Attualità

I robot entrano nelle law firm

Presto anche gli avvocati dovranno vedersela con la concorrenza dell’intelligenza artificiale, con algoritmi capaci di stendere contratti e fare tutta l’attività di ricerca. E, inevitabilmente, ci sarà una riduzione del numero di professionisti

Non ci sono solo i giornalisti, assediati dalla concorrenza dei blog e dei social network nella diffusione delle notizie in tempo reale e dai software in grado di “costruire” articoli attingendo dati e informazioni dalla rete.
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”] Oppure i promotori finanziari che devono vedersela con gli algoritmi nell’offerta di fondi, Etf e piani di investimento. La rivoluzione digitale si appresta infatti a rimodulare tutte le professioni. Anche gli avvocati devono vedersela con la concorrenza dell’intelligenza artificiale, che potrebbe minare alla radice il modello di business degli studi legali. Una trasformazione neanche tanto lenta, perché si prevede che nel giro di pochi anni, forse venti, la professione sarà molto diversa da quella che conosciamo ora.

Machine learning algorithm In realtà esistono già servizi, come quello offerto all’indirizzo www.legalrobot.com, che forniscono la revisione automatica dei documenti legali, e in particolare dei contratti, attraverso sistemi di intelligenza artificiale che rivedono in modo automatico eventuali refusi o incongruenze, come l’errata indicazione di una società o di un domicilio. Ma ora lo sviluppo dell’intelligenza artificiale applicata al mondo del diritto offre ben altro a un consulente legale. Si tratta dei cosiddetti «machine learning algorithm», che permettono di analizzare in pochissimo tempo un numero di casi per cui un giovane collaboratore di studio dovrebbe impiegare magari alcuni mesi. Alcuni di loro saranno presto in grado di scrivere molti contratti, e infatti si parla di «smart contract» o contratti intelligenti. Oltre a bruciare il tempo, questi algoritmi permettono di fare collegamenti tra casi analoghi, che sarebbero altrimenti impensabili, o quanto meno titanici anche se la ricerca fosse affidata al miglior team di avvocati. Applicata negli Stati Uniti, che ovviamente sono i pionieri dell’intelligenza artificiale, anche di quella applicata al diritto, e che è un paese di common law dove la giurisprudenza è la principale fonte del diritto, tali algoritmi permettono di analizzare le precedenti decisioni del giudice che istruisce la causa in casi analoghi per verificarne il suo potenziale orientamento, e quindi organizzare un difesa più efficace. 
I, Ross E infatti il primo robot lawyer è già in opera e ha anche un’identità, ovvero un nome. Si chiama Ross ed è impiegato nella prestigiosa law firm Baker & Hostetler fondata a New York nel 1916 da Newton D. Baker e che conta oggi quasi mille attorney in 14 sedi disperse nel paese. È sicuro che negli Stati Uniti altri studi ne seguiranno presto le impronte. 
Siamo di fronte a una rivoluzione copernicana del diritto, dove la scelta di affidarsi ad algoritmi per migliorare l’efficienza della professione legale può avere conseguenze imprevedibil. Da un lato questa evoluzione, è il parere di molti avvocati, porterà efficienza e qualità al lavoro. Dall’altro potrebbe creare un eccesso di dipendenza e automazione nella professione. Intanto però vi sono ricercatori che stanno dimostrando che lo stato attuale del machine learning non può superare la capacità di arbitrio di un giudice o di un avvocato.
Studio high tech Molti si chiedono infatti cosa ne sarà dei talenti individuali, quelli che fanno la differenza tra un semplice legale e un principe del foro. Talenti come la memoria, che serve a ricordare i precedenti, la capacità di analisi, che serve a considerare tutti gli aspetti di una controversia, il dono della sintesi, in grado di far emergere gli aspetti essenziali nel mare di informazioni, o la creatività, che permette di individuare la soluzione originale a un problema complesso. La sfida è quindi alta: utilizzare l’intelligenza artificiale senza appiattire il prodotto intellettuale. 
Tutta l’attività di ricerca e di analisi verrà automatizzata. E, se questi algoritmi sono così efficienti come sembra, tutto il lavoro di back office potrebbe essere demandato all’intelligenza artificiale. E se gran parte delle procedure verranno progressivamente automatizzate, è inevitabile che ci sarà anche una riduzione del numero di professionisti oggi inseriti negli studi legali, o quanto meno una loro riconversione in altri ambiti funzionali. Ma quali? O meglio, quali sono i procedimenti che possono essere demandati all’intelligenza artificiale? Quasi nessuno completamente, rispondono i diretti interessati. Ma tutta l’attività di ricerca, al contrario, può essere demandata al robot. 
La selezione darwiniana Ci sarà quindi una selezione naturale anche nell’affollato ambiente degli studi legali? Gli studi che punteranno alla tecnologia cresceranno, e lasceranno indietro quelli che non hanno saputo cavalcare il cambiamento, è il parere degli osservatori più attenti. Come il terremoto è preceduto da un periodo di grande calma, anche in questo caso sembra tutto fermo. Un lawyer robot infatti attualmente ha un costo molto elevato e pochi studi se lo potrebbero permettere, soprattutto in Italia, dove sono per lo più piccoli e spesso individuali. Ma la tecnologia corre molto veloce e tende a diventare popolare, ovvero accessibile in tempi strettissimi. La riduzione della forza lavoro e l’inserimento di robot lawyer farebbe pensare a un’analoga riduzione dei costi legali e quindi anche degli onorari. Lo scenario futuro potrebbe rendere più efficiente tutto il sistema, con conseguenze notevoli, e non sempre piacevoli soprattutto in Italia, di diminuzioni di occasioni di lavoro per i giovani che vogliono intraprendere la professione legale.
Etica giuridica Il problema di demandare a una macchina intelligente la ricerca legale, e un domani anche le potenziali decisioni, è sostanzialmente etico. È vero che allo stato si tratta solo di ricerche, ma è anche vero che dalla ricerca giuridica nascono le strategie difensive e soprattutto le decisioni dei giudici. Ma se gli avvocati si stanno attrezzando non è escluso che anche i magistrati possano fare lo stesso in un prossimo futuro. Un gruppo di ricercatori della University College London ha già trasformato un’intelligenza artificiale in un giudice mettendola davanti una serie di casi reali che la Corte europea dei diritti umani ha affrontato negli ultimi tempi. Stando al quotidiano inglese The Guardian, gli algoritmi avrebbero analizzato tutta la documentazione di 584 casi di tortura, discriminazione, violazione della privacy. E nel 79% dei casi esaminati, il giudice digitale ha emesso una sentenza coincidente a quella della Corte. Un successo. Ma che cosa dire del restante 21%? 

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Opere d’ingegno pregi e difetti della normativa

Nonostante una iniziale perplessità, il regime di Patent Box sembra aver convinto la platea di operatori e aziende che prendono coscienza del valore competitivo dei beni intangibili come fattore di sviluppo del Paese.
Ma non mancano le perplessità. Perché…

Sono 4.500 le richieste di adesione inviate, di cui 1.300 provenienti da aziende con fatturato compreso tra i 10 e i 50 milioni di euro; Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna le regioni con il più alto numero di domande. Il 36% delle richieste scaturisce dalla volontà di tutelare i redditi derivanti dall’utilizzo dei marchi,
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”] a cui segue l’intenzione di difendere il know how (22%) e i brevetti (18%). Il 14% delle domande interessa disegni e modelli mentre il 10% riguarda i software.
Questi, in sintesi, i dati trasmessi dall’Agenzia delle Entrate riguardo alle cifre generate dalla Patent box, il nuovo regime fiscale opzionale introdotto dalla Legge di Stabilità 2015 che permette di ottenere l’esclusione dalla tassazione di una parte del reddito. Quest’ultimo, per poter godere dell’agevolazione, deve scaturire dall’utilizzo di opere dell’ingegno, di brevetti industriali, di marchi di impresa, di disegni, di modelli, di processi, di formule e di informazioni relative a esperienze acquisite nel campo industriale, in quello commerciale o scientifico, giuridicamente tutelabili.
Una grande opportunità a detta di molti operatori del mercato fiscale e della proprietà intellettuale perché, in primis, promuove la creazione, implementazione e registrazione dei beni immateriali sul territorio italiano e in secondo luogo permette alle aziende di acquisire sensibilità e consapevolezza del valore degli intangible di loro uso e proprietà. L’obiettivo primario è quello di disincentivarne l’esportazione verso altri Paesi esteri e aumentare la competitività del nostro Paese.
Sebbene l’introduzione della Patent box abbia suscitato interesse e dunque sia stata accolta positivamente dai presunti destinatari dell’agevolazione fiscale e nonostante gli operatori chiamati a gestire le domande di adesione ne sottolineino le grandi potenzialità a promuovere la ricerca e l’ingegno italiano, restano ancora alcune ombre.
Una delle quali attiene alla determinazione del contributo economico apportato dai beni immateriali e conseguentemente alla quantificazione dell’agevolazione.
Dei vantaggi e delle criticità della norma sulla Patent box se ne è parlato durante la tavola rotonda organizzata da Legal dal titolo «Patent box: un’overview degli impatti sull’impresa», moderata dal direttore responsabile delle testate economiche di Le Fonti, Angela Maria Scullica, a cui hanno partecipato Matteo Carfagnini di Foglia Cisternino & Partners, Vincenzo Josè Cavallaro di Stufano Gigantino Cavallaro e Associati, Sebastiano Dell’Arte di Noda Studio, Guido Doneddu di Pirola Pennuto Zei & Associati,  Licia Garotti di Gattai, Minoli, Agostinelli & Partners, Massimiliano Gazzo di De Berti Jacchia Franchini Forlani, Alessandro Gulisano di Legalitax, Tankred Thiem di LGV Avvocati e Federico Vincenti di Valente Associati GEB Partners.
Quali sono state le prime reazioni alla norma? A cosa serve realmente?
gulisano L’agevolazione ha riscosso parecchio interesse. Sono state predisposte all’interno dello studio un numero abbastanza consistente di istanze articolate e dislocate su vari livelli a seconda del volume dei ricavi e della clientela di riferimento. Tutte hanno ottenuto, fino ad ora, il riscontro sull’ammissibilità quindi ritengo ci sia stato, anche all’interno dell’Amministrazione finanziaria, un approccio condiviso circa gli standard minimi di ammissibilità richiesti. Con particolare riferimento alla trattazione del merito delle istanze giova far rilevare come alcuni uffici, per quanto ci consta, stanno cercando di ultimare i carichi di lavoro derivanti dalla voluntary disclosure. È pertanto presumibile un’accelerazione nella trattazione delle istanze sul Patent box una volta finalizzati i controlli connessi alla presentazione delle predette istanze. Giova, inoltre, segnalare come, in fase di decisione circa l’opportunità o meno di presentare le istanze da Patent box, siano state fatte, per quanto ci consta, attente e preventive valutazioni volte ad analizzare i costi e benefici potenzialmente connessi. In molte realtà è stato verificato un certo interesse nella misura agevolativa introdotta, tanto che in molti casi ad esito dell’analisi è scaturita la decisione di presentare le istanze. Nei prossimi mesi avremo maggiore contezza dell’esito delle istanze in termini di concreto riconoscimento della porzione di reddito agevolabile, tale processo, inevitabilmente, dovrà altresì tener conto dei vincoli di gettito che sembrano essere abbastanza stringenti rispetto al numero complessivo di istanze presentate.
garotti Nell’introduzione del Patent box, l’Italia ha seguito l’esperienza già affrontata in altri Paesi, con un impatto, tuttavia, maggiore grazie all’ampliamento degli asset suscettibili, almeno per ora, di rientrare nell’agevolazione.  Il Patent box italiano ha certamente avuto il merito di sensibilizzare finalmente le imprese sul tema della proprietà industriale e sui vantaggi, anche competitivi, che essa comporta. In particolare, non sono rare le realtà imprenditoriali che si sono rese conto di essere potenzialmente titolari di diritti di proprietà industriale già usati ancorché, sino ad oggi, inconsapevolmente. Mi riferisco soprattutto ai diritti non registrati come il know-how tecnologico e il design non registrato. La sensibilità mi sembra oggi, almeno in parte, cambiata. C’è maggiore volontà di andare a colmare i diversi gap che sono emersi in occasione delle verifiche interne all’azienda, soprattutto in relazione alle opportune procedure volte a mantenere il know-how effettivamente segreto.
vincenti Come indicato nella Relazione Illustrativa al Decreto del 30 luglio 2015, l’agevolazione prevista dal regime Patent box si pone l’obiettivo di incentivare la localizzazione in Italia dei beni immateriali e favorire gli investimenti delle imprese italiane nelle attività in ricerca e sviluppo.
Le prime richieste di informazioni ricevute da parte dell’Amministrazione finanziaria, ai fini dei contraddittori necessari per concludere l’accordo di ruling, riguardano specifiche informazioni relative ai beni intangibili oggetto di agevolazione, l’elenco dei beni intangibili posseduti dalla Società non oggetto di agevolazione, il modello di business ed analisi funzionale della Società, i rapporti aventi ad oggetto i beni immateriali intercorsi con soggetti terzi ed inoltre l’eventuale documentazione sui prezzi di trasferimento predisposta.
Pertanto, sarà necessario prestare attenzione alla coerenza tra quanto indicato nella transfer pricing policy e quanto illustrato nelle istanze di ruling di Patent box sia in termini di metodologie di calcolo utilizzate nelle transazioni intercompany aventi ad oggetto i beni immateriali sia in termini di descrizione del modello di business ed analisi funzionale.
Una volta introdotta la Patent box, come vi siete mossi?
dell’arte Come esperienza di studio, inizialmente abbiamo affrontato una fase di analisi volta ad una prevalutazione di “non possibilità di adesione” alla Patent box per alcuni clienti (operanti ad esempio nel settore dell’ecommerce), che erano stati sobillati da società di servizio non professionale, già in precedenza coinvolte sul credito di imposta per ricerca e sviluppo, per la vendita a tappeto di servizi volti all’agevolazione Patent box. Nella fase successiva abbiamo svolto, per alcune realtà, attività di valutazione di costi e benefici e si sono verificati casi in cui il beneficio riscontrato è risultato irrisorio.
In seguito si è avviata una fase stringente riguardante chi poteva aderire all’agevolazione per reddito derivante dallo sfruttamento dei marchi. Ci siamo quindi dedicati alla presentazione delle istanze di adesione per quel tipo di società che possono avere un reddito agevolabile connesso allo sfruttamento del marchio. Abbiamo riscontrato casi interessanti, ad esempio nell’ambito di marchi di prodotti di design che in Italia costituiscono una realtà consistente. Per le pratiche seguite non siamo ancora in fase di contraddittorio, abbiamo depositato le memorie integrative dopo la richiesta di adesione al regime.
carfagnini Noi siamo stati contattati per avviare dei contraddittori. Da un preliminare contatto è emerso che, oggetto del primo incontro, sarà l’inquadramento generale del settore in cui opera la società e la scelta del metodo. Sul punto, è importante considerare che la scelta di un metodo piuttosto che un altro può determinare variazioni significative, anche per milioni di euro, sul beneficio per ciascun esercizio. Quindi è evidente che la ragionevolezza e flessibilità che l’Agenzia saprà dimostrare nell’accogliere o meno le istanze di parte rispetto alle motivazioni sulla scelta dei metodi, determinerà gli impatti del beneficio per le imprese che hanno aderito. In relazione ai timori espressi dai clienti in merito alla riservatezza delle informazioni da comunicare,  abbiamo riscontrate che talune imprese, soprattutto in certi settori come ad esempio quello farmaceutico, hanno avuto significativi timori nell’aderire e  si sono interrogati sugli obblighi di riservatezza degli accordi di ruling e sulla riservatezza delle informazioni che sarebbero state contenute perché, qualora fossero entrate in possesso dei competitor,  i potenziali effetti sarebbero stati veramente negativi. Tuttavia, dopo una iniziale resistenza e rassicurati sugli obblighi di riservatezza cui sono tenuti i funzionari hanno deciso di “correre il rischio” perché il beneficio potenziale atteso era veramente importante, soprattutto in un settore, come quello farmaceutico, caratterizzato da una elevata marginalità ascrivibile ai beni intangibili.

