tavola rotonda

Corruzione privata. Sarà vera lotta?

La nuova disciplina prevede l’ampliamento delle condotte sanzionabili, pene più severe e un allargamento dei soggetti punibili. Ma restano parecchi dubbi sulla sua effettiva capacità di contrastare un fenomeno, spesso sottovalutato, che è di grave ostacolo allo sviluppo del Paese

Dopo i continui richiami da parte dell’Unione europea, l’Italia è finalmente intervenuta nella regolamentazione della corruzione nel settore privato con il decreto legislativo n. 38 del 15 marzo 2017. Obiettivo: allineare la corruzione nel settore privato al modello pubblicistico.
[auth href=”https://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]L’intervento, però, sembrerebbe essere nato dal rischio di infrazione, piuttosto che da un reale consapevolezza del danno che il fenomeno arreca. Le maggiori criticità riguardano la procedibilità a querela della persona offesa, anziché quella d’ufficio, che di fatto limita l’applicazione della norma. Non è da meno l’introduzione di uno scarso e poco efficace modello punitivo, con una pena da uno a tre anni. In ogni caso l’intervento potrebbe dare un segnale forte, accrescendo la sensibilità sulla materia in questione e contribuendo a favorire quel salto culturale verso un concreto cambiamento anche nel comportamento privato.
Sono alcune tra le considerazioni emerse dalla tavola rotonda organizzata da Legal, nella quale si è approfondito anche il confronto con altri paesi europei ed extraeuropei. Alla tavola, dal titolo «Nuovo reato di corruzione privata e convenzione del Consiglio d’Europa contro la corruzione», moderata da Angela Maria Scullica, direttore delle testate economiche del gruppo Le Fonti, hanno partecipato esperti del settore come Carlo Baccaredda Boy dello studio Baccaredda Boy, Gaia Caneschi di Orlando e Fornari, Jean-Paule Castagno di Clifford Chance, Gaia D’Urbano di Cagnola & Associati, Matteo De Luca di Krogh, Giacomo Fenoglio di Giuseppe Iannaccone e Associati, Chiara Padovani dello studio Padovani, Nicola Pietrantoni di Isolabella e Roberto Pisano dello studio Pisano.

Quali sono i provvedimenti adottati dal disegno legge sulla lotta contro la corruzione nel privato?
pisano Il reato di corruzione tra privati, introdotto per le pima volta ufficialmente in rubrica con la legge n. 190 del novembre del 2012, a oggi non ha una reale applicazione, in quanto presenta dei forti limiti. Tra questi vi è il fatto che occorre un nocumento alla società derivato da un atto di corruzione, quando di regola, invece, questi fenomeni di corruzione privata hanno come obiettivo ed effetto quello di agevolare la società nell’ottenere commesse, appalti etc. (e conseguenti bonus e avanzamenti in carriera per gli stessi funzionari coinvolti). Il nocumento alla società è dunque un elemento della fattispecie che è difficile da integrare, e tale requisito viene ora eliminato nella nuova formulazione, portando a un miglioramento della stessa. Secondo elemento che ne ha sempre paralizzato l’applicazione è la perseguibilità a querela. Nell’ambito della fattispecie attualmente vigente è necessario che la società proponga un’apposita denuncia-querela, tranne l’ipotesi introdotta dalla legge n. 190/2012, che attribuisce alla fattispecie una parziale connotazione pubblicistica, rappresentata dalla distorsione alla concorrenza.
castagno Qualche anno fa abbiamo avuto l’occasione di assistere un’importante istituzione finanziaria straniera danneggiata da condotte di infedeltà patrimoniale (nella formulazione dell’art. 2635 versione ante legge Severino) da parte dell’amministratore delegato, il quale aveva favorito la concessione di finanziamenti a clienti “amici”, in violazione delle policy interne e ottenendo in cambio dazioni di danaro. Illecite erogazioni del credito che avevano comportato milioni e milioni di euro in danno dell’istituto. L’esperienza processuale consente spunti di riflessione in merito alla formulazione della disposizione normativa e alle aree ermeneutiche di confronto dialettico presenti nella versione antecedente e superate in parte in quella nuova. Per esempio il novero dei soggetti attivi del reato: una categorizzazione tipicamente italiana che segue le icone del diritto societario e che doveva essere ricondotta all’interno delle qualifiche soggettive tipiche, a fronte di strutture internazionali ispirate a un modello di organizzazione diverse come quello cosiddetto matriciale. O ancora il tema del nocumento, e il valore patrimoniale da ricercarsi in esso. La riforma Severino si era di fatto limitata a modificare la rubrica della norma da «infedeltà» a «corruzione privata», ma non era stata in grado di apportare modifiche strutturali che stabilissero una tutela pubblicistica che ponesse al centro quale bene giuridico tutelato dalla norma la concorrenza leale piuttosto che la tutela degli interessi privatistici del datore di lavoro da individuarsi nel compimento di atti in violazione dei doveri.
fenoglio Mi è capitato di seguire un caso che aveva a oggetto proprio il reato di infedeltà patrimoniale (nella versione precedente alla legge Severino del 2012), caratterizzato dalla previsione della perseguibilità penale solo a seguito della querela di parte. Le valutazioni che abbiamo fatto, e che hanno convinto anche la Procura a richiedere l’archiviazione, hanno preso le mosse proprio dall’inesistenza del danno economico. Mi spiego meglio: esistevano alcuni indizi che avrebbero potuto confermare l’esistenza di una collusione tra due soggetti privati, ma era del tutto impossibile provare l’esistenza di un danno patrimoniale. Al contrario, le indagini hanno dimostrato come l’ipotetico corrotto avesse finito con il procurare un vantaggio alla società. Si tratta, a mio parere, di un caso che sintetizza al meglio la prima grande criticità dell’attuale normativa sulla corruzione tra privati: la necessità dell’esistenza di un danno economico (oltre che della perseguibilità a querela) può essere sfruttata per negare in radice l’esistenza stessa del reato. L’altro grande difetto è dato dalla previsione di una cornice sanzionatoria eccessivamente lieve.
d’urbano Il regime di procedibilità, che prevede la perseguibilità a querela salvo la sussistenza di un danno alla concorrenza, rappresenta uno dei limiti della riforma. Tale regime costituisce, infatti, una delle principali ragioni per cui la norma è rimasta di fatto inapplicata finora. Peraltro, ora il legislatore ha introdotto nel codice civile l’art. 2635-bis, così prevedendo come reato, come richiesto dalla comunità internazionale, anche l’istigazione alla corruzione. Tale fattispecie è perseguibile a querela (peraltro non si sarebbe potuto disporre diversamente, vista la formulazione dell’art. 2635: richiedere, per la perseguibilità del reato consumato, il danno alla concorrenza come evento per la procedibilità d’ufficio, infatti, avrebbe comunque mantenuto la fattispecie di istigazione procedibile solo a querela). Vi è da chiedersi quale sia la finalità: da un lato l’intenzione sembra quella di voler potenziare la repressione del fenomeno corruttivo tra privati, e in linea con tale intenzione viene introdotto il reato di istigazione alla corruzione; dall’altro lato, però, non viene modificato il regime di procedibilità del reato, ovvero una delle caratteristiche che hanno contribuito a rendere inapplicata la norma.

Come è cambiata la struttura del decreto legislativo rispetto al precedente articolo 2635 c.c.?
padovani Il decreto rappresenta, come elemento positivo, un passaggio da un modello tipicamente patrimonialistico dell’economia del reato di corruzione tra privati a un modello lealistico, tipico francese e adottato anche da molti altri Stati europei. L’elemento patrimoniale non fa più da perno della struttura del reato, essendo stato eliminato l’evento dell’«aver causato nocumento alla società» e l’effettivo compimento od omissione dell’atto. A esso si sostituisce la violazione dei doveri di fedeltà unita all’alterazione della concorrenza nel mercato. Tuttavia, la nuova fattispecie di corruzione tra privati sembra essere eccessivamente appiattita sul modello tipico della corruzione pubblica nel cui ambito, in considerazione degli interessi coinvolti, ben può essere condivisa una forte anticipazione della soglia di intervento del legislatore penale. Nell’alveo della corruzione tra privati, invece, questa marcata anticipazione viene a creare una grande frizione. A mio parere questo profilo rappresenta un punto nodale della riforma, unitamente a quello riguardante la decisione di non innalzare la cornice sanzionatoria se non per gli enti. Per questi infatti, la nuova sanzione è da 400 a 600 quote. Una rilevante novità è costituita, altresì, dall’introduzione, anche per tale fattispecie, delle misure interdittive dell’art. 9, comma 2, del d.lgs. 231/2001.
caneschi Bisogna prendere atto che il decreto non nasce da una rinnovata esigenza di criminalizzazione di determinate condotte, o dalla presa di coscienza che il reato, così come congegnato, presenta un’evidente disapplicazione pratica. L’intervento normativo è invece figlio dell’esigenza di prevenire il rischio di una procedura di infrazione, determinato dalla tardiva applicazione della decisione quadro 2003/568/Gai del Consiglio dell’Unione europea In effetti, il nostro Paese è stato più volte sollecitato nella direzione di dare atto a un più solido contrasto delle pratiche corruttive, anche in contesti diversi da quello pubblico. Basti pensare alla Convenzione delle Nazioni Unite, elaborata a Merida nel 2003, oppure alla Convenzione di Strasburgo del 1999: una serie di stimoli sovranazionali finalizzati all’introduzione di nuove fattispecie di reato e per inasprire le pene di quele già previste.
pietrantoni L’Europa chiede da quasi vent’anni di formulare la fattispecie di corruzione tra privati secondo un modello pubblicistico, finalizzato alla tutela della concorrenza in un mercato che deve essere impermeabile a ogni forma di contaminazione corruttiva. Tale impostazione, ovviamente, presuppone che si incentri il disvalore penale nel patto corruttivo, legame che rappresenta proprio l’elemento patologico che altera gli equilibri di mercato. L’Italia, già con la riforma del 2012 (legge 190/2012), era intervenuta sull’art. 2635 c.c., ma adottando un modello privatistico finalizzato alla tutela degli interessi economici dell’ente vittima dell’accordo corruttivo. La prospettiva privatistica dell’offesa, di conseguenza, aveva suggerito la procedibilità a querela della persona offesa, anziché quella d’ufficio. La norma ha trovato scarsissima applicazione pratica e la corruzione tra privati, nell’attuale quadro normativo, non ha ancora trovato un efficace modello punitivo di riferimento, nonostante il costa interviene anch’esso sull’art. 2635 c.c. aderendo, solo in parte e in termini non organici, al modello di stampo comunitario. Innanzitutto, è stato eliminato il riferimento al nocumento alla società, operazione certamente positiva nella direzione dell’auspicata connotazione pubblicistica della norma. Anche l’attribuzione del disvalore all’accordo corruttivo (e non al compimento o all’omissione dell’atto) è una novità positiva perché evoca la struttura della norma che punisce la corruzione nel settore pubblico. Ma, nel suo complesso, la nuova formulazione dell’art. 2635 c.c. si allinea solo lessicalmente al modello pubblicistico, in quanto rimane di fatto invariata la previsione della procedibilità a querela. Se la fattispecie di corruzione privata deve essere tesa a impedire gravi distorsioni della concorrenza in un mercato in cui tutti operano, perché non prevedere la procedibilità d’ufficio?
de luca Mi trovo accordo col procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. È necessario superare la dicotomia tra pubblico e privato. La prospettiva è quella di arrivare a parificare nel reato di corruzione l’ambito privato (soprattutto per le società ambigue come le partecipate) a quello pubblico. L’introduzione dell’art. 2635 c.c. appare uno strumento insufficiente e non adeguato a colpire un fenomeno come quello corruttivo allargato al settore privato. Anche la soglia dei tre anni, unita alla procedibilità a querela di parte (a esclusione del caso dell’ultimo comma dell’art. 2635 c.c., che prevede la procedibilità d’ufficio nelle ipotesi in cui dal fatto derivi una distorsione della concorrenza nell’acquisizione di beni e servizi) e la scure della prescrizione, appaiono elementi capaci di rendere vano il tentativo dell’Italia di rispettare le direttive provenienti dalla Commissione europea in materia di contrasto alla corruzione. Nonostante le modifiche apportate dal d.lgs 38/17 che hanno disposto un’estensione sia sotto il profilo soggettivo sia oggettivo, con l’importante introduzione della fattispecie dell’istigazione alla corruzione, la norma sembra mantenere delle lacune che investono soprattutto l’ambito applicativo. In particolare, in ordine alla procedibilità, le società continueranno a gestire la problematica internamente, mediante l’allontanamento del reo dalla compagine aziendale.
baccaredda boy Non dimentichiamo che la corruzione privata era totalmente sconosciuta dalle aziende fino a poco tempo fa. Oggi siamo in presenza di un susseguirsi di modifiche legislative che vogliono ampliare sempre più il perimetro applicativo della norma, con soluzioni non sempre coerenti. Come, per esempio, l’applicabilità della norma non solo alle società commerciali ma anche a tutti gli enti privati, con una espressione assai vaga che trovo, oltre che poco rispettosa dei canoni di precisione del diritto penale, anche eccessiva, poiché potrebbe riguardare anche quegli enti che non possiedono personalità giuridica: non solo le società ma anche i partiti, le associazioni sportive etc. Di sicuro si tratta di un cambiamento di mentalità, significa mettere nero su bianco un qualche cosa che rappresenta un metro di riferimento per l’azienda per modificarne la sensibilità riguardo certi temi. Si tratta di un primo segnale forte che invita al cambiamento e all’evoluzione della sensibilità delle società.
padovani L’aspetto positivo è la presa di posizione rispetto al fenomeno della corruzione tra privati. L’aspetto negativo è che questo fenomeno viene ancora percepito come «emergente», anche se tale, come sappiamo, non è affatto, avendo radici molto antiche. Il problema, allora, risiede in quell’erronea percezione del reale disvalore della corruzione tra privati che ha sempre connotato l’economia e gli scambi di affari in molte entità commerciali o para-economiche. In questa prospettiva, credo, allora, che il decreto legislativo rappresenti uno spiraglio per l’indirizzamento della politica criminale verso la repressione del mercimonio in quanto tale. Il problema però è quello di individuare, sul versante della compliance aziendale, le misure che un ente dovrebbe e potrebbe adottare per evitare il pericolo della mercificazione dei propri rapporti di affari. Nella mia esperienza professionale, assistendo tanti gruppi internazionali, ho appurato come una delle linee guida fondamentali e maggiormente efficaci per prevenire la corruzione tra privati, sia la rotazione delle funzioni aziendali maggiormente sensibili al pericolo di corruzione. Ricordiamo che il reato di corruzione è un reato plurisoggetivo, quindi vi è sempre un accordo che ha radici in relazioni intersoggettive costanti e protratte nel tempo.
fenoglio Il decreto presenta taluni difetti, ma costituisce un primo importante passo verso l’auspicato miglioramento normativo. In chiave comparatistica, vorrei evidenziare come la Francia, che aveva una struttura normativa molto simile alla nostra, in piena adesione alle istanze comunitarie, ha introdotto una disciplina sulla corruzione privata che presenta taluni profili certamente meritori, come la previsione della reclusione di 5 anni, una sanzione pecuniaria di 500mila euro (con possibilità di raddoppio) e la perseguibilità d’ufficio. In Francia, dunque, la normativa anti-corruzione è senz’altro migliore di quella italiana, e tutto ciò trova conferma, come ci dicono le statistiche, anche nel fatto che la legislazione vigente Oltralpe possiede una maggiore efficacia repressiva.
padovani Inoltre la norma francese è attualmente inserita nel codice penale e per la prima volta diventa un reato comune e non più un reato proprio. In Italia, invece, la fattispecie è ancora coniata sul modello del reato proprio. Questo significa che, in fondo, siamo ancora legati al concetto per il quale la corruzione tra privati sia un delitto di potere: chi ha potere è colui che commette il reato ma così non è, anzi spesso il fenomeno corruttivo nasce dal basso della piramide aziendale sulla spinta di una performance lavorativa. La norma pecca di miopia.
castagno Infatti il fenomeno corruttivo è trasversale alla realtà, quindi la sua collocazione dovrebbe essere nel codice penale, anche a rappresentare la tutela pubblicistica del mercato e della concorrenza e non solo privatistica di violazione degli obblighi societari e di fedeltà.

