Peso Piuma

I fiscalisti sul Viale del Tramonto

Correva l’anno 2014, quando l’allora Governo Renzi varò la legge sulla voluntary disclosure, che di fatto autorizzava il rientro dei capitali detenuti illecitamente all’estero.

2020… Rivoluzione nel mercato legale

Si chiude quello che verrà ricordato come l’anno peggiore dal Dopoguerra a oggi.

Praticanti avvocati, esame nel Limbo

Il 2020 è stato un annus horribilis un po’ per tutti.

Il sistema ordinistico reggerà alla crisi?

È arrivata la seconda ondata. Ed è scattato, di conseguenza, un nuovo allarme rosso per i professionisti, già colpiti nei primi mesi di pandemia e con pochi aiuti a disposizione.

L’80% ha infatti dichiarato una perdita di fatturato negli ultimi mesi, e nel 35% dei casi il crollo è stato superiore al 50 per cento. Uno tsunami. Che ora le categorie professionali non vogliono più affrontare a mani nude come nei mesi scorsi ma con strumenti adeguati che il governo deve decidersi di mettere a disposizione. Va in questo senso la lettera congiunta inviata nei giorni scorsi al premier Giuseppe Conte dai presidenti degli ordini dei consulenti del lavoro e dei dottori commercialisti, Marina Calderone e Massimo Miani. Con la richiesta di attivare misure “di ristoro” come quelle varate per le aziende colpite dalle ultime disposizioni anti contagio (dpcm 24 ottobre 2020). Il motivo è che tutte le attività professionali hanno investito in soluzioni informatiche per continuare a lavorare e ora molti studi sono invece costretti a chiudere per casi di malattia, mentre gli adempimenti non aspettano.

Tra le varie categorie professionali, però, come detto in più occasioni su Le Fonti Legal, ci sono alcuni che se la passano peggio di altri. È il caso degli avvocati. Secondo un sondaggio che abbiamo realizzato su un campione di cinque mila avvocati, la base imputa agli organi di rappresentanza dell’avvocatura un’attività nulla o insufficiente nei confronti del governo per incentivare gli aiuti necessari nei confronti dei professionisti. Ma c’è di più. Tra le principali accuse emerge anche la poca vicinanza e sensibilità alle vere problematiche degli avvocati e la necessità di un maggiore coinvolgimento dei professionisti nelle scelte delle istituzioni, anche attraverso la riforma del sistema di rappresentanza dell’avvocatura.

Andando a vedere alcuni numeri, circa il 60 per cento giudica nullo o scarso l’operato degli organi di rappresentanza nei confronti delle istituzioni nel periodo emergenziale. Quasi il 70% dà un giudizio insufficiente o scarso alla richiesta di valutare la vicinanza alle problematiche effettive degli avvocati. Considerando i singoli organi di rappresentanza, il voto migliore, o “meno peggio”, va alla Cassa forense, il peggiore ad Asla, l’Associazione degli studi legali d’affari, ma comunque sono tutti ampiamente sotto la sufficienza. Serve un cambio di passo, insomma. Difficile da immaginare se si pensa alla situazione attuale del Consiglio nazionale forense, i cui vertici sono stati rimossi ancora prima dello scoppio della pandemia, e che oggi è praticamente commissariato. Senza contare la situazione di perenne conflitto interna alla categoria forense.

Certo è che questa crisi ha aperto il cosiddetto “vaso di Pandora”: il sistema ordinistico, per come è stato strutturato negli anni ’30 e ben poco riformato, è ancora attuale?

Smart working, il punto di non ritorno

Abbiamo superato il “giro di boa” dei sei mesi dall’inizio della pandemia. Che ha significato, per la quasi totalità dei lavoratori dipendenti, il semaforo verde per quello che potrebbe essere in molti casi un punto di non ritorno: lo smart working o lavoro agile.