La norma ha importanza anche dal punto di vista internazionale? Cosa si puo’ dire riguardo alla metodologia usata per gestire le agevolazioni?

gazzo Il regime agevolativo del Patent box nasce dall’obiettivo promosso dall’ Ocse di incentivare l’innovazione attraverso l’attività di ricerca e sviluppo. Infatti, il progetto Beps (Base Erosion and Profit Shifting), avviato nel 2013 è culminato con la pubblicazione delle versioni definitive delle 15 azioni che lo compongono. In particolare, l’Action 5 contiene le linee guida che i Paesi Ocse sono invitati a seguire per disciplinare i propri regimi di Patent box. La disciplina italiana si discosta dalle raccomandazioni Ocse avendo incluso marchi e know-how nell’ambito di applicazione del Patent box. Tali intangibles sono invece esclusi dall’Ocse che tende ad incentivare brevetti industriali, disegni e modelli, software protetti da copyright. Gli altri intangibles fuori da questo elenco non sono coinvolti. L’Italia, contrariamente quindi alle indicazioni Ocse, ampliando il regime anche ai marchi di impresa e al know-how ha permesso per il momento il successo dell’iniziativa: i 4.500 sono state le richieste di adesione al Patent box inviate all’Agenzia delle Entrate. Pur rappresentando una platea di adesioni elevata, la maggior parte di esse dovranno essere gestite con la procedura di “ruling internazionale”. Questa rappresenta ora la vera sfida. Infatti, in caso di utilizzo diretto dell’intangible, ossia quando lo stesso è utilizzato direttamente nel processo produttivo/distributivo dell’impresa e non viene concesso a terzi, il beneficio deve obbligatoriamente passare per le “forche caudine” dell’accordo preventivo con l’Amministrazione finanziaria con cui stabilire approccio condiviso per la definizione del cosiddetto contributo economico dell’ intangible. Nell’ambito della legislazione nazionale è stabilito chiaramente che il contributo economico deve essere determinato sulla base delle le metodologie di transfer pricing previste a livello Ocse, privilegiando il metodo del confronto del prezzo (Cup) e il metodo del profit split. Una delle più grandi complessità nell’applicazione dei metodi di transfer pricing al Patent box consiste nella comparazione della condotta di una impresa con quella di un altro soggetto nell’impiego dell’intangible agevolabile. Quando si tratta di beni unici come quelli intangibili, il confronto diventa difficile perché gli intangible impiegati (ad esempio i marchi di impresa) sono differenti sia in termini di capacità di creare profitto, sia in altri termini.
cavallaro Il regime di Patent box italiano fa recuperare al nostro paese terreno rispetto ai regimi fiscali di paesi concorrenti dal punto di vista industriale. Nello studio della misura, colpisce il ruolo attribuito dal legislatore al contraddittorio tra il contribuente e l’Agenzia delle entrate per la fissazione del perimetro dell’agevolazione. Oggetto di tale contraddittorio è l’individuazione del metodo di calcolo del contributo economico degli beni intangibili oggetto dell’agevolazione, nonché l’individuazione delle transazioni di mercato comparabili per la fissazione di una “royalty” figurativa in caso di utilizzo diretto di tali beni, e la verifica del diretto collegamento tra l’attività di ricerca e lo sviluppo, il mantenimento nonché con l’accrescimento del valore dei beni intangibili agevolati. Negli altri paesi l’applicazione dell’agevolazione è automatica in quanto oggetto di agevolazione è il reddito derivante da flussi di royalties.
carfagnini Un altro aspetto molto rilevante che abbiamo riscontrato è, per come è costruita l’agevolazione, che non è prevista alcune correlazione tra i costi sostenuti e il beneficio prodotto dall’intangibile. Questo vuole che a fronte di costi anche contenuti, è possibile astrattamente accedere a benefici potenziali molto significativi. Ora occorrerà comprendere se l’agenzia imporrà in sede di contraddittorio qualche vincolo di questa natura che, come detto, non è previsto a livello normativo.
gazzo Sotto l’aspetto di intangible agevolabili, i marchi sono problematici perché non hanno una scadenza quindi potrebbero generare benefici con durata illimitata. Per questo motivo, in ambito Ocse, si è preferito privilegiare i brevetti industriali registrati. I marchi infatti rappresentano e creano valore aggiunto per l’impresa, ma non implicano necessariamente innovazione. Anche il know-how, similarmente ai marchi, non ha una scadenza giuridica essendo legato esclusivamente alla capacità di mantenere segrete le informazioni.
garotti Per quanto riguarda gli intangible coperti dal diritto d’autore ammessi a godere del regime fiscale agevolato, il legislatore ha preso in considerazione solo il software, il quale non necessita di alcun deposito per la relativa protezione (il deposito presso la Siae non ha, infatti, alcuna efficacia costitutiva). È tuttavia difficile comprendere perché altri diritti tutelati dal diritto d’autore, come le banche dati, restino fuori dall’agevolazione. Sono stati, peraltro, esclusi i diritti appartenenti al mercato musicale, editoriale, audiovisivo che, anche grazie a questo tipo di regime, avrebbero forse potuto avere una spinta importante.
doneddu L’interesse per l’agevolazione si è manifestato con forza nella fase di introduzione nel nostro ordinamento; successivamente l’attenzione degli imprenditori e dei professionisti chiamati ad assisterli si è concentrata su quelle che sono le problematiche operative che il complesso meccanismo di definizione del reddito agevolabile pone. Per quanto riguarda le aziende di grandi dimensioni, come Studio siamo in fase avanzata di negoziazione con l’ufficio del ruling internazionale per la definizione di un’importante istanza. Ciò che stiamo sperimentando è la difficoltà ad affrontare il tema, da un lato per la sua novità e complessità e dall’altro per il non agevole utilizzo di strumenti nati e sviluppati per problematiche di fiscalità internazionale applicati alla determinazione del reddito “nazionale” attribuibile agli intangibili.
Abbiamo constatato grande attenzione all’analisi degli elementi “di fatto”, ovvero all’individuazione degli intangibili nel complesso contesto aziendale ed alla verifica qualitative e quantitativa dei costi di ricerca e sviluppo sostenuti in un arco temporale di 4 o 5 anni. Inoltre, l’ufficio del ruling internazionale attribuisce primaria importanza all’individuazione del metodo, alle modalità di effettiva applicazione dello stesso, nonché all’esistenza di metodi alternativi di verifica. Dal punto di vista più prettamente operativo, particolare attenzione è riservata alla verifica delle risultanze della benchmark analysis, tassello fondamentale nella definizione del profitto attribuibile agli intangibili mediante la metodologia del residual profit split, ed all’analisi funzionale.
Altro elemento decisivo, cui dedicare particolare attenzione, è la segregazione, all’interno del patrimonio aziendale, dei beni immateriali che soddisfano i requisiti di agevolabilità posti dalla norma. Un aspetto di indubbia criticità, considerata la complessità delle analisi e delle valutazioni, concerne i tempi di definizione delle pratiche; con ciò introducendo un elemento di incertezza che indubbiamente tende a ridurre l’appeal dell’agevolazione.
gazzo L’occasione generata dal Patent box è importante e l’Italia deve essere in grado di gestirla. Per la prima volta ci siamo posti in maniera più competitiva sul piano tributario internazionale rispetto ad altri paesi.
doneddu Considerando che la definizione di una pratica di ruling internazionale di media complessità richiede non meno di 18 mesi, immagino che la definizione delle istanze di accesso all’agevolazione Patent box richiederà, almeno per quelle più complesse, tempi significativi; ciò considerando anche il numero elevato di istanze presente. In ogni caso la grande maggioranza di queste pratiche saranno esaminate nel 2017 ed il rischio di andare oltre è concreto.
thiem Ho avuto modo di confrontarmi con i miei connazionali e colleghi tedeschi che, con le agevolazioni concesse dalla norma, hanno guardato l’Italia con molto interesse in quanto in Germania non abbiamo avuto ancora una Patent box. E’ certo che vi sia un po’ di perplessità e stupore per quanto riguarda l’allargamento al settore dei marchi, in quanto l’idea originaria era quella di supportare la ricerca. La speranza era poi quella che lo sviluppo e la ricerca venissero supportati non solo sotto il profilo dei redditi direttamente associati ad un intangibile, ma anche sotto altri aspetti importanti per la creazione di un plus valore. Mi spiego: un’azienda tedesca che ha interesse ad investire in Italia non è solo interessato al fatto che i redditi strettamente provenienti da un’attività correlata ad un prodotto brevettato possano essere aumentati, ma è interessata anche nel ridurre altri costi da sostenere, anche se correlate soltanto indirettamente. Si sperava, quindi, che ci potesse essere un ulteriore strumento che affiancasse questa iniziativa prevedendo delle agevolazioni proprio per i costi che la ricerca comporta anche in altri termini, per esempio, di personale. Quest’era la speranza che avevamo percepito mentre la decisione di allargare l’agevolazione anche ai marchi sembrava indirizzarsi in una direzione diversa.

