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Le Fonti Legal
22/01/18


  • Angela Maria Scullica

Lotta alla corruzione, un problema ancora aperto

Che l’Italia sia un Paese con un tasso di corruzione elevato, è stato ribadito anche dai rapporti Trasparency International e Greco. Il primo ci piazza al 60esimo posto su 176 paesi nella scala della percezione della corruzione, con un voto di appena 47 su 100, mentre, se guardiamo all’ Europa, caliamo addirittura al terzultimo posto davanti solo alla Grecia e alla Bulgaria. Il secondo, e cioè il rapporto Greco (Group of States Against Corruption, organo anticorruzione nato nel 1999 in seno al Consiglio d’Europa), dopo avere riconosciuto gli sforzi compiuti negli ultimi anni dal nostro Paese sul fronte delle misure preventive e punitive dei fenomeni corruttivi nel settore pubblico, ed  elogiato il ruolo svolto dall’Anac nella lotta alla corruzione, ha elencato una serie di molteplici e perduranti punti di debolezza del sistema tra i quali, spiccano la “debolissima regolamentazione delle attività di lobbying e di finanziamento della politica” e “l’assenza di una seria legge a tutela di chi segnala illeciti”. Criticità evidenziate anche da Trasparency International. Ma, quel che preme in questa sede sottolineare, è che da entrambi i rapporti emerge che, per affrontare la situazione in modo adeguato e porre soluzioni efficaci, occorre necessariamente affiancare all’attività di law enforcement un indispensabile mutamento culturale. In particolare il rapporto Greco lo invoca chiaramente esplicitando la necessità di un cambiamento di valori radicale e profondo (“combating corruption has to become a matter of culture and not only rules”). Ed è da qui che occorre partire per riflettere sul perché, nonostante gli innumerevoli sforzi legislativi profusi in questi ultimi anni, l’Italia resta ancora tanto indietro. A questo proposito la prima considerazione da fare riguarda la reale efficacia delle misure intraprese. A parte quelle che riguardano la trasparenza dei conti e l’antiriciclaggio, sul cui successo tutti sembrano d’accordo, come evidenzia il report di Transparency international Italia che assegna alla “trasparenza contabile e societaria” un punteggio di 81 su 100 e al sistema antiriciclaggio di 75 su 100, le altre in generale sembrano dettate più da una ricerca di consenso che da una reale e concreta conoscenza e determinazione. Prendiamo per esempio l’aumento delle pene e le modifiche operate dalla Legge Orlando (legge 103 del 23/06/2017) sugli articoli 159 e 161 del c.p. in tema di sospensione e prescrizione con le quali il termine prescrizionale potrebbe potenzialmente arrivare addirittura a 18 anni e 6 mesi.

Misure certamente concepite per avere un impatto elettorale ma che, nella pratica, potrebbero rivelarsi un ostacolo per l’eliminazione del fenomeno. Come si è detto anche nella tavola rotonda promossa da Le Fonti, “L’eccessiva lunghezza dei termini prescrizionali costituisce la strada migliore per garantirsi quell’eccessiva lunghezza dei processi che lo stesso rapporto Greco stigmatizza. Senza contare che ciò, nei fatti, rischia di determinare la violazione pressoché sistematica del principio costituzionale della ragionevole durata del processo (art. 111 co. 3° Cost.)”. Relativamente invece all’innalzamento delle pene passate in pochi anni per il reato di cui all’articolo 319 c.p., da una cornice edittale compresa tra 2 e 5 anni a una tra 6 ai 10 anni, studi criminologici e di carattere socio-economico, hanno sempre evidenziato come non vi sia una correlazione tra l’aumento delle pene e la diminuzione di fenomeni criminali che si intendono limitare. Anche l’aumento delle pene sembra quindi rispondere più ad una esigenza di dimostrare più che a quella di rendere più efficace la norma. “La corruzione è per sua natura un reato difficile da far emergere giacché corrotto e corruttore hanno il medesimo interesse a tacere”, si è ribadito  durante la tavola rotonda di Le Fonti. Con un aumento del minimo di pena viene meno la possibilità per gli inquirenti di incentivare l’indagato di corruzione a rivelare altri fatti che potrebbero estendere la portata delle indagini. Per concludere, a meno che non si affrontino i problemi con pragmatismo e conoscenza anche a costo di non piacere ai più, la questione della corruzione da noi resta aperta e si presta ancora ad essere utilizzata per meri scopi elettorali a breve termine.