Quanto valore hanno nella governance i codici deontologici delle varie società. E in che modo influenzano comportamenti e dinamiche interne?  
d’urbano Il codice etico può avere una rilevanza in quanto può contribuire a definire gli «obblighi inerenti l’ufficio» o gli «obblighi di fedeltà», la cui violazione è richiesta dalla norma ai fini della configurabilità del reato: in tal senso, pertanto, le norme di comportamento contenute nelle policy interne della società possono contribuire a definire la condotta del reato.
castagno Ritengo che certi comportamenti siano un obbligo di fedeltà assoluta verso l’azienda e che non dovrebbero nemmeno essere scritti. Il codice etico offre solo la cornice filosofica, ma non indica il comportamento concreto che, giorno per giorno, i dipendenti sono chiamati a seguire.
caneschi Non avendo modificato il disfunzionale regime della procedibilità, rimettendo il potere di esercitare querela alla volontà della società, è evidente come la scelta di avviare o meno un procedimento penale sia legata soprattutto a ragioni di opportunità. In altre parole, la decisione di innescare la vicenda giudiziaria potrebbe essere inibita dal timore di andare incontro a ulteriori perdite, per esempio dal punto di vista reputazionale.
castagno In una corruzione dove vi è un accordo, un pactum sceleris tra persone fisiche, è impossibile non identificare il soggetto e far cadere la responsabilità sulla società stessa ai sensi dell’art. 8 del d.lgs. 231/01. Questo può accadere nei reati informatici in cui è potenzialmente più difficile individuare il soggetto fisicamente agente.
caneschi Resta sullo sfondo l’ampliamento delle pene per l’ente collettivo che, a mio parere, rappresenta un buon passo in avanti. L’art. 6 del d.lgs. 38/2017 introduce delle importanti modifiche all’art. 25 ter del decreto 231/2001. Oltre all’ampliamento delle quote della sanzione pecuniaria, viene prevista l’applicazione della sanzione interdittiva all’ente. Non dimentichiamo infatti che il decreto 231 sulla responsabilità penale delle persone giuridiche è nato proprio come attuazione di una convenzione internazionale finalizzata alla prevenzione e criminalizzazione del fenomeno corruttivo. Pertanto, che il nuovo testo normativo possa essere quanto meno un segnale per le imprese dell’importanza di adottare un modello organizzativo adeguato è sicuramente un aspetto positivo. In questa direzione va anche la scelta di estendere la punibilità dalle società commerciali a qualsiasi ente privato, definizione che risulta in effetti ambigua, ma che esprime la volontà di estendere la portata applicativa della norma anche a enti diversi da società e consorzi.
fenoglio Mi sembra concettualmente inspiegabile l’esistenza di una responsabilità dell’ente che prescinda dall’individuazione del soggetto che ha commesso il reato. Detto in altri termini: ritengo che l’attuale art. 8 del d.lgs. 231/2001 si ponga in palese contraddizione con i nostri principi fondamentali, primo fra tutti l’art. 27 della Costituzione. Ho del resto personalmente assistito ad alcune note vicende processuali in cui, incoerentemente, si è avuta la condanna dell’ente senza la previa individuazione della persona fisica colpevole. Peccato che si trattasse molto spesso di casi in cui la commissione del reato presupponesse, in capo all’agente, una precisa conoscenza dello stato di salute della società e delle sue dinamiche finanziarie. Ecco dunque che, in casi di questo tipo, addossare tutta la responsabilità sulla società, senza averne previamente individuato il colpevole, non può essere accettabile.
d’urbano Non è chiara la ragione dell’inserimento, all’interno della fattispecie consumata di cui all’art. 2635, della condotta di «sollecitazione», dal momento che è stato introdotto il reato di istigazione alla corruzione tra privati. La previsione della condotta di sollecitazione tra le condotte della fattispecie consumata sembra infatti ultronea: se vi è stata sollecitazione e raggiungimento dell’accordo corruttivo, opererà il reato consumato e la condotta di sollecitazione sarà assorbita dall’accordo tra le parti; se la sollecitazione vi è stata ma non è stata accolta, la fattispecie applicabile dovrebbe essere invece quella di istigazione alla corruzione, di cui all’art. 2635-bis.

In definitiva quali sono le contraddizioni della riforma?
baccaredda boy Voglio sottolineare che si tratta proprio di un mutamento di sensibilità, di cultura giuridica. Sinora, infatti, l’introduzione della norma nel nostro ordinamento non ha trovato grandi applicazioni, mi risultano davvero pochissimi processi per questo tipo di reato. Per quanto la strada sia quella di voler rendere la corruzione privata sempre più simile a quella «tradizionale», commessa dai pubblici ufficiali, è altrettanto vero che ancora non c’è piena equiparazione: per esempio, la norma punisce la corruzione fra privati solo se antecedente, senza nulla dire sulla corruzione susseguente, ovvero una ricompensa data dopo l’atto al soggetto dell’impresa.
pisano La mia esperienza, maturata nell’ambito di procedimenti per corruzione internazionale, è che, anche laddove vi siano stati episodi di corruzione privata domestica oggetto di denuncia-querela da parte della società, non vi fosse un reale incentivo per gli organi inquirenti ad approfondire tale profilo della corruzione privata, atteso il blando regime sanzionatorio di tale fattispecie. Può capitare che la società non vada a investigare con particolare profondità i rapporti tra il proprio funzionario e l’intermediario, né la natura effettiva dell’attività svolta da quest’ultimo, in quanto l’ottenimento dell’appalto alla fine ridonda a beneficio della società stessa. In queste situazioni, di regola, una volta ottenuta la vittoria dell’appalto, talvolta per il tramite di corruzione, l’intermediario provvede alla retrocessione di una porzione del proprio compenso di intermediazione al dirigente in questione. Ebbene, è lecito interrogarsi se la nuova formulazione della fattispecie di corruzione privata sia idonea a contrastare tali condotte, diffuse nella prassi, specie quando non si sia raggiunta la prova del concorso del dirigente nella corruzione internazionale.
padovani Sotto il profilo del paradigma della struttura del reato, l’introduzione della figura dell’intermediario e dell’istigatore (art. 2635 bis c.c.) rappresenta un dato interessante. L’attenzione a questa figura, che sappiamo esserci quasi sempre in tutti i processi di corruzione, è un segnale importante. D’altra parte la rinuncia a costruire questa fattispecie come lesiva della concorrenza del mercato rappresenta una lacuna problematica. Questa sarebbe stata la vera innovazione che avrebbe portato a un’armonizzazione con le forme di repressione della corruzione tra privati previste in altri Stati. In generale si tratta di una riforma mancata, ma contiene anche degli spiragli di attenzione che possono far sperare in un progresso culturale oltre che normativo.
pietrantoni La corruzione tra privati, in alcune realtà aziendali del nostro paese, rappresenta una collaudata modalità operativa che vulnera, in termini profondi, la leale concorrenza tra le imprese. L’attuale impianto normativo non sembra essere assolutamente idoneo a contrastare questo preoccupante fenomeno, considerato da molti, a torto, meno grave e dannoso rispetto alla corruzione in ambito pubblico.
padovani Uno degli aspetti salienti della convenzione è quello di essere aperta anche agli stati non membri, infatti anche gli Stati Uniti l’hanno firmata nell’ottobre del 2000 anche se non l’hanno ratificata. In realtà, proprio negli Stati Uniti vige sin dal 1977 il Foreign corrupt act, emanato dal Congresso, che sanziona le società e le imprese commerciali americane che corrompono funzionari stranieri allo scopo di intraprendere o mantenere rapporti d’affari. Si tratta di una normativa assai severa perché prevede una sanzione pari a 2 milioni di dollari a carico delle imprese responsabili e l’applicazione di un’ammenda pari a 100mila dollari oltre a una pena detentiva da uno a cinque anni, nei confronti dei dirigenti, dipendenti e azionisti coinvolti. Tuttavia, in oltre trent’anni dalla sua emanazione, sono stati segnalati solo 20 casi e di questi solo cinque hanno portato alla formulazione di un’accusa, tra i quali, la sanzione più severa irrogata, è stata la condanna alla pena, poi sospesa, di un anno di reclusione.
baccaredda boy Vi sono grandi difficoltà per un’applicazione pratica di questa norma. La procedibilità a querela deve essere proposta dalla società stessa i cui vertici apicali sono sospettati: un meccanismo che comporta ancor di più una difficolta di agire, anche alla luce dell’eventuale danno di immagine esterna che inevitabilmente comporterebbe il proporre la querela. Ma proprio in quest’ottica, di immagine aziendale, credo che per una grande società un sistema modello 231 accurato sarà sempre più richiesto anche nell’ottica della nuova norma.
caneschi È vero che poteva essere fatto molto di più e molto meglio, ed è altrettanto vero che è sempre deludente assistere a riforme che non nascono dalla presa di coscienza di un fenomeno criminale e dell’impatto che esso determina sull’intero sistema economico, ma dall’esigenza di evitare procedure di infrazione e continui richiami da parte dell’Unione europea. I miglioramenti apportati dalla recente riforma (estensione dei soggetti attivi e delle condotte, comprese quelle istigatrici, il potenziamento del sistema sanzionatorio accessorio tra tutte) non consentono di bilanciare il grave pericolo di ineffettività determinato principalmente dalla procedibilità a querela.
fenoglio La riforma non è il frutto di una spontanea necessità del nostro Paese, ma deriva solo dagli obblighi impostici in sede europea. In ogni caso, a prescindere dalle ragioni per cui si effettua una modifica legislativa, quello che conta è unicamente la comparsa di disposizioni migliori rispetto al passato, che dovranno auspicabilmente avere una maggiore efficacia precettiva.
castagno Il problema mi sembra che possa essere cosi riassunto. Limitare la pena a 3 anni in realtà potrebbe generare proprio l’effetto contrario: la norma deve avere una funzione preventiva. Se vengono previsti 3 anni come pena massima vuol dire che la persona fisica difficilmente si porrà il problema di non delinquere, potendo confidare nella prescrizione; scelta legislativa evidentemente opposta a quella a cui abbiamo assistito in relazione alla corruzione in ambito pubblico. Mentre la sanzione amministrativa a carico dell’ente di fatto non si prescrive, quindi ci troviamo di fronte a situazioni paradossali in cui ci si limita a scaricare sulla società il reato commesso dalla persona fisica. Si tratta di un cortocircuito che dimostra che ancora una volta il nostro legislatore non riesce concretamente ad apprezzare la realtà economica-aziendale.
de luca Come emerge dal rapporto Greco, il legislatore italiano non ha fatto del tutto propri i contenuti della decisione quadro 2003/568/Gai, creando di fatto una norma incompiuta, poco efficace e di difficile applicazione pratica. Inoltre, come in più occasioni ribadito dal presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, alla funzione repressiva va necessariamente affiancata una efficace azione di prevenzione che introduca meccanismi chiari ispirati alla trasparenza e alla emersione dei conflitti di interesse. Solo in questo modo si può concretamente realizzare un’attività di salvaguardia delle regole della concorrenza e del libero mercato.

