Ecco i general counsel che guadagnano di più

Al primo posto della classifica sui compensi dei legali interni americani, elaborata dalla rivista Corporate Counsel con Alm Legal Intelligence, si conferma Alan Braverman di Walt Disney con oltre 7 milioni di dollari. Due donne entrano per la prima volta nella top 10. Ma bonus e salari medi perdono oltre il 2%

L’industria dell’intrattenimento made in Usa è la più remunerativa. Anche per i general counsel, costretti tuttavia a vedere bonus e salari medi perdere oltre due punti percentuali dopo i record del 2014. È quanto emerso dalla GC Compensation Survey 2016,
[auth href=”https://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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La classifica Tra i 100 giuristi d’impresa più pagati d’America figura, per il secondo anno consecutivo, Alan N. Braverman di Walt Disney con oltre 7 milioni di dollari. In seconda posizione una new entry, Thomas P. Mason di Energy Transfer Equity, che lo scorso anno non risultava nemmeno in classifica mentre oggi guida la top 5 dei legali in house con la parte di stipendio composta da bonus e non equity: oltre 6 milioni di dollari. A occupare il terzo gradino del podio è Gerson Zweifach della 21 Century Fox, quarto lo scorso anno, ma primo se si considera la sola base salariale, la più alta del ranking, con tre milioni di dollari. Lo segue Laureen E. Seeger di American Express. Oltre alla general counsel della società di pagamenti, un’altra donna fa il suo ingresso ai vertici della classifica: in ottava posizione si piazza infatti Maryanne Lavan di Lockheed Martin, corporation attiva nel settore aerospaziale e della difesa. Lo scorso anno era risultata undicesima. 
Considerando che il ranking nel 2013 contava solo 20 presenze femminili su 100, oggi il fatto che Seeger raggiunga un compenso cash di oltre 5 milioni di dollari (di cui 800mila di salario base e 4,5 milioni di bonus e non equity) e Lavan si attesti a 3,8 milioni rappresenta un dato positivo. Al quinto posto c’è Bruce Sewell di Apple che detiene il primato della classifica per quanto concerne i premi in azioni: ben 20 milioni di dollari. Un caso isolato tenendo conto che in media gli stock awards hanno subito un calo del 19%. Sesto e settimo si attestano i legali di altre due società di entertainment: Bruce Campbell di Discovery Communications, e Lawrence P. Tu della Cbs. Alle spalle di Lavan si piazza un collega dell’industria aerospaziale e della difesa: J. Michael Luttig di Boing. Chiude la top 10 il primo esponente del mercato finanziario, John G. Finley di Blackstone Group.
Salari e bonus in flessione Al di là della paga da Paperon de’ Paperoni di Alan Braverman, le cose non vanno altrettanto bene per gli altri in house. A guardare i dati risulta infatti che lo stipendio base medio dei 100 legali d’impresa più pagati è calato del 2% rispetto al 2014 quando si attestava sui 700mila dollari. 
La ragione è da ricercare nella generale riduzione delle retribuzioni di tutti i dirigenti aziendali, provocata a sua volta dal fatto che l’economia generale sta vivendo una situazione di stallo. Una congiuntura che ha dei riflessi anche sulla fetta più cospicua dello stipendio dei general counsel statunitensi, rappresentata dai bonus e dalla parte non equity. 
Detto di Mason, nella speciale classifica seguono Braverman (oltre 5,5 milioni di dollari), Seeger (4,5 milioni), Sewell (4 milioni) e Zweifach (3,2 milioni). I bonus, che continuano tuttavia a pesare molto sulla paga totale dei legali d’impresa, hanno infatti subito una diminuzione di circa il 2,9% in controtendenza rispetto ai forti aumenti (fino al 9,2%) degli anni precedenti. Cala anche la parte non equity che dal 2014 ha subito una flessione del 9,1%. 
Il paradigma della ricchezza detenuta dall’1% della popolazione, mantra dei sostenitori della disuguaglianza sociale dai tempi delle proteste di Zuccotti Park, sembra avere dunque una sua versione anche guardando i salari dei general counsel americani. Tuttavia è indubbia l’inversione di tendenza nei confronti di compensi e bonus di manager che avevano conosciuto un vero e proprio boom nel 2014, considerati sempre più strategici e a diretto contatto con il ceo, ma forse troppo ben remunerati rispetto a un’economia che fatica ancora a crescere. 

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