Abbiamo analizzato vari aspetti di questa normativa. In generale il giudizio è positivo o negativo?

gulisano L’introduzione della disposizione in esame ha altresì fornito l’occasione per rendersi conto di disporre di intangibili: per esempio in molte realtà, gli intangibles non trovavano debita rappresentazione all’interno dello stato patrimoniale o perché ammortizzati o perché auto-prodotti nel tempo. Quindi, in molte realtà, si è raggiunta maggiore consapevolezza sulla circostanza di disporre di ulteriori asset non (o non pienamente/adeguatamente) valorizzati in bilancio.
garotti La valutazione del Patent box è sicuramente positiva. Forse l’Autorità avrebbe potuto cogliere le occasioni di confronto con i contribuenti per fornire opportuni chiarimenti su determinati aspetti della disciplina. Prendiamo, ad esempio, la risoluzione dello scorso 27 settembre (n. 81/E), con la quale l’Agenzia delle Entrate ha confermato che anche un marchio allo stato di domanda, la cui registrazione sia oggetto di opposizione, può accedere al regime di tassazione agevolata. Tale provvedimento si chiude con un monito “si ritiene che l’istante, nell’adottare un atteggiamento prudenziale in sede di sfruttamento dell’agevolazione Patent box, dovrà tempestivamente segnalare alla Scrivente qualsiasi evento che possa portare alla mancata registrazione del marchio”. Non sono state, tuttavia, chiarite le conseguenza qualora, accolta l’opposizione, la registrazione del marchio non si dovesse perfezionare.
dell’arte La questione Patent box per una parte della nostra platea di clienti ha avuto luci ed ombre. In particolare il settore editoriale aveva nutrito speranze per la proprietà intellettuale e i costi inerenti, ma si sono dovuti ricredere.
vincenti Fermo restando il giudizio positivo sul regime Patent box soprattutto in termini di opportunità per le imprese italiane, vi sono ad oggi ancora alcune incertezze sulla concreta applicazione delle metodologie indicate dall’Agenzia delle Entrate nella circolare n. 11/E/2016. In particolare, al fine di determinare il contributo economico apportato dai beni immateriali e conseguentemente quantificare l’agevolazione, l’Amministrazione finanziaria indica la necessità di fare riferimento alle metodologie di transfer pricing indicate dall’Ocse, esprimendo la propria preferenza per il metodo del confronto del prezzo e il residual profit split.
L’applicazione di entrambi i metodi può richiedere la predisposizione di apposite benchmark analisys mediante l’utilizzo di specifici database generalmente utilizzati sia dai contribuenti sia dall’Amministrazione finanziaria nelle analisi sui prezzi di trasferimento.
La disponibilità di informazioni su contratti di concessione in licenza dei beni immateriali stipulati tra terzi indipendenti, l’omogeneità delle informazioni desumibili dai database, la strategia di ricerca adottata nella predisposizione della benchmark analysis, l’effettiva comparabilità con i soggetti selezionati come comparables sono alcuni degli elementi che influenzano l’analisi e la quantificazione dell’agevolazione e saranno oggetto di attenta e critica valutazione da parte dall’Amministrazione finanziaria nel corso dei contraddittori.
Infine, è opportuno tenere in considerazione l’impatto che la stipula di un accordo di ruling in tema di Patent box potrebbe avere sulle politiche e metodologie di transfer pricing adottate dai contribuenti in passato o applicabili negli esercizi futuri e la valutazione delle stesse da parte dall’Amministrazione finanziaria.
carfagnini Capisco molti operatori rimasti delusi dall’ambito applicativo della disposizione, tuttavia dobbiamo considerare che l’intento del Patent box, almeno nelle intenzioni del legislatore, è quello di trattenere in Italia le imprese con marchi forti o con intangibili forti, ed evitare migrazioni verso l’estero. Con questo obiettivo, quindi, la norma è stata costruita. Ricordiamo che si tratta di una agevolazione su reddito, non una misura volta per risanare un settore in crisi come ad esempio l’editoria. A tal fine, esistono altre norme quali, ad esempio, il credito di imposta per l’attività di ricerca e sviluppo. La mia valutazione sulla norma, pur con le incertezze discusse precedentemente, è positiva e credo che il nostro legislatore debba essere coraggioso e mantenere il più possibile marchi all’interno del perimetro agevolabile.  È essenziale, in tal senso, tener conto del contesto italiano, caratterizzato dalla presenza di marchi molto forti.
doneddu Il giudizio è positivo, in quanto si tratta di una norma comunque finalizzata a mantenere investimenti in ricerca e sviluppo in Italia e, potenzialmente, ad attrarne di nuovi.
Ma la domanda vera è: un’agevolazione fiscale di questo tipo, complessa nella definizione del reddito agevolabile e la cui applicazione è (nella maggior parte dei casi) demandata ad una fase di contraddittorio con l’Amministrazione finanziaria, è realmente idonea ad attrarre nuovi investimenti in tecnologia? A mio avviso, per perseguire efficacemente tale finalità sarebbe opportuno affiancare all’agevolazione misure finalizzate alla semplificazione della legislazione di protezione degli intangibili e degli strumenti di tutela, giurisdizionale e non, della proprietà intellettuale.
gulisano Come già anticipato, è presumibile che nell’ambito della fase di contraddittorio possano emergere talune divergenze di vedute fra i contribuenti e l’Amministrazione finanziaria, ciò anche in ragione della peculiarità dell’oggetto della misura agevolativa. Inoltre, la fase di contraddittorio potrebbe non essere l’unica sede in cui potranno rilevarsi divergenze di vedute od interpretative. Anche in fase successiva a quella concernente la individuazione della porzione di reddito agevolabile, potrebbero riscontrarsi, infatti, ulteriori disallineamenti. E’ il caso, a titolo esemplificativo, della fase di individuazione e determinazione del c.d. “nexus ratio” cioè del rapporto tra i costi qualificati e quelli complessivi, che non sarà oggetto di analisi in sede di rilascio del ruling, ovvero, del giudizio circa l’intervento di sostanziali modifiche rispetto al contesto rappresentato in fase di presentazione del ruling e concreta attivazione del contraddittorio.
cavallaro Il giudizio è assolutamente positivo. A seguito dell’introduzione dell’agevolazione, si è sviluppata all’interno del sistema produttivo italiano, non solo nelle grandi aziende ma anche in quelle di dimensioni medie, una presa di coscienza sui valori competitivi alla base del posizionamento competitivo dei singoli players. Presa di coscienza sul ruolo degli assets intangibili, siano essi protetti  o meno, purché segreti, come fattore di crescita e di sviluppo.   di quelle che il nostro paese non vedeva da decenni.

La Patent box suscita ancora qualche timore…
thiem Io temo due tendenze che, secondo me, possono creare danno all’immagine dell’Italia: una è la percezione che si fa un passo avanti e due indietro. La seconda è che misure annunciate anche come strumento di supporto per le piccole e medie imprese nell’iter legislativo ma anche nella realtà, si dimostrino strumenti di poco utilità per quest’ultime, mentre sono molto utili per le aziende che ragionano ad alte cifre. Se una grande impresa, in sede di ruling, si aspetti 10 ma viene proposto 5, quel 5 può essere una cifra da non sottovalutare soprattutto se poi il numero delle domande giustifica anche l’impegno in termini di risorse dell’azienda. Lo stesso discorso non vale per una piccola azienda che ha un numero limitato di domande e che non vedono neanche realizzare le attese. Temo quindi che non sia irrealistico pensare che a non poter usufruire delle agevolazioni della Patent box , nella concreta realtà, siano soprattutto le piccole imprese. Senza parlare del rischio di aumento dei casi giudiziari, un fenomeno che preoccupa abbastanza.
carfagnini Una delle sfide sarà quella di garantire un trattamento il più possibile omogeneo tra i diversi contribuenti che hanno aderito. La procedura è complessa e le grandi imprese troveranno, nei funzionari della direzione centrale, degli interlocutori più preparati e abituati a confrontarsi con tematiche di transfer pricing. Diversamente le piccole/medie imprese dovranno dialogare con le direzioni regionali dove gli interlocutori sono meno preparati ed in ogni caso più frammentati sul territorio. Quindi il rischio di difformità di trattamento è a mio avviso concreto e dovrebbe essere, per quanto possibile, evitato.
gazzo Non sono convinto che questa legislazione nasca per le piccole e medie imprese, poiché assicura vantaggi fiscali solo per chi fa innovazione su larga scala. La legislazione che favorisce più specificamente le piccole e medie imprese sembra invece essere la normativa che garantisce il credito di imposta per l’attività di ricerca e sviluppo indipendentemente dal risultato ottenuto.

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Ecco i general counsel che guadagnano di più

Al primo posto della classifica sui compensi dei legali interni americani, elaborata dalla rivista Corporate Counsel con Alm Legal Intelligence, si conferma Alan Braverman di Walt Disney con oltre 7 milioni di dollari. Due donne entrano per la prima volta nella top 10. Ma bonus e salari medi perdono oltre il 2%

L’industria dell’intrattenimento made in Usa è la più remunerativa. Anche per i general counsel, costretti tuttavia a vedere bonus e salari medi perdere oltre due punti percentuali dopo i record del 2014. È quanto emerso dalla GC Compensation Survey 2016,
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”] la classifica dei legali interni più pagati d’America elaborata anche quest’anno dalla rivista statunitense Corporate Counsel in collaborazione con Alm Legal Intelligence. Tra le novità va segnalato l’ingresso di due donne nella top 10, dominata da in house provenienti dal settore entertainment, ben quattro. Tuttavia, esclusi i compensi record dei primi dieci, i salari si abbassano in media del 2% e i bonus, pur rimanendo la parte più proficua, subiscono un calo del 2,9%. Perché, se l’economia non decolla, anche i manager, negli Stati Uniti, devono pagarne lo scotto.
La classifica Tra i 100 giuristi d’impresa più pagati d’America figura, per il secondo anno consecutivo, Alan N. Braverman di Walt Disney con oltre 7 milioni di dollari. In seconda posizione una new entry, Thomas P. Mason di Energy Transfer Equity, che lo scorso anno non risultava nemmeno in classifica mentre oggi guida la top 5 dei legali in house con la parte di stipendio composta da bonus e non equity: oltre 6 milioni di dollari. A occupare il terzo gradino del podio è Gerson Zweifach della 21 Century Fox, quarto lo scorso anno, ma primo se si considera la sola base salariale, la più alta del ranking, con tre milioni di dollari. Lo segue Laureen E. Seeger di American Express. Oltre alla general counsel della società di pagamenti, un’altra donna fa il suo ingresso ai vertici della classifica: in ottava posizione si piazza infatti Maryanne Lavan di Lockheed Martin, corporation attiva nel settore aerospaziale e della difesa. Lo scorso anno era risultata undicesima. 
Considerando che il ranking nel 2013 contava solo 20 presenze femminili su 100, oggi il fatto che Seeger raggiunga un compenso cash di oltre 5 milioni di dollari (di cui 800mila di salario base e 4,5 milioni di bonus e non equity) e Lavan si attesti a 3,8 milioni rappresenta un dato positivo. Al quinto posto c’è Bruce Sewell di Apple che detiene il primato della classifica per quanto concerne i premi in azioni: ben 20 milioni di dollari. Un caso isolato tenendo conto che in media gli stock awards hanno subito un calo del 19%. Sesto e settimo si attestano i legali di altre due società di entertainment: Bruce Campbell di Discovery Communications, e Lawrence P. Tu della Cbs. Alle spalle di Lavan si piazza un collega dell’industria aerospaziale e della difesa: J. Michael Luttig di Boing. Chiude la top 10 il primo esponente del mercato finanziario, John G. Finley di Blackstone Group.
Salari e bonus in flessione Al di là della paga da Paperon de’ Paperoni di Alan Braverman, le cose non vanno altrettanto bene per gli altri in house. A guardare i dati risulta infatti che lo stipendio base medio dei 100 legali d’impresa più pagati è calato del 2% rispetto al 2014 quando si attestava sui 700mila dollari. 
La ragione è da ricercare nella generale riduzione delle retribuzioni di tutti i dirigenti aziendali, provocata a sua volta dal fatto che l’economia generale sta vivendo una situazione di stallo. Una congiuntura che ha dei riflessi anche sulla fetta più cospicua dello stipendio dei general counsel statunitensi, rappresentata dai bonus e dalla parte non equity. 
Detto di Mason, nella speciale classifica seguono Braverman (oltre 5,5 milioni di dollari), Seeger (4,5 milioni), Sewell (4 milioni) e Zweifach (3,2 milioni). I bonus, che continuano tuttavia a pesare molto sulla paga totale dei legali d’impresa, hanno infatti subito una diminuzione di circa il 2,9% in controtendenza rispetto ai forti aumenti (fino al 9,2%) degli anni precedenti. Cala anche la parte non equity che dal 2014 ha subito una flessione del 9,1%. 
Il paradigma della ricchezza detenuta dall’1% della popolazione, mantra dei sostenitori della disuguaglianza sociale dai tempi delle proteste di Zuccotti Park, sembra avere dunque una sua versione anche guardando i salari dei general counsel americani. Tuttavia è indubbia l’inversione di tendenza nei confronti di compensi e bonus di manager che avevano conosciuto un vero e proprio boom nel 2014, considerati sempre più strategici e a diretto contatto con il ceo, ma forse troppo ben remunerati rispetto a un’economia che fatica ancora a crescere. 