Un modello organizzativo che da “emergenziale”, per molte imprese potrebbe trasformarsi in “strutturale”. E, in questo senso, siamo arrivati al momento clou. Dal 15 ottobre, infatti, il datore di lavoro non potrà più imporre lo smart working ma dovrà siglare specifici accordi come previsto dalla legge n. 81/2017 che disciplina, appunto, il lavoro agile. Il 15 ottobre è il giorno, infatti, in cui termina la normativa emergenziale che, per ragioni di necessità, consentiva di “bypassare” gli accordi previsti per legge, generando chiaramente tutta una serie di criticità dovute al mancato coordinamento tra l’avvio dello smart working e il mutamento dell’organizzazione aziendale nella direzione di una maggiore flessibilità.

Da più parti, infatti, si è parlato di “forma distorta di lavoro agile”, “home working” o “telelavoro”. Il 15 ottobre rappresenta quindi una data chiave per una serie di motivi: come emerso da una recente survey Aidp (Associazione italiana dei direttori del personale) due aziende su tre continueranno con lo smart working anche dopo l’emergenza. Perché hanno effettivamente riscontrato vantaggi in termini di tempo risparmiato, minori costi di spostamento, soddisfazione dei dipendenti e miglioramento del work-life balance. Ma la domanda è: posto il fatto che siamo di fronte a una “nuova normalità” anche per quanto riguarda il lavoro agile, la legge n. 81 del 2017 è ancora adeguata? Probabilmente no, dato che lo stesso governo sembra andare nella direzione di una nuova normativa “contestualizzata”.

Anche perché si aprirà la stagione degli accordi collettivi o individuali. Una rivoluzione che vede protagonisti gli avvocati giuslavoristi, in campo con i direttori del personale delle aziende per dare vita a modelli virtuosi di smart working, in grado di raggiungere quello che può essere considerato l’equilibrio “paretiano”: conciliare le esigenze dell’impresa con quelle dei lavoratori, che spesso vanno in direzione opposta. Come fare per raggiungerlo è raccontato nell’indagine che trovate in questo numero di Le Fonti Legal, dove abbiamo coinvolto i maggiori studi legali con dipartimenti labour strutturati e le cosiddette “boutique” di diritto del lavoro.

E quello che è emerge è che siamo di fronte a una sfida che riguarderà la quasi totalità di aziende e lavoratori: i datori di lavoro dovranno abbandonare il vecchio modello di controllo “fisico” dei dipendenti, dando loro la possibilità di lavorare davvero da ovunque e con orari flessibili, valutando la prestazione esclusivamente sulla base di obiettivi e risultati. I dipendenti, a loro volta, hanno sulle spalle la responsabilità di mantenere, o addirittura alzare, il livello di obiettivi e risultati da remoto.

Una rivoluzione, dunque, che sarà più strutturata se anche il legislatore saprà cogliere questa sfida.

Semplificazione, una sfida che non può più essere rimandata

Chiarezza normativa e semplificazione. Sono i capisaldi da cui ripartire per immaginare una ripresa che somiglia molto alla scalata di una montagna.

Ne sono consapevoli tutti gli attori del sistema economico italiano: imprenditori, uomini della finanza, professionisti, avvocati d’affari. Lo è meno la politica. Se è vero che tutti i provvedimenti emergenziali hanno presentato evidenti criticità di applicazione. Da ultimo, il decreto Agosto che ha prorogato gli ammortizzatori sociali Covid e il divieto di licenziamento per chi ne usufruisce fino al 31 dicembre 2020. Una proroga scritta male, però. Come denunciato dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro in uno dei suoi ultimi approfondimenti, dove sono state analizzate criticità interpretative e difficoltà applicative: senza voler entrare nei dettagli dei tecnicismi, dalla formulazione della norma (art. 3 del decreto Agosto) emergerebbe la “definitività” del divieto di licenziamento per il datore di lavoro che opta per l’esonero contributivo, anziché il vincolo alla durata delle misure straordinarie previsto al contrario dall’art. 14. Un pasticcio, insomma.

