Il ruolo strategico della responsabilità sociale d’impresa

In Italia manca ancora il salto culturale che serve per comprendere in pieno vantaggi e benefici. Che le aziende più sensibili all’ambiente e ai dipendenti stanno già sperimentando

In Europa se ne parla dal 2000 e ora, anche in Italia, si inizia a discutere con maggior interesse rispetto al passato, di  corporate social responsability come driver per l’economia.  Quest’ultima  va oltre il rispetto delle norme e prevede la realizzazione di pratiche e comportamenti sostenibili e favorevoli all’ambiente nel quale l’azienda opera.
[auth href=”https://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”]Comportamenti che l’impresa assume volontariamente  con la consapevolezza di ottenere  vantaggi e benefici anche per se stessa. Si tratta infatti di un meccanismo circolare che a sua volta crea valore all’azienda stessa.
Sebbene il tema della responsabilità sociale sia stato introdotto dalle istituzioni e diffuso tra le grandi imprese, vi sono ancora delle realtà, come le piccole e medie aziende, non pienamente attive e consapevoli dell’importanza della questione, sia per ragioni di costi sia per la poca sensibilità culturale. Ma qual’è la situazione in Italia?
Se ne è parlato nel corso della Tavola rotonda organizzata da Le Fonti dal titolo Responsabilità sociale d’impresa tra vecchi modelli e nuove strategie. Un’analisi, moderata da Angela Maria Scullica, direttore responsabile delle testate economiche del gruppo che ha messo in luce l’attuale scenario del settore, facendo una comparazione con il passato e il contesto estero ed esaminando il ruolo degli studi legali nell’implementazione e nello sviluppo di dinamiche che possano favorire la corporate social responsibility all’interno delle imprese.
All’incontro hanno partecipato Maurizio Benardi di Pirola Pennuto Zei & Associati, Manuela Bianchi di CastaldiParners, Simone Egidi di Ashurst e Luca Scarani di CBA Studio Legale Tributario. Ed ecco cosa è emerso.

In quale modo è percepita oggi la corporate social responsibility e come stanno reagendo le grandi e piccole-medie imprese?
BIANCHI Dopo l’entrata in vigore del decreto legge 231/2001 (che ha introdotto il concetto di responsabilità amministrativa delle imprese per reati commessi da amministratori, ndr), la sensibilità da parte delle aziende è cambiata molto. All’inizio, tranne rare eccezioni e comunque sempre per una necessità dettata da eventi esogeni, solo le società appartenenti al segmento Star, ovvero quelle che avevano legislativamente l’obbligo di adeguarsi alla nuova normativa, si sono mosse per mettere a punto il modello organizzativo e gestionale. Negli anni successivi, gradualmente si è iniziato a creare un lavoro di promozione presso le aziende, incentrando il discorso sulla necessità, per un buon business, di essere conformi alle normative anche in materia di responsabilità amministrativa. Si è verificato, in particolare, un aumento delle richieste per le aziende che si occupano di appalti pubblici, seguito da un cambiamento dirompente dello scenario. In epoca più recente, anche con l’introduzione della legge n. 190/2012 (per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione, ndr), le aziende e gli enti che hanno rapporti, soprattutto di business, con la pubblica amministrazione hanno iniziato a capire l’utilità di adeguarsi alla normativa. Negli ultimi anni, le ulteriori novità legislative, l’introduzione del rating di legalità, il focus sempre più rilevante in materia di compliance in generale, ha sollecitato molto l’interesse delle aziende che capiscono che hanno bisogno di una maggior conformità e una maggiore organizzazione sotto questo profilo.
EGIDI Quando ho iniziato a esercitare la professione, oltre 15 anni fa, ricordo che essere chiamati a trattare questioni di corporate social responsibility era un’eccezione. Nelle operazioni di project financing, per esempio, normalmente più esposte a questi temi, era raro riscontrare che finanziatori richiedessero quale condizione contrattuale il rispetto di principi di responsabilità sociale d’impresa e, se accadeva, era spesso dovuto alla partecipazione all’operazione di istituzioni governative internazionali. Oggi, invece, la situazione è molto frequente trovare nei contratti di finanziamento, su base project, specifiche previsioni relative al rispetto da parte dei soggetti finanziati e dei progetti da loro sviluppati di principi di csr attraverso il richiamo di regole di applicazione volontaria quali gli equator principle e i codici etici degli istituti finanziatori. Resta il fatto, però, che continuo a vedere una maggiore attenzione ai temi di responsabilità sociale in grossi progetti all’estero e operazioni cross border.
bernardi C’è stata un’evoluzione in senso positivo all’interno delle istituzioni bancarie e finanziare. Dopo episodi andati ai disonori delle cronache come la questione derivati, che hanno determinato rischi penali e ancora prima reputazionali, ho notato una crescita esponenziale dell’attenzione da parte delle istituzioni bancarie e finanziare a queste problematiche. Lo scenario è forse più variegato quando si esce da quel settore e si entra nelle medie grandi imprese. Molte, al di là del porsi il problema del rispetto della norma e di certi principi etici della csr, hanno allargato l’attenzione con iniziative che non sono strettamente riconducibili a un problema di immagine e si sono fatte carico di problemi del territorio e della comunità.
SCARANI Io mi occupo di bilanci e uno dei punti che sta sempre più emergendo nella realtà odierna, è il famoso bilancio sociale. È sempre più diffuso tra le grandi e medie aziende che hanno una spiccata attenzione al sociale. Il bilancio sociale è un documento all’interno del quale vengono riportate una serie di informazioni relative alla società, non di carattere economico e finanziario, ma tutto ciò che attiene al rapporto con i dipendenti e i vari stakeholder che hanno relazioni, dirette o indirette, con l’impresa. Si tratta di uno strumento per informare che l’azienda non è solo un centro di profitto ma anche un centro di benessere nel senso sociale vero e proprio. Noto poi una sempre crescente rilevanza dell’attenzione al “sociale” nell’ambito delle start up e delle piccole medie imprese innovative. Non solo: sono stati introdotti dal legislatore due modelli di società che sono la srl start up innovativa a vocazione sociale e le recentissime benefit corporation, che sono società che perseguono come primo e assoluto fine quello di fornire un aiuto alla comunità. E operano in via esclusiva nei settori di assistenza sociale e sanitaria, educazione, istruzione e formazione, tutela dell’ambiente, valorizzazione del patrimonio culturale, turismo sociale, formazione universitaria e post universitaria, ricerca ed erogazione di servizi culturali, formazione extra-scolastica, servizi strumentali all’imprese sociali.

