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Le Fonti Legal
25/04/18


  • Angela Maria Scullica

Proteggere il singolo per promuovere l'etica

In seguito alla legge sul whistleblowing, approvata lo scorso 30 novembre 2017, n. 179, le aziende dovranno consentire ai dipendenti di segnalare le violazioni senza rischiare di rimetterci il posto o di subire ritorsioni, discriminazioni o altri tipi di trattamento iniquo. Pertanto dovranno dotarsi di un canale specifico, indipendente e autonomo, basato su sistemi informativi criptati, tecnologici e conformi alle norme sulla privacy. Questo canale andrà regolato sulla base di modelli organizzativi in grado di gestire con efficienza il flusso di comunicazione tra il soggetto segnalante e i destinatari. I modelli organizzativi, che sono quelli già introdotti dal decreto legislativo n. 231/2001, relativo alla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche ed associazioni, con la nuova legge andranno aggiornati in modo appunto da prevedere misure realmente capaci di contrastare l’eventuale commissione di illeciti. E qui occorre fare alcune precisazioni. Innanzitutto i nuovi modelli organizzativi dovranno essere in grado di evitare qualsiasi abuso in fatto di denunce e segnalazioni. In secondo luogo saranno chiamati a coadiuvare l’attività del collegio sindacale che ha l’obbligo di informare la Banca d’Italia e la Consob di tutti gli atti o i fatti di cui viene a conoscenza che possano costituire un’irregolarità nella gestione ovvero una violazione delle norme che disciplinano l’attività della società in questione. Infine i modelli organizzativi dovranno sempre garantire la riservatezza dei dati personali concernenti sia la persona che segnala le violazioni, sia la persona fisica sospettata di essere responsabile della violazione, conformemente alla direttiva 95/46/CE. Le segnalazioni andranno infatti inoltrate direttamente al responsabile dei sistemi interni di segnalazione attraverso lo specifico canale autonomo, indipendente e riservato di cui è detto, senza rispettare le ordinarie linee di reporting gerarchico. Si tratta di un accorgimento teso ad evitare che i soggetti eventualmente coinvolti possano essere informati anche in via indiretta di una segnalazione nei loro confronti da parte del soggetto segnalante. Spetta infatti solo al responsabile dei sistemi interni di segnalazione o alle Autorità di Vigilanza, di scegliere se interpellare il segnalante per ottenere eventuali approfondimenti o precisazioni su atti e fatti, oggetto di segnalazione in sede di esame e valutazione degli stessi. Nel fare ciò è però obbligato a garantire la confidenzialità e la riservatezza delle informazioni ricevute e dei dati personali del segnalante e del segnalato. Fin qui tutto bene. Riguardo alla privacy però c’è da dire che la nuova legge non incoraggia né offre in alcun modo tutela alle segnalazioni anonime in quanto la legge del whistleblowing andrà di pari passo con il Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR). Quest’ultimo, in vigore in Italia dal prossimo 25 maggio 2018, non diversamente dalla normativa sulla privacy, prevede che, nell’ambito di un procedimento penale, l’interessato abbia diritto di conoscere “tutte le informazioni disponibili sulla loro origine” (art. 15, comma 1 lett. g), quindi anche il nome del segnalante qualora la conoscenza della sua identità sia assolutamente necessaria per la difesa. A questo proposito la stessa Corte di Cassazione, nella prima sentenza sul whistleblowing successiva all’entrata in vigore della legge, ha stabilito che, anche alla luce della legge 179 del 2017, nel settore penale valgono le regole ordinarie sul segreto previste dall’art 329 del Codice di procedura penale, il che significa - di fatto - che l’anonimato non esiste, o comunque sia solo temporaneo.