Per non parlare dell’eccessivo ricorso ai decreti attuativi: per il decreto Agosto se ne contano 70, per il decreto Rilancio ne mancano all’appello ben 100 sui 137 previsti. Direzione opposta rispetto alla chiarezza e snellimento richiesti invece da più parti. Da ultimo, dal mondo legale all’unisono: avvocati d’affari, giuslavoristi, penalisti, general counsel, chiamati in causa da Le Fonti Legal per fare il punto sull’impatto dell’emergenza sanitaria sul mercato legale e sulle prospettive per la ripartenza, dove settembre sarà un mese decisivo. Chiaramente, a decollare nel corso dell’emergenza sanitaria sono stati i settori cosiddetti anticiclici: contenzioso, restructuring, lavoro. Mentre m&a, real estate, trasporti, infrastrutture hanno pagato maggiore dazio.

La ricetta per dare nuova linfa all’economia, secondo i professionisti sentiti da Le Fonti Legal, non può non passare dall’iniezione di liquidità, dallo snellimento della macchina burocratica e dalla chiarezza normativa. In un contesto dove per le imprese diventa sempre più cruciale il ruolo del consulente, per ridefinire obiettivi e strategie aziendali sulla base della cosiddetta “nuova normalità”, che tradotto significa nuovi rischi e modalità e organizzazione del lavoro. In più, la scarsa chiarezza e l’iper produzione normativa di questi ultimi mesi hanno reso sempre più centrale il legame e il coordinamento tra il legale inhouse e lo studio esterno all’impresa.

Riuscire a interpretare i rischi del business in questo momento è infatti di cruciale importanza per l’azienda. Un compito in più, a gravare sulle spalle dei professionisti, che se fossero ascoltati dal legislatore, cosa mai avvenuta in questi ultimi sei mesi, potrebbero dare un contributo importante sulla via della semplificazione. Una sfida che non può più essere rimandata.

L’autunno caldo delle professioni

Quello che ci aspetta sarà un autunno caldo un po’ per tutti i settori economici. Ma lo sarà in particolare per le professioni.

Ormai dall’inizio di questa crisi globale, Le Fonti Legal ha sottolineato a più riprese l’assenza di interventi emergenziali, da parte del governo, per i 2,3 milioni di professionisti ordinistici italiani, che rappresentano oltre il 12 per cento del totale degli occupati. Un vuoto pneumatico che non verrà colmato neanche con il Dl Agosto. Gli appelli e le proposte, da parte degli organismi di rappresentanza delle professioni, sono sempre caduti nel vuoto, e le (poche) misure prese dall’Esecutivo sono arrivate sul filo di lana, con interventi“tappabuchi”, privi di qualsiasi forma strutturale. A certificare il clima da da “sfida all’Ok Corral”, l’“affaire” scadenze fiscali: i commercialisti in questi giorni stanno affrontando il numero “monstre” di oltre 200 adempimenti da rispettare nel giro di due settimane. A nulla è servito il grido d’allarme lanciato dal Consiglio nazionale e dai sindacati di categoria, che hanno chiesto di rinviare i versamenti del 20 luglio. Risultato: proclamato lo stato di sciopero a oltranza della categoria, che partirà con le comunicazioni Lipe del 16 settembre e che andrà avanti con tutte le successive scadenze fiscali.

A sostegno dei commercialisti si sono schierate tutte le altre professioni, rappresentate da Cup (professioni giuridico-economiche) e Rete delle professioni tecniche. Segno che il vaso è ormai ben oltre dall’essere colmo. Ma anche i consulenti del lavoro hanno deciso di protestare: scendendo in piazza a Montecitorio per presentare ai parlamentari un dossier su cosa non ha funzionato in materia di ammortizzatori sociali e sulle criticità burocratiche affrontate in questi mesi per far fronte alle esigenze di imprese e lavoratori. Secondo la categoria, le norme adottate dal governo sarebbero “incongruenti” e le istruzioni contenute nelle circolari “intempestive”. Tra le proposte, quella di individuare un ammortizzatore sociale unico con causale Covid-19 per tutte le indennità collegate all’emergenza sanitaria, la predisposizione di un quadro normativo chiaro e stabile e di procedure informatiche semplici e la creazione di una “cabina di regia” di alto valore tecnico-giuridico.