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Così gli studi d’affari scelgono le nuove leve

L’innovazione tecnologica spinge le law firm a inserire nelle loro strutture giovani preparati in grado di affrontare un mercato in forte e continua evoluzione. Tra le richieste, laurea a pieni voti ed esperienza Erasmus. Ma anche…

Il rinnovamento generazionale è una priorità per i grandi studi d’affari. Che in buona parte continuano a far leva sul prestigio, le competenze e il network dei soci storici, ma al contempo hanno la necessità di inserire nuove leve per crescere e fare i conti con un mercato in continua evoluzione,
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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«Rispetto a dieci-quindici anni fa, la professione di avvocato negli studi legali italiani e internazionali specializzati in diritto societario e finanziario è diventata più difficile, soprattutto in termini di possibilità per i giovani professionisti di fare carriera», riflette Giovanni Sandicchi, partner dello studio Latham & Watkins. «La selezione ora è molto più dura e solo i più motivati e determinati hanno possibilità di farcela».
Generalmente i neolaureati hanno bisogno di un periodo di adattamento per passare dalla teoria al lavoro pratico, dato che il percorso accademico in Italia ha un carattere fortemente teorico. È questa la convinzione diffusa tra gli studi d’affari, anche se Sandicchi invita a evitare le generalizzazioni: «Ci sono atenei, non necessariamente i migliori in senso assoluto, che preparano meglio gli studenti alla professione (per lo meno in studi specializzati come il nostro), come ad esempio la Bocconi a Milano o la Luiss a Roma, che offrono anche interessanti stage curriculari».
Il suggerimento dell’avvocato è di approfondire quanto più possibile durante il percorso accademico la conoscenza della lingua inglese, «assolutamente fondamentale fin dall’inizio della propria carriera in studio. Consiglierei», aggiunge, «anche di fare dei master post-laurea all’estero (in particolare negli Stati Uniti o in Inghilterra) ma solo dopo almeno un biennio di pratica».
In Latham la tendenza è a limitare il turnover. «La selezione dei candidati si basa principalmente sui risultati conseguiti nel corso della carriera accademica, a cui si aggiunge una particolare attenzione su eventuali esperienze fatte all’estero e sulla conoscenza della lingua inglese», aggiunge.
Nuovi ingressi ogni anno. Pavia e Ansaldo è costantemente impegnato nel recruitment di giovani professionisti. «I nuovi inserimenti rappresentano sempre una grande opportunità, ma comportano anche un investimento e un’assunzione di responsabilità rilevanti in termini organizzativi e di formazione» riflette Nico Moravia, membro del comitato recruitment dello Studio Pavia e Ansaldo. Le selezioni avvengono con la partecipazione a job fair organizzati da Università pubbliche e private a Roma e a Milano, ma é sempre aperto a valutare studenti che provengono da tutti i piú prestigiosi atenei. «Abbiamo una vocazione multidisciplinare e, pertanto, nell’attività di recruitment, non valutiamo come privilegiate alcune materie di laurea rispetto ad altre», spiega. Anche se poi precisa che l’interesse maggiore è verso i laureati che hanno seguito corsi di studi giuridici che includono materie economiche e assegnano rilievo al diritto comunitario ed internazionale. «La laurea in giurisprudenza con un’alta votazione è condizione necessaria, ma certo non sufficiente per superare la selezione d’ingresso», sottolinea. «Ad esempio, la padronanza dell’inglese è considerata un requisito fondamentale. La conoscenza di ulteriori lingue straniere rappresenta sempre una nota di merito». Per questo, vengono fatti specifici test sulla conoscenza delle lingue straniere e hanno una corsia preferenziale quegli studenti che hanno fatto un’esperienza Erasmus durante il corso di studi oppure hanno seguito un qualificato master all’estero dopo la laurea.
Competenze e valori. Fabrizio Acerbis, managing partner di PwC Tax and Legal Services, indica i due criteri selettivi: «Le nostre tecniche di selezione hanno come matrice di base la correlazione tra i nostri valori aziendali e le competenze comportamentali. È importantissimo riconoscere e selezionare i professionisti a lungo termine in grado di portare valore non solo per le loro competenze tecniche ma soprattutto per il loro saper essere». Quello che viene ricercato durante i colloqui è la curiosità intellettuale e la capacità di lavorare in gruppo, dove ciascuno porta esperienza e competenza spesso eterogenee tra di loro. Detto questo, Acerbis ricorda che «la maggior parte dei colleghi del dipartimento deal proviene da un nucleo piuttosto ristretto di università e ha una conoscenza avanzata della lingua inglese, spesso maturata attraverso soggiorni all’estero durante il percorso di studi. In linea generale», conclude, «non abbiamo comunque rigide preclusioni».
Percorsi alternativi. Dante De Benedetti di Mdba ha una visione fuori dal coro: «Non sono convinto che il percorso di formazione migliore per lavorare in uno studio legale d’affari sia quello più tradizionale», sottolinea. «Oggi la maggioranza degli studi legali d’affari scarta il 95% dei curricula che non presentano una votazione di laurea con la lode, un master in Usa e la capacità di parlare tre lingue, se non anche ulteriori esperienze post universitarie a livello comunitario. Penso, piuttosto, che per diventare avvocato d’affari il percorso migliore debba vedere affiancate la crescita della cultura giuridica e la conoscenza del mondo». 
Da qui il suggerimento di fare un’esperienza lavorativa in azienda, «non nella direzione legale, ma a stretto contatto con l’imprenditore, per capire come un’azienda viene gestita e quali siano le problematiche sulle quali davvero gli imprenditori si appuntano quando iniziano a concepire un’operazione societaria». Si tratta di esperienze e competenze che non si imparano sui libri o nei percorsi formativi classici. «Questo tipo di approccio consente di essere indipendenti», rimarca De Benedetti, «di sviluppare una cultura personale che non sia solo giuridica, per avere gli occhi aperti sul mondo, per conoscere prima ‘gli affari’ e poi il diritto». 

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L’Italia recupera sul fronte e-government

Gli avvocati d’affari promuovono i passi in avanti compiuti su questo versante. Anche se resta ancora molto da fare per avvicinare le migliori esperienze occidentali

Le iniziative messe in campo negli ultimi tempi dall’Italia sul fronte dell’e-government vanno nella giusta direzione per ammodernare il Paese, anche se resta ampia la distanza rispetto alle migliori esperienze occidentali. Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio eGovernment, curato dall’Osservatorio eGovernment della School of Management del Politecnico di Milano,
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Dalla teoria alla pratica. Domenico Ielo, leader del focus team agenda digitale e comunicazioni elettroniche di BonelliErede, sofferma l’analisi sulla recente riforma del Cad (Codice dell’Amministrazione Digitale), segnalando la difficoltà di passare dalla teoria alla pratica. «L’ e-government implica un cambiamento di mentalità e di approccio, vale a dire l’abbandono del modello burocratico». Da qui l’invito a «mettere in soffitta la concezione proprietaria dei dati pubblici e superare le resistenze al cambiamento e le tendenze al localismo e ai compartimenti stagni». L’innovazione, aggiunge Ielo, richiede passaggi concreti come scambiare dati e non documenti, valorizzare il patrimonio informativo pubblico e avere una completa gestione del dato e dei processi. «L’e-government – quello vero – presuppone innovazioni di mentalità e di struttura», insiste. Il riferimento è alla constatazione che è è difficile creare applicazioni digitali se ogni organizzazione pubblica lavora in modo diverso; se i sistemi gestionali non si parlano e non permettono di aggregare i dati. Per Ielo, la vera sfida quindi non è cambiare solo le procedure, da cartaceo a digitale, ma i processi.  «È indispensabile una cultura del dato e della commercializzazione del dato. I Big data, per esempio, potrebbe utilizzarsi nelle politiche di spending review». 
Le esperienze internazionali. Ielo cita qualche esempio estero in tal senso. Negli Stati Uniti, il Fact Sheet Big Data Across the Federal Government prospetta un investimento di circa 250 milioni di dollari legato all’uso dei Big data in varie aree pubbliche, mentre il Behavioural Insight Team, esperti che processano Big data combinando analisi matematica e del comportamento dei cittadini, assiste il governo inglese. Progetti di grande successo, tuttavia da guardare senza dimenticare le limitate risorse del nostro Paese sul fronte dell’e-government. «Nel suo cinico pragmatismo, Margaret Thatcher affermava provocatoriamente che tutti ricordano il buon samaritano non perché avesse buoni propositi, ma perché aveva i soldi», sottolinea l’avvocato di BonelliErede.  
Francesco Rampone, responsabile del team Ip/It dello studio legale La Scala, ricorda che il processo di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione si è sviluppato nell’arco degli ultimi 20 anni e che, in questo periodo, sono stati compiuti importanti passi in avanti. «In questo ambito, gli avvocati, forse più di ogni altra categoria di professionisti, stanno beneficiato della modernizzazione della Pa».
Del resto, il riferimento non è solo al Processo Civile Telematico («che sta aumentando considerevolmente l’efficienza della giustizia e ha rivoluzionato il rapporto dell’avvocato con gli uffici giudiziari»), ma anche ai siti istituzionali dai quali è oggi facile avere un rapido accesso a fonti e informazioni “sicure”, materia prima indispensabile nel lavoro dei legali. «Si pensi poi alla firma digitale e alla posta certificata: l’Italia è l0unico Paese in Europa ad averne disciplinato e a consentirne l’uso probatorio non solo nel dialogo con la Pa, ma anche in quello tra privati».  
Il nodo infrastrutture.  Anna Romano, name partner dello Studio Satta Romano e Associati, plaude all’evoluzione dell’e-government in Italia. «Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative per il suo concreto sviluppo sotto diversi profili, ivi inclusa la facilitazione dei sistemi di pagamento, e questo ha un impatto senz’altro positivo sul sistema», commenta. Anche se rileva la presenza di due criticità: «Il primo riguarda le infrastrutture: quelle attuali per lo più non consentono la connessione alla velocità necessaria, e assicurando la qualità necessaria». Quindi l’ammodernamento di questo capitolo è «indispensabile allo sviluppo del sistema ed è essenziale che il piano relativo alla banda ultralarga, messo in campo dal governo sulla base di un’agenda europea, non venga fermato». La seconda questione sollevata da Romano, in buona parte collegata alla prima, riguarda il digital divide. «L’Italia è uno dei paesi europei che ha un maggiore digital divide, che rappresenta una vera e propria barriera a una maggiore diffusione dell’e-government».
Il parere del notaio. Il lavoro dei notai è impattato in maniera importante dall’impiego delle tecnologie digitali. A questo proposito, Claudio Caruso, che esercita a Milano, segnala che questo processo evolutivo «ha migliorato notevolmente la qualità e l’efficienza del nostro lavoro. Basti pensare che la totalità dei nostri atti destinati al registro delle imprese e alle conservatorie dei registri immobiliari da parecchi anni viene trasmessa telematicamente». Bisogna però scindere l’aspetto della trasmissione da quello della sua preparazione e conclusione. «Oggi l’atto viene ancora concluso prevalentemente in modalità cartacea, ma subito dopo viene trasformato in formato digitale e la sua circolazione verso gli uffici pubblici segue appunto la via telematica», sottolinea. Da qualche tempo è anche possibile stipulare direttamente l’atto in formato informatico e in questa direzione il notariato si già è dotato di un software specifico che consente di far sottoscrivere l’atto stesso direttamente in formato digitale. «Tuttavia», riprende, «residuano delle procedure ancora non digitalizzate, ad esempio in materia testamentaria, nell’ambito delle quali si possono fare dei passi avanti». Il notaio tiene comunque a confermare il giudizio complessivamente positivo sul processo di digitalizzazione in atto nella Pa. «Il nostro Paese è cresciuto in termini di posizionamento nell’ambito delle classifiche starting business e registering property, e questo proprio grazie alla digitalizzazione dei relativi processi di circolazione e registrazione degli atti.  Per il futuro auspicherei una maggiore facilità di accesso on line da parte dei notai agli atti della Pa, per esempio alla documentazione edilizia ed ai certificati dello stato civile, per i quali si rende necessario invece accedere agli uffici pubblici». L’auspicio di Caruso è che in un prossimo futuro si possa completare il quadro di trasmissione telematica «fino ad abbracciare tutte le nostre attività in ogni ambito e garantire un maggiore accesso alle banche dati della pubblica amministrazione».

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Lo studio legale 2.0 tra rischi e opportunità

La gestione elettronica dei documenti e la condivisione delle informazioni hanno migliorato il lavoro e ottimizzato i tempi, ma accanto ai vantaggi della digitalizzazione si aprono nuovi scenari