Vi sono delle normative che obbligano l’applicazione dei principi di csr o è solo di una questione di etica e di codice deontologico?
BERNARDI Non penso si possa identificare una qualche imposizione ad adeguarsi o a sviluppare una sensibilità sociale in senso lato. Vi è un mutamento di prospettiva anche dal punto di vista culturale dopo che l’Unione europa ha emanato, nel 2011, un’indicazione su ciò che è la responsabilità sociale, staccandosi sostanzialmente da una precedente impostazione volontaristica, ancorché si sia lontani da un qualche tipo di obbligatorietà normativa.
EGIDI Credo che sia importante distinguere l’adesione ai principi di csr dal rispetto delle norme in materia ambientale. La protezione dell’ambiente è una materia altamente regolata in tutti i paesi occidentali, inclusa l’Italia. I soggetti che assumono responsabilità sociali di impresa in ambito ambientale non sono coloro che rispettano la normativa ambientale (il cui adempimento è un obbligo), ma sono quei soggetti che volontariamente adottano azioni a favore dell’ambiente, facendo più di quanto la legge prescriva. Un principio tradizionale della responsabilità sociale d’impresa non è tanto quello di “rispettare” ma è proprio quello di “restituire” all’ambiente in cui un’impresa opera e da cui ha estratto risorse. Ashurst, per esempio, ha costituito un dipartimento pro-bono, tutti i professionisti dello studio devono dedicare almeno 52 ore l’anno nell’assistenza legale gratuita a persone bisognose, svantaggiate e marginalizzate o alle associazioni non governative che le assistono o in relazione a questioni a beneficio e di interesse per la comunità.
BIANCHI C’è un interesse sempre più ampio, anche in campo scientifico-universitario, per lo studio e l’analisi degli intangible asset, non nell’accezione della tecnica bilancistica, ma nel significato più ampio di asset aziendali che possano portare valore aggiunto, in primis che cosa la società fa concretamente in materia di corporate social responsibility. E si sta cercando di dare una valorizzazione economica di tutti questi elementi, che incidono in maniera non indifferente sul valore della società.

