Crediti deteriorati tra vecchi strumenti e nuove soluzioni

E’ ancora presto per fare un bilancio sulle misure adottate finora per smaltirei non performing loans. Ma sull’ultimo arrivato, Atlante 2, gli esperti sembrano cautamente ottimisti

Il tema dei non performing loans (Npl) è tutt’oggi al centro del dibattito mediatico, dove si accalcano ipotesi sui principali motivi che hanno generato il problema dei crediti deteriorati (crisi economica o cattiva gestione creditizia?) e le possibili, e realmente efficaci,
[auth href=”https://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Il governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, durante un intervento all’assemblea Abi dell’8 luglio 2016, ha parlato dei numeri relativi all’ammontare del fenomeno: «Dei 360 miliardi di prestiti deteriorati lordi in essere alla fine del 2015, 210 erano relativi a debitori insolventi (le sofferenze), 150 corrispondevano alle inadempienze probabili o a esposizioni scadute o sconfinanti e, al netto delle svalutazioni, l’ammontare di sofferenze si riduce a 87 miliardi. Di questi, circa 50 sono assistiti da garanzie reali il cui valore è stimato in 85 miliardi. Il resto è assistito da garanzie personali, dal valore stimato di 37 miliardi, o non è garantito». Il problema dei Npl è, secondo Visco, «un problema serio ma gestibile». Per farlo, secondo Yves Mersch, membro del Consiglio esecutivo della Banca centrale europea, «l’Italia deve affrontare in particolare nodi in materia di attuazione della procedura di insolvenza e di riscossione delle garanzie. Se l’attuazione della riforma sugli Npl sarà efficace il mercato lo riconoscerà». 
Nell’ultimo anno il legislatore ha posto in essere alcune soluzioni per cercare di incentivare lo sviluppo del mercato dei non performing loans. Lo ha fatto prima con la garanzia dello Stato sui titoli emessi da società per la cartolarizzazione, che acquistano crediti in sofferenza (cosiddetta Gacs); poi con la riduzione dei tempi di recupero giudiziali e stragiudiziali oltre all’introduzione di nuovi strumenti di garanzia, e alla modifica di alcune norme in tema di procedure esecutive e fallimentari tramite il decreto n.59/2016 convertito nella legge n.119/2016 e infine con il lancio, nell’aprile 2016, del Fondo Atlante per l’acquisto di crediti in sofferenza, a cui è seguito, in agosto, Atlante 2. 
Per fare il punto sulle reali potenzialità e conseguenze degli strumenti messi in atto, Legal ha intervistato tre esperti in materia: Angelo Rocco Bonissoni, socio di Cba studio legale e tributario; Umberto Mauro, partner di Norton Rose Fulbright, e Gregorio Consoli, socio di Chiomenti.
 
Qual è la situazione attuale degli Npl in Italia? «Una prima fondamentale distinzione dovrebbe farsi nell’ambito della categoria stessa degli Npl che, in senso lato, accomuna situazioni ben diverse, meritevoli di un ben diverso approccio analitico e di distinte soluzioni: una cosa sono gli Npl (in senso stretto), con ciò riferendoci alle cosiddette sofferenze bancarie, crediti deteriorati o inesigibili vantati dalle banche verso prenditori (famiglie o imprese) inadempienti/insolventi; altra cosa dovrebbero essere più propriamente gli Upl (Under performing loans), intendendosi per essi quei crediti problematici (incagli o crediti ristrutturandi) vantati dalle banche verso imprese che si trovino in stato di crisi e che abbiano intrapreso e possano intraprendere percorsi virtuosi di uscita da quella, attraverso l’impiego degli strumenti di composizione stragiudiziale o concordataria predisposti con lungimiranza dal legislatore negli ultimi anni (piani attestati, accordi di ristrutturazione, concordati in continuità).  Ritengo che accomunare indistintamente questi due fenomeni non aiuta alla individuazione di soluzioni percorribili ed efficaci», ha detto Bonissoni.
Critico nei confronti di un immediato sviluppo del mercato dei crediti è Mauro: «Nonostante i valori indicati da Banca d’Italia, il mercato dei crediti in sofferenza non riesce a svilupparsi in Italia soprattutto a seguito della differenza significativa tra il valore a cui le banche iscrivono tali attivi in bilancio e il prezzo offerto dagli investitori. Il più delle volte tale differenza è proporzionale alla lunghezza dei tempi di recupero degli Npl. In altri termini, i tempi di recupero degli Npl incidono in modo sostanziale nella valorizzazione degli stessi da parte degli investitori e nella differenza rispetto alla valorizzazione fatta dalla banca. Tale differenza è principalmente dovuta a due fattori: il tasso di rendimento atteso dagli investitori è molto alto (tale rendimento viene utilizzato per scontare i flussi di cassa attesi sugli Npl, mentre le banche utilizzano il tasso d’interesse effettivo originario dei crediti, di norma molto più basso); le banche rilevano i costi indiretti di gestione degli Npl nel bilancio d’esercizio di competenza, mentre gli investitori li deducono immediatamente dal loro valore netto con conseguente riduzione del prezzo di acquisto. A mio avviso risulta pertanto cruciale accorciare i tempi di recupero per poter attivare il mercato secondario degli Npl e consentire lo smaltimento dell’elevato stock delle banche italiane».