Alla base, c’è sempre la richiesta, da parte dei professionisti, di avere voce in capitolo nelle scelte del governo. Un obiettivo spiegato bene dalla presidente del Cup, Marina Calderone, nell’intervista rilasciata su questo numero di Le Fonti Legal, in cui ha enunciato le priorità del comparto: liquidità e semplificazioni. Con un monito: basta disparità di trattamento con le imprese. Al momento, l’unico strumento di “aiuto” messo sul piatto dal governo, è il “bonus 600 euro”, che hanno richiesto circa 500 mila professionisti:uno su quattro.

Professionisti esclusi, invece, dal contributo a fondo perduto, dalle misure di sostegno per la riduzione del rischio contagio sul luogo di lavoro, dai contributi Inail per l’acquisto di dispostivi elettronici per l’isolamento e il distanziamento dei lavoratori. Insomma, se due indizi fanno una coincidenza, tre fanno una prova. E la prova è il disinteresse totale del governo nei confronti delle professioni. La posta in gioco però è alta: a rischio chiusura ci sono moltissimi studi professionali in difficoltà. E sarebbe un duro freno alla “ripartenza”.

Professionisti in crisi. Ma gli avvocati di più

Sono gli avvocati i più colpiti dalla crisi. Su circa 470 mila liberi professionisti che hanno richiesto il bonus da 600 euro alle Casse di previdenza nel mese di marzo, i legali sono 140 mila: praticamente, ogni tre professionisti che fanno domanda, uno è avvocato.

Non solo. Considerando la sola categoria forense, i legali che hanno richiesto il bonus alla Cassa sono il 60 per cento del totale degli iscritti. Una Caporetto. Il quadro emerge mettendo a confronto i dati resi noti dall’Adepp, che è l’Associazione che raccoglie tutti gli enti previdenziali, e quelli di Cassa forense in merito ai 600 euro stanziati dall’inizio dell’emergenza. Snocciolando i numeri nel dettaglio, i liberi professionisti che hanno fatto richiesta del bonus a marzo sono stati oltre 470 mila, ai quali si aggiungono circa 17 mila nuove istanze presentate finora per ottenere il bonus aprile, che com’è noto spetta di diritto a coloro che avevano già fatto domanda per il mese precedente.

Cassa forense, invece, ha comunicato che il totale delle domande liquidate per il reddito di ultima istanza, con riferimento al mese di marzo, ha riguardato 139.311 avvocati su 243 mila iscritti, per un totale di oltre 83 milioni di euro che la Cassa ha anticipato per conto dello Stato. Una situazione drammatica, che per gli avvocati è acuita anche da almeno un altro paio di congiunture: la ripartenza ritardata e a rilento della giustizia e l’assenza di una rappresentanza in grado di tenere alto il livello di confronto con il governo, che già ha dimostrato di non avere a cuore la causa dei liberi professionisti. Riguardo al primo punto, se è vero che i tribunali stanno riaprendo, le criticità di questa “fase 2” non mancano, come sottolineato da Le Fonti Legal in più occasioni, da ultimo nel corso della TV Week dedicata al diritto penale di impresa che ha visto la partecipazione dell’Unione delle camere penali e della Camera penale di Milano. Se i processi da remoto sono stati un flop, e per questo osteggiati da tutta l’avvocatura e da parte della magistratura, resta da vedere se i tribunali sono attrezzati per una “nuova normalità”, basata su un maggiore utilizzo della tecnologia che però ancora resta una criticità in buona parte degli uffici giudiziari sparsi sul territorio, a corto di risorse e di strutture.

