Parola d’ordine: internazionalizzazione

Nei prossimi mesi i fondi messi a disposizione del Governo attraverso il Recovery Plan daranno impulso a settori chiave come quello delle infrastrutture, della sanità e dell’economia circolare. Gli investimenti previsti su strade, autostrade e ferrovie, inoltre, determineranno una crescita del project financing e del project bond, oltre che maggiori operazioni di m&a e finance nel settore energy. Quest’ultimo, in particolar modo per quanto riguarda le rinnovabili, farà da calamita per gli investitori internazionali.
A trainare la crescita delle imprese saranno anche la trasformazione digitale e le nuove tecnologie, mentre la presenza all’estero sarà sempre più un passo obbligato per quelle start up che vogliono accrescere la loro visibilità e reattività nei mercati internazionali. Cambiamenti in vista anche per la professione legale: per far fronte ai cambiamenti e all’innovazione che stanno investendo il comparto, è fondamentale che l’avvocato superi la sua tradizionale veste di mero consulente e dimostri le competenze essenziali per cavalcare il cambiamento, ovvero capacità imprenditoriale, solida competenza digitale, buone capacità di gestione e apertura all’innovazione.
È questo, in sintesi, lo scenario globale prospettato da Francesco del Bene, senior partner di Avocom Law Firm, che intervistato da Le Fonti Legal, fa anche un bilancio sui traguardi e i progetti portati avanti dallo Studio, sia in Italia che all’estero.

Partiamo da questo 2021 che sta volgendo al termine. Quale bilancio può fare per quanto riguarda Avocom?
Il 2021 si è rivelato essere un anno di grande crescita, di scelte strategiche complesse e di posizionamento stabile tra le migliori leading law firm a livello nazionale e internazionale, grazie anche ad alleanze strategiche quali quelle con Coral International Commercial Agency (CICA), agenzia internazionale guidata da Giovanna Gentile e leader da 25 anni nel settore della consulenza alle imprese, con sede ad Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti), dove abbiamo aperto di recente una nostra sede di rappresentanza, e con Estudio Pinkas Abogados, storica e prestigiosa law firm di matrice sudamericana fondata dal professor Pinkas Flint con uffici in varie giurisdizioni europee e non. Questo ha reso possibile raggiungere una significativa dimensione come numero complessivo di avvocati, oggi pari a 65 tra partner, associate e trainee e di incrementare il fatturato dell’anno precedente di oltre il 34%.
Di grande prestigio è stato l’ingresso in qualità di senior of counsel di Giorgio Benvenuto che si occupa delle relazioni istituzionali a livello domestico e internazionale ed è membro del Comitato tecnico-scientifico della law firm che ha funzioni di indirizzo e garanzia sulle transazioni crossborder di maggior rilevanza e importanza, e di Federico Michele Sorrentino, equity partner a capo del dipartimento corporate m&a della sede di Londra. Lo Studio, per far menzione di alcuni dei risultati principali, è stato nominato socio di Aifi (Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt) e di The Adam Smith Society, società per lo studio e la diffusione dei principi dell’economia di mercato.
Avocom Law Firm ha, inoltre, ottenuto la certificazione ISO 9001:2015 per il Sistema di gestione integrato. Questo risultato dimostra la dedizione dell’organizzazione a garantire il rispetto dei più elevati standard di gestione della qualità; l’insegna ha ottenuto l’attestato dimostrando ancora una volta l’impegno nel soddisfare le esigenze dei propri assistiti, in particolare nell’ambito dell’assistenza e consulenza legale internazionale per enti pubblici e privati. La verifica esterna della nostra implementazione di questi standard è stata condotta da Euci che ci ha presentato i certificati di riconoscimento il 15 ottobre 2021.

