nei mercati in cui operano, a eccezione di quello di origine. Si tratta di una questione che non riguarda solo l’Italia ma anche altri paesi europei. Nei mercati dove sono presenti, queste multinazionali pagano imposte bassissime e dichiarano un fatturato molto modesto, mentre ne evidenziano uno enorme in Irlanda. È una problematica così sconvolgente perché ha raggiunto ormai dimensioni enormi e deve essere corretta al più presto. L’elemento discriminante è far sì che quanto si preleva in un certo mercato venga poi versato sotto forma di imposta e, dal punto di vista del diritto, è determinante rivedere la regola della stabile organizzazione o del paese in cui origina l’attività di impresa. Questa costruzione, infatti, è stata costruita all’interno della old economy, che si fonda su fatti materiali. La new economy, però, si basa su fatti immateriali e per questo è necessario aggiornare la regolamentazione. Tutti gli operatori politici ed economici sono consapevoli di questa problematica, tanto che a Davos è stata presentata una relazione su questo punto in cui si stima che le imprese della web economy abbiano sottratto ai paesi dove hanno un mercato attivo circa 200 miliardi di dollari di imposte.

Entrando nel merito, quali sono gli aspetti critici della norma approvata dal Parlamento?
La versione del provvedimento uscita dal Senato dava qualche soluzione a questa tematica. Possiamo discutere se fosse adeguata al caso oppure no, ma certamente dava delle risposte. Poi alla Camera sono state introdotte delle modifiche che hanno snaturato la norma con una versione che non affronta il problema dello squilibrio tra le imprese nazionali e multinazionali. Di fatto, anzi, perpetua la situazione di squilibrio. Per di più, viene introdotto un nuovo balzello a carico delle imprese italiane e, nei fatti, non delle multinazionali. Entrando nel dettaglio, la prima versione del provvedimento prevedeva un’imposta del 6 per cento per le imprese con diritto a un credito di imposta compensabile con Iva e contributi Inps. Questa compensabilità è chiaramente realizzabile solo dalle imprese presenti sul mercato italiano, mentre non è utilizzabile dalle realtà non presenti e quindi non debitrici di Iva e contributi sociali. Nei fatti, quindi, l’imposta gravava solo sulle multinazionali straniere. La Camera ha invece ridotto la Web Tax al 3 per cento applicandola, però, a tutte le imprese in modo indiscriminato. Ne deriva un aggravio di costi per le aziende italiane; forse, ripeto forse, anche per le straniere. Ma certo nessun riequilibrio.

Può essere che sia stata determinante l’esigenza di far cassa, da parte dello Stato?

Se il tentativo era quello di fare cassa, non mi pare riuscito. La versione del Senato prevedeva infatti un gettito per lo Stato pari a 114 milioni di euro, quella della Camera di 190 milioni, con la differenza che nella prima versione solo le imprese estere avrebbero contribuito alle entrate per il fisco, mentre in quella poi approvata il balzello riguarda le aziende italiane. Il solo risultato è che risulta aumentato lo squilibrio.
Come dovranno prepararsi le imprese all’entrata in vigore del provvedimento, prevista per il 1° gennaio 2019?
La mia previsione è che non se ne farà nulla. L’entrata in vigore della Web tax è legata a un decreto ministeriale varato dal ministero dell’Economia. Ritengo che il provvedimento verrà prorogato e prima del 2019 sarà introdotto un nuovo strumento.

Altra novità introdotta dalla legge di Bilancio 2018 sono le agevolazioni in materia di Industria 4.0. Come valuta le misure introdotte e in che modo le imprese potranno sfruttarle al meglio?
Il mio giudizio è positivo riguardo agli incentivi, prevalentemente di natura finanziaria, mentre quelli fiscali sono sugli strumenti tradizionali. Sono d’accordo sulla necessità di aumentare la base ammortizzabile ma le spese che si sostengono per promuovere attività industriali innovative non sono così rilevanti e, a conti fatti, le nuove tecnologie vengono sviluppate internamente. Il vantaggio dell’ammortamento è positivo, ma in un certo senso è poco significativo rispetto ad altri interventi che potrebbero sostenere meglio lo sviluppo delle nuove tecnologie. Intendo la promozione di nuovi centri di ricerca, lo sviluppo della ricerca universitaria e di un rapporto più osmotico tra il mondo delle imprese e quello della ricerca e dell’università.
È necessario lavorare su come inserire nel mondo della produzione i centri di ricerca e su come far funzionare questo rapporto. Abbiamo costituito l’Istituto italiano di tecnologia, ma dovremmo lavorare su più centri di ricerca con specializzazioni in diverse branche del sapere.
La strada giusta è, insomma, mettere a disposizione risorse per i centri di ricerca e garantire il flusso tra la ricerca e l’industria.
Questo punto, se da un lato è decisivo, dall’altro risulta ancora poco intrapreso perché rappresenta una tematica in cui si scontrano le burocrazie e si fa fatica a concentrare le risorse.

Come si sta evolvendo lo studio e su quali aree di attività specifiche state puntando?
Siamo uno studio la cui caratteristica principale è la stabilità. Non amiamo i cambiamenti rapidi, cerchiamo di individuare le persone giuste, facciamo una selezione rigorosa e quando ci accorgiamo che sono all’altezza tendiamo a premiarle e a valorizzarle. Allo stesso tempo, per come si sta sviluppando il mercato nel mondo tributario, tendiamo a rendere più efficiente la nostra struttura, riducendo la leva. La strategia di base è asciugare lo studio ed elevare per quanto possibile la qualità del servizio.
Le ultime nomine si inseriscono proprio in questo processo: riduzione della leva e premio per le risorse che generiamo all’interno dello studio.

Riguardo alle attività che giudica più in crescita all’interno del settore tributario?
Negli ultimi anni abbiamo assistito alla crescita del settore internazionale, e in particolare del transfer pricing, che viene ricondotto al settore tributario ma che in realtà non è un’attività di carattere tributario.
Si tratta infatti di accertare il valore di mercato delle transazioni inter company. Stimo in crescita questo mercato non perché siano cresciute le multinazionali, ma perché è cresciuta la consapevolezza delle amministrazioni di doversi confrontare su questa tematica. Lo sviluppo del transfer pricing, dal punto di vista dell’attività dei professionisti, è insomma dovuto a una maggiore aggressività da parte delle amministrazioni.

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