La ripartenza della giustizia, però, non può aspettare ed è un aspetto cruciale sottolineato anche nell’intervista doppia di copertina che abbiamo realizzato al numero uno del team legale di Eni, Stefano Speroni, e all’avvocato penalista fondatore dello studio legale Fornari e Associati, Giuseppe Fornari. Non può aspettare perché dal suo funzionamento dipende non solo il lavoro stesso degli avvocati, ma anche le scelte degli investitori esteri e la tenuta del sistema paese: è più che mai urgente avviare lo smaltimento di un contenzioso che ha subito tre mesi di blocco e che rischia di implodere, tenendo conto anche dello sviluppo di nuovi reati legati all’emergenza Covid, a livello civile e penale. Riguardo al tema della rappresentanza, come già sottolineato a più riprese da Le Fonti Legal, oggi le alte sfere istituzionali dell’avvocatura sono bloccate e impantanate in liti interne che vanno avanti da anni (prova ne sono i numerosi contenziosi al Tar che vedono contrapposto il Cnf all’area associaziativa) e non sembrano avere fine, con il Consiglio nazionale forense decapitato dei suoi vertici.

Se quindi da un lato le battaglie e le sfide che gli avvocati sono chiamati a giocare nei prossimi mesi di certo non mancano, dall’altro quello che manca è chi sia in grado di tenere la barra dritta del timone di una barca alla deriva. Prima che affondi.

Lotta al Covid, i professionisti la giocano in Serie B

La partita contro il Covid, i professionisti, la giocano con una squadra di Serie B. Almeno secondo le regole stabilite dal Governo, da ultimo, con il decreto Rilancio, che ha escluso il comparto professionale dall’accesso ai contributi a fondo perduto, previsti invece per le imprese.

Ma a ben vedere, se riavvolgiamo il nastro all’inizio dell’emergenza, l’atteggiamento dell’Esecutivo, nei confronti delle libere professioni, è sempre stato uguale: interventi “tappabuchi” inseriti al fotofinish. Basti pensare all’iniziale esclusione dall’accesso al sostegno al reddito di 600 euro, previsto dal decreto Cura Italia solo per gli autonomi iscritti alla gestione separata Inps. Un provvedimento che ha provocato una prima levata di scudi degli organi di rappresentanza delle professioni. Oggi, dopo il decreto Rilancio, il film si ripete: professionisti “dimenticati” e protesta unitaria di Cup (Comitato unitario delle professioni) e Rpt (Rete delle professioni tecniche) con la convocazione degli Stati Generali del 4 giugno. Ma non basta.

Quel poco che è stato previsto, in materia di professioni, è stato normato male. Due articoli del decreto Rilancio vanno infatti in senso opposto: uno (art. 78) rifinanzia la misura di sostegno al reddito di marzo anche per i mesi di aprile e maggio, l’altro (art. 86) rende il bonus già erogato incompatibile con quello dei mesi successivi. Un boomerang: per far fronte a uno dei trimestri più drammatici della storia della Repubblica, i professionisti hanno a disposizione la miseria di 600 euro. Come tentare di fermare le onde a mani nude. E i primi dati certificano la catastrofe. Oltre la metà dei commercialisti, secondo un’indagine dell’Osservatorio Covid-19 del Consiglio e della Fondazione nazionale commercialisti, registrano un calo di fatturato, nel mese di aprile, superiore a un terzo. Due su tre dichiarano di avere imprese clienti che non riaprono dopo il lockdown. Motivo? Carenza di liquidità, eccessiva onerosità dei protocolli di sicurezza e rischio di responsabilità penale per il datore di lavoro in caso di contagio di un dipendente (uno dei numerosi “tilt” della comunicazione di questo Governo).