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Educare le Pmi a difendere le idee

Marchi, brevetti, know-how: per le piccole e medie imprese italiane potrebbero essere un asset decisivo per competere sul mercato globale. Ma spesso non sanno come tutelarli. O ritengono che le spese eccessive.

Le piccole e medie imprese italiane, rispetto alle grandi multinazionali, si dimostrano ancora scettiche e, talvolta, poco preparate sul tema della proprietà intellettuale (Ip). Primo deterrente, da sempre tra i più determinanti in materia, si conferma il timore di dover affrontare spese legali troppo alte.
[auth href=”https://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Tuttavia, la consapevolezza di muoversi in un mercato globale sempre più ampio e dai confini molto sottili e labili, è sicuramente un incentivo a tenersi aggiornati sulle leggi e i decreti dello Stato italiano in materia di tutela delle idee, dell’immagine e del know-how.  A favore del diffondersi della «cultura della proprietà intellettuale» sicuramente si pone il ricambio generazionale. Le nuove generazioni, non solo sono disposte ad accogliere suggerimenti e informazioni sui diritti riguardanti la proprietà intellettuale, ma ritengono che la tutela dei cosiddetti beni intangibili sia fondamentale per l’affermazione dell’immagine dell’azienda, emergente o consolidata che sia.
Se ne è discusso durante la tavola rotonda organizzata da Legal dal titolo «La proprietà intellettuale come strumento di business delle Pmi», moderata da Angela Maria Scullica, direttore responsabile delle testate economiche di Le Fonti, che ha visto la partecipazione di Matteo Biondetti, dello Studio Legale De Berti Jacchia Franchini Forlani, Gianluca De Cristofaro, di LCA Studio Legale, Niccolò Ferretti, di Nunziante Magrone, Cesare Galli, di IP Law Galli, Giampaolo Naronte, di GN Lex Studio Legale, Anna Maria Stein, di Franzosi Dal Negro Setti, Margherita Stucchi, di LGV Avvocati ed Edoardo Tedeschi, di Osborne Clarke.
 

Come si sono mosse le Pmi da due anni a questa parte per quanto riguarda la protezione della proprietà intellettuale?
de cristofaro La verità è che per le Pmi, ancora più che per i grandi gruppi industriali italiani o le multinazionali, la proprietà intellettuale dovrebbe essere tutelata, in quanto l’innovazione è ciò che consente loro di affermarsi in un mercato in cui a dominare sono soltanto i colossi. Ci sono molte Pmi che depositano marchi e brevetti ma poi non procedono con il relativo enforcement a causa dei costi legali, riempiendo le pareti delle proprie sedi di attestati di registrazione di marchi, design e brevetti ma lasciando riempire il mercato di prodotti in violazione dei propri diritti di proprietà intellettuale. Fortunatamente il vento sta cambiando. Le Pmi iniziano a capire l’importanza strategica della protezione dell’innovazione e della proprietà intellettuale, forse anche per merito del passaggio generazionale. Il sostegno non è mancato: sono numerosi i bandi che hanno sostenuto con finanziamenti a fondo perduto le Pmi nel deposito di marchi, design e brevetti e nella successiva attività di valorizzazione. Questi fondi sono stati ampiamente sfruttati anche se è capitato che siano tornati al mittente, ovvero l’Unione europea, senza essere utilizzati.
stucchi È necessario fare una distinzione tra piccola e media impresa: la prima prevede fino a 50 dipendenti, le medie vanno oltre questi numeri. E hanno sicuramente più consapevolezza dell’importanza della tutela dei beni di proprietà industriale, anche grazie ai propri consulenti, quali il commercialista o l’avvocato. Le piccole imprese spesso non hanno un avvocato fisso, ma ne nominano uno solo in caso di urgenza. Le medie, invece, spesso ne hanno uno in-house o comunque uno di fiducia che fornisce una consulenza più costante e aggiornata, anche in tema di Ip. Bisogna sviluppare questa consulenza, prima di tutto per far capire alle società che tutte hanno dei beni da difendere, già a partire dalla fase in cui il bene è soltanto un’idea, per esempio attraverso la sottoscrizione di patti di riservatezza con dipendenti, collaboratori, fornitori etc. Bisogna far passare il messaggio che un bene tutelato aiuta l’azienda in tema di immagine e affidabilità, ma anche rafforzando le prospettive di business a lungo termine e aumentando il fatturato.
tedeschi In Italia e in Europa ci sono molti finanziamenti, agevolazioni e progetti, basti pensare alla disciplina introdotta per le startup innovative in Italia. Alla base c’è però la necessità di avere qualcosa da vendere e da valorizzare in azienda. Nella fase di educazione alla creazione del valore, le domande di brevetto, il brevetto, la protezione del design e il sito internet sono ormai elementi stabili e facilmente riscontrabili nei diversi progetti aziendali; si dovrebbe invece lavorare di più sul know-how, nella sua accezione tecnica. La cura e la valorizzazione del know-how è una delle cose più difficili da trasmettere: in pochi hanno idea di come proteggere il proprio. La sensibilità su questo punto non è molta. La scelta determinate è rappresentata dalla capacità della società di mantenere le informazioni aziendali segrete, con un valore economico in quanto segrete e soggette a misure adeguate per mantenerle segrete.
ferretti Le piccole e medie imprese stentano a comprendere l’importanza dell’accesso alle informazioni. Pochissime sono al corrente delle normative in loro difesa. Per esempio, ben poche conoscono le misure di sgravio fiscale connesse al cosiddetto patent box ed è ben probabile che anche tra le imprese che si occupano di tecnologia sia sconosciuta la recente riforma dell’articolo 66 del codice della proprietà industriale, con riferimento alla cosiddetta violazione indiretta del brevetto (contributory infringement). Sarebbe, quindi, necessaria una maggiore e più capillare diffusione delle notizie che riguardano la Ip, soprattutto in relazione al tessuto imprenditoriale italiano, costituito per la gran parte di piccole e medie imprese, che dovrebbero essere sensibilizzate rispetto a queste tematiche. Ciò potrebbe avvenire, ad esempio, attraverso le Camere di Commercio (che francamente già operano in tal senso), le varie associazioni di categoria e anche per il tramite dei professionisti come il sottoscritto. Forse una volta tanto, invece di lamentarci della inadeguatezza della normativa, dovremmo dogliarci dell’insufficiente divulgazione delle informazioni.
galli In realtà non si può generalizzare. Il tessuto italiano è sicuramente composto soprattutto da piccole e medie imprese, ma ciò nonostante l’Italia è il terzo Paese Ue per numero di brevetti concessi e il quarto per domande presentate, tra l’altro in significativo aumento: questo vuol dire che la qualità delle nostre invenzioni è mediamente superiore a quella di altri Paesi. Non occorre infatti depositare a tappeto, ma bisogna brevettare bene. Esistono quindi Pmi che hanno già oggi una cultura della proprietà intellettuale e che si rendono conto dell’effetto leva che le esclusive Ip possono rappresentare, anche se ce ne sono ancora molte che questa consapevolezza non ce l’hanno. Io faccio parte del gruppo Proprietà intellettuale di Confindustria e posso confermare che le associazioni stanno facendo la loro parte, organizzando conferenze e congressi, anche se spesso a questi appuntamenti di formazione sono presenti essenzialmente soggetti che già proteggono la proprietà intellettuale e vogliono sentirsi confortate nelle loro scelte, mentre i «volti nuovi» che si interessano spontaneamente all’argomento sono pochi. Invece la conoscenza è indispensabile, specie per muoversi sui mercati internazionali: i diritti Ip su cui puntare variano infatti da impresa a impresa e da mercato a mercato. Emblematica è la situazione della Cina, dove vado spesso anche come esperto europeo del progetto Ip Key organizzato da Ue e governo cinese e anche grazie al quale la difesa degli asset Ip è molto migliorata e anche la cultura della proprietà intellettuale cresce. Tre anni fa abbiamo organizzato un convegno sulla protezione del design in Cina e abbiamo visto che lo standard dei giudici cinesi in questo campo non è molto diverso da quello europeo; e abbiamo anche scoperto che in Cina lo studio del diritto alla proprietà intellettuale è obbligatorio nelle facoltà di giurisprudenza, mentre non lo è da noi. Certamente però anche oggi entrare sul mercato cinese con i propri prodotti senza aver prima registrato anche lì marchio ed eventuali design e brevetti, equivale alla certezza di essere copiati senza poter reagire. La Cina va in realtà a molte velocita: Pechino, Shanghai e Guangzhou sono sedi giudiziarie efficienti e dotate di sezioni specializzate Ip, ma se si ci sposta nelle aree più periferiche la situazione cambia e anche molto, con tempi della giustizia lunghissimi e grandi difficoltà a far dichiarare nulli i marchi che i contraffattori cinesi spesso registrano a proprio nome, se non sono stati bloccati prima della concessione, operando in via amministrativa: si tratta di un mondo completamente diverso dal nostro e, per questo, difficile da spiegare alle nostre imprese. Più in generale, comunque, specialmente se si va all’estero, è indispensabile un’attenta contrattualizzazione dei rapporti: anche il know-how ha davvero valore solo se si ha il pieno controllo dei rapporti con clienti e fornitori.

Come si muovono le nuove startup per la tutela della Ip?
biondetti Negli ultimi anni si è assistito a livello globale a una profonda trasformazione del concetto di proprietà intellettuale/industriale intesa in modo tradizionale. Se da un lato si può dire attenuata la cronica diffidenza delle Pmi verso la valorizzazione economica di brevetti, marchi e design, necessari al fine di sostenere la concorrenza sul mercato internazionale, la sfida odierna riguarda lo sviluppo delle nuove tecnologie e la gestione dei processi produttivi digitali che andranno a comporre il mosaico dell’industria 4.0, che vede già oggi come protagonista l’internet of things. Gli ultimi dati rivelano tuttavia che il 70% della produzione italiana è affidata a macchinari molto vecchi rispetto ad analoghe realtà europee. Su questo aspetto c’è quindi molto lavoro da fare, e fondamentale sarà il supporto che la Comunità europea, lo Stato italiano, i principali soggetti istituzionali e gli stessi consulenti legali saranno in grado di fornire alle imprese di medie e piccole dimensioni in termini di sostegno finanziario, agevolazioni fiscali, sensibilizzazione sul tema, consulenza e formazione del management aziendale. Se non si dovesse cogliere da subito questa straordinaria opportunità, il divario tra le multinazionali e le Pmi sarà ancora più marcato e il grado di competitività e tenuta del mondo manifatturiero italiano ne risentirà nel suo complesso.
stein Le Pmi italiane sono molto spesso delle imprese familiari; la gestione e la conoscenza del valore della proprietà intellettuale dipende moltissimo quindi dalla famiglia. Noi consigliamo sempre di proteggere i diritti Ip e di attivare tutte le procedure interne anche ai fini della protezione delle informazioni riservate e del know-how, ma dipende molto dall’imprenditore che si incontra. In tanti dicono che le procedure sono complesse e l’onorario degli avvocati elevatissimo. Le nuove generazioni, se hanno viaggiato o studiato all’estero, sono più sensibili all’argomento e sanno che gli investimenti in tal senso daranno dei frutti. I più tradizionalisti invece si rendono conto del valore della tutela  della proprietà intellettuale soltanto quando ormai è troppo tardi.
naronte Il livello di cultura non dipende dalla grandezza dell’azienda ma da altri fattori. Per esempio c’è un dato oggettivo importante: le aziende che non hanno protetto i loro beni immateriali nel 35% dei casi l’hanno fatto o perché non conoscevano le procedure o perché ritenevano che i prezzi necessari per attivare tali procedure fossero eccessivi. C’è quindi alla base un problema di conoscenza e di accesso a questi strumenti. Bisogna distinguere le aziende che hanno come riferimento il mercato italiano da quelle che guardano a confini europei o addirittura extra-europei. Lì si aprono degli scenari ancora diversi: una delle problematiche è non solo imporsi sul mercato conoscendo le normative di settore, ma farlo avendo come riferimento dei trend di mercato fondamentali da conoscere come, per esempio, quello dell’e-commerce.