Il 30 giugno 2014 il ministero della Giustizia ha introdotto il Processo civile telematico (Pct) nell’ordinamento giuridico italiano. Un passo avanti per la professione forense che fino a pochi anni prima denotava una totale arretratezza tecnologica,
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Ma per lo studio legale tradizionalmente concepito, legato ai vecchi sistemi di comunicazione e agli obsoleti strumenti di raccolta dei dati, la necessità di adeguarsi a un mondo sempre più digitalizzato è emersa ben prima dell’arrivo del Pct. Negli ultimi dieci anni, sia per il volume crescente di dati e informazioni sia per una stringente esigenza di abbreviare i tempi, gli studi legali, chi prima chi dopo e con un po’ di reticenza, si sono sempre più avvicinati alle nuove tecnologie. Proprio come una struttura aziendale, hanno investito in progetti, strategie e servizi che hanno consentito di semplificare, razionalizzare e velocizzare il lavoro attraverso la gestione e la conservazione elettronica dei documenti, l’uso della firma digitale e la condivisione delle informazioni in apposite banche dati. 
Ma accanto ai numerosi vantaggi che la digitalizzazione ha portato, c’è l’altra faccia della medaglia, quella dei rischi e dei limiti che comporta. Rischi associati prevalentemente alla sicurezza delle informazioni, al rispetto della privacy, all’aggiornamento continuo di strumenti e software e a ingenti investimenti economici legati a quest’ultimi, che non tutti possono permettersi. 
La tavola rotonda organizzata da Legal dal titolo «Tecnologie, strategie digitali e privacy. Lo studio legale 2.0», moderata da Angela Maria Scullica, direttore responsabile delle testate economiche di Le Fonti, ha sviscerato opportunità e criticità dell’evoluzione tecnologica nello studio legale, con un occhio al confronto tra Italia e Europa. Alla tavola hanno partecipato Gianluca Campus di Franzosi Dal Negro Setti, Luca Egitto di R&P Legal, Luca Failla di LabLaw, Caterina Flick di Nunziante Magrone, Denis Fosselard di Ashurst, Marco La Mattina di SLS Avvocati e Aldo Palumbo di Toffoletto De Luca Tamajo e Soci. 
A che punto siamo in Italia con il processo di digitalizzazione? Quali novità e quali cambiamenti apporterà l’introduzione dell’ordinamento europeo?
CAMPUS Si dice spesso che l’Italia sul digitale non sia all’avanguardia, ma almeno da un punto di vista normativo, per quanto mi risulta, l’Italia è sempre stata attenta alle innovazioni: la prima normativa sulla firma digitale è arrivata in Italia alla fine degli anni ’90 (col Dpr 513/1997). Le prime sentenze di omologa da parte di tribunali degli statuti societari che introducevano l’utilizzo degli strumenti di telecomunicazione per le riunioni assembleari e di cda delle società di capitali risalgono anche a prima del 2000, prima ancora, quindi, che ci fossero norme ad hoc nel nostro ordinamento. Siamo stati precoci, ma la digitalizzazione non sempre è stata un percorso attento ai trend tecnologici e normativi e a quanto stesse succedendo all’estero. Così nel giro di pochi anni abbiamo dovuto rivedere le norme nazionali in base alle direttive europee sulle firme elettroniche o alla direttiva sui diritti degli azionisti, che avevano una prospettiva tecnologica e normativa diversa dalle norme nazionali. 
FOSSELARD Riguardo al processo comunitario, la Corte di giustizia dell’Ue consente da tempo (pur non essendo obbligatorio) il deposito telematico dell’insieme degli atti della procedura. È tuttavia chiaro che la Corte di giustizia dispone di risorse finanziarie molto importanti che le permettono di effettuare gli investimenti necessari a far funzionare un tale sistema. Al contrario, le poche volte che mi sono interfacciato con la giustizia civile italiana mi sono imbattuto in alcuni ostacoli, in quanto la procedura è al contempo sia telematica sia cartacea, dal momento che il giudice chiede spesso alle parti di depositare comunque atti e/o documenti in forma cartacea. Ciononostante, non mi risulta che sotto il profilo normativo l’Italia sia in ritardo rispetto ad altri Paesi europei come il Belgio. Gli investimenti da parte degli studi legali in soluzioni It sono ormai strettamente necessari. Tuttavia, lo studio legale di domani non potrà che offrire, come già oggi avviene, un servizio focalizzato sul lavoro del singolo professionista e un valore aggiunto rispetto a soluzioni in house e/o prodotti informatici, banche dati ecc.
LA MATTINA Lo sforzo del legislatore indirizzato verso una gestione interamente telematica del processo civile è certamente apprezzabile. Purtroppo però le intenzioni devono scontrarsi con realtà giudiziali che non sembrano essere favorevoli: mi è capitato di leggere ordinanze con cui i giudici invitavano le parti a depositare la documentazione e gli atti, oltre che in formato digitale anche in formato cartaceo; addirittura in una sentenza dell’anno scorso del tribunale di Milano una società è stata condannata al pagamento di 5.mila euro per non aver depositato la copia cartacea di cortesia degli atti. Al di la di ciò ritengo che si debba perseverare verso la completa digitalizzazione del processo civile. L’esperienza del nostro studio legale è un po’ sui generis: prestando assistenza a realtà italiane e multinazionali con una notevole mole di pratiche, è stato creato direttamente dalla società cliente un software gestionale proprietario. Il singolo avvocato quindi accede direttamente al portale e gestisce la posizione senza alcun supporto cartaceo: tutto viene caricato direttamente da remoto, direttamente dalla società cliente. Al conferimento di un nuovo incarico, di sua modifica o variazione, il sistema automatizzato invia una notifica push e il singolo avvocato che ha in gestione la posizione viene informato della variazione. Il sistema quindi “dialoga” con lo studio legale, o meglio la società cliente comunica con lo studio attraverso sistemi automatizzati. Diciamo che in realtà multinazionali di ingenti dimensioni il contatto telefonico con il cliente è ridotto ai minimi termini, diversamente da come avveniva in passato quando nucleo dell’attività legale era il rapporto personale cliente-avvocato. Queste modalità operative assicurano una gestione particolarmente semplificata e annullano di fatto ogni possibile errore.
EGITTO Con il processo telematico lo studio legale non vede mutare radicalmente la propria posizione dal punto di vista del trattamento del dato personale né la tipologia del dato né la fisionomia dello studio stesso. È però vero che la digitalizzazione del processo civile comporta un incremento del volume generale di traffico e della mole di dati trattati, fenomeno che determina l’intensificarsi dei rischi per la sicurezza e impone un potenziamento dell’attenzione sul tema della sicurezza e delle relative misure che vengono applicate. Inoltre cambiano gli strumenti con cui trattiamo i dati, strumenti che hanno delle comodità evidenti ma anche dei pericoli maggiori rispetto a quando la pratica esisteva esclusivamente in forma cartacea. Diviene dunque centrale la capacità o meno dell’infrastruttura informatica statale di ricevere tutta questa mole di dati: sono state introdotte diverse novità di tipo tecnologico, è stato digitalizzato il processo civile, la tutela doganale, la costituzione delle start up, tuttavia dal punto di vista meramente tecnologico l’infrastruttura messa in piedi dallo Stato zoppica o non regge e non pare in grado di sopportare la mole di dati generata dagli utenti. Ne deriva dunque un visibile ed enorme divario tra i sistemi delle istituzioni private, degli studi legali e delle aziende, contraddistinti da un notevole avanzamento tecnologico, e i sistemi antiquati e spesso inadeguati delle istituzioni pubbliche o delle cancellerie, spesso caratterizzati da strumenti tecnici che presentano serie difficoltà nella comunicazione e nella ricezione di informazioni e nella gestione di elevati volumi di dati.
PALUMBO A mio parere il processo civile telematico ha portato alcuni vantaggi come la maggior rapidità di accesso ai documenti di causa, il guadagno di tempo nelle costituzioni e l’eliminazione, in gran parte, dell’attività dei corrispondenti. Tuttavia permangono alcune criticità: la complessità della procedura per il caricamento dei documenti, la differente efficienza delle cancellerie (per esempio Torino e Brescia sono estremamente rapide) nell’aggiornare il fascicolo telematico, le informazioni, ancora incomplete, cui ha accesso l’utente (una cosa importante sarebbe poter sapere se qualcuno ha avuto accesso al fascicolo telematico dopo la sua formazione). Molto delicata infine è la tematica delle notifiche via Pec, soprattutto da un grado di giudizio all’altro, poiché dal momento in cui viene notificato un atto sulla Pec, che è esclusivamente individuale, decorrono i termini decadenziali previsti dal procedimento di cui si parla, e se la notifica venisse effettuata esclusivamente all’indirizzo di un collega che nel frattempo ha lasciato lo studio, potrebbe originarsi un grosso problema.
FLICK Da avvocato penalista, la realtà che fotografo è quella a me più vicina, ovvero quella del processo penale dove la digitalizzazione, a differenza di quanto avvenuto nel processo civile, è ancora molto lontana dall’essere effettivamente attuata. Alcune procure hanno effettivamente avviato il processo, ma nella gran parte di casi l’informatizzazione degli uffici giudiziari ha portato come unico risultato all’invio per posta elettronica della copia dei verbali di udienza e in alcuni casi alla possibilità di effettuare verifiche sul registro degli indagati. Il nostro codice privacy dal punto di vista astratto è comunque abbastanza avanzato e pertanto ritengo che a partire dal 2018, quando l’ordinamento europeo entrerà pienamente in vigore, diverranno efficaci eventuali ulteriori obblighi e adempimenti, per esempio la nomina dei privacy officer, ovvero delle persone addette a monitorare la privacy all’interno delle aziende. Per quello che riguarda i principi, invece, non ci saranno sostanziali novità. Anche le sanzioni in molte occasioni sono già state largamente applicate: in sostanza già esistono tutti i presidi necessari per la tutela della privacy. Anche i grandi studi legali già adesso possono essere considerati titolari del trattamento, a parte, per esempio, il caso di membri dello studio che godono di una totale autonomia di gestione.
Altra tematica molto attuale è legata alla protezione dei dati sensibili anche a fronte del dilagante uso dei social network e dell’archiviazione digitalizzata su server o in cloud. Come affronta il singolo studio legale la problematica della privacy?
PALUMBO Per gli avvocati lavoristi la privacy è un elemento che sta conquistando spazi sempre più importanti nel nostro settore. Per esempio, l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, che è stato recentemente modificato per effetto del Jobs act, ha introdotto modalità di controllo sugli strumenti informatici e limiti alla acquisizione e conservazione dei dati acquisiti nel rispetto dei parametri stabiliti dal codice privacy. La privacy, che in realtà è un tema sempre stato presente, ora viene ad assumere una maggiore centralità e acquisterà un peso ancora maggiore in relazione al nuovo strumento contrattuale rappresentato dallo smart working (o lavoro flessibile) nell’ambito del quale anche il singolo lavoratore, e non più solo il datore di lavoro, diventerà direttamente responsabile del trattamento e della conservazione dei dati, sia nel momento in cui lavora all’esterno delle mura, dove è potenzialmente esposto all’attenzione delle persone attorno a lui, sia quando lavora a casa allorché, connettendosi da remoto, deve assicurarsi che gli strumenti informatici usati garantiscano la massima sicurezza e riservatezza dei dati trasmessi.       
FAILLA Dato il rischio di sottrazione di file salvati in cloud, secondo me la cosa fondamentale di un fornitore è la “magnitudo”, intesa come la sicurezza che è in grado di darmi: al di là delle clausole e dello scarico di responsabilità, io voglio avere la garanzia, avvalendomi di un provider grosso, di assicurare ai miei clienti la massima tranquillità e protezione se salvo i loro dati in cloud. È vero che si può perdere il controllo dei grandi cloud se non si ha un rapporto forte con il fornitore; tuttavia adesso con una mole di dati sempre più ingente, i server interni e locali da soli, oltre a essere molto costosi, non sono più sufficienti e necessitano di un rinnovo periodico. Verrebbe da domandarsi se tutti questi investimenti che stiamo facendo sul sito, sulla tecnologia e sulle app sono apprezzati e richiesti dai clienti e se noi siamo in grado di tramutarli in valore aggiunto. Probabilmente la risposta dipende dal cliente e dal settore.             
LA MATTINA In merito alle conseguenze derivanti da un accesso fraudolento ai dati condivisi dalle società clienti, ritengo che il sistema di gestione, per come è impostato, escluda qualsiasi responsabilità sia in capo allo studio legale sia in capo alla società cliente, in quanto, eventuali responsabilità sorgerebbero in capo al cliente fornitore del servizio cloud di condivisione. Questa modalità di gestione interamente digitalizzata è sicuramente una prospettiva positiva per lo studio poiché determina un notevole risparmio di costi soprattutto in relazione all’archiviazione delle posizioni. Ovviamente non si tratta di un processo semplice da realizzare perché necessità, quantomeno nella fase iniziale, di importanti investimenti.
FLICK A mio parere il problema vero per noi è “un problema interno” conseguente alla sempre maggiore digitalizzazione delle attività di avvocati singoli e di studi legali e l’utilizzo sempre più imponente dei sistemi in cloud per l’archiviazione dei dati. Il tema è complesso e di attualità, non solo perché il cloud è caratterizzato da modalità di gestione proprie e diverse dagli altri sistemi (spesso è basato negli Usa e pertanto non concepito per sistemi europei), ma anche e soprattutto perché, per quanto sia un cloud dedicato allo studio legale, c’è sempre un outsourcer che fornisce il servizio rispetto al quale lo studio si può tutelare cercando di prevedere i rischi quanto più possibile nelle clausole contrattuali, sempre che sia possibile negoziarle effettivamente data la loro estrema standardizzazione. Non è da sottovalutare nemmeno l’accentramento della fornitura dei servizi solo in capo ad alcuni fornitori, e di conseguenza il rischio elevato di accesso non controllato tra concorrenti. A proposito dell’archiviazione, sostengo che sarà sempre necessaria la mente umana. Tecniche di archiviazione dell’informazione esistono da tempo e in gran quantità, ma è assai arduo lasciare esclusivamente all’automazione e alla macchina l’intera gestione in quanto un software può partire solo da informazioni di base ed è condizionato da come queste sono state inserite in partenza. Concludo sfatando anche la falsa credenza che con l’aumento della tecnologia si risparmi; semplicemente è l’allocazione dei costi che cambia dato che per ottenere alti livelli di sicurezza occorrono grandi investimenti. Questo, nella gestione delle attività dei nostri studi, si traduce nell’accorpamento degli studi o nel loro ingrandimento: i grandi studi internazionali, infatti, possono investire, mentre quelli piccoli e di provincia si trovano seriamente in difficoltà. Il vero problema non è il costo del singolo dispositivo e del singolo software, bensì il mantenimento di un sistema di sicurezza che sia sempre costantemente aggiornato, e il servizio a esso connesso.
All’interno di questo nuovo scenario che si apre con la digitalizzazione e le nuove normative, come si inserisce la figura dell’avvocato e cosa può fare per non rischiare di essere sostituito dalla macchina?
CAMPUS Quanto all’impatto della tecnologia sul mercato legale, il fatto di essere destinatari di normative che spesso vengono dall’estero forse inciderà sul tipo di mercato legale che avremo nei prossimi anni. Da un certo punto di vista e per certi livelli di specializzazione penso che saranno sempre più richieste figure di respiro europeo. E questo comunque richiede una prospettiva molto orientata ai servizi rivolti ai clienti e una forte attenzione ai temi tecnologici. Penso, per esempio, ad alcuni problemi legati alla documentazione elettronica che ho riscontrato soprattutto nell’ambito di operazioni cross-border, quindi di negoziazioni che coinvolgono partner con base in diversi paesi europei, sebbene in teoria dovremmo essere in un settore ormai armonizzato dalle direttive comunitarie da diversi anni e più di recente dal regolamento comunitario 910/2014. In realtà così non è perché i modelli di sottoscrizione elettronica più diffusi (in particolare alcuni servizi di firma elettronica avanzata di Docusign) vengono da fornitori esteri, spesso sono nati nell’ordinamento americano, e non sono quindi inquadrabili tra le sottoscrizioni elettroniche di maggior sicurezza nel nostro ordinamento, che sono le firme elettroniche qualificate. Le difficoltà sorgono nel momento in cui, trovandoci spesso a lavorare con colleghi di studi esteri, bisogna spiegare loro che nel nostro ordinamento le firme elettroniche avanzate sono valide forme di sottoscrizione ma non hanno tuttora in Italia, nonostante i nuovi provvedimenti, una efficacia probatoria altrettanto forte come quella delle firme elettroniche qualificate.
PALUMBO Per noi come studio lo sviluppo dei database e del knowledge management è molto importante, oserei dire fondamentale. Più in generale, l’intelligenza artificiale non va più concepita come la creazione di un cervello positronico dotato delle stesse capacità di un cervello umano di elaborare un pensiero, bensì come la realizzazione di sistemi in grado di elaborare in modo sempre più efficiente le informazioni raccolte: più l’informazione è completa e più il sistema che vi attinge può fornire validi suggerimenti basati sulle esperienze pregresse. Si può reperire con rapidità documentazione rilevante per l’attività che si sta effettuando (un atto, un parere) inserendo una sola parola chiave, a condizione che, a monte, vi sia stata una raccolta di dati ampia ed estremamente curata, accompagnata da un’opera di indicizzazione efficiente. La conseguenza negativa dello sviluppo delle banche dati e del loro accesso pressoché illimitato fa sì che, molto spesso, informazioni che una volta venivano richieste in via preferenziale all’avvocato, oggi vengano invece reperite autonomamente dai clienti in rete, nonostante spesso siano infarcite di imprecisioni e riferimenti a normative superate. L’avvocato per sopravvivere, da un lato, dovrà essere abile a suggerire al cliente soluzioni sempre nuove e creative, sfruttando le numerose modifiche agli istituti giuridici recentemente intervenute (è il caso del diritto del lavoro) e individuando collegamenti tra di essi; dall’altro, la sua attività dovrà essere contraddistinta da efficienza, con la conoscenza dei costi sostenuti e del margine di redditività.
FOSSELARD Con l’introduzione dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione, il modello piramidale, con tanti collaboratori, figure junior che attraverso le ricerche e la rilettura dei pareri si facevano un’enorme cultura, viene superato. Essendo questo lavoro ormai spesso esternalizzato verso centri di outsourcing legale, la conseguenza per le nuove generazioni è di avere schiere di professionisti sempre più concentrati su delle “nicchie”, sempre più specializzati in modo tale da essere subito efficiente e redditizio. Però in questo modo è molto più difficile sviluppare lo stesso “sapere orizzontale”, che il cliente considera spesso il valore aggiunto più significativo del professionista.
EGITTO Dobbiamo culturalmente abituarci a spiegare qual è la nostra funzione sociale, perché per secoli era data per scontata: l’avvocato era una figura di prestigio che aveva alcune sue prerogative di default, mentre oggi deve giustificare la sua utilità e dimostrare il suo valore aggiunto rispetto ad applicazioni in grado di generare atti, statuti e contratti semplicemente con un clic. Oggi la funzione dell’avvocato non ancora sostituibile è quella di “venditore di tranquillità”, tranquillità che, per ora, un computer non può fornire. Dobbiamo capire come integrarci con l’intelligenza artificiale: sicuramente la nostra arma è il database di conoscenza ed esperienza umana, ma dobbiamo trovare degli strumenti per renderlo il più efficace possibile. Valorizzare la knowledge base di studio limita peraltro i rischi di ultrapersonalizzazione tipici del lavoro del legale: gli studi con la tecnologia giusta possono centralizzare la conoscenza presso la propria struttura e non intorno a un singolo legale, accentuando così la fidelizzazione del cliente sullo studio. Pertanto non ci dovrebbe essere una compartimentazione stagna, in quanto la figura dell’avvocato è ormai integrata nella struttura informatica in cui opera e allo stesso tempo la struttura informatica non può funzionare e non ha senso senza l’avvocato. Personalmente penso che sarà difficilmente evitabile, quantomeno per alcune strutture, divenire dei puri provider di servizi legali, poiché il paradigma tradizionale non può più funzionare e perché oggi si registrano sempre più incarichi che, sebbene eseguibili esclusivamente da un legale, non rientrano negli schemi tradizionali dell’assistenza legale italiana giudiziale ed extragiudiziale e richiedono una capacità di relazione, da un punto di vista tecnologico e culturale, con realtà diverse da quelle italiane. Questo d’altro canto vuole anche dire che ci sono nuove opportunità per i legali e nuove forme di assistenza non codificate e senza precedenti.
FAILLA La vecchia bottega che noi abbiamo conosciuto con telefax, stampanti ad aghi e controlALT non esiste più. Gli studi odierni hanno l’It, l’Hr, l’office manager, tutte figure che l’avvicinano sempre di più lo studio a un’azienda gestita con criteri manageriali. Tuttavia, l’azienda offre prodotti standard per definizione, mentre noi siamo costretti per la nostra professione a offrire prodotti che standard non sono, ossia la discussione, la rappresentazione e l’assistenza; ed è questo che distingue un avvocato dall’altro. Fare l’avvocato è cultura, conoscenza di base ma anche fantasia e improvvisazione e in questo la tecnologia non può aiutare. Da avvocati italiani, noi manteniamo sempre una visione un po’ artigianale del mestiere, essendo convinti che il nostro servizio sia un servizio tailor made, dove si paga il valore del professionista, mentre il brand dello studio è solo a seguire. Purtroppo negli ultimi trent’anni i clienti sono sempre meno disposti a capire questo e a pagare questo: a volte si preferisce un servizio standardizzato del junior associate che non ha valore aggiunto e che non tiene conto di tutte le conseguenze e le variabili. Questa situazione viene perfettamente fotografata dallo studioso Richard Susskind che nel suo libro più recente, Tomorrow’s Layers, pur riferendosi nello specifico al mercato anglosassone, sicuramente più avanzato ma meno tailor made del nostro, afferma che il processo di digitalizzazione e di investimento tecnologico è fondamentale e chi non lo farà, sarà costretto a uscire dal mercato. Il cliente sarà sempre più disposto a comprare servizi tecnologici invece di rivolgersi al singolo avvocato per una consultazione tanto che la digitalizzazione in alcuni paesi come Usa e Regno Unito sta portando a una spersonalizzazione del rapporto con l’avvocato oltre a una diminuzione del numero di avvocati all’interno degli studi proprio perché, se io posso dare delle risposte tramite un database, bisogna solo aggiornare questo database: alla fine rimarranno i partner, con pochi avvocati. Stiamo percorrendo una strada senza ritorno per cui chi non si adeguerà allo sviluppo tecnologico sarà destinato a soccombere, chi non riuscirà a fare investimenti in questa direzione sarà destinato a chiudere.
(Ha collaborato Laura Colnaghi)