In che misura gli strumenti adottati finora sono risultati efficaci? «A oggi è nota un’unica operazione con Gacs che ha coinvolto la Banca Popolare di Bari, per cui è prematuro fare delle valutazioni sull’efficacia dello strumento», spiega Mauro, «così come fare delle valutazioni sui nuovi strumenti introdotti dal decreto n.59/2016, benché ci sia un generale ottimismo tra gli operatori. Quanto al fondo Atlante, sono state effettuate due operazioni di ricapitalizzazione che hanno riguardato Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ma al momento ancora nulla sul fronte dei crediti in sofferenza». 
Della stessa opinione è Consoli: «è ancora presto per un giudizio definitivo. Una valutazione completa sull’efficacia degli strumenti potrà essere fatta solo alla fine. Oggi notiamo che gli operatori hanno una pluralità di strumenti, sia pubblici che privati, a cui fare ricorso per una migliore gestione di questi attivi. Da una parte lo Stato ha messo in campo le misure fiscali e lo strumento Gacs, il sistema nel suo complesso si è organizzato per creare un investitore specializzato come Atlante e ciascuna banca ha adottato nuove misure organizzative per migliorare la gestione. Nessuna di queste misure è da sola sufficiente, ma ciascuna può essere uno strumento molto utile per affrontare il problema. Se prendiamo in considerazione la Gacs, notiamo come sia difficile stimare da un punto di vista quantitativo l’impatto di questo strumento nella gestione dei Npl. Questo non toglie però che si tratti di uno strumento positivo. Attraverso la Gacs si avranno cartolarizzazioni più trasparenti che richiedono maggiore professionalizzazione dei processi e in più la presenza delle Gacs rende più semplice l’utilizzo dello strumento cartolarizzazione come veicolo di finanziamento dei portafogli e non solo di investimento da parte di soggetti non bancari. Infine, la Gags faciliterà e ridurrà il costo della leva nell’ambito di queste operazioni con l’obiettivo di massimizzare il prezzo. 
Dopo Atlante, si è parlato di Atlante 2. Qual è il suo scopo e a quali scenari può condurre? «Il fondo Atlante e il fondo Atlante 2 si concentrano essenzialmente sugli Npl, oltre agli interventi di ricapitalizzazione delle banche in difficoltà», spiega Bonissoni. «Per gli Npl, il problema è essenzialmente quello del loro recupero (recovery); gli strumenti sono quelli tipici dell’esecuzione giudiziale e delle procedure fallimentari che, come di recentemente fatto con alcuni interventi normativi, devono essere accelerate e rese più efficaci ed efficienti; l’interesse qui primariamente tutelato dall’Ordinamento deve esser quello del creditore, pur evitando meccanismi vessatori nei confronti del debitore. Poi c’è il problema contingente della gestione dello stock di Npl che gravano oggi pesantemente sui bilanci delle banche i quali devono quindi essere opportunamente gestiti per ristabilire i ratio di sana e prudente gestione e per liberare quindi nuove risorse da destinare alla funzione creditizia a supporto del rilancio dell’economia reale. Qui le soluzioni, come dicevamo, sono essenzialmente di due tipi: pulizia dei bilanci tramite dismissione di quelle sofferenze o ricapitalizzazione delle banche».
«Atlante 2 sarà destinato esclusivamente all’acquisto di sofferenze bancarie italiane ad un prezzo fino al 32% del loro valore originario», aggiunge Mauro, «e si tratta di un prezzo più alto rispetto a quello normalmente offerto da investitori specializzati ma ritenuto adeguato dai gestori del fondo con un rendimento atteso del 6%. Si prevede che la disponibilità del fondo possa variare tra 1,25 miliardi di euro fino a 5 miliardi di euro. Come per Atlante, anche Atlante 2 investirà in titoli junior e mezzanine rivenienti da operazioni di cartolarizzazione di Npl originati da banche italiane. Una delle caratteristiche del fondo è quella di puntare ad una segmentazione dei portafogli tra garantiti e non garantiti ai fini di una migliore valorizzazione degli stessi. Uno degli investitori sarà lo stesso fondo Atlante che contribuirà con una cifra tra 800 milioni di euro e 1,25 miliardi di euro utilizzando parte delle disponibilità rimaste a esito delle operazioni di ricapitalizzazione realizzate, fermo restando che, come sopra indicato, dopo il 30 giugno 2017 tutte le disponibilità residue di Atlante potranno essere investite in Npl. Il regolamento di Atlante 2 prevede la possibilità anche di accedere al capitale delle banche attraverso strumenti finanziari ad hoc nel caso in cui l’operazione in Npl contribuisca ad un re-rating delle banche originator stesse. La prima operazione di rilievo di Atlante 2 dovrebbe riguardare Monte dei Paschi di Siena. Credo che Atlante 2 sia uno strumento estremamente innovativo sul mercato italiano e di possibile successo». Secondo Consoli, «stando a quanto si legge, Atlante 2 si tratterà di un veicolo più focalizzato sull’acquisto di non performing che di equity di banche. Se sarà confermato, potrà portare nuovi capitali che sosterranno la domanda di acquisto di attivi deteriorati».  