Qual è il ruolo che il patent box ha avuto o ha nell’approccio delle Pmi alla tutela della Ip?

tedeschi Io credo che il successo del patent box, per il momento, sia uno specchio del Paese. Il patent box nasce da una struttura Ocse e ha trovato uno dei terreni più fertili in Uk. In Italia è nato da pochi anni e ha avuto uno scarso appeal, ottenendo un numero basso di adesioni. Probabilmente il patent box ora eroga un beneficio fiscale di molto inferiore a quello che potrebbe, ma bisogna considerare l’aspetto educativo del cliente e la sua diffidenza alla procedura di ruling: non sempre l’erogazione di benefici a pioggia si rivela utile. È chiaro che non si può trattare di un percorso che richiede solo pochi giorni ma i cui frutti si vedranno negli anni fiscali a venire, soprattutto in un’ottica di inserimento del know how tra gli asset di calcolo.
galli Il patent box si è rivelato una grossa delusione, soprattutto per le Pmi: il dottor Firpo, dall’interno del ministero dello Sviluppo economico, aveva una visione strategica molto illuminata e molto chiara. Il Mise ha dato un contributo fondamentale in una direzione pro Pmi, che però è stata condivisa solo in parte dal ministero dell’Economia e delle finanze.Sul piano operativo sono infatti molti gli oneri a carico di chi voglia beneficiare del sistema, soprattutto sul piano dell’analiticità della contabilità, e ciò spesso ha scoraggiato le Pmi dall’aderirvi. In questo senso il patent box, così come è strutturato, si è rivelato profondamente diseducativo, proprio perché non è stato pari alle aspettative che aveva suscitato, creando delusione e sfiducia. I modelli in Europa sono molti e per questo era intervenuta l’Ocse, emanando direttive, ancorché non vincolanti, volte a evitare che ci fossero politiche di incentivazione che favorissero lo spostamento apparente dei diritti di proprietà industriale per beneficiare di regimi fiscali più favorevoli, e a far sì che invece vi fosse una localizzazione di questi diritti nel Paese dove erano effettivamente sorti. L’Italia non ha seguito le direttive Ocse, perché ha applicato la facilitazione non soltanto al diritto dei brevetti, ma anche al know-how, ai modelli e ai marchi, il che è comprensibile se si pensa a come è organizzata la nostra struttura imprenditoriale. Poi però si è commesso l’errore strategico di richiedere documentazione analitica dei costi sostenuti per la creazione di ogni singolo diritto agevolabile, il che spesso è impossibile. Si è così persa l’occasione di favorire l’aumento dei redditi imponibili, inducendo le imprese a riportare a casa diritti Ip parcheggiati presso filiali straniere. Una scelta miope, contraria a quella del Mise. Il patent box ha comunque ha avuto l’effetto positivo di richiamare l’attenzione sul valore del know-how, molto importante per le pmi italiane, che fanno spesso innovazione di processo non brevettabile, ma proteggibile appunto come know-how. Anche qui una corretta contrattualizzazione è fondamentale per la protezione e anche per usare il Patent Box, che prevede sì il ricorso ampio all’autocertificazione, ma la sottopone a possibili controlli. L’enforcement del know-how e delle informazioni riservate ha dato grandi soddisfazioni alle imprese italiane in questi anni: anche in questo campo, e in generale nella tutela dei diritti IP, grazie alle sezioni specializzate, la giustizia italiana è incredibilmente tra le più efficienti d’Europa, con risarcimenti multimilionari anche a favore di Pmi che hanno visto violati i loro diritti da imprese più grandi. Se ci si difende bene e con legali davvero esperti e consulenti in grado di acquisire e presentare nel modo giusto le prove, i risarcimenti arrivano e arrivano anche in somme elevate.
de cristofaro Sono d’accordo che il patent box sia, in qualche misura, lo specchio dell’Italia, visto che qualcuno ha depositato il marchio il giorno prima del deposito dell’istanza di patent box. Concordo anche sul fatto che non porterà, in tutti i casi, i benefici promessi. Ciò detto, ritengo che la misura abbia comunque degli effetti positivi sul tessuto imprenditoriale italiano. Anche chi non otterrà tutto quello che i consulenti hanno preventivato, avrà comunque dei benefici fiscali. Non solo. L’adesione al regime del patent box ha anche costretto le Pmi ad adottare una contabilità analitica e meglio strutturarsi a livello organizzativo. Sotto questo profilo ha costituito l’occasione per migliorare l’organizzazione di società a conduzione familiare. Le Pmi dovrebbero concentrarsi su tre aspetti: conoscenza, sfruttamento e difesa della proprietà intellettuale. Per quanto riguarda la conoscenza, le Pmi stanno migliorando, anche grazie alle nuove generazioni. Rispetto allo sfruttamento, il tema licensing è certamente un weak point delle società italiane. All’estero le società sono molto più propense al licensing di tecnologie e alla brand extension. Si dovrebbe poi provare a mettere a frutto le ricerche svolte in ambito universitario e far sì che le Pmi utilizzino sempre più spesso le Università come dei dipartimenti di r&d in outsourcing. In tema di difesa della proprietò intellettuale, le Pmi devono comprendere che la tutela offerta dal sistema Italia è accessibile ed effettiva. L’ordinamento italiano è, per esempio, all’avanguardia sulla tutela del know-how; tanto che l’attuazione della direttiva Ue sui trade secret di recente approvazione potrebbe, paradossalmente, ridurre l’ambito di protezione del know-how in Italia.

Quali sono le differenze più evidenti rispetto al passato?

ferretti La quantificazione dei danni da violazione delle privative viene adesso effettuata in maniera sicuramente più «generosa». Dopo un (lungo) periodo di rodaggio della normativa di derivazione europea, in tema di risarcimento del danno, i giudici applicano oggi il dettato dell’articolo 125 del codice diproprietà industriale in maniera coerente rispetto alle dinamiche aziendali. In caso di violazione delle privative, riconoscono risarcimenti adeguati e congrui rispetto al pregiudizio effettivamente patito dai titolari dei diritti di esclusiva. Al di là del danno riconosciuto in caso di contraffazione, si registra con piacere anche una tendenza sempre più marcata a una cospicua liquidazione delle spese legali e di consulenza sostenute dalla parte vincitrice dei procedimenti. In altri termini, mentre fino a qualche anno fa, la liquidazione delle spese legali (e di consulenza) sostenute in giudizio era effettuata in maniera del tutto incongrua rispetto agli effettivi esborsi sostenuti dai titolari di diritti di privativa, oggi finalmente, almeno alcune sezioni specializzate, emettono condanne al rimborso delle spese per importi più sostanziosi. Questo trend potrebbe avere degli interessanti riflessi deflattivi del contenzioso, disincentivando l’abituale ricorso strumentale e dilatorio alle vertenze giudiziali, a fronte di alti rischi di condanna al pagamento di importi considerevoli. Un’altra interessante tematica aziendale di carattere generale, ma con particolari riflessi nell’ambito della Ip, è quella del passaggio generazionale, che rimane un nodo cruciale per le Pmi italiane, per la gran parte legate a tradizioni di famiglia. Il fatto che l’azienda passi da una generazione non particolarmente avvezza alla tutela della Ip, a una più sensibile a questo tipo di tematiche, rappresenta un bene, anche se la maggior sensibilizzazione spesso non è il frutto di una politica educativa scolastica, ma discende da un atteggiamento autodidattico dei più curiosi tra i giovani imprenditori e magari di coloro tra questi che hanno avuto più contatti con i mercati stranieri, dove l’attenzione per l’Ip è storicamente maggiore. Spesso la inventività delle nostre Pmi e il migliorato approccio con l’asset intangibile della azienda da parte dei giovani non sono elementi sufficienti. Infatti, rimane cruciale l’esigenza di mettere in contatto singoli inventori o piccole imprese che sviluppano tecnologia con le grandi aziende interessate a sfruttarla. Il primo passo per noi legali è redigere buoni accordi di non divulgazione, ma poi è ovvio che gli sviluppatori di tecnologia dovranno trovare sistemi adeguati per arrivare al mercato. Ed è ancor più vero se si considera che statisticamente l’obsolescenza della tecnologia è tale per cui di norma i titolari dei brevetti non mantengono in vita le loro privative oltre il sesto o settimo anno, perché in questo lasso temporale vengono sviluppate innovazioni che soppiantano lo stato dell’arte. È quindi evidente la necessità di un contatto rapido tra chi sviluppa innovazione e chi ne usufruisce.
biondetti Le giovani generazioni che lanciano le app hanno ancora di più l’esigenza di essere presentate alle grandi aziende, per avere dei canali di comunicazione migliori ma anche dei finanziamenti. È un fenomeno con cui tutti noi dobbiamo confrontarci. È proprio questa valorizzazione di asset immateriali e intangibili, che non riguarda più solo i marchi, che è la vera novità. Basti pensare all’e-commerce. C’è una cultura della Ip oggi completamente diversa dal passato: le nuovissime generazioni hanno una notevole sensibilità a riguardo, non so però quanto le Pmi più tradizionali siano pronte ad affrontare anche la nuova sfida della tecnologia.
stein In Italia c’è una fortissima sensibilità riguardo alla protezione del know-how e anche gli strumenti operativi a tal fine sono molto efficaci. Abbiamo lo strumento della descrizione che è un ottimo mezzo di tutela e l’attenzione dei giudici è alta. Sul risarcimento del danno stiamo lavorando bene, ci sono dei tribunali che hanno studiato e approfondito il tema e confidiamo che le altre corti li seguano. Un altro punto importante è che nella maggior parte dei casi non si instaurano cause di contraffazione per il solo fine di guadagnare dal risarcimento ma che il risultato migliore consiste nel bloccare immediatamente la contraffazione, cosa che è e rimane il più grande metodo di difesa e protezione del mercato. Per farlo occorre però avere protetto preventivamente il proprio patrimonio di proprietà intellettuale.
stucchi Nelle piccole imprese c’è ancora il terrore del giudizio, soprattutto in tema di spese. Anche solo un giudizio cautelare costa alle società migliaia di euro e le piccole imprese non sono ora in grado di sopportare questo sforzo economico: per questo motivo bisogna intervenire nella fase preliminare e far capire al cliente che è meglio investire prima nella registrazione dei beni Ip evitando così di incorrere dopo nel rischio di dover sborsare somme elevate. Affrontare un giudizio poi è sempre molto rischioso e aleatorio. A Milano la sezione specializzata in materia di impresa funziona molto bene, ma bisogna sottolineare che la situazione non è omogenea in tutto il Paese: dipende anche molto dai singoli giudici.