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Crediti deteriorati tra vecchi strumenti e nuove soluzioni

E’ ancora presto per fare un bilancio sulle misure adottate finora per smaltirei non performing loans. Ma sull’ultimo arrivato, Atlante 2, gli esperti sembrano cautamente ottimisti

Il tema dei non performing loans (Npl) è tutt’oggi al centro del dibattito mediatico, dove si accalcano ipotesi sui principali motivi che hanno generato il problema dei crediti deteriorati (crisi economica o cattiva gestione creditizia?) e le possibili, e realmente efficaci,
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Il governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, durante un intervento all’assemblea Abi dell’8 luglio 2016, ha parlato dei numeri relativi all’ammontare del fenomeno: «Dei 360 miliardi di prestiti deteriorati lordi in essere alla fine del 2015, 210 erano relativi a debitori insolventi (le sofferenze), 150 corrispondevano alle inadempienze probabili o a esposizioni scadute o sconfinanti e, al netto delle svalutazioni, l’ammontare di sofferenze si riduce a 87 miliardi. Di questi, circa 50 sono assistiti da garanzie reali il cui valore è stimato in 85 miliardi. Il resto è assistito da garanzie personali, dal valore stimato di 37 miliardi, o non è garantito». Il problema dei Npl è, secondo Visco, «un problema serio ma gestibile». Per farlo, secondo Yves Mersch, membro del Consiglio esecutivo della Banca centrale europea, «l’Italia deve affrontare in particolare nodi in materia di attuazione della procedura di insolvenza e di riscossione delle garanzie. Se l’attuazione della riforma sugli Npl sarà efficace il mercato lo riconoscerà». 
Nell’ultimo anno il legislatore ha posto in essere alcune soluzioni per cercare di incentivare lo sviluppo del mercato dei non performing loans. Lo ha fatto prima con la garanzia dello Stato sui titoli emessi da società per la cartolarizzazione, che acquistano crediti in sofferenza (cosiddetta Gacs); poi con la riduzione dei tempi di recupero giudiziali e stragiudiziali oltre all’introduzione di nuovi strumenti di garanzia, e alla modifica di alcune norme in tema di procedure esecutive e fallimentari tramite il decreto n.59/2016 convertito nella legge n.119/2016 e infine con il lancio, nell’aprile 2016, del Fondo Atlante per l’acquisto di crediti in sofferenza, a cui è seguito, in agosto, Atlante 2. 
Per fare il punto sulle reali potenzialità e conseguenze degli strumenti messi in atto, Legal ha intervistato tre esperti in materia: Angelo Rocco Bonissoni, socio di Cba studio legale e tributario; Umberto Mauro, partner di Norton Rose Fulbright, e Gregorio Consoli, socio di Chiomenti.
 