In questa situazione di instabilità finanziaria, la figura dell’avvocato è sicuramente centrale. Qual è il suo ruolo e quali le maggiori difficoltà che ha dovuto affrontare nel gestire la crisi? «Le tematiche tipiche, che la strutturazione di queste operazioni si pone, attengono ai profili civilistici e fiscali connessi alla cessione dei crediti e delle garanzie sottostanti. A livello, poi, più strutturale occorre pensare a soluzioni innovative soprattutto con riferimento agli Upl. Se, come detto, per gli Npl il problema è essenzialmente quello del loro recupero (recovery), per gli Upl obiettivo primario deve essere il risanamento delle imprese debitrici in crisi e quindi, ma solo indirettamente, dei bilanci delle banche creditrici. Questo può farsi, anche qui, cedendo (o svendendo) all’esterno i «preziosi» Upl a soggetti (privati o ibridi) che poi sapranno ben estrarre valore dai processi di ristrutturazione, valore che però viene così definitivamente sottratto ai creditori (e ai loro azionisti) che di quella crisi hanno portato il peso, ovvero strutturando una operazione «di sistema», più ambiziosa e complessa, ma oggi ben articolabile utilizzando lo schema tecnico del fondo di ristrutturazione, che, con soluzione tutta interna al mondo bancario, persegua un virtuoso allineamento di interessi tra creditori bancari e imprese debitrici ristrutturabili. Questa iniziativa avrebbe come obiettivo prioritario proprio quello di efficientare i processi di ristrutturazione oggi polverizzati e incagliati negli uffici ristrutturazione di tutte le banche italiane che, pur meritoriamente rinforzati e riqualificati negli ultimi anni, innanzi al quotidiano moltiplicarsi dei dossier e pur con tutta la diligenza e competenza di cui dispongono, si trovano oggi a dover gestire con strumenti ordinari una vera emergenza nazionale; tale soluzione pare oggi la sola capace di far uscire dalle paludi in cui si sono arenati i citati innovativi strumenti di composizione della crisi d’impresa, complice anche una inefficiente superfetazione normativa e operativa, alimentata da caste professionali (i professionisti della ristrutturazione) i cui costi spesso esorbitanti erodono i margini di risanamento dell’impresa loro affidata», afferma Bonissoni, che prosegue: «Una tale innovativa soluzione sistemica, che dovrebbe poter contare su alcuni semplici ma utili adeguamenti normativi per facilitarne l’operatività, avrebbe dunque come primario obiettivo quello di promuovere e agevolare l’interposizione di un veicolo dedicato e professionale, capace di svolgere per conto e nell’interesse delle banche, anche attraverso la conversione in equity dei loro crediti, quel ruolo di partnership del sistema imprenditoriale in crisi, ruolo che le stesse banche non vogliono, non dovrebbero e spesso non sono in grado di svolgere; la gestione professionale e virtuosa del percorso di risanamento si rifletterebbe poi in capo alle banche nella valorizzazione dell’investimento di natura finanziaria che queste ultime verrebbero a detenere nelle quote di quel medesimo veicolo per effetto del conferimento in essi dei crediti in sofferenza, restituendo e lasciando quindi al creditore bancario (e ai suoi azionisti) il plusvalore estratto dal processo di ristrutturazione». 
«Partiamo dal contesto di riferimento, che in questi mesi è molto mutato», puntualizza Consoli. «Oggi le banche iniziano a realizzare che, per quanto deteriorati e problematici, questi crediti restano comunque degli attivi che devono essere gestiti nel migliore dei modi. Alla figura dell’avvocato è richiesto quindi un approccio più flessibile. Non si tratta sempre di cedere pacchetti crediti o di trovare forme di finanziamento degli stessi, ma le soluzioni possono essere sempre più diverse. Dalla semplice alienazione con procedura competitiva, a soluzioni più strutturate come la cartolarizzazione, per arrivare alle operazioni di outsourcing o a quelle societarie che hanno come obiettivo lo scorporo dei non performing. 
In questo contesto, gli studi legali sono chiamati a uno sforzo per mettere insieme team di professionisti con tutte le competenze necessarie per affrontare le diverse esigenze del cliente in un’ottica multi-disciplinare».

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