Avocom è uno studio internazionale molto attivo nello sviluppo di progetti negli Emirati Arabi Uniti. Quali sono le opportunità offerte da questo mercato per un eventuale operatore italiano interessato a investire in quei paesi?
Gli Emirati Arabi Uniti non applicano l’imposta sulle società su investimenti esteri o nazionali in alcun settore. Non esiste uno specifico sistema di incentivi per gli investimenti esteri. In genere, esiste una procedura di gara aperta per i progetti promossi dal governo. Tuttavia, in alcuni settori ritenuti prioritari, termini e modalità guida dell’investimento da realizzare possono essere concordati caso per caso.
Gli Emirati Arabi Uniti sono parte di diversi trattati bilateri sugli investimenti. Tuttavia, il rischio politico negli Emirati Arabi Uniti è generalmente percepito come basso, quindi questa non è tipicamente una delle principali preoccupazioni degli investitori stranieri. Ancora, tasse come l’imposta sulle società o ritenuta alla fonte non sono riscosse negli EAU mentre, invece, sono previste espressamente per registrazioni, permessi e così via. Tuttavia, l’Iva, ad oggi non contemplata dal sistema fiscale locale, sarà probabilmente introdotta nel prossimo futuro. Non vi è, poi, alcun divieto contro i conti in valuta estera, tenuti negli Emirati Arabi Uniti o offshore così come non ci sono restrizioni al pagamento di dividendi (subordinatamente alle condizioni tipiche come la disponibilità di riserve distribuibili, ecc.) o al rimborso di prestiti soci a società madri estere. In generale, il regime di importazione è relativamente liberale e quindi ci sono restrizioni limitate o nessuna restrizione in relazione alla maggior parte degli impianti e macchinari necessari per i progetti ma ciò deve essere considerato e confermato caso per caso.

I limiti del mercato italiano hanno spinto le start-up innovative a puntare sui mercati esteri. Quali sono le opportunità che possono cogliere queste realtà nel percorso di internazionalizzazione?
La crescita delle tech start-up italiane, e di conseguenza dell’intero eco-sistema start-up nazionale, passa automaticamente da un processo di internazionalizzazione, anche solo europeo. In effetti ci sono varie ragioni che obbligano le start-up innovative a fare un passo essenziale, quello della presenza all’estero.
Il primo motivo è l’aspetto dimensionale del mercato interno. Per esempio, l’Italia rappresenta un mercato relativamente piccolo che non consente di raggiunge facilmente la massa critica di utenti necessaria per sviluppare al suo massimo le idee di business e soprattutto a capire se la propria proposta sul mercato è valida. Per questi motivi l’internazionalizzazione permette di accedere a mercati più ampi e dinamici che consentono di aumentare la propria visibilità e di essere più reattivi. Un altro aspetto che spinge spesso una start-up all’internazionalizzazione è la difficoltà di realizzare un’exit degna dell’innovazione proposta. I mercati esteri possono potenzialmente offrire maggiori opportunità di effettuare un’exit all’altezza della ricerca e dell’innovazione sviluppate. Un altro motivo è la limitata propensione ad investire da parte dei finanziatori italiani, aspetto che costringe le start-up italiane a ricercare fonti finanziamento estere. Gli investitori stranieri accettano di sostenere le tech start-up italiane richiedendo spesso un’espansione geografica o un cambio di sede legale per motivi di avvicinamento a mercati meglio conosciuti dagli investitori stessi.
Inoltre, il quadro normativo di un altro paese “rassicura” gli investitori, rispetto a quello italiano considerato (non a torto) molto complicato, poco reattivo ai cambiamenti e confuso. Non dobbiamo nasconderci che per avviare il processo di internazionalizzazione per una start-up è necessario impostare lo sviluppo della start-up come “born global”, pensata fin dalla nascita per una presenza e un’operatività internazionale. Le sfide della globalizzazione e le opportunità offerte dalle nuove tecnologie hanno fatto emergere questo nuovo fenomeno di imprese capaci di processi di internazionalizzazione significativi in breve tempi, dalla nascita della realtà. Le start-up born-global, ormai diffuse a livello internazionale, rappresentano una quota sempre piů rilevante delle nuove imprese, in particolare modo nei settori manifatturiero e high-tech. L’ecosistema “Italia” delle startup deve essere considerato ormai come un’eco-sistema delle startup italiane nel mondo.