Ma il paradosso è che nonostante il calo di fatturato, solo il 34% dei commercialisti ha potuto beneficiare del bonus di 600 euro concesso dal decreto Cura Italia per il mese di marzo. A questo punto la domanda che sorge spontanea è: dove sta l’inghippo? Perché i professionisti sono “l’ultima ruota del carro”? È un problema di rappresentanza? Per gli avvocati sicuramente sì.

Il Consiglio nazionale forense è di fatto bloccato dopo che il tribunale di Roma, con ordinanza del 13 marzo scorso ne ha decapitato i vertici, dal presidente Andrea Mascherin al vicepresidente Giuseppe Picchioni. La carica ora è in mano all’altra vicepresidente, Maria Masi e il risultato è un silenzio assordante, reso drammatico dalla situazione. Gli avvocati possono contare quindi solo sulla Cassa di previdenza (che però non è un organo di rappresentanza politica) e su iniziative su base locale. Come nel caso del pacchetto di proposte messo a punto a inizio emergenza dai presidenti degli ordini degli avvocati di Roma (Antonino Galletti), di Milano (Vinicio Nardo), di Napoli (Antonio Tafuri), di Palermo (Giovanni Immordino). Troppo poco. Se i professionisti, contro il Covid, giocano con una squadra di serie B, agli avvocati manca proprio la squadra.

Le voci della crisi: la risposta dei professionisti

Sono state settimane drammatiche quelle che hanno caratterizzato l’uscita di questo numero “straordinariamente” doppio di Le Fonti Legal. Giornate che hanno stravolto la nostra vita personale e professionale, in cui ci siamo dovuti reinventare e riorganizzare.

E la risposta, da parte nostra, non poteva che essere una: aumentare i canali e l’offerta di informazione.
È in piena emergenza sanitaria, infatti, che nasce l’idea di creare una nuova rubrica podcast, Tempi Legali, che si pone da subito un obiettivo prioritario: offrire una mappa a imprenditori, professionisti, lavoratori, per orientarsi nel dedalo di norme prodotte dal Governo per fronteggiare la crisi economica. Un appuntamento quotidiano, dove professionisti ed esperti affrontano le molteplici criticità aperte dall’emergenza sanitaria sui vari settori economici, dando interpretazioni normative, tratteggiando scenari, suggerendo indicazioni al legislatore o lanciando anche solo messaggi di speranza. Si è rivelato in pochi giorni uno strumento informativo così forte, che abbiamo deciso di dare anche forma scritta a queste voci: nelle pagine che seguono trovate infatti gli estratti delle interviste realizzate fino al 15 aprile scorso (data di chiusura della rivista, ndr). Quelle successive, saranno pubblicate sul prossimo numero di maggio. E così via, fin quando non vi accompagneremo finalmente verso la ripartenza. Ma non è tutto.
In questo numero trovate anche un’indagine sul livello di digitalizzazione raggiunto dagli studi legali. È un approfondimento realizzato prima del “lockdown”, e forse premonitore, perché se c’è una cosa che ci ha insegnato questa crisi è che non si può fare a meno di investire in tecnologia. Chi lo ha fatto, è partito avvantaggiato a livello competitivo.
Ma la nostra offerta informativa si arricchisce anche con una nuova rubrica: Osservatorio Carceri. Nasce da una riflessione avviata, in realtà prima dell’emergenza Covid19, con la Commissione Carceri dell’Ordine degli avvocati di Milano, unica nel suo genere, creata a tutela di un mondo che troppo spesso rimane nascosto nell’ombra, se non a seguito di eventi mediatici. Un appuntamento di approfondimento periodico che si rende oggi ancora più necessario, con la crisi sanitaria che potrebbe travolgere il sistema carcere, ancora in attesa di interventi adeguati da parte del governo, come denunciato a più riprese dagli avvocati penalisti. La rubrica vuole quindi dare voce agli ultimi e a chi gravita intorno a questo mondo. Un mondo dove, diceva un poeta, “il sole del buon dio non dà i suoi raggi”.