C’è ancora timore nei confronti del mercato cinese da parte delle Pmi italiane?
naronte Riguardo le spese e i costi legali, se il cliente può essere spaventato davanti alla prospettiva di un giudizio davanti a una sezione specializzata, il giudizio davanti a una corte cinese diventa sensibilmente più complesso. Anche su questo, a mio avviso, entra in gioco la cultura: in realtà, in Cina la tutela della proprietà intellettuale è molto sviluppata e cresce in maniera estremamente rapida e veloce. Il gap da mettere subito in chiaro con il cliente non è in termini di costi ma in termini di enforcement: riuscire a monitorare la situazione a distanze geografiche così elevante è estremamente difficile. La maggior parte delle volte però il cliente, pensando di dover affrontare un salto nel vuoto, rimane immobile e non reagisce legalmente anche nel caso in cui noti che un’idea gli sia stata sottratta. I preconcetti nei confronti del mercato asiatico si dimostrano duri a morire e finiscono con il penalizzare soprattutto le nostre Pmi.
stein Confrontandoci con il mercato cinese, noi abbiamo avuto delle esperienze tutto sommato positive. Di certo bisogna spiegare al cliente che i concetti di tutela e di enforcement sono diversi ed è impensabile muoversi verso la Cina senza aver prima depositato il brevetto o il marchio o il design. Sotto il profilo istruttorio, in Cina il grande lavoro è quello preliminare di costituzione delle prove, mentre il procedimento è poi più rapido. Una volta i costi erano più alti, ora sono diminuiti e accessibili non solo alle grandi imprese. In sede di appello, noi siamo riusciti a ottenere la dichiarazione di notorietà, giudiziaria e non amministrativa, di un noto marchio italiano e questo ci pare un ottimo risultato, ma, in linea generale, è chiaro che è anche il cliente a doversi fidare del proprio legale. Forse una maggiore conoscenza di questa nuova Cina, che ha sezioni e giudici specializzati in Ip, una Cina non più irraggiungibile dal punto di vista economico, potrebbe essere utile per le Pmi italiane che guardano a quel mercato.
naronte Bisogna sottolineare inoltre che anche le tempistiche sono cambiate: un giudizio non dura anni e anni ma nel giro di dodici mesi alle aziende arrivano delle risposte.
galli A me sembra che ci siano cinque grandi temi sui quali varrebbe la pena che le nostre Pmi prestassero la massima attenzione. Il primo è quello del commercio elettronico: si tratta di una grande opportunità perché consente di entrare in nuovi mercati senza grandi investimenti. Ma per evitare di trasformare l’opportunità in minaccia è necessario tutelare prima il proprio marchio e, sul web, impegnarsi in un monitoraggio costante delle possibili contraffazioni. Un secondo tema che le nostre imprese devono imparare a conoscere di più è quello dei big data, che non sono solo quelli di Google o eBay, ma, per esempio, anche quelli della pubblica amministrazione, che possono essere valorizzati per dare vita a servizi innovativi ad alto valore aggiunto. Bisogna però essere consapevoli che dietro questi big data ci sono le regole per la protezione dei database e la regolamentazione della privacy e le disposizioni dell’Unione europea a proposito della riutilizzazione dei dati delle pubbliche amministrazioni, che devono essere rispettate. Un terzo tema teoricamente vedrà i suoi sviluppi a dicembre di quest’anno, ma molto probabilmente slitterà ancora un po’: si tratta della Upc, la Unified patent court, grazie alla quale i brevetti europei saranno difesi in tutta Europa con la stessa procedura e in inglese presso quasi tutte le sedi: le imprese potranno agire una volta sola senza dover fare dieci cause in dieci Paesi diversi e i legali, anche italiani, potranno operare al loro servizio anche all’estero senza le attuali difficoltà. Il quarto tema è quello della Brexit: già oggi occorre tutelarsi sul piano giurisdizionale, almeno nello scrivere i contratti che hanno durata superiore ai due-tre anni, bisognerà tener conto di questo cambiamento imminente. L’ultimo tema è cruciale: il rapporto delle Pmi con il territorio. Senza parlare necessariamente delle grandi eccellenze del territorio italiano, andare per esempio in Cina (ma anche in Russia, se salterà l’embargo, o in altri Paesi emergenti) abbinando il proprio marchio con quelli legati a realtà significative o a enti culturali del nostro territorio vuol dire avere il plus di una qualità globalmente riconosciuta e vuol dire anche dare maggiore visibilità e valore al nostro Paese. Si tratta di una grande opportunità che abbiamo il dovere di spiegare alle nostre imprese, specie alle Pmi, che col territorio hanno un legame più stretto.
ferretti Si è parlato di Pmi che «aggrediscono» il mercato cinese. Tuttavia, da sempre, bisogna fronteggiare anche il fenomeno contrario: imprese asiatiche che comprano Pmi italiane o arrivano sul nostro mercato con i loro prodotti. Il primo tema comporta la necessità di munirci di strumenti, che permettano la corretta valorizzazione e stima di brevetti, marchi e design nostrani, onde evitare che gli asset intangibili delle nostre imprese vengano svenduti a prezzi da saldo. Per quanto riguarda, invece, l’esportazione verso il nostro paese di prodotti cinesi, ricordo che, nella maggior parte dei casi, le Pmi non conoscono l’esistenza di misure doganali di stop ai beni contraffatti in entrata e tanto meno sono al corrente del fatto che, una volta registrato il proprio marchio e il proprio modello in Cina, si può richiedere alle autorità doganali di tale Paese di proibire l’esportazione di prodotti contraffatti. Questa misura di tutela, semisconosciuta alle Pmi, può evitare il dilagare di merce contraffatta sul mercato italiano.

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PROCESSO CIVILE E TRIBUTARIO: COSA E’ CAMBIATO CON LA RIFORMA. La Tavola Rotonda organizzata da Le Fonti

Si è svolta giovedì 2 marzo presso la sede di Le Fonti la Tavola dal titolo “Processo civile e tributario: cosa è cambiato con la riforma” coordinata dal direttore dei mensili World Excellence e Legal Angela Maria Scullica.
[auth href=”https://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]La Tavola rotonda ha esaminato la recente riforma del Processo civile volta a garantire l’efficienza degli uffici giudiziari mediante interventi di carattere organizzativo e modifiche che riguardano i processi in Cassazione, i processi in primo grado e il processo amministrativo telematico. Inoltre è stata affrontata la riforma del contenzioso tributario e i suoi concreti risvolti.

Relatori:

•    Flavia Di Luciano, Stufano Gigantino Cavallaro e Associati Studio Legale e Fiscale
•    Fabio Ciani, Studio Tonucci & Partners
•    Angela Giebelmman, HGAS – Giebelmann & Salvoni
•    Pierfrancesco Marone, Studio Legale Marone
•    Nicola Romano, CastaldiPartners
•    Stefano Sutti, Studio Legale Sutti

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Opere d’ingegno pregi e difetti della normativa

Nonostante una iniziale perplessità, il regime di Patent Box sembra aver convinto la platea di operatori e aziende che prendono coscienza del valore competitivo dei beni intangibili come fattore di sviluppo del Paese.
Ma non mancano le perplessità. Perché…

Sono 4.500 le richieste di adesione inviate, di cui 1.300 provenienti da aziende con fatturato compreso tra i 10 e i 50 milioni di euro; Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna le regioni con il più alto numero di domande. Il 36% delle richieste scaturisce dalla volontà di tutelare i redditi derivanti dall’utilizzo dei marchi,
[auth href=”https://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”] a cui segue l’intenzione di difendere il know how (22%) e i brevetti (18%). Il 14% delle domande interessa disegni e modelli mentre il 10% riguarda i software.
Questi, in sintesi, i dati trasmessi dall’Agenzia delle Entrate riguardo alle cifre generate dalla Patent box, il nuovo regime fiscale opzionale introdotto dalla Legge di Stabilità 2015 che permette di ottenere l’esclusione dalla tassazione di una parte del reddito. Quest’ultimo, per poter godere dell’agevolazione, deve scaturire dall’utilizzo di opere dell’ingegno, di brevetti industriali, di marchi di impresa, di disegni, di modelli, di processi, di formule e di informazioni relative a esperienze acquisite nel campo industriale, in quello commerciale o scientifico, giuridicamente tutelabili.
Una grande opportunità a detta di molti operatori del mercato fiscale e della proprietà intellettuale perché, in primis, promuove la creazione, implementazione e registrazione dei beni immateriali sul territorio italiano e in secondo luogo permette alle aziende di acquisire sensibilità e consapevolezza del valore degli intangible di loro uso e proprietà. L’obiettivo primario è quello di disincentivarne l’esportazione verso altri Paesi esteri e aumentare la competitività del nostro Paese.
Sebbene l’introduzione della Patent box abbia suscitato interesse e dunque sia stata accolta positivamente dai presunti destinatari dell’agevolazione fiscale e nonostante gli operatori chiamati a gestire le domande di adesione ne sottolineino le grandi potenzialità a promuovere la ricerca e l’ingegno italiano, restano ancora alcune ombre.
Una delle quali attiene alla determinazione del contributo economico apportato dai beni immateriali e conseguentemente alla quantificazione dell’agevolazione.
Dei vantaggi e delle criticità della norma sulla Patent box se ne è parlato durante la tavola rotonda organizzata da Legal dal titolo «Patent box: un’overview degli impatti sull’impresa», moderata dal direttore responsabile delle testate economiche di Le Fonti, Angela Maria Scullica, a cui hanno partecipato Matteo Carfagnini di Foglia Cisternino & Partners, Vincenzo Josè Cavallaro di Stufano Gigantino Cavallaro e Associati, Sebastiano Dell’Arte di Noda Studio, Guido Doneddu di Pirola Pennuto Zei & Associati,  Licia Garotti di Gattai, Minoli, Agostinelli & Partners, Massimiliano Gazzo di De Berti Jacchia Franchini Forlani, Alessandro Gulisano di Legalitax, Tankred Thiem di LGV Avvocati e Federico Vincenti di Valente Associati GEB Partners.
Quali sono state le prime reazioni alla norma? A cosa serve realmente?
gulisano L’agevolazione ha riscosso parecchio interesse. Sono state predisposte all’interno dello studio un numero abbastanza consistente di istanze articolate e dislocate su vari livelli a seconda del volume dei ricavi e della clientela di riferimento. Tutte hanno ottenuto, fino ad ora, il riscontro sull’ammissibilità quindi ritengo ci sia stato, anche all’interno dell’Amministrazione finanziaria, un approccio condiviso circa gli standard minimi di ammissibilità richiesti. Con particolare riferimento alla trattazione del merito delle istanze giova far rilevare come alcuni uffici, per quanto ci consta, stanno cercando di ultimare i carichi di lavoro derivanti dalla voluntary disclosure. È pertanto presumibile un’accelerazione nella trattazione delle istanze sul Patent box una volta finalizzati i controlli connessi alla presentazione delle predette istanze. Giova, inoltre, segnalare come, in fase di decisione circa l’opportunità o meno di presentare le istanze da Patent box, siano state fatte, per quanto ci consta, attente e preventive valutazioni volte ad analizzare i costi e benefici potenzialmente connessi. In molte realtà è stato verificato un certo interesse nella misura agevolativa introdotta, tanto che in molti casi ad esito dell’analisi è scaturita la decisione di presentare le istanze. Nei prossimi mesi avremo maggiore contezza dell’esito delle istanze in termini di concreto riconoscimento della porzione di reddito agevolabile, tale processo, inevitabilmente, dovrà altresì tener conto dei vincoli di gettito che sembrano essere abbastanza stringenti rispetto al numero complessivo di istanze presentate.
garotti Nell’introduzione del Patent box, l’Italia ha seguito l’esperienza già affrontata in altri Paesi, con un impatto, tuttavia, maggiore grazie all’ampliamento degli asset suscettibili, almeno per ora, di rientrare nell’agevolazione.  Il Patent box italiano ha certamente avuto il merito di sensibilizzare finalmente le imprese sul tema della proprietà industriale e sui vantaggi, anche competitivi, che essa comporta. In particolare, non sono rare le realtà imprenditoriali che si sono rese conto di essere potenzialmente titolari di diritti di proprietà industriale già usati ancorché, sino ad oggi, inconsapevolmente. Mi riferisco soprattutto ai diritti non registrati come il know-how tecnologico e il design non registrato. La sensibilità mi sembra oggi, almeno in parte, cambiata. C’è maggiore volontà di andare a colmare i diversi gap che sono emersi in occasione delle verifiche interne all’azienda, soprattutto in relazione alle opportune procedure volte a mantenere il know-how effettivamente segreto.
vincenti Come indicato nella Relazione Illustrativa al Decreto del 30 luglio 2015, l’agevolazione prevista dal regime Patent box si pone l’obiettivo di incentivare la localizzazione in Italia dei beni immateriali e favorire gli investimenti delle imprese italiane nelle attività in ricerca e sviluppo.
Le prime richieste di informazioni ricevute da parte dell’Amministrazione finanziaria, ai fini dei contraddittori necessari per concludere l’accordo di ruling, riguardano specifiche informazioni relative ai beni intangibili oggetto di agevolazione, l’elenco dei beni intangibili posseduti dalla Società non oggetto di agevolazione, il modello di business ed analisi funzionale della Società, i rapporti aventi ad oggetto i beni immateriali intercorsi con soggetti terzi ed inoltre l’eventuale documentazione sui prezzi di trasferimento predisposta.
Pertanto, sarà necessario prestare attenzione alla coerenza tra quanto indicato nella transfer pricing policy e quanto illustrato nelle istanze di ruling di Patent box sia in termini di metodologie di calcolo utilizzate nelle transazioni intercompany aventi ad oggetto i beni immateriali sia in termini di descrizione del modello di business ed analisi funzionale.
Una volta introdotta la Patent box, come vi siete mossi?
dell’arte Come esperienza di studio, inizialmente abbiamo affrontato una fase di analisi volta ad una prevalutazione di “non possibilità di adesione” alla Patent box per alcuni clienti (operanti ad esempio nel settore dell’ecommerce), che erano stati sobillati da società di servizio non professionale, già in precedenza coinvolte sul credito di imposta per ricerca e sviluppo, per la vendita a tappeto di servizi volti all’agevolazione Patent box. Nella fase successiva abbiamo svolto, per alcune realtà, attività di valutazione di costi e benefici e si sono verificati casi in cui il beneficio riscontrato è risultato irrisorio.
In seguito si è avviata una fase stringente riguardante chi poteva aderire all’agevolazione per reddito derivante dallo sfruttamento dei marchi. Ci siamo quindi dedicati alla presentazione delle istanze di adesione per quel tipo di società che possono avere un reddito agevolabile connesso allo sfruttamento del marchio. Abbiamo riscontrato casi interessanti, ad esempio nell’ambito di marchi di prodotti di design che in Italia costituiscono una realtà consistente. Per le pratiche seguite non siamo ancora in fase di contraddittorio, abbiamo depositato le memorie integrative dopo la richiesta di adesione al regime.
carfagnini Noi siamo stati contattati per avviare dei contraddittori. Da un preliminare contatto è emerso che, oggetto del primo incontro, sarà l’inquadramento generale del settore in cui opera la società e la scelta del metodo. Sul punto, è importante considerare che la scelta di un metodo piuttosto che un altro può determinare variazioni significative, anche per milioni di euro, sul beneficio per ciascun esercizio. Quindi è evidente che la ragionevolezza e flessibilità che l’Agenzia saprà dimostrare nell’accogliere o meno le istanze di parte rispetto alle motivazioni sulla scelta dei metodi, determinerà gli impatti del beneficio per le imprese che hanno aderito. In relazione ai timori espressi dai clienti in merito alla riservatezza delle informazioni da comunicare,  abbiamo riscontrate che talune imprese, soprattutto in certi settori come ad esempio quello farmaceutico, hanno avuto significativi timori nell’aderire e  si sono interrogati sugli obblighi di riservatezza degli accordi di ruling e sulla riservatezza delle informazioni che sarebbero state contenute perché, qualora fossero entrate in possesso dei competitor,  i potenziali effetti sarebbero stati veramente negativi. Tuttavia, dopo una iniziale resistenza e rassicurati sugli obblighi di riservatezza cui sono tenuti i funzionari hanno deciso di “correre il rischio” perché il beneficio potenziale atteso era veramente importante, soprattutto in un settore, come quello farmaceutico, caratterizzato da una elevata marginalità ascrivibile ai beni intangibili.