A suo avviso, quali settori legali stanno avendo o avranno maggiore sviluppo in Italia?
Nella prospettiva dell’arrivo dei fondi del Recovery Plan, c’è da dire in premessa, si sta lavorando da tempo al potenziamento delle squadre così come alla creazione di team interdisciplinari e all’apertura ai progetti europei: sono queste alcune delle strategie pianificate per farsi trovare pronti all’impatto con i 200 miliardi destinati al nostro Paese per il Next Generation Eu e i settori caldi, com’è noto, vanno dalle infrastrutture alla digitalizzazione, dalla sanità all’economia circolare. I massicci investimenti nelle Infrastrutture e cioè su strade, autostrade e ferrovie saranno attrattivi anche per i capitali privati con un prevedibile aumento delle operazioni di project financing e project bond (con possibili m&a su progetti infrastrutturali), sulle operazioni m&a e finance nel settore della green economy e transizione energetica.
È quello delle energie rinnovabili, già al centro del Green new deal europeo operativo prima della pandemia, l’altro settore di assoluto interesse e foriero di opportunità di investimento sia per i capitali europei che d’oltreoceano con un’attenzione particolare sull’idrogeno verde che, secondo stime affidabili, sarà in grado di attrarre oltre 10 miliardi di investimenti entro il 2050, anche grazie ai fondi messi a disposizione dal Recovery Plan italiano.

Secondo lei il Recovery Plan può dare nuova linfa alla crescita delle start up? Qual è il suo giudizio in merito alle misure che potrebbero essere introdotte?
Il sistema delle start up rappresenterà un comparto fondamentale e indiscutibile per lo sviluppo e l’aumento di competitività dei vari Paesi sia dal punto di vista tecnologico/scientifico che sociale, societario e culturale. Ormai le start up operano in tanti settori e fanno parte dell’ecosistema generale, non sono più un “anomalia” del sistema “Impresa”. Lo sviluppo delle start up annuncia l’aspirazione a compensare il gap tra investimenti di ricerca e ritorno economico e lancia una sfida di adeguamento ai paesi, come il nostro, meno attrezzati sul piano dell’innovazione “di frontiera”. Il PNRR offre molte soluzioni innovative in questo senso.
Per i finanziamenti previsti nel PNRR, relativi alle start up e al patrimonio culturale per la prossima generazione, è stato stabilito un budget di 500 milioni per la digitalizzazione di quanto custodito in musei, archivi, biblioteche e luoghi della cultura, così da consentire a cittadini e operatori di settore di esplorare nuove forme di fruizione del patrimonio culturale e di avere un più semplice ed efficace rapporto con la pubblica amministrazione. L’obiettivo finale essendo quello di stimolare un’economia basata sulla circolazione della conoscenza.
Questa misura fissa una precisa dotazione di intervento, importante, e chiarisce come applicare le nuove opportunità del PNRR. Per ottimizzare le misure elaborate e presentate nel Piano, alcune ulteriori chiavi di lettura sulla valutazione dell’affidabilità dei progetti finanziati e su specifici criteri per la selezione delle proposte innovative potrebbero ottimizzare l’efficienza delle misure previste. Per esempio: la creazione di un centro di competenza multifunzionale, dedicato al settore start up, che permetterebbe di comprendere e trasmettere in modo forte la cultura del nuovo, di riconoscere quale sia la parte opportuna delle start up da sostenere, quale sia da attrarre dall’estero e quale sia quella da mettere ai margini; aiuterebbe l’efficienza dell’assegnazione e dell’attuazione dei singoli progetti start up tramite una vera e propria “cabina di regia” tematica, con persone ed organizzazioni competenti; permetterebbe di compensare, per motivi di costi e tempi a disposizione, la riduzione della capacità progettuale dello Stato, della nostra burocrazia, dai ministeri, e ad aiutare un ecosistema globale ancora in fase embrionale. La mancanza di un tale centro potrebbe diventare un problema ben più difficile da sormontare degli stanziamenti del Piano percepiti come ridotti.