Che approccio stanno adottando gli altri paesi?
BERNARDI Le aziende americane danno moltissima importanza alla responsabilità sociale. Un gruppo americano voleva comprarsi un’azienda tessile in provincia di Como ma ha rinunciato all’operazione perché scoprì, a seguito della nostra diligence, che un piccolo gruppo di dipendenti non era completamente regolare dal punto di vista previdenziale. Nonostante il costo in termini di contributi evasi fosse poco elevato, se il problema fosse uscito allo scoperto avrebbe compromesso la loro reputazione.
EGIDI L’assistenza pro-bono è una pratica molto diffusa tra gli studi legali anglosassoni mentre lo è meno tra quelli italiani, specie se di dimensioni medio-piccole. Anche le associazioni non governative italiane tradizionalmente sono poco abituate a rivolgersi agli studi legali d’affari tendendo a fare affidamento sui loro legali interni o su singoli avvocati che si dedicano a tale tipo di assistenza.

Quali sono le criticità nello scenario italiano?

SCARANI Un’azienda piccola è governata da un numero limitato di persone, queste possono essere più o meno sensibili riguardo certe tematiche e quindi potranno investire più o meno nel sociale. Dipende da un fattore individuale, mentre la grande azienda si dedica al sociale perché si è creato un clima di desiderio di investimento non legato a una singola persona ma all’obiettivo aziendale generale.
BIANCHI Ho verificato una differenza tra le società con una vocazione potenziale o sostanziale verso l’estero, che hanno una maggiore sensibilità dettata soprattutto da un background culturale del management della società stessa o della società madre straniera, rispetto a una società, anche medio grande, che ha sviluppato il business solo all’interno dei confini nazionali.
EGIDI L’attenzione alla csr, non essendo nata in Italia, ha impiegato tempo ad affermarsi e anche se oggi è sicuramente più forte che in passato, la sua implementazione varia molto da impresa a impresa. Probabilmente questo dipende non soltanto dalla mancanza di una conoscenza diffusa della responsabilità sociale di impresa ma anche e soprattutto dalla realtà economica italiana caratterizzata principalmente da piccole e medie imprese che spesso non hanno le risorse per potere sviluppare attività di csr.


Quale sarà lo scenario nei prossimi 5/10 anni in Italia?

SCARANI Sono convinto che nell’ambito della responsabilità sociale con riferimento all’attenzione al rapporto con i dipendenti ci sarà un’evoluzione molto forte. Di fatto il telelavoro viene incentivato sempre di più, così come lo smart-working. Il passaggio da un’economia industriale a un’economia di servizi, arrivando fino all’industria 4.0 conferma questo cambiamento nell’approccio verso il mondo del lavoro. Prevedo che all’interno dell’ambito responsabilità sociale ci sarà sempre più un’attenzione alle esigenze del dipendente, che avranno maggior flessibilità nella gestione del proprio tempo.
BERNARDI L’impatto ambientale è uno degli effetti più immediatamente tangibili di questo tipo di approccio.  Ma non è l’unico, ci sono tanti altri ambiti, come quello dei dipendenti. L’impresa può farsi motore di supporti che normalmente dovrebbero essere affidati allo Stato in senso generale ma che molto spesso, per ristrettezze di cassa e per un pessimo utilizzo delle risorse pubbliche, non può garantire.
EGIDI Resto ottimista riguardo a un continuo incremento dell’interesse per la corporate social responsibility. Dal punto di vista dell’implementazione, credo che ci sarà un consolidamento tra i soggetti già attenti al tema, quali le multinazionali operanti in Italia, grandi società italiane, istituzioni finanziarie e società più esposte a realtà straniere. Temo invece che realtà economiche minori e concentrate sul mercato domestico difficilmente riusciranno ad attuare concretamente degli interventi rilevanti in una situazione economica come quella attuale.
BERNARDI Le imprese dovrebbero fare un salto culturale che apra una terza via rispetto a quella del puro volontarismo o, al contrario, dell’obbligatorietà di certe scelte al livello minimo, come è stato sempre percepito questo tipo di responsabilità. Forse non si è colto che la linea mediana non è legata a ragioni di mero altruismo o di obbligo legale, ma piuttosto alla consapevolezza che un certo tipo di approccio alla responsabilità sociale, può trasformarsi in un beneficio per l’impresa stessa.

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