Qual è la situazione attuale degli Npl in Italia? «Una prima fondamentale distinzione dovrebbe farsi nell’ambito della categoria stessa degli Npl che, in senso lato, accomuna situazioni ben diverse, meritevoli di un ben diverso approccio analitico e di distinte soluzioni: una cosa sono gli Npl (in senso stretto), con ciò riferendoci alle cosiddette sofferenze bancarie, crediti deteriorati o inesigibili vantati dalle banche verso prenditori (famiglie o imprese) inadempienti/insolventi; altra cosa dovrebbero essere più propriamente gli Upl (Under performing loans), intendendosi per essi quei crediti problematici (incagli o crediti ristrutturandi) vantati dalle banche verso imprese che si trovino in stato di crisi e che abbiano intrapreso e possano intraprendere percorsi virtuosi di uscita da quella, attraverso l’impiego degli strumenti di composizione stragiudiziale o concordataria predisposti con lungimiranza dal legislatore negli ultimi anni (piani attestati, accordi di ristrutturazione, concordati in continuità).  Ritengo che accomunare indistintamente questi due fenomeni non aiuta alla individuazione di soluzioni percorribili ed efficaci», ha detto Bonissoni.
Critico nei confronti di un immediato sviluppo del mercato dei crediti è Mauro: «Nonostante i valori indicati da Banca d’Italia, il mercato dei crediti in sofferenza non riesce a svilupparsi in Italia soprattutto a seguito della differenza significativa tra il valore a cui le banche iscrivono tali attivi in bilancio e il prezzo offerto dagli investitori. Il più delle volte tale differenza è proporzionale alla lunghezza dei tempi di recupero degli Npl. In altri termini, i tempi di recupero degli Npl incidono in modo sostanziale nella valorizzazione degli stessi da parte degli investitori e nella differenza rispetto alla valorizzazione fatta dalla banca. Tale differenza è principalmente dovuta a due fattori: il tasso di rendimento atteso dagli investitori è molto alto (tale rendimento viene utilizzato per scontare i flussi di cassa attesi sugli Npl, mentre le banche utilizzano il tasso d’interesse effettivo originario dei crediti, di norma molto più basso); le banche rilevano i costi indiretti di gestione degli Npl nel bilancio d’esercizio di competenza, mentre gli investitori li deducono immediatamente dal loro valore netto con conseguente riduzione del prezzo di acquisto. A mio avviso risulta pertanto cruciale accorciare i tempi di recupero per poter attivare il mercato secondario degli Npl e consentire lo smaltimento dell’elevato stock delle banche italiane».
In che misura gli strumenti adottati finora sono risultati efficaci? «A oggi è nota un’unica operazione con Gacs che ha coinvolto la Banca Popolare di Bari, per cui è prematuro fare delle valutazioni sull’efficacia dello strumento», spiega Mauro, «così come fare delle valutazioni sui nuovi strumenti introdotti dal decreto n.59/2016, benché ci sia un generale ottimismo tra gli operatori. Quanto al fondo Atlante, sono state effettuate due operazioni di ricapitalizzazione che hanno riguardato Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ma al momento ancora nulla sul fronte dei crediti in sofferenza». 
Della stessa opinione è Consoli: «è ancora presto per un giudizio definitivo. Una valutazione completa sull’efficacia degli strumenti potrà essere fatta solo alla fine. Oggi notiamo che gli operatori hanno una pluralità di strumenti, sia pubblici che privati, a cui fare ricorso per una migliore gestione di questi attivi. Da una parte lo Stato ha messo in campo le misure fiscali e lo strumento Gacs, il sistema nel suo complesso si è organizzato per creare un investitore specializzato come Atlante e ciascuna banca ha adottato nuove misure organizzative per migliorare la gestione. Nessuna di queste misure è da sola sufficiente, ma ciascuna può essere uno strumento molto utile per affrontare il problema. Se prendiamo in considerazione la Gacs, notiamo come sia difficile stimare da un punto di vista quantitativo l’impatto di questo strumento nella gestione dei Npl. Questo non toglie però che si tratti di uno strumento positivo. Attraverso la Gacs si avranno cartolarizzazioni più trasparenti che richiedono maggiore professionalizzazione dei processi e in più la presenza delle Gacs rende più semplice l’utilizzo dello strumento cartolarizzazione come veicolo di finanziamento dei portafogli e non solo di investimento da parte di soggetti non bancari. Infine, la Gags faciliterà e ridurrà il costo della leva nell’ambito di queste operazioni con l’obiettivo di massimizzare il prezzo. 
Dopo Atlante, si è parlato di Atlante 2. Qual è il suo scopo e a quali scenari può condurre? «Il fondo Atlante e il fondo Atlante 2 si concentrano essenzialmente sugli Npl, oltre agli interventi di ricapitalizzazione delle banche in difficoltà», spiega Bonissoni. «Per gli Npl, il problema è essenzialmente quello del loro recupero (recovery); gli strumenti sono quelli tipici dell’esecuzione giudiziale e delle procedure fallimentari che, come di recentemente fatto con alcuni interventi normativi, devono essere accelerate e rese più efficaci ed efficienti; l’interesse qui primariamente tutelato dall’Ordinamento deve esser quello del creditore, pur evitando meccanismi vessatori nei confronti del debitore. Poi c’è il problema contingente della gestione dello stock di Npl che gravano oggi pesantemente sui bilanci delle banche i quali devono quindi essere opportunamente gestiti per ristabilire i ratio di sana e prudente gestione e per liberare quindi nuove risorse da destinare alla funzione creditizia a supporto del rilancio dell’economia reale. Qui le soluzioni, come dicevamo, sono essenzialmente di due tipi: pulizia dei bilanci tramite dismissione di quelle sofferenze o ricapitalizzazione delle banche».
«Atlante 2 sarà destinato esclusivamente all’acquisto di sofferenze bancarie italiane ad un prezzo fino al 32% del loro valore originario», aggiunge Mauro, «e si tratta di un prezzo più alto rispetto a quello normalmente offerto da investitori specializzati ma ritenuto adeguato dai gestori del fondo con un rendimento atteso del 6%. Si prevede che la disponibilità del fondo possa variare tra 1,25 miliardi di euro fino a 5 miliardi di euro. Come per Atlante, anche Atlante 2 investirà in titoli junior e mezzanine rivenienti da operazioni di cartolarizzazione di Npl originati da banche italiane. Una delle caratteristiche del fondo è quella di puntare ad una segmentazione dei portafogli tra garantiti e non garantiti ai fini di una migliore valorizzazione degli stessi. Uno degli investitori sarà lo stesso fondo Atlante che contribuirà con una cifra tra 800 milioni di euro e 1,25 miliardi di euro utilizzando parte delle disponibilità rimaste a esito delle operazioni di ricapitalizzazione realizzate, fermo restando che, come sopra indicato, dopo il 30 giugno 2017 tutte le disponibilità residue di Atlante potranno essere investite in Npl. Il regolamento di Atlante 2 prevede la possibilità anche di accedere al capitale delle banche attraverso strumenti finanziari ad hoc nel caso in cui l’operazione in Npl contribuisca ad un re-rating delle banche originator stesse. La prima operazione di rilievo di Atlante 2 dovrebbe riguardare Monte dei Paschi di Siena. Credo che Atlante 2 sia uno strumento estremamente innovativo sul mercato italiano e di possibile successo». Secondo Consoli, «stando a quanto si legge, Atlante 2 si tratterà di un veicolo più focalizzato sull’acquisto di non performing che di equity di banche. Se sarà confermato, potrà portare nuovi capitali che sosterranno la domanda di acquisto di attivi deteriorati».  
In questa situazione di instabilità finanziaria, la figura dell’avvocato è sicuramente centrale. Qual è il suo ruolo e quali le maggiori difficoltà che ha dovuto affrontare nel gestire la crisi? «Le tematiche tipiche, che la strutturazione di queste operazioni si pone, attengono ai profili civilistici e fiscali connessi alla cessione dei crediti e delle garanzie sottostanti. A livello, poi, più strutturale occorre pensare a soluzioni innovative soprattutto con riferimento agli Upl. Se, come detto, per gli Npl il problema è essenzialmente quello del loro recupero (recovery), per gli Upl obiettivo primario deve essere il risanamento delle imprese debitrici in crisi e quindi, ma solo indirettamente, dei bilanci delle banche creditrici. Questo può farsi, anche qui, cedendo (o svendendo) all’esterno i «preziosi» Upl a soggetti (privati o ibridi) che poi sapranno ben estrarre valore dai processi di ristrutturazione, valore che però viene così definitivamente sottratto ai creditori (e ai loro azionisti) che di quella crisi hanno portato il peso, ovvero strutturando una operazione «di sistema», più ambiziosa e complessa, ma oggi ben articolabile utilizzando lo schema tecnico del fondo di ristrutturazione, che, con soluzione tutta interna al mondo bancario, persegua un virtuoso allineamento di interessi tra creditori bancari e imprese debitrici ristrutturabili. Questa iniziativa avrebbe come obiettivo prioritario proprio quello di efficientare i processi di ristrutturazione oggi polverizzati e incagliati negli uffici ristrutturazione di tutte le banche italiane che, pur meritoriamente rinforzati e riqualificati negli ultimi anni, innanzi al quotidiano moltiplicarsi dei dossier e pur con tutta la diligenza e competenza di cui dispongono, si trovano oggi a dover gestire con strumenti ordinari una vera emergenza nazionale; tale soluzione pare oggi la sola capace di far uscire dalle paludi in cui si sono arenati i citati innovativi strumenti di composizione della crisi d’impresa, complice anche una inefficiente superfetazione normativa e operativa, alimentata da caste professionali (i professionisti della ristrutturazione) i cui costi spesso esorbitanti erodono i margini di risanamento dell’impresa loro affidata», afferma Bonissoni, che prosegue: «Una tale innovativa soluzione sistemica, che dovrebbe poter contare su alcuni semplici ma utili adeguamenti normativi per facilitarne l’operatività, avrebbe dunque come primario obiettivo quello di promuovere e agevolare l’interposizione di un veicolo dedicato e professionale, capace di svolgere per conto e nell’interesse delle banche, anche attraverso la conversione in equity dei loro crediti, quel ruolo di partnership del sistema imprenditoriale in crisi, ruolo che le stesse banche non vogliono, non dovrebbero e spesso non sono in grado di svolgere; la gestione professionale e virtuosa del percorso di risanamento si rifletterebbe poi in capo alle banche nella valorizzazione dell’investimento di natura finanziaria che queste ultime verrebbero a detenere nelle quote di quel medesimo veicolo per effetto del conferimento in essi dei crediti in sofferenza, restituendo e lasciando quindi al creditore bancario (e ai suoi azionisti) il plusvalore estratto dal processo di ristrutturazione». 
«Partiamo dal contesto di riferimento, che in questi mesi è molto mutato», puntualizza Consoli. «Oggi le banche iniziano a realizzare che, per quanto deteriorati e problematici, questi crediti restano comunque degli attivi che devono essere gestiti nel migliore dei modi. Alla figura dell’avvocato è richiesto quindi un approccio più flessibile. Non si tratta sempre di cedere pacchetti crediti o di trovare forme di finanziamento degli stessi, ma le soluzioni possono essere sempre più diverse. Dalla semplice alienazione con procedura competitiva, a soluzioni più strutturate come la cartolarizzazione, per arrivare alle operazioni di outsourcing o a quelle societarie che hanno come obiettivo lo scorporo dei non performing. 
In questo contesto, gli studi legali sono chiamati a uno sforzo per mettere insieme team di professionisti con tutte le competenze necessarie per affrontare le diverse esigenze del cliente in un’ottica multi-disciplinare».

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Italia e Germania nel segno dell’innovazione

PARLA ALESSIO ROSSI DI ALEGIS
I due paesi sono accumunati da imprese con un alto tasso tecnologico. Ma cresce l’attenzione dei tedeschi per alimentare e moda, agevolati da una certa uniformità legislativa

L’intensità dei legami economici e commerciali con l’Italia, il forte apprezzamento del made in Italy nel consumatore medio tedesco, il quadro politico, giuridico ed economico stabile e affidabile.
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Le aziende italiane interessate a sviluppare con la Germania rapporti di affari solidi e duraturi dispongono di un terreno e di condizioni di partenza fortemente favorevoli. 
Ma dal punto di vista della consulenza legale e fiscale? Prosegue il viaggio di Legal tra gli Italian Desk. A questo e ad altri quesiti sulle opportunità offerte del mercato tedesco ha risposto Alessio Rossi, partner e responsabile dell’Italian Desk di Alegis, studio con sede in Germania e Lussemburgo specializzato in fiscalità internazionale, controllo e servizi di consulenza aziendale.
Quali sono le maggiori esigenze da parte delle aziende italiane che vogliono investire in Germania?
Cercano soprattutto consulenza e supporto affinché le loro attività siano conformi alla legge. Forniamo assistenza su questioni di contabilità, per la redazione del bilancio d’esercizio e per la revisione contabile annuale. La consulenza fiscale è molto richiesta. Ma il nostro Italian Desk offre ai clienti italiani anche una consapevolezza culturale nell’affiancamento delle loro attività per combinare efficacemente le peculiarità italiane e tedesche. Sempre più imprenditori riconoscono il valore di questo tipo di conoscenze. Comprendere gli aspetti comunicativi e relazionali di un’altra nazione è diventato essenziale, sia in una prospettiva interculturale sia ai fini della mobilità di lavoro. 
Quali sono le opportunità garantite dal mercato tedesco a un’impresa italiana? 
La Germania è la più grande economia in Europa ed esporta ogni mese beni e servizi per oltre 100 miliardi di euro: il Paese è un’ancora di stabilità e, per molti settori, un mercato importante. Inoltre, è il luogo ideale per stringere partnership strategiche. È un periodo particolarmente favorevole per l’interscambio: l’economia tedesca è solida e per le aziende italiane ci sono grandi opportunità di crescita. Proprio come in Italia, in Germania le imprese vantano un alto tasso di innovazione e investono significativamente nei dipartimenti Research and Development. Le operazioni tra i due mercati sono quindi estremamente sinergiche. Il nostro consiglio è quello di puntare sulla qualità e sull’affidabilità per non disattendere le aspettative del mercato e degli investitori. 
Ci sono state ripercussioni dopo il voto sulla Brexit? 
Visto che la procedura di uscita non è iniziata, non possiamo ancora sapere quali saranno le conseguenze della Brexit. Dobbiamo prima attendere che il Consiglio europeo, su mandato della Commissione, negozi con il Regno Unito un Accordo sul recesso, che dovrà poi essere approvato dal Parlamento europeo a maggioranza qualificata. Insomma, i tempi sono lunghi e l’iter complesso. Tuttavia, per supportare al meglio i nostri clienti e fronteggiare tempestivamente ogni cambiamento, teniamo sotto stretta osservazione lo sviluppo del settore finanziario e la libera circolazione dei lavoratori. 
La sua attività si concentra sul diritto fiscale. Ci sono molte differenze tra la legislazione tedesca e quella italiana in questa materia? 
La legislazione europea si sta uniformando sempre di più. Resta comunque fondamentale l’assistenza sul territorio da parte di un professionista che conosca le procedure e sappia consigliare l’imprenditore su molteplici aspetti del business.
Qual è il ruolo dell’Italia nella vostra strategia? 
Assolutamente importante. Perché l’Italia ha connessioni molto strette con l’economia tedesca e in particolare con la regione Renania Settentrionale-Vestfalia. L’industria della moda, la lavorazione dei metalli, la meccanica e anche la produzione alimentare e la ristorazione sono i principali settori in cui una cooperazione è auspicabile e necessaria. La collaborazione con i nostri partner di Noda Studio è quindi continua, focalizzata su tutti gli ambiti produttivi di rilievo delle rispettive economie. 
Facendo parte di Andersen Global, in Italia vi rapportate con Noda Studio. Come si articola questa partnership? 
Ci coordiniamo strettamente su temi di attualità, discutiamo attività di marketing e sviluppo congiunto del business. Tra tutti gli studi membri di Andersen Global c’è notevole coordinamento non solo sulla gestione degli incarichi cross-border e sulla valorizzazione delle azioni sinergiche, ma anche nell’analisi delle problematiche che possono danneggiare il business degli imprenditori. 
Alegis e Noda Studio, infine, lavorano insieme per formare risorse per entrambi i desk al fine di avere un partner di riferimento competente e professionale come interlocutore per i clienti direttamente sul territorio. Il nostro Italian Desk resta l’elemento di contatto nella gestione della clientela, organizza gli incontri e a breve coordinerà la consulenza tecnica su questioni specifiche. Naturalmente, il desk si occupa anche dei rapporti interpersonali e delle relazioni culturali che vanno oltre il supporto tecnico. 