Allargando il discorso al modello di studio legale più adatto al mercato attuale, che è stato rivoluzionato dal “fattore Covid”, secondo lei qual è la struttura “vincente”?
La parola chiave è innovazione: le law firm così come i legal department interni alle aziende dovranno adoperarsi per cercare di colmare tre gap principali e per posizionarsi saldamente nello scenario del mercato legale post pandemia Covid-19. Se vogliamo indicarle in sintesi analitica, le aree di intervento più urgenti per potersi posizionare competitivamente nella corsa al mercato dei legal service nel prossimo quinquennio sono: il divario tutt’oggi esistente tra il servizio legale offerto e le (legittime) aspettative dei clienti; l’effettivo livello di preparazione (di merito ma anche di management) riguardo a quelli che saranno i principali tech trends dei prossimi tre-cinque anni; la capacità, infine, di gestire puntualmente e organizzare strategicamente la mole di informazioni in costante, esponenziale crescita.
Se la legal industry “tradizionale” deve necessariamente confrontarsi con queste carenze di fondo da colmare, per contro prende sempre più consistenza il ricorso al “campione” post Covid: l’Alternative Legal service providers (Alsp), che è indicato come il trend principale nei prossimi cinque anni nella legal industry.
La corsa è dunque verso lo sviluppo in-house di soluzioni tecnologiche piuttosto che affidarsi ad una legal tech esterna alla law firm. Stando ad una recente survey Aija (Associazione internazionale dei giovani avvocati in collaborazione con il Ccbe, la rappresentanza degli ordini forensi presso l’Unione europea) nella classifica delle tecnologie adottate negli ultimi tre anni troviamo il Legal search engines (54,78%), il Content management software (28,66%), le piattaforme collaborative con la clientela (19,75%), la fornitura di servizi professionali on line (15.92%), l’utilizzo della Intelligenza artificiale (11.46%), smart contracts e blockchain (7,64%), chatbot (5,10).
Ma, con gradualità, sta positivamente cambiando anche la percezione che l’avvocato ha di sé nel contesto del mercato legale e si ammette che, soprattutto con l’avvento delle nuove tecnologie, essere semplicemente un avvocato esperto non è più sufficiente. Ed infatti, la capacità imprenditoriale (approccio incentrato sul cliente), la solida competenza digitale, le buone capacità di gestione e l’apertura all’innovazione sono menzionate come competenze essenziali per la professione legale. Viene quindi riconosciuta sempre più come imprescindibile una maggiore formazione legale che comprenda anche questi aspetti per adeguarsi di conseguenza e garantire che gli avvocati rimangano indispensabili nell’era della tecnologia IA. È quanto conferma anche la survey di Wolters Kluwer “Future Ready Lawyer” (2021), autorevole osservatorio internazionale per il monitoraggio dell’evoluzione della legal industry.
La tendenza al cambiamento in atto, in estrema sintesi, assume proporzioni tali da poter decretare la fine di tutte quelle organizzazioni che non sapranno rispondere in maniera efficace e allineata.

