Quando l’avvocato diventa psicologo

Per gestire i casi più complessi sono necessarie competenze in finanza, diritto fallimentare, contenzioso, m&a, societario, fiscale. Ma soprattutto, sostiene Bruno Cova, responsabile della sede italiana di Paul Hastings, servono anche doti da terapeuta. E…

Nelle ristrutturazioni aziendali il supporto dell’avvocato all’imprenditore è prima di tutto di natura psicologica. Tutti i soggetti in causa, in una crisi di impresa, escono infatti peggio di come sono entrati e il ruolo del legale consiste quindi nel far comprendere al cliente cosa lo aspetta.
[auth href=”https://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Quali sono i principali passaggi da affrontare, dal punto di vista legale, nel corso di una ristrutturazione aziendale?
I passaggi legali sono connessi alla strada che l’azienda sceglie: dal negoziato con i creditori, al concordato preventivo, al fallimento, le opzioni sono le più svariate. In ogni caso, il primo passaggio, per lo studio legale, consiste sempre nell’acquisire le informazioni necessarie per individuare le possibili opzioni legali. Per quanto riguarda le banche, invece, il discorso è diverso perché i passaggi sono dettati dal debitore e non dal creditore. Il nostro compito consiste nel chiedere informazioni al debitore che abbiano a che fare con la struttura del capitale, sulla tipologia di debito che hanno maturato, sulla scadenza a medio lungo termine, se detengono bond e titoli di credito soggetti a particolari regimi di informativa nei confronti del mercato. Ancora, all’avvocato interessa sapere se il tipo di debito è secured o unsecured, cioè se è garantito o meno, se nella struttura del capitale c’è l’azionariato, perché ci sono determinate dinamiche di cui tenere conto se la società è quotata.


In che cosa consiste il lavoro dell’avvocato e dello studio legale?

In un primo momento valutiamo i profili di rischio, gli scenari che potrebbero aprirsi in caso di fallimento, le responsabilità degli amministratori e, elemento fondamentale, cerchiamo di comprendere quanto tempo c’è a disposizione. Occorre quindi effettuare una valutazione economica dell’azienda, quanta cassa ha a disposizione, insieme a una valutazione di natura legale: se quindi ci sono scadenze come l’approvazione del bilancio in continuità aziendale o se sono in corso azioni da parte dei creditori, come decreti ingiuntivi, istanze di precetto e così via. L’obiettivo, in sostanza, è comprendere quali opzioni sono a disposizione dell’azienda a seconda dei tempi. Facciamo una sorta di check up del paziente e, una volta concluso, il secondo passaggio consiste nel valutare quali sono le opzioni possibili tra tutti i meccanismi offerti a livello normativo.

Dal punto di vista normativo, a suo avviso andrebbero introdotte delle modifiche per agevolare maggiormente l’azienda che intende ristrutturarsi?
Le norme non sono mai neutrali. Dal mio punto di vista, le novità legislative sono state utili perché hanno aumentato gli strumenti a disposizione per risolvere la crisi, con le ultime modifiche, in particolare, che sono in favore del creditore. In generale, il rapporto di forza si è spostato a favore del creditore rispetto alla situazione precedente. Si può dire, tra l’altro, che le modifiche apportate hanno funzionato come deterrente, cioè nel non essere utilizzate. L’obiettivo è facilitare le soluzioni alternative al processo, che è una roulette russa.

Quali sono le maggiori criticità legali che devono affrontare gli imprenditori?
In una società quotata prima o poi prevale il desiderio o la necessità, per il consiglio di amministrazione, di fare la scelta giusta e di non ritrovarsi esposti dal punto di vista delle responsabilità. L’obiettivo è uscire dalla situazione di crisi mantenendo intatta la reputazione, evitando il fallimento e minimizzando i rischi. D’altro canto, invece, se la società è familiare nella struttura c’è una coincidenza tra l’imprenditore inteso come consiglio di amministrazione e gli azionisti. Nel senso che spesso l’azionista siede in consiglio di amministrazione ed è membro della famiglia. Le preoccupazioni, quindi, cambiano e prevale il desiderio di mantenere il controllo della società, con la tendenza a rischiare maggiormente pur di non lasciare l’impresa. Queste sono le operazioni più difficili perché non sempre il cliente, nel caso si assista l’azienda debitrice, è intenzionato a fare la scelta più giusta o razionale, ma c’è un elemento emotivo che ne influenza il comportamento.

Quali professionalità e dipartimenti dello studio devono essere coinvolti per seguire al meglio una ristrutturazione?
Le ristrutturazioni non fanno parte di una particolare materia specialistica, nel senso che non esiste l’avvocato che inizia la propria carriera per seguire le operazioni di ristrutturazione. C’è chi proviene dal mondo del contenzioso fallimentare, chi dal mondo della finanzia, dell’m&a, e chi ancora, come il sottoscritto, che per tanti anni ha svolto la funzione di general counsel. Questo per dire che per assistere aziende o banche in operazioni di ristrutturazione sono necessari team multidisciplinari che includano professionalità legate alle materie della finanza, del diritto fallimentare, del contenzioso, del societario, dell’m&a, del fiscale. Aldilà delle varie specializzazioni, però, la caratteristica principale dell’avvocato è la capacità di saper supportare il cliente dal punto di vista psicologico. Nessuno è felice in una ristrutturazione, perché tutti i soggetti in causa escono peggio di come sono entrati: dal socio che non è più unico, alla società che non ha più risorse per investire, tutti sono scontenti. Per cui, l’elemento psicologico consiste nel far comprendere certe dinamiche, soprattutto alle imprese familiari.

Ci sono attualmente dei settori dove il restructuring si sta sviluppando maggiormente?

Per quanto riguarda i settori, le ristrutturazioni vanno a ondate perché dipendono da fattori macro. Negli ultimi due anni, per esempio, stiamo lavorando molto nello shipping perché si è verificata una contrazione del commercio a livello mondiale. Per cui le società che hanno comprato navi con l’idea di poterle noleggiare a 100mila euro al giorno, si sono ritrovate a scendere a 9mila euro, con tutte le difficoltà conseguenti nel pagamento dei debiti. Negli anni precedenti, invece, la crisi Fiat aveva avuto effetti negativi sul settore automotive, con numerose società di componentistica che hanno scontato la crisi.

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