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Il cambiamento passa dal merito

PARLA ANDREA PARRELLA DI FINMECCANICA
Semplificazione, chiarezza e trasparenza alla base del riassetto societario del gruppo che, in relazione a un criterio meritocratico condiviso, si appresta a vivere un’intensa stagione di armonizzazione di ruoli e responsabilità

In due anni Finmeccanica è cresciuta notevolmente e a fine 2015 ha registrato un fatturato 26 volte superiore a quello dell’anno precedente. Merito anche della strategia messa in atto nell’estate 2014 dall’amministratore delegato Mauro Moretti che ha presentato il progetto di riorganizzazione e riassetto aziendale.
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
Clicca qui per registrarti gratis adesso o esegui il login per continuare.”] Quest’ultimo ha visto la creazione di una one company divenuta operativa dal primo gennaio 2016 e a cui è seguita la proposta di una nuova denominazione per il Gruppo: da gennaio 2017 si chiamerà Leonardo. 
Andrea Parrella, Group General Counsel, racconta a Legal il nuovo corso di Finmeccanica, gli obiettivi fondanti la nuova organizzazione societaria e il ruolo della direzione legale che dirige, oltre alle prospettive e ai progetti futuri del Gruppo. 
Quali sono stati gli obiettivi e i valori alla base della riorganizzazione di Finmeccanica?
Gli obiettivi della riorganizzazione hanno mirato e mirano ad una deciso recupero in termini di efficienza e di produttività operativa, riorganizzando la catena decisionale in un’ottica di regole di governo societario decisamente semplificate rispetto al passato ma, al contempo, ridefinendo in modo chiaro e puntuale i confini dei processi e delle relative responsabilità. Semplificazione ma anche assoluta chiarezza e trasparenza nella allocazione delle responsabilità; il tutto ispirato ad un valore che permea quotidianamente il tessuto organizzativo e, quindi, quello delle risorse umane: il merito; infatti ogni decisione e valutazione di natura organizzativa ha preso e prende le mosse da oggettive valutazioni di merito, accompagnate anche da appraisal esterni che ulteriormente garantiscono la bontà delle scelte operate.    
Che ruolo e quali responsabilità ha assunto la Direzione Legale che lei guida nel processo di riforma strutturale e operativa dell’azienda?
La Direzione affari legali, societari e compliance ha assunto un ruolo centrale nell’ambito della “rilettura” dell’organizzazione societaria di Gruppo, assumendo la guida del working group costituito ad hoc in avvio di processo e garantendo un costante flusso informativo ed una immediata risposta tecnica agli organi societari con particolare riferimento al Consiglio di Amministrazione. In particolare, degno di menzione è stato il processo che ha portato alla completa ridefinizione del Modello Organizzativo ex D.Lgs. 231/01 in materia di responsabilità amministrativa degli enti, ovverosia il Modello volto, da un lato, a creare e diffondere, esigendone il puntuale rispetto, regole di comportamento virtuose in termini di prevenzione del fenomeno c.d. della mala administration e, dall’altro, ad introdurre una barriera protettiva alla Società in caso di avvio di procedimenti penali nell’ambito di reati previsti dal D.Lgs. 231/01. 
Quali sono state le principali difficoltà riscontrate da Lei e il suo team nella gestione della nuova struttura?
Più che di difficoltà parlerei di una complessa fase di graduale armonizzazione tra il “vecchio” e il “nuovo”; in ogni caso, la quasi maniacale evidenza dell’utilizzo del criterio meritocratico nelle scelte operate ha, da subito, generato una reazione positiva e virtuosa da parte dell’azienda che ha posto in essere notevoli sforzi in termini di flessibilità ed orientamento al cambiamento. Certo, non v’è dubbio che l’imponente opera di ridefinizione delle strutture organizzative ha generato una fase iniziale, contenuta e comunque brillantemente gestita, caratterizzata da una intensa e continua richiesta di chiarimenti operativi che, d’altra parte, oltre che inevitabile e fisiologica, è pur sempre la dimostrazione concreta della buona reattività dell’azienda al processo di cambiamento. Il che, alla fine, è un importante ulteriore valore fatto riemergere!
 
Avviato questo nuovo corso, quali sono stati e sono attualmente i maggiori progetti che coinvolgono l’ufficio legale?
L’ufficio legale che, ricordo, è armonizzato in un’unica Direzione che contempla anche gli affari societari e la cosiddetta compliance che sovrintende ad una complessa area di attività di controllo e che fa capo al Group General Counsel (il sottoscritto), porta avanti un complessa attività fondamentalmente volta a diffondere ogni giorno la cultura della legalità. E lo fa fornendo evidenza di ogni vantaggio connesso a tale scelta, riducendo e analizzando nel dettaglio l’origine dei contenziosi, selezionando laddove necessario legali esterni sulla base di un database di riferimento e che costituisce un dinamico albo di fiduciari del Gruppo basato su capacità, esperienza, competitività anche in termini di costi. Inoltre, l’ufficio legale ha la funzione di indirizzare il governo societario del Gruppo attraverso una costante analisi degli scenari interni ed internazionali sia normativi che regolamentari, fluidificare il processo di costante adeguamento del nuovo modello organizzativo fornendo costanti chiarimenti, letture interpretative e supporto alla Direzione risorse umane nell’ambito della fase redazionale dei documenti organizzativi e accompagnare con rinnovato vigore e costante presenza  i processi e le operazioni di M&a che caratterizzano il nuovo corso nell’ambito del nuovo Piano Industriale.
E quali gli obiettivi del prossimo futuro?
Per il prossimo futuro, la funzione del Group General Counsel si propone,  forte del notevole impulso dato all’origine del processo di riorganizzazione, di svolgere un ruolo di propulsore della complessiva attività di Leonardo, in dirizzandola sempre sulla strada della legalità e del rispetto delle regole e fornendo un’assistenza operativa efficace e misurabile in concreto, così integrandosi appieno con le funzioni tradizionalmente più vocate allo sviluppo del business, anzi omogeneizzandosi con le stesse dando vita ad un’organizzazione compatta ed unitaria.

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Uno “scudo” a prova di privacy

Per l’Unione europea il Privacy Shield, ovvero l’accordo sulla tutela dei dati personali con gli Stati Uniti, aumenta le garanzie per i cittadini europei contro le incursioni delle aziende e delle autorità americane. Ma i tempi di implementazione potrebbero essere molto lunghi

Le norme cercano (inutilmente) di tenere il passo con la tecnologia che corre ormai alla velocità della luce, e la Commissione europea cerca di innalzare le tutele a favore della privacy dei suoi cittadini varando uno scudo (il Privacy Shield appunto) per regolare il trattamento dei dati tra Unione europea e Stati Uniti,
[auth href=”http://www.lefonti.legal/registrazione/” text=”Per leggere l’intero articolo devi essere un utente registrato.
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Il caso Snowden
Eppure il nuovo “scudo” è giudicato un buon accordo, certamente migliore del precedente, in tema di privacy. Molti osservatori inoltre sottolineano come il Privacy Shield sia la risposta dell’Europa alle intercettazioni americane diffuse da Edward Snowden, il tecnico informatico dell’Nsa (National security agency) che nel 2013 ha dato il via allo scandalo Datagate rivelando i dettagli di un programma di sorveglianza di massa top secret messo a punto dai governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Anche se i tempi di implementazione del nuovo accordo potrebbero essere molto lunghi, lo scudo mette finalmente nero su bianco l’impegno degli Stati Uniti a non attuare più un controllo indiscriminato sui cittadini europei accumulando una quantità di dati, soprattutto quando questa pratica non è conforme ai principi di necessità e proporzionalità. Tutto ciò non era garantito dal Safe Harbour dove, in sintesi, non prevaleva il diritto alla privacy sul diritto di controllo da parte dell’autorità pubblica, poiché la legge americana consente alle autorità nazionali di accedere ai dati piuttosto liberamente.

Torna l’Ombudsman
Il rispetto del patto che l’Unione europea ha stretto con gli Stati Uniti dipenderà da un costante monitoraggio del funzionamento del nuovo regime grazie a una revisione annuale congiunta, condotta dalla Commissione Europea e dal Department of Commerce americano. È questa un’importante innovazione in quanto il rispetto dell’accordo prima dello ‘scudo” era basato solo sulla fiducia, con il Dipartimento del commercio che faceva iscrivere le aziende americane nel protocollo Safe Harbour che dichiaravano di adottarlo, una specie di autocertificazione dopo la quale non era previsto alcun controllo. «Il Privacy Shield stabilisce metodi di controllo molto pressanti sulle aziende Usa attuati da istituzioni svincolate dagli organi di intelligence americani», dice un esperto che vuole mantenere l’anonimato, «A prima vista sembrerebbe solo una risposta diplomatica dell’Europa al Datagate, ma nella realtà è un passo avanti molto positivo sulla strada della diritto alla riservatezza dei cittadini europei». Ma chi in concreto garantirà questa nuova procedura? Una figura un po’ mitologica in Italia, ma molto reale nei Paesi del nord Europa, ovvero l’Ombudsman, o difensore civico. Gli Stati Uniti istituiranno infatti un Ombudsman all’interno del Dipartimento di Stato per rispondere alle lamentele dei cittadini europei che ritengono negato il loro diritto alla privacy. Nel caso di violazioni ripetute, le compagnie o aziende potranno essere sanzionate ed escluse dall’accordo e, di conseguenza, il trasferimento dei dati tra i due continenti per loro potrebbe diventare illegale.

I quattro pilastri della privacy
Per ricapitolare, sono quattro i grandi principi enunciati nel Privacy Shield: obblighi rigorosi per le imprese che operano sui dati; garanzie chiare e obblighi di trasparenza applicabili all’accesso da parte del governo degli Stati Uniti; tutela effettiva dei diritti individuali; e infine analisi annuale comune. Riguardo al primo punto il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti sottoporrà le imprese aderenti allo “scudo” a verifiche e aggiornamenti periodici per accertare che rispettino nella pratica le regole che hanno volontariamente accettato. In caso contrario, l’impresa si espone a sanzioni e al depennamento dall’elenco degli aderenti. L’accordo ovviamente garantisce lo stesso livello di protezione anche quando l’impresa aderente allo “scudo” trasferisce i dati a terzi.
Quanto alle garanzie chiare e agli obblighi di trasparenza applicabili all’accesso da parte del governo degli Stati Uniti, questi ultimi hanno assicurato ufficialmente che l’accesso delle autorità pubbliche ai dati personali per scopi di applicazione della legge e di sicurezza nazionale è soggetto a limitazioni, garanzie e a meccanismi di vigilanza precisi. Gli Stati Uniti hanno quindi escluso attività indiscriminate di sorveglianza di massa sui dati personali trasferiti negli Stati Uniti nell’ambito dello “scudo”. Secondo le precisazioni fornite dall’Ufficio del Direttore dell’intelligence nazionale, la raccolta di dati in blocco sarà eventualmente ammissibile solo in presenza di determinati presupposti, e comunque si tratterà obbligatoriamente di una raccolta quanto più mirata e concentrata possibile. L’Ufficio ha poi illustrato nei particolari le garanzie vigenti riguardo all’uso dei dati in tali circostanze eccezionali, mentre il Segretario di Stato degli Usa ha istituito all’interno del Dipartimento di Stato una via di ricorso aperta agli europei per gli aspetti legati all’intelligence nazionale, chiamato meccanismo di mediazione.

Tutela dei diritti individuali
Ed ecco il terzo principio enunciato, ovvero quello della tutela dei diritti individuali. Chiunque ritenga che, nell’ambito dello “scudo”, abbia subìto un abuso sui dati che lo riguardano ha a disposizione vari meccanismi di composizione delle controversie di agevole accesso e dal costo contenuto. In prima battuta sarà l’impresa stessa a risolvere il caso di reclamo oppure saranno offerte gratuitamente soluzioni basate su un organo alternativo di composizione delle controversie. Le persone si potranno anche rivolgere alle rispettive autorità nazionali di protezione dei dati, che collaboreranno con la Commissione federale del Commercio per assicurare che i casi di reclamo sottoposti da cittadini dell’Ue vengano esaminati e risolti. Esperiti tutti gli altri mezzi a disposizione, come extrema ratio il caso irrisolto potrà essere sottoposto ad arbitrato. Per i casi che implicano la sicurezza nazionale, i cittadini dell’Ue dispongono di una possibilità di ricorso nella figura del mediatore, che, come detto, è indipendente dai servizi d’intelligence degli Stati Uniti.

Relazione pubblica
Infine, l’analisi annuale comune consentirà di monitorare il funzionamento dello “scudo”, compresi gli impegni e le garanzie relative all’accesso ai dati a fini di contrasto della criminalità e finalità di sicurezza nazionale. La Commissione europea e il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti effettueranno l’analisi, alla quale assoceranno esperti dell’intelligence nazionale statunitense e le autorità europee di protezione dei dati. La Commissione attingerà a tutte le altre fonti di informazioni disponibili e presenterà una relazione pubblica al Consiglio e al Parlamento europeo.

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