Quale tipologia di studio, invece, soffrirà maggiormente il nuovo assetto del mercato legale?
Come è stato ribadito in un accurato studio pubblicato non molto tempo addietro dalla Cassa nazionale forense, “oggi algoritmi e intelligenze artificiali non costituiscono più realtà virtuali ma processi cognitivi in avanzata applicazione, i giudici robot e la giustizia predittiva non sono più vaghe espressioni. La sperimentazione è in fase avanzata e ben presto, c’è da giurarci, occorrerà confrontarsi con sistemi di gestione ed amministrazione ipertecnologici, in uno scenario in continua evoluzione cui l’avvocatura dovrà necessariamente ed inevitabilmente adeguarsi, con l’ulteriore gravoso compito per il giurista di comprendere i rischi connessi alle nuove tecnologie onde salvaguardare taluni valori fondanti del suo bagaglio culturale, quali la libertà individuale, la tutela dei diritti fondamentali della collettività, le scelte consapevoli, etc.”.
E determinanti saranno i tempi ed i modi in cui la categoria saprà affrontare questi cambiamenti, rimodulando modelli professionali e di business ormai desueti, adeguando principi fondanti di irrinunciabile valore morale oltreché giuridico ma destinati ad essere travolti dalle logiche dell’economia e dei mercati, visto che l’eccessiva lunghezza dei processi viene valutata in termini di perdita di punti percentuali di Pil. Di fronte a queste grandi mutazioni l’esigenza di un cambiamento di mentalità, di organizzazione e di cultura è a dir poco essenziale, come diceva il sociologo Giancarlo Prandstraller in una sua acuta e lungimirante riflessione risalente al 2012. «L’assetto “protetto” della professione è al tramonto, bisogna gestire con intraprendenza un’opzione acquisitiva da cui possano venire le risorse che agli avvocati ormai mancano». Di qui l’invito agli avvocati ad individuare per la professione “nuove funzioni”, resecandole dal corpo stesso della giurisdizione e dell’amministrazione”, sì da renderla «coerente con il capitalismo di oggi, nel quale gli assetti professionali siano direttamente legati al miglioramento della produzione e alle richieste d’una società che va sempre più verso l’immateriale e il creativo».
Quella che ci attende è dunque una grande sfida culturale che muove dall’affermazione di una visione diversa dell’archetipo di Avvocato, che supererà ed abbandonerà le caratteristiche di chi esercita tradizionalmente la professione in modo individualista, generalista, privo di ambiti di competenza specifici, che vede nella reintroduzione dei “minimi” tariffari la soluzione alle difficoltà economiche che i liberi professionisti incontrano quotidianamente. E certo non gioveranno in tal senso progetti politici, di indubbio fascino comunicativo e di facile acclamazione forse per le platee congressuali, ma non in grado, alla prova dei fatti, di incidere concretamente sulla capacità degli avvocati di produrre reddito. Sarebbe stato certamente più utile e proficuo chiedere e pretendere per gli avvocati, equiparati sulla carta alle piccole-medie imprese, di poter godere delle stesse opportunità sul piano fiscale e finanziario, laddove proprio in questa fase critica della pandemia i professionisti “ordinisti” si sono invece trovati esclusi quasi da ogni forma di sostegno.

Quali sono gli obiettivi di Avocom per il 2022?
Come detto in precedenza, le soluzioni tecnologiche si siano rivelate essenziali per la resilienza del business nell’ultimo anno e noi vediamo nella digital transformation e nella tecnologia due driver di cambiamento sui quali continueremo ad investire per migliorare prestazioni, efficienza e produttività. La pandemia globale ha accelerato la trasformazione digitale anche nella professione legale, segnando un passo importante soprattutto per alcune tecnologie fondamentali nella gestione del business e nel contenimento dei costi ed è in quella direzione che bisogna continuare a muoversi con sempre maggiore convinzione e investimento di risorse finanziarie, organizzative, umane.
Quanto all’espansione nei mercati che consideriamo core per il nostro business, continueremo a focalizzare la nostra attenzione sugli Emirati Arabi, sulla Cina e sul Far East soprattutto nei settori dell’energy e del project finance. Come abbiamo già rimarcato proprio su queste pagine, la pandemia ha colpito diversi settori dell’economia emiratina e, allo stesso tempo, ha innescato o, per meglio dire, accelerato una serie di importanti riforme che non potranno che agevolare la ripresa economica e commerciale nel tempo. Negli Emirati Arabi Uniti (UAE), il project finance è stato utilizzato principalmente nei settori dell’energia e delle risorse naturali come l’acqua, oltre che nel settore immobiliare. Al di fuori dei suddetti settori, sono previsti finanziamenti di progetti nei settori dell’industria pesante, tra cui siderurgico e petrolchimico. Si prevede che in futuro il modello di PPP / project finance possa essere esteso ad altri settori, tra cui sanità ed istruzione.

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