Flessibilità e ammortizzatori da potenziare

La sfida del post Covid è implementare le chance di ingresso al mercato del lavoro. Con, in parallelo, il potenziamento degli ammortizzatori sociali. Ne è convinto Andrea Di Francesco, of counsel dello studio legale BDL.

È passato oltre un anno dallo scoppio dell’epidemia in cui si sono susseguiti diversi interventi emergenziali in materia di diritto del lavoro. Si sono rivelati adeguati per imprese e lavoratori?
La pandemia ha comportato una notevole accelerazione sull’applicazione di alcuni istituti, o del tutto nuovi, o prima del 2020 poco utilizzati. Pensiamo in primo luogo allo smart working. In Italia per il lavoro agile esiste sin dal 2017 una normativa che lo disciplina (legge n. 81/2017), tuttavia se ne faceva ricorso limitatamente ad esigenze di carattere individuale. Certo è che gli interventi finora sono stati mossi principalmente dall’esigenza di affrontare
la crisi pandemica, quasi esclusivamente con provvedimenti “tampone” di durata temporanea, salvo poi prorogarne l’efficacia via via che l’evoluzione dei contagi lo imponeva, rincorrendo l’emergenza. Questo ha comportato l’emersione sia di opportunità, che di criticità. Lo smart working emergenziale, al netto del dibattito se quello attuato in concreto non possa piuttosto definirsi “telelavoro” ovvero home-working, ha senz’altro comportato in generale benefici per la tutela della salute dei lavoratori e per le imprese anche organizzativi nella gestione logistica degli uffici, nonché per gli stessi lavoratori che hanno potuto altresì conciliare le esigenze lavorative con quelle di vita familiare, in un periodo così complicato. A fronte di ciò, si sono tuttavia aperte problematiche nuove,
la cui risoluzione presuppone una visione maggiormente strategica dell’istituto. Solo alcuni esempi: il diritto alla disconnessione (ancorché già previsto nella citata l. 81/2017, ma rimesso alla negoziazione delle parti); il concetto di dematerializzazione dell’attività lavorativa quale presupposto stesso del lavoro agile; non da ultimo, il tema, forse meno tecnico-giuridico, ma non trascurabile, della progressiva estraniazione del lavoratore dalla vita aziendale. Un cambio di passo sul punto presuppone di rendere strutturale una rotazione tra lavoro in azienda e lavoro agile, nell’ottica sfruttare al meglio i suddetti, attenuandone le criticità.
Analogamente, il blocco dei licenziamenti economici, da ultimo prorogato a certe condizioni sino ad ottobre 2021 ovvero a fine 2021, ha salvaguardato sulla carta i livelli occupazionali, ma non ha inciso sulla vasta platea di lavoratori a termine che si sono visti non rinnovare i propri contratti. D’altro canto, tale provvedimento ha impedito a molte imprese di ristrutturarsi per adeguarsi al nuovo contesto imprenditoriale post pandemia.
L’Italia, sul punto, rappresenta in Europa un caso pressoché isolato. Negli altri grandi paesi europei si è mantenuta la possibilità di licenziare, seppur entro parametri più stringenti. Conseguentemente l’Italia dovrà fronteggiare l’ondata di ripercussioni sociali che si prospetteranno non appena rimosso il blocco in questione. Un cambio di passo auspicato, e che forse sembrerebbe trovare qualche spazio in seno alla politica, è quello di una maggiore apertura sui contratti a termine, rendendo strutturale l’attuale riapertura a durate maggiori di tali rapporti anche in assenza
di specifiche causali, pur naturalmente bilanciando
l’esigenza dei lavoratori ad una base di stabilità.

Quali misure prioritarie dovrebbe mettere in campo il Ministro Orlando per favorire lo sviluppo delle imprese da un lato ed evitare lo scoppio di una crisi sociale dall’altro?
La risposta è conseguente alle considerazioni già espresse. Rendere strutturali alcune delle misure già attuate in materia di smart working e di contratti a termine, in una visione strategia complessiva che comprenda anche significative agevolazioni fiscali e decontributive per le imprese, che devono sentirsi stimolate ad assumere. La sfida del post-Covid, a cui occorre già pensare proprio nell’ottica di non rincorrere una possibile emergenza sociale, come oggi si è fatto, peraltro spendendo risorse enormi, ma cercare di governarla (meglio sarebbe di prevenirla), è quella di implementare le chance di ingresso al mercato del lavoro. Parallelamente, occorre ragionare su un’importante riforma degli ammortizzatori sociali, che vanno potenziati. In definitiva, direzionare le risorse, da un lato, verso la defiscalizzazione del lavoro e, dall’altro, verso un welfare più efficiente e robusto nell’erogazione dei sostegni ai lavoratori in uscita dopo lo sblocco dei licenziamenti.