La norma ha importanza anche dal punto di vista internazionale? Cosa si puo’ dire riguardo alla metodologia usata per gestire le agevolazioni?

gazzo Il regime agevolativo del Patent box nasce dall’obiettivo promosso dall’ Ocse di incentivare l’innovazione attraverso l’attività di ricerca e sviluppo. Infatti, il progetto Beps (Base Erosion and Profit Shifting), avviato nel 2013 è culminato con la pubblicazione delle versioni definitive delle 15 azioni che lo compongono. In particolare, l’Action 5 contiene le linee guida che i Paesi Ocse sono invitati a seguire per disciplinare i propri regimi di Patent box. La disciplina italiana si discosta dalle raccomandazioni Ocse avendo incluso marchi e know-how nell’ambito di applicazione del Patent box. Tali intangibles sono invece esclusi dall’Ocse che tende ad incentivare brevetti industriali, disegni e modelli, software protetti da copyright. Gli altri intangibles fuori da questo elenco non sono coinvolti. L’Italia, contrariamente quindi alle indicazioni Ocse, ampliando il regime anche ai marchi di impresa e al know-how ha permesso per il momento il successo dell’iniziativa: i 4.500 sono state le richieste di adesione al Patent box inviate all’Agenzia delle Entrate. Pur rappresentando una platea di adesioni elevata, la maggior parte di esse dovranno essere gestite con la procedura di “ruling internazionale”. Questa rappresenta ora la vera sfida. Infatti, in caso di utilizzo diretto dell’intangible, ossia quando lo stesso è utilizzato direttamente nel processo produttivo/distributivo dell’impresa e non viene concesso a terzi, il beneficio deve obbligatoriamente passare per le “forche caudine” dell’accordo preventivo con l’Amministrazione finanziaria con cui stabilire approccio condiviso per la definizione del cosiddetto contributo economico dell’ intangible. Nell’ambito della legislazione nazionale è stabilito chiaramente che il contributo economico deve essere determinato sulla base delle le metodologie di transfer pricing previste a livello Ocse, privilegiando il metodo del confronto del prezzo (Cup) e il metodo del profit split. Una delle più grandi complessità nell’applicazione dei metodi di transfer pricing al Patent box consiste nella comparazione della condotta di una impresa con quella di un altro soggetto nell’impiego dell’intangible agevolabile. Quando si tratta di beni unici come quelli intangibili, il confronto diventa difficile perché gli intangible impiegati (ad esempio i marchi di impresa) sono differenti sia in termini di capacità di creare profitto, sia in altri termini.
cavallaro Il regime di Patent box italiano fa recuperare al nostro paese terreno rispetto ai regimi fiscali di paesi concorrenti dal punto di vista industriale. Nello studio della misura, colpisce il ruolo attribuito dal legislatore al contraddittorio tra il contribuente e l’Agenzia delle entrate per la fissazione del perimetro dell’agevolazione. Oggetto di tale contraddittorio è l’individuazione del metodo di calcolo del contributo economico degli beni intangibili oggetto dell’agevolazione, nonché l’individuazione delle transazioni di mercato comparabili per la fissazione di una “royalty” figurativa in caso di utilizzo diretto di tali beni, e la verifica del diretto collegamento tra l’attività di ricerca e lo sviluppo, il mantenimento nonché con l’accrescimento del valore dei beni intangibili agevolati. Negli altri paesi l’applicazione dell’agevolazione è automatica in quanto oggetto di agevolazione è il reddito derivante da flussi di royalties.
carfagnini Un altro aspetto molto rilevante che abbiamo riscontrato è, per come è costruita l’agevolazione, che non è prevista alcune correlazione tra i costi sostenuti e il beneficio prodotto dall’intangibile. Questo vuole che a fronte di costi anche contenuti, è possibile astrattamente accedere a benefici potenziali molto significativi. Ora occorrerà comprendere se l’agenzia imporrà in sede di contraddittorio qualche vincolo di questa natura che, come detto, non è previsto a livello normativo.
gazzo Sotto l’aspetto di intangible agevolabili, i marchi sono problematici perché non hanno una scadenza quindi potrebbero generare benefici con durata illimitata. Per questo motivo, in ambito Ocse, si è preferito privilegiare i brevetti industriali registrati. I marchi infatti rappresentano e creano valore aggiunto per l’impresa, ma non implicano necessariamente innovazione. Anche il know-how, similarmente ai marchi, non ha una scadenza giuridica essendo legato esclusivamente alla capacità di mantenere segrete le informazioni.
garotti Per quanto riguarda gli intangible coperti dal diritto d’autore ammessi a godere del regime fiscale agevolato, il legislatore ha preso in considerazione solo il software, il quale non necessita di alcun deposito per la relativa protezione (il deposito presso la Siae non ha, infatti, alcuna efficacia costitutiva). È tuttavia difficile comprendere perché altri diritti tutelati dal diritto d’autore, come le banche dati, restino fuori dall’agevolazione. Sono stati, peraltro, esclusi i diritti appartenenti al mercato musicale, editoriale, audiovisivo che, anche grazie a questo tipo di regime, avrebbero forse potuto avere una spinta importante.
doneddu L’interesse per l’agevolazione si è manifestato con forza nella fase di introduzione nel nostro ordinamento; successivamente l’attenzione degli imprenditori e dei professionisti chiamati ad assisterli si è concentrata su quelle che sono le problematiche operative che il complesso meccanismo di definizione del reddito agevolabile pone. Per quanto riguarda le aziende di grandi dimensioni, come Studio siamo in fase avanzata di negoziazione con l’ufficio del ruling internazionale per la definizione di un’importante istanza. Ciò che stiamo sperimentando è la difficoltà ad affrontare il tema, da un lato per la sua novità e complessità e dall’altro per il non agevole utilizzo di strumenti nati e sviluppati per problematiche di fiscalità internazionale applicati alla determinazione del reddito “nazionale” attribuibile agli intangibili.
Abbiamo constatato grande attenzione all’analisi degli elementi “di fatto”, ovvero all’individuazione degli intangibili nel complesso contesto aziendale ed alla verifica qualitative e quantitativa dei costi di ricerca e sviluppo sostenuti in un arco temporale di 4 o 5 anni. Inoltre, l’ufficio del ruling internazionale attribuisce primaria importanza all’individuazione del metodo, alle modalità di effettiva applicazione dello stesso, nonché all’esistenza di metodi alternativi di verifica. Dal punto di vista più prettamente operativo, particolare attenzione è riservata alla verifica delle risultanze della benchmark analysis, tassello fondamentale nella definizione del profitto attribuibile agli intangibili mediante la metodologia del residual profit split, ed all’analisi funzionale.
Altro elemento decisivo, cui dedicare particolare attenzione, è la segregazione, all’interno del patrimonio aziendale, dei beni immateriali che soddisfano i requisiti di agevolabilità posti dalla norma. Un aspetto di indubbia criticità, considerata la complessità delle analisi e delle valutazioni, concerne i tempi di definizione delle pratiche; con ciò introducendo un elemento di incertezza che indubbiamente tende a ridurre l’appeal dell’agevolazione.
gazzo L’occasione generata dal Patent box è importante e l’Italia deve essere in grado di gestirla. Per la prima volta ci siamo posti in maniera più competitiva sul piano tributario internazionale rispetto ad altri paesi.
doneddu Considerando che la definizione di una pratica di ruling internazionale di media complessità richiede non meno di 18 mesi, immagino che la definizione delle istanze di accesso all’agevolazione Patent box richiederà, almeno per quelle più complesse, tempi significativi; ciò considerando anche il numero elevato di istanze presente. In ogni caso la grande maggioranza di queste pratiche saranno esaminate nel 2017 ed il rischio di andare oltre è concreto.
thiem Ho avuto modo di confrontarmi con i miei connazionali e colleghi tedeschi che, con le agevolazioni concesse dalla norma, hanno guardato l’Italia con molto interesse in quanto in Germania non abbiamo avuto ancora una Patent box. E’ certo che vi sia un po’ di perplessità e stupore per quanto riguarda l’allargamento al settore dei marchi, in quanto l’idea originaria era quella di supportare la ricerca. La speranza era poi quella che lo sviluppo e la ricerca venissero supportati non solo sotto il profilo dei redditi direttamente associati ad un intangibile, ma anche sotto altri aspetti importanti per la creazione di un plus valore. Mi spiego: un’azienda tedesca che ha interesse ad investire in Italia non è solo interessato al fatto che i redditi strettamente provenienti da un’attività correlata ad un prodotto brevettato possano essere aumentati, ma è interessata anche nel ridurre altri costi da sostenere, anche se correlate soltanto indirettamente. Si sperava, quindi, che ci potesse essere un ulteriore strumento che affiancasse questa iniziativa prevedendo delle agevolazioni proprio per i costi che la ricerca comporta anche in altri termini, per esempio, di personale. Quest’era la speranza che avevamo percepito mentre la decisione di allargare l’agevolazione anche ai marchi sembrava indirizzarsi in una direzione diversa.

Abbiamo analizzato vari aspetti di questa normativa. In generale il giudizio è positivo o negativo?

gulisano L’introduzione della disposizione in esame ha altresì fornito l’occasione per rendersi conto di disporre di intangibili: per esempio in molte realtà, gli intangibles non trovavano debita rappresentazione all’interno dello stato patrimoniale o perché ammortizzati o perché auto-prodotti nel tempo. Quindi, in molte realtà, si è raggiunta maggiore consapevolezza sulla circostanza di disporre di ulteriori asset non (o non pienamente/adeguatamente) valorizzati in bilancio.
garotti La valutazione del Patent box è sicuramente positiva. Forse l’Autorità avrebbe potuto cogliere le occasioni di confronto con i contribuenti per fornire opportuni chiarimenti su determinati aspetti della disciplina. Prendiamo, ad esempio, la risoluzione dello scorso 27 settembre (n. 81/E), con la quale l’Agenzia delle Entrate ha confermato che anche un marchio allo stato di domanda, la cui registrazione sia oggetto di opposizione, può accedere al regime di tassazione agevolata. Tale provvedimento si chiude con un monito “si ritiene che l’istante, nell’adottare un atteggiamento prudenziale in sede di sfruttamento dell’agevolazione Patent box, dovrà tempestivamente segnalare alla Scrivente qualsiasi evento che possa portare alla mancata registrazione del marchio”. Non sono state, tuttavia, chiarite le conseguenza qualora, accolta l’opposizione, la registrazione del marchio non si dovesse perfezionare.
dell’arte La questione Patent box per una parte della nostra platea di clienti ha avuto luci ed ombre. In particolare il settore editoriale aveva nutrito speranze per la proprietà intellettuale e i costi inerenti, ma si sono dovuti ricredere.
vincenti Fermo restando il giudizio positivo sul regime Patent box soprattutto in termini di opportunità per le imprese italiane, vi sono ad oggi ancora alcune incertezze sulla concreta applicazione delle metodologie indicate dall’Agenzia delle Entrate nella circolare n. 11/E/2016. In particolare, al fine di determinare il contributo economico apportato dai beni immateriali e conseguentemente quantificare l’agevolazione, l’Amministrazione finanziaria indica la necessità di fare riferimento alle metodologie di transfer pricing indicate dall’Ocse, esprimendo la propria preferenza per il metodo del confronto del prezzo e il residual profit split.
L’applicazione di entrambi i metodi può richiedere la predisposizione di apposite benchmark analisys mediante l’utilizzo di specifici database generalmente utilizzati sia dai contribuenti sia dall’Amministrazione finanziaria nelle analisi sui prezzi di trasferimento.
La disponibilità di informazioni su contratti di concessione in licenza dei beni immateriali stipulati tra terzi indipendenti, l’omogeneità delle informazioni desumibili dai database, la strategia di ricerca adottata nella predisposizione della benchmark analysis, l’effettiva comparabilità con i soggetti selezionati come comparables sono alcuni degli elementi che influenzano l’analisi e la quantificazione dell’agevolazione e saranno oggetto di attenta e critica valutazione da parte dall’Amministrazione finanziaria nel corso dei contraddittori.
Infine, è opportuno tenere in considerazione l’impatto che la stipula di un accordo di ruling in tema di Patent box potrebbe avere sulle politiche e metodologie di transfer pricing adottate dai contribuenti in passato o applicabili negli esercizi futuri e la valutazione delle stesse da parte dall’Amministrazione finanziaria.
carfagnini Capisco molti operatori rimasti delusi dall’ambito applicativo della disposizione, tuttavia dobbiamo considerare che l’intento del Patent box, almeno nelle intenzioni del legislatore, è quello di trattenere in Italia le imprese con marchi forti o con intangibili forti, ed evitare migrazioni verso l’estero. Con questo obiettivo, quindi, la norma è stata costruita. Ricordiamo che si tratta di una agevolazione su reddito, non una misura volta per risanare un settore in crisi come ad esempio l’editoria. A tal fine, esistono altre norme quali, ad esempio, il credito di imposta per l’attività di ricerca e sviluppo. La mia valutazione sulla norma, pur con le incertezze discusse precedentemente, è positiva e credo che il nostro legislatore debba essere coraggioso e mantenere il più possibile marchi all’interno del perimetro agevolabile.  È essenziale, in tal senso, tener conto del contesto italiano, caratterizzato dalla presenza di marchi molto forti.
doneddu Il giudizio è positivo, in quanto si tratta di una norma comunque finalizzata a mantenere investimenti in ricerca e sviluppo in Italia e, potenzialmente, ad attrarne di nuovi.
Ma la domanda vera è: un’agevolazione fiscale di questo tipo, complessa nella definizione del reddito agevolabile e la cui applicazione è (nella maggior parte dei casi) demandata ad una fase di contraddittorio con l’Amministrazione finanziaria, è realmente idonea ad attrarre nuovi investimenti in tecnologia? A mio avviso, per perseguire efficacemente tale finalità sarebbe opportuno affiancare all’agevolazione misure finalizzate alla semplificazione della legislazione di protezione degli intangibili e degli strumenti di tutela, giurisdizionale e non, della proprietà intellettuale.
gulisano Come già anticipato, è presumibile che nell’ambito della fase di contraddittorio possano emergere talune divergenze di vedute fra i contribuenti e l’Amministrazione finanziaria, ciò anche in ragione della peculiarità dell’oggetto della misura agevolativa. Inoltre, la fase di contraddittorio potrebbe non essere l’unica sede in cui potranno rilevarsi divergenze di vedute od interpretative. Anche in fase successiva a quella concernente la individuazione della porzione di reddito agevolabile, potrebbero riscontrarsi, infatti, ulteriori disallineamenti. E’ il caso, a titolo esemplificativo, della fase di individuazione e determinazione del c.d. “nexus ratio” cioè del rapporto tra i costi qualificati e quelli complessivi, che non sarà oggetto di analisi in sede di rilascio del ruling, ovvero, del giudizio circa l’intervento di sostanziali modifiche rispetto al contesto rappresentato in fase di presentazione del ruling e concreta attivazione del contraddittorio.
cavallaro Il giudizio è assolutamente positivo. A seguito dell’introduzione dell’agevolazione, si è sviluppata all’interno del sistema produttivo italiano, non solo nelle grandi aziende ma anche in quelle di dimensioni medie, una presa di coscienza sui valori competitivi alla base del posizionamento competitivo dei singoli players. Presa di coscienza sul ruolo degli assets intangibili, siano essi protetti  o meno, purché segreti, come fattore di crescita e di sviluppo.   di quelle che il nostro paese non vedeva da decenni.

La Patent box suscita ancora qualche timore…
thiem Io temo due tendenze che, secondo me, possono creare danno all’immagine dell’Italia: una è la percezione che si fa un passo avanti e due indietro. La seconda è che misure annunciate anche come strumento di supporto per le piccole e medie imprese nell’iter legislativo ma anche nella realtà, si dimostrino strumenti di poco utilità per quest’ultime, mentre sono molto utili per le aziende che ragionano ad alte cifre. Se una grande impresa, in sede di ruling, si aspetti 10 ma viene proposto 5, quel 5 può essere una cifra da non sottovalutare soprattutto se poi il numero delle domande giustifica anche l’impegno in termini di risorse dell’azienda. Lo stesso discorso non vale per una piccola azienda che ha un numero limitato di domande e che non vedono neanche realizzare le attese. Temo quindi che non sia irrealistico pensare che a non poter usufruire delle agevolazioni della Patent box , nella concreta realtà, siano soprattutto le piccole imprese. Senza parlare del rischio di aumento dei casi giudiziari, un fenomeno che preoccupa abbastanza.
carfagnini Una delle sfide sarà quella di garantire un trattamento il più possibile omogeneo tra i diversi contribuenti che hanno aderito. La procedura è complessa e le grandi imprese troveranno, nei funzionari della direzione centrale, degli interlocutori più preparati e abituati a confrontarsi con tematiche di transfer pricing. Diversamente le piccole/medie imprese dovranno dialogare con le direzioni regionali dove gli interlocutori sono meno preparati ed in ogni caso più frammentati sul territorio. Quindi il rischio di difformità di trattamento è a mio avviso concreto e dovrebbe essere, per quanto possibile, evitato.
gazzo Non sono convinto che questa legislazione nasca per le piccole e medie imprese, poiché assicura vantaggi fiscali solo per chi fa innovazione su larga scala. La legislazione che favorisce più specificamente le piccole e medie imprese sembra invece essere la normativa che garantisce il credito di imposta per l’attività di ricerca e sviluppo indipendentemente dal risultato ottenuto.

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Riparte la corsa agli acquisti

I dati dimostrano una volontà di investire in operazioni cross border. Ma se per gli studi legali è un segnale positivo, a livello mondiale ci si muove con cautela, in attesa dei prossimi eventi di politica internazionale

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Dopo anni di stallo, in cui il mercato delle grandi fusioni e acquisizioni è stato pressoché immobile, dal 2015 si è parlato di ripresa del settore. Ad avallare questa tesi hanno contribuito i dati registrati a maggio dal 14° Global Capital Confidence Barometer di EY, che ha coinvolto 45 paesi e oltre 1.700 dirigenti d’azienda. Secondo il sondaggio circa un terzo (28%) dei capi d’azienda si aspetta più offerte di acquisizione non sollecitate nei prossimi 12 mesi, l’80% delle aziende sta pianificando più di un’operazione di M&A e il 74% delle aziende sta considerando acquisizioni cross-border orientandosi verso una vasta gamma di aree geografiche.
Se guardiamo all’Italia, però, la situazione è più complessa seppur in netta ripresa rispetto al passato. Per molti anni le aziende italiane sono state più una “preda” degli investimenti esteri piuttosto che “cacciatrici”. Questo trend sembra essersi affievolito e aver intrapreso una direzione diversa. I dati del barometro di EY hanno segnalato che un buon 60% degli intervistati italiani ha previsto di concludere più di un deal nel corso dell’anno, guardando principalmente a operazioni cross-border nei mercati tradizionali quali Stati Uniti e Regno Unito.
Il ritorno degli investimenti in fusioni e acquisizioni ha colpito, positivamente, anche il mercato legale. Per quanto riguarda questa categoria, il settore dell’M&A è sempre stato una delle aree di maggior business e, di conseguenza, una practice da seguire con attenzione. Nei periodi di crisi, le insegne hanno dovuto lottare per accaparrarsi i pochi deal effettivamente strategici e redditizi e oggi, con una maggiore liquidità nel sistema, cercano di penetrare in nuove aree territoriali e in nuove industry.
La tavola rotonda organizzata da Legal dal titolo «M&A italiano: uno scenario di nuovo in espansione?», moderata da Angela Maria Scullica, direttore responsabile di questa testata e di World Excellence, ha messo in luce l’attuale scenario del settore e l’andamento delle operazioni cross-border con una riflessione su vecchi e nuovi investitori, sul ruolo degli studi legali e sulle ripercussioni degli avvenimenti di politica nazionale e internazionale. Alla tavola hanno partecipato Gabriele Capecchi di Legance, Giovanni Gazzaniga di Allen & Overy, Gregorio Gitti di Gitti and Partners, Andrea Giardino di Gatti Pavesi Bianchi Studio Legale Associato, Paolo Sersale di Clifford Chance e Guido Testa di Orrick Herrington & Sutcliffe.

Quale è stato l’andamento del mercato M&A nell’ultimo anno?

GAZZANIGA Da un’analisi svolta dal nostro studio dall’inizio del 2016, abbiamo registrato, a livello mondiale, una diminuzione del valore delle operazioni M&A pari a circa il 24%, ma un aumento del numero delle operazioni. Questo significa che c’è stato un minor numero di cosiddetti big ticket deal ma un maggior numero di operazioni. Ciò posto, vorrei menzionare almeno due operazioni significative per valore e, inoltre, assai rilevanti per il mercato italiano su cui Allen & Overy ha lavorato: la fusione tra Wind e H3G, dove lo studio ha assistito VimpelCom (società controllante Wind); si tratta di un’operazione importante per quanto riguarda il mercato delle telecomunicazioni perché vedrà il passaggio da 4 a 3 operatori di telefonia mobile nonché l’ingresso nel mercato italiano di un nuovo player, Iliad. L’Antitrust ha autorizzato la fusione a condizione che le due società coinvolte (Wind e H3G) dismettano frequenze di trasmissione che sono state acquistate da Iliad. La seconda operazione è consistita nella privatizzazione e quotazione di Enav, dove Allen & Overy ha assistito la stessa Enav. Più in generale abbiamo rilevato un aumento delle operazioni di M&A da parte di fondi di private equity con target la media impresa e con particolare riferimento ai settori del food e del made in Italy.
GITTI Per quanto riguarda il mercato italiano, l’anno che si sta chiudendo è stato un periodo di ristrutturazione importante per alcuni dei fondi più attivi, i quali hanno implementato riassetti proprietari: parliamo per esempio di Clessidra. Altri operatori si stanno riorganizzando con cambi di governance o gestionali: penso a nomi tradizioni come Mittel, ma anche a realtà integrate in gruppi bancari e che si sono rafforzate con operazioni di partnership internazionale di grande reputazione, come il private equity di Intesa che ha realizzato con Nb Renaissance un’importante piattaforma di investimento. A mio avviso potrebbero esserci, all’esito di questi processi di ristrutturazione, significativi obiettivi strategici da perseguire nei prossimi anni.
TESTA Nel 2016 abbiamo rilevato un incremento sostanziale delle operazioni di M&A, soprattutto a livello di media impresa. Probabilmente, a fronte di un calo del valore delle operazioni, stiamo registrando nell’ultimo anno un aumento del numero delle stesse rispetto al 2015; in particolare, si sono messe in moto soprattutto le medie imprese, cioè quelle imprese che sono uscite rafforzate dalla recessione e che sono tornate a produrre utili. Possiamo affermare che è tornata nella media impresa la voglia di crescere tramite operazioni di fusione e acquisizione. Conseguentemente stanno lentamente salendo i multipli per la valutazione delle aziende. Per quanto riguarda il tasso di mortalità delle operazioni, non abbiamo registrato variazioni rilevanti e rileviamo un trend abbastanza stabile.
CAPECCHI L’Italia è in un momento particolare: si porta dietro ancora problematiche strutturali ma ha una forte solidità economica di fondo e presenta segni evidenti di ripresa. È il momento ideale per investire per chi vuol cogliere delle opportunità interessanti per mettere a frutto capitale ancora in cerca di collocazione.
GIARDINO Io credo che in realtà, nell’ultimo anno e mezzo in particolare, siano ricomparse molte operazioni che in Italia non si vedevano da tempo a causa di un periodo nel quale gli investimenti andavano a rilento. Il settore immobiliare, per lungo tempo depresso, è stato terreno di conquista di molti investitori anche stranieri. I grandi fondi di private equity che per un periodo sono stati inattivi, hanno iniziato nuovamente a investire anche con operazioni abbastanza significative, effettuate nel settore farmaceutico, immobiliare, retail, fashion.Quindi che cosa si può ipotizzare che accadrà nel futuro?
GIARDINO L’Italia è in un periodo di conquista non solo da parte di Paesi esteri. Ci sono state anche tante aziende italiane che hanno cercato di espandersi oltre i confini nazionali. Il punto è che siamo in un momento delicato perché si sta investendo molto dal momento che vi è molta liquidità e si preferisce farlo sugli asset piuttosto che sul monetario che non rende sufficientemente. Di conseguenza i multipli di ingresso nelle operazioni di acquisizione si sono alzati nell’ultimo anno. Inoltre ci sono fattori come l’elezione negli Stati Uniti che ha visto vincere un po’ a sopresa Donald Trump, il referendum in Italia a dicembre e successivamente l’elezione in Francia e Germania che potrebbero influenzare significativamente lo scenario M&A nazionale e internazionale.
SERSALE La media impresa italiana ha la necessità di crescere di dimensioni, di internazionalizzarsi e quindi di trovare partner strategici e finanziari. Quindi che vi sia domanda di capitale in Italia non c’è dubbio. Al tempo stesso la recente dinamica finanziaria globale ha determinato una abbondanza di capitale per investimenti. Dunque non mi sorprendono le recenti analisi che mostrano nell’ultimo anno un incremento nelle attività di M&A. Tuttavia non sono così ottimista sul futuro, in quanto la vera molla è la crescita e una buona parte di questa recente dinamica è di natura finanziaria e non giustificata da vera ripresa. Siamo poi in un periodo di incertezza politica per le già citate scadenze, che determina volatilità sui mercati che non favorisce le operazioni. In queste condizioni, chi non ha urgenza di muoversi aspetta. Vedremo dunque soprattutto operazioni fatte da chi è in condizioni di necessità finanziaria o è attratto opportunisticamente dai multipli bassi. Continueremo inoltre a vedere volatilità nelle operazioni, con molti investitori interessati ma un minore numero di operazioni che va effettivamente in porto.
GAZZANIGA Io sono ottimista sull’andamento del mercato dell’M&A perché penso che in Italia ci sia una media impresa che, nonostante le difficoltà dei mercati e certe problematiche organizzativo-strutturali ha comunque enormi margini di crescita non sempre adeguatamente sfruttati. Tante società italiane hanno ancora ampi margini di crescita che possono essere sfruttati per esempio attraverso l’apertura ai mercati esteri, la razionalizzazione della struttura proprietaria rispetti al management della società e investimenti finalizzati alla crescita.
TESTA Vedo possibili negatività ma tutto sommato resto positivo perché secondo me gli imprenditori italiani sono straordinari soprattutto in provincia con imprese di medie dimensioni molto valide. Questo mi riempie di speranza, sebbene gli scenari geopolitici macroeconomici presentino incognite molto importanti. Resto positivo sul 2017 perché vedo la “voglia” di fare impresa e di fare M&A industriale, il desiderio di fare fondi, la volontà di tornare a rappresentare dei fattori di crescita. Io vedo una voglia di far crescere le imprese.

Chi sono i principali investitori?
SERSALE Penso che sia più una dinamica mista: non solo i fondi ma anche alcuni industriali sono tornati attivi, poiché hanno accumulato cassa e cercano opportunità di crescita per linee esterne che possono essere utili alla loro strategia.
GITTI Con riferimento ai fondi stranieri, ritengo ci sia una vivace attenzione al mercato italiano e non solo nel real estate. Esiste un interesse crescente nei confronti del nostro paese: operatori come Advent o come Bain Capital hanno messo a disposizione di un importante progetto industriale risorse poderosissime per disegnare un nuovo player nell’ambito dei sistemi di pagamento in Italia che possa fare concorrenza a WorldPay che è il maggiore operatore in Europa. Quindi esiste un’attenzione specifica di alcuni operatori che ritengono di riconoscere, in alcune eccellenze italiane, la capacità di costruire progetti rilevanti.  Credo che siano spunti positivi, anche se è chiaro che il mercato italiano è ancora debole rispetto alla concorrenza tra gli studi legali, in questo momento.

Come incidono le operazioni di M&A nelle fee e nei guadagni di uno studio legale?
GIARDINO Io credo che il mercato italiano sia per certi versi provinciale e un po’ chiuso, come quello dei legali. Per quanto riguarda, per esempio, le fee c’è molta concorrenza sulle medie operazioni. In quelle grandi non sono tanti gli studi che vengono interpellati, sono al massimo 4 o 5 o un singolo professionista considerato una “star” del mercato. Ritengo che, in un mercato estremamente competitivo come quello dell’M&A, uno studio legale per fare bene debba investire in qualità e debba essere in grado di assicurare uno standard professionale altamente elevato. Diversamente diventa difficile restare sul mercato.
TESTA Nella mia esperienza ho notato come spesso, piuttosto che la consulenza resa per una grande impresa, sia più remunerativa l’attività svolta per un’operazione su una media impresa, dove si riesce ad avere un rapporto diretto con l’imprenditore, il quale apprezza e riconosce maggiormente il valore aggiunto che il professionista porta nell’ambito di una consulenza anche strategica a tutto tondo.

In un ipotetico scenario negativo cosa potrebbe succedere?
SERSALE Quello attuale lo definirei uno scenario chiaro-scuro piuttosto che negativo: questo è Paese molto diversificato e non c’è dubbio che vi siano aree di eccellenza in diversi settori. Gli investitori cercano asset “premium” sui cui fare margini e quando ne viene messo in vendita uno si crea concorrenza tra acquirenti e i multipli salgono. Esemplari sono state in questo senso alcune recenti operazioni di private equity nel settore tecnologico e della moda. In questo scenario, ricollegandomi al tema delle fee, anche nel nostro settore il mercato fa selezione tra chi riesce a stare sulle operazioni a più alto margine, dove si guarda alla qualità, e chi alla lunga soffre la pressione dei prezzi nelle operazioni più semplici, viste ormai come “commodity”.

La selezione sta portando anche a una concentrazione tra studi?
GITTI Anche negli scenari più difficili vi sono sempre opportunità. Sono d’accordo con chi ritiene che aggregazioni importanti siano difficili per le firme italiane più grandi a causa della gestione dei conflitti di interessi. Credo anche che la regola «eat what you kill» indebolisca a lungo andare gli studi indipendenti di più ridotte dimensioni. In ogni caso ritengo che la questione centrale sia quella statutaria e del rispetto dei relativi obblighi: noi intendiamo favorire nel nostro studio la vera integrazione, che poi significa essenzialmente condivisione della clientela; in assenza non si può dire che esista uno studio, ma un semplice centro di ripartizione dei costi. Esiste un altro lato della medaglia, cioè il tema della qualità che per noi è fondamentale. Ed è una qualità professionale che assomma due profili: per il primo, indubbiamente vale la capacità tecnica, quindi la sapienza giuridica; il secondo, consiste nel creare vere e proprie filiere di professionisti che conoscano profondamente il business di riferimento. La nostra scommessa, quindi, è proprio quella di costruire, soprattutto all’interno del dipartimento di M&A, gruppi di lavoro sui singoli settori di mercato per valorizzare quella che deve essere un’autentica capacità di lettura del business dell’avvocato.
I prossimi mesi saranno caratterizzati da avvenimenti importanti come il referendum in Italia e le elezioni in Francia e Germania. Come cambierà lo scenario internazionale e quello delle operazioni cross border?
GITTI Per quanto riguarda il referendum costituzionale, credo che debba essere sostenuto in modo da poter dimostrare che l’Italia è in grado di realizzare finalmente una riforma istituzionale e che non siamo vincolati a un ordinamento costituzionale dato. Da questo punto di vista io credo che l’assorbimento del principio del bicameralismo perfetto sia un principio da perseguire e da favorire proprio a vantaggio di una maggiore centralità del Parlamento.
CAPECCHI Credo che il referendum di dicembre sia visto dagli investitori stranieri come potenzialmente critico per le nostre prospettive economiche. A mio avviso, si tratta di una percezione errata. Sarà certamente un momento importante di verifica politica ma l’economia italiana non può certo dipendere da questo.
SERSALE La questione referendum ha rilevanza, oltre che politica, dal punto di vista finanziario, tenendo in considerazione che il nostro è un Paese con un debito pubblico molto rilevante e in parte non marginale in mano a stranieri. Senza voler entrare nel merito dei quesiti referendari e del connesso dibattito politico, è evidente che un eventuale no metterebbe in dubbio la credibilità dell’Italia in termini di capacità di fare riforme, con conseguenti contraccolpi sui mercati.

Quali sono i settori industriali che si stanno muovendo di più? Che cosa ne pensate del mercato estero a confronto di quello italiano e tra i mercati stranieri, di quello cinese?
SERSALE Ci sono dei settori che sono sotto pressione nell’attuale dinamica economica e che sono e resteranno attivi. Il settore finanziario ne è un esempio. Altri, come la moda o l’alimentare, presentano in Italia casi di eccellenza che, come si è detto, attraggono investitori. C’è poi il settore manifatturiero, che attrae tra gli altri investitori orientali, in cinesi, giapponesi e coreani. I cinesi sono particolarmente attivi nel valutare opportunità di investimento ma, fino a oggi, non sempre si sono dimostrati culturalmente preparati a portare in porto con successo tutte le operazioni.
GAZZANIGA Tra i settori più “caldi”, segnalerei il food, e non solo come target italiano per stranieri ma anche per le potenzialità che offre alle società italiane attive nel settore sui mercati esteri. Occorre però approntare una linea di azione sia sotto il profilo politico che legislativo volta a combattere il fenomeno della contraffazione dei nostri prodotti alimentari nei mercati esteri. Con riguardo all’entrata di operatori italiani sui mercati esteri occorrerebbe inoltre pensare ad un programma governativo di appoggio alle società italiane che decidono di tentare l’avventura globale, sulla linea di quanto fa il governo francese con le società di quel Paese.
TESTA Il settore moda è interessante per gli investitori stranieri, nei confronti dei quali esercita ancora una notevole attrazione. L’Italia, da un punto di vista industriale, è sicuramente più un terreno di conquista che di conquistatori. Penso che l’esito del referendum sia importante, perché potrebbe essere letto come un segnale negativo di un Paese che non riesce a fare cambiamenti e riforme. Potrebbe allontanare gli investitori stranieri che si sono avvicinati all’Italia negli ultimi due anni. Certamente la spinta al mercato M&A viene più da investimenti esteri verso l’Italia che viceversa. La Cina è un mercato vastissimo e una primaria potenza economica, anche se ha avuto una crescita troppo rapida e per questo non sufficientemente consolidata. Nella mia esperienza, avendo seguito clienti cinesi che hanno fatto acquisizioni in Italia, posso dire che devono incrementare la preparazione internazionale dei loro manager. Abbiamo tutti visto casi in cui l’investitore cinese, pur avendo acquisito il controllo di una società italiana, lasci la gestione della stessa nelle mani di un management locale. Questo perché c’è ancora scarsità in Cina di manager di livello internazionale. Sono convinto che il mercato cinese, date le dimensioni e le disponibilità finanziarie, continuerà a essere molto importante per le nostre aziende.

Il progresso tecnologico in corso come influenza il mercato dell’M&A?
GAZZANIGA Uno dei temi che ci segnalano dall’estero come un tema dirompente sull’M&A e su cui molti consulenti finanziari consigliano di attrezzarsi è il cyber crime. La mancata protezione di un soggetto target a fronte di tali rischi potrebbe infatti rivelarsi uno show stopper in un’operazione di M&A.
TESTA Su questo devo dire che noi, come studio californiano, siamo estremamente presenti nel mondo dell’high-tech. Puntiamo molto sul settore tecnologico, anche se in Italia non ha avuto quel processo di forte crescita che ha già avuto in altri Paesi. Sulla costa Est americana, per esempio, le società tecnologiche rappresentano una realtà molto importante.
CAPECCHI La combinazione tra tecnologia e finanza ha dato vita al segmento fintech: soluzioni finanziarie fortemente basate sull’innovazione tecnologica. Non c’è dubbio che chi si occupa di M&A debba seguire con grande attenzione questo nuovo